VOLTO DI MIO PADRE

Ogni solco una storia, una pena;
volto stanco bruciato dal sole,
volto stanco che un tempo bambino
cercò invano carezze di madre.
Una vita che seppe il dolore
e il sapore più amaro del pane.
Fu matrigna, fu dura la terra
che ti vide ricurvo su lei;
terra rossa impastata di ferro,
terra scura dell’aspra campagna.
Volto bruno sferzato dal vento,
volto bruno rigato di pioggia.
Mandò invano l’inverno il suo gelo
e l’estate le vampe di fuoco;
eri lì, come solida torre,
che non cede all’insidia del tempo;
tra le zolle, tra sassi, tra sterpi,
eri lì, sulla terra riarsa,
che beveva il sudore del volto;
nell’incerto bagliore all’alba,
nella luce del giorno che muore,
eri lì con le mani arrossate,
con le dita spaccate dal freddo.
Sulle labbra, un sapore d’amaro.


A TE
(A ciascuno dei miei scolari all’ultimo anno delle elementari)

Lo so che rimarrò nei tuoi ricordi,
quelli più cari della dolce infanzia;
ricorderai il mio volto, or triste, or lieto,
riascolterai la voce mia sommessa
scandire i versi d’una poesia.
Ricorderai che spesso ti guardavo dritto
negli occhi per un lungo istante:
lo sai? Volevo leggerti nel cuore
sì come nelle pagine di un libro:
e vi ho letto, e lo so che tu sei buono,
ed è per ciò che io sono felice.
Se ti ricorderò? E me lo chiedi?
Come, quando avanzata ormai negli anni,
come dimenticare i giorni brevi
trascorsi accanto a te, fanciullo mio?
Ritornerò in silenzio tra le mura
dell’aula troppo stretta e tanto cara,
con la finestra aperta su quel mare
che ci dava spettacoli stupendi
di calme intense e di burrasche oscure.
Mi siederò in silenzio sulla sedia,
dietro la vecchia cattedra scrostata;
ti chiamerò, e tu dirai la storia,
di Garibaldi, dell’eroe famoso
che salpò con i mille il cinque maggio
dallo scoglio di Quarto là in Liguria;
ed io ti ascolterò, ma a poco a poco,
gli occhi miei di lacrime ricolmi
non ti vedranno più e vuoto il banco,
e vuoto intorno, ed io sarò là sola
co’  miei ricordi dolci del passato,
cari fantasmi d’un’età lontana.


MINIERA

Rosse colline luccicanti al sole,
vagoni grigi sopra le rotaie,
oscure volte delle gallerie,
suono assordante di motori ansanti:
miniera, ti distendi in faccia al mare
e con le tue colline tocchi il cielo.
S’aggrappa in mezzo ai sassi la ginestra
dai fiori gialli del color dell’oro,
ti manda il bosco attorno il suo profumo
e appari bella là su quelle cime.
Ma nei mattini grigi dell’inverno,
penetra il freddo tra le rozze vesti
degli operai intenti alla fatica,
ed alle membra giunge e le raggela.
E quando il vento forte di libeccio
infuria amaro contro la montagna,
nugoli rossi del tuo minerale
sferzano il viso, offuscano la vista;
e nei meriggi caldi dell’estate,
in mezzo alle tue dune il sole avvampa
e di sudore grondano le fronti.
Son bruni i volti, ruvida la pelle,
rosse le vesti, e nello sguardo amaro,
dipinta è la durezza della vita
di chi guadagna il pane alla miniera.
Così, vedevo il volto di mio padre,
a sera, quando a casa ritornava;
brillava tra le rughe il minerale
e dentro agli gli occhi suoi si dipingeva
appena l’ombra di un sorriso stanco.

 

LA FINE DELL’ANNO SCOLASTICO

E un anno lentamente se ne muore
così, come ogni giorno all’orizzonte,
il sole nasce e poi, tramonta a sera.
Finisce dentro al mondo dei ricordi
là dove, tra le pagine ingiallite,
che il tempo ad una ad una lento sfoglia,
rivive questa vita che ogni giorno,
minuto per minuto, ci abbandona.
Sono usciti i ragazzi dalla scuola:
un saluto, un sorriso e l’aula è vuota;
una calendario appeso alla parete,
un fiore giù appassito dentro a un vaso,
i cartelli con sopra l’alfabeto,
un nome scritto là sulla lavagna,
un sapore di cose inanimate:
il silenzio d’un tempo che è finito.
Uno sguardo fugace ancora intorno,
chiudi la porta, ed è già un ricordo,
l’anno, che solo ieri è incominciato.


AMICIZIA

Tu sei quel raggio
che al viandante stanco,
illumina il grigiore di un sentiero.
Tu sei la mano che leggera posa
la sua carezza ad asciugare il pianto.
Tu sei la voce che sommessa e calda,
alla porta del cuore si sofferma
e in un sussurro dice:
- Spera ancora.
Sei grande, forse più dell’universo,
preziosa,
più di un mare di diamanti;
potente,
più dei grandi della terra.
Ma, umile,
ti aggiri tra la folla
e di velluto sono i passi tuoi.
Non conosci scenari illuminati
dove l’ipocrisia, antica maga,
prendendo le sembianze che tu porti,
arcobaleni sfoggia di colori
ad incantare sprovveduti sguardi.
Tu sei colei che dona e nulla chiede,
tu sei colei che il tempo non cancella,
che il sole non discioglie come neve.
Presente fino all’ultimo respiro,
fino all’estremo palpitar del cuore,
a chi ti ha già ferita con le spine,
tu sai donare ancora un’altra rosa.


ED ERA LA MIA ESTATE

Ed era la mia estate, i miei vent’anni.
Mandavano dai rami le cicale,
monotono, assordante, il loro canto,
nell’ore sonnolente dei meriggi
quando il silenzio attorno era più fondo.
Saliva dalla valle con il vento,
l’odore dei mentastri e della malva;
cantavano la sera in un concerto,
le rane e i grilli sparsi in mezzo ai prati.
Fiorivano nel cuore le speranze,
s’intrecciavano i sogni dolcemente,
vagavano i pensieri dentro a un mondo
dipinto coi colori dell’aurora.
Cantavano sui rami le cicale,
ed era la mia estate, i miei vent’anni.


PER UN GIORNO SUPPLENTE ALLA ZANCA

Quel giorno nevicava sulla Zanca,
e il cielo colorato d’alabastro,
lambiva il verde cupo di colline.
La strada si snodava solitaria,
nel bianco turbinare a larghe falde.
Scendeva a precipizio la scogliera,
dentro al silenzio grigio di quel mare.
La scuola era una stanza in mezzo ai campi;
i bimbi sulla porta ad aspettare.
Entrammo; la preghiera del mattino,
i libri ed i quaderni sopra i banchi.
Ma gelide le mani per il freddo,
la penna sopra il foglio non scorreva.
Nell’angolo un camino, il fuoco spento.
Uscimmo tutti in gruppo e in una vigna,
trovammo tralci secchi ed altra legna.
Dentro al camino, vivida la fiamma;
la penna sui quaderni ora scorreva.
Negli occhi era un sorriso e quelle ore,
passarono veloci in quella stanza.
Ci salutammo, e dentro a quel saluto,
c’era il calore tenero, sincero,
di un bene che era nato all’improvviso.
E tra i ricordi miei, quelli più cari,
rivive quel mattino con la neve,
rivive quella scuola in mezzo ai campi,
quei bimbi con quegli occhi sorridenti.


PREGHIERA

Tu che ai mattini hai dato il tenue velo
di petali di rosa nelle aurore,
Tu che hai dipinto il rosso dei tramonti
e sulla notte hai steso il dolce incanto
di cieli punteggiati dalle stelle,
Tu che ci hai dato il verde di foreste
e il tenero colore delle erbe
e il magico dischiudersi nel sole
di delicate, fragili corolle,
Tu che respiri dentro a questo cielo,
Tu che respiri negli immensi abissi
di mari dispiegati nell’azzurro,
Tu che sei tutto e in ogni cosa vivi,
in questo nostro andare peregrino,
distendi la tua mano ai nostri giorni.
Resta vicino quando la bufera
addensa strati grigi dentro al cielo
e il nostro andare è un brancolar nel buio.
Resta vicino quando dentro al cuore,
sbiadisce il volto Tuo dietro la nebbia
e in una morsa il gelo ci attanaglia.
Resta vicino quando è giunta l’ora
e a poco a poco il sole si fa scuro.


FORSE

Ma forse sono là,
oltre quel cielo,
in ginocchio,
ai piedi di una croce
che pregano,
che sperano,
che attendono.
O forse,
sono immersi in una luce,
una luce che è Amore,
che è Dio
e non sanno più nulla della terra,
di noi,
di ciò che è stato.
O forse,
come foglie nell’autunno,
vagano attorno e cercano qualcuno.
Forse,
la loro voce
è nel lamento
del vento
che ora passa tra le fronde,
ora chiama
alle porte, alle finestre.
Forse,
la loro voce
è dentro all’onda
che senza posa
batte sulla riva
e sembra non avere pace.
O forse,
la loro voce
è ormai un sussurro,
lievissimo,
così come il respiro,
un battere di ciglia,
lo schiudersi di un fiore;
e ci passano accanto
e noi passiamo,
indifferenti,
in mezzo a loro
e non vediamo
che implorano uno sguardo
che forse,
stanno mormorando un nome.
Forse…

 

FELICITÀ

Ti vedo ritornare assai deluso
con  passo stanco e lacrime sul volto,
o uomo che girasti il mondo intero
sperando di trovare chissà dove
la fata dolce dalle rosee dita,
colei che ha il nome di Felicità.
Non sono i grattacieli di New York
o i magici tramonti delle Hawaii,
non è l’incanto delle mille luci
che avvolgono di sera la città;
non è neppure un bosco a primavera,
un mare azzurro, un cielo con le stelle,
non sono le ricchezze, non è  l’oro,
la gloria oppure la celebrità;
non sono queste cose, anche se belle,
a rendere felice il cuore tuo.
Felicità, questa creatura grande,
racchiusa la ritrovi nelle cose
all’apparenza forse più banali.
Felicità può essere un sorriso,
una parola buona, un dolce sguardo,
una carezza fatta sui capelli,
la buona notte data a fior di labbra.
Felicità, questa creatura dolce,
nell’animo la senti palpitare,
se attorno a te c’è il magico tepore
di un bene grande, tenero, sincero.
Allora la tua casa è un caro nido,
il solo che il tuo cuore rassereni;
là dentro tu ritrovi il mondo intero,
le meraviglie dolci del creato,
i teneri tramonti con le aurore
colorate di rosa, nel mattino;
e cieli sconfinati e verdi prati;
là dentro tu ritrovi quella pace,
che niente al mondo ti potrebbe dare.

PRIMAVERE LONTANE

Il vento freddo
di questa primavera acerba,
mi porta il sapore
di primavere lontane:
filari di peschi,
rami tesi nel sole,
fili d’erba tremanti,
voci care all’intorno.
Primavere trascorse,
giovinezza nel cuore;
rosa chiaro di peschi,
rosa chiaro di sogni,
verde tenero d’erba,
anni verdi lontani.

 

CON TE, COL TUO SORRISO

Cadevano già,
le prime foglie del castagno
e sulla piana,
odoravano i sorbi.
E settembre moriva tra le siepi,
tra i nespoli aggrappati sulle prode,
nelle folate
che piegavano i giunchi
e i rami di mortella
nella valle.
E noi andavamo, ricordi?
nella vigna,
a cercare tra i pampini più folti,
i granelli sfuggiti alla vendemmia.
Il tuo passo tra le zolle
era più lento
e ogni tanto, stanca, ti fermavi;
ma poi mi sorridevi
se fra i tralci,
scorgevi qualche grappolo più pieno.
E sedevamo là sopra la proda,
col vento che passava tra i cespugli,
col gracchiare dei corvi in mezzo ai pini.
Ed era così dolce
quel morir di settembre,
quel pallido fiorire dell’autunno,
con te,
col tuo sorriso,
con le parole buone che sapevi.


10 FEBBRAIO
(Quando nonna ci lasciò per sempre)

Sono passati gli anni da quel giorno,
da quell’amaro giorno di febbraio
in cui per sempre ci dicesti addio;
rideva nelle strade il carnevale,
giochi  di bimbi, maschere, colori;
nell’animo era il gelo della morte.
Seguivo a passi lenti il funerale,
e il cuore mi scoppiava di dolore;
portavi via con te il mio sorriso,
la gioia e il sapore dei miei anni.
Rividi a un tratto tutta la mia infanzia,
la vita mia trascorsa accanto a te;
rivissi quelle gioie e quelle ansie
che dividemmo assieme con amore,
i giorni lieti e tristi della vita,
le speranze, le amare delusioni;
rividi il tuo sorriso, le tue mani
posarsi in una tenera carezza;
sentii il calore di quel bene immenso
che in ogni istante mi sapesti dare.
Ed in silenzio ora te ne andavi
all’ultima dimora della vita.
Ed io restavo là coi miei ricordi
soffocata dal pianto, dal dolore.
Gridare a che serviva? Tu eri muta.
Ti attendevano immobili i cipressi
nel gelido squallor del cimitero.
Baciava il sole scialbo d febbraio
le croci, i marmi, le umili dimore.
Ti deposero accanto a tanti altri
dentro a uno spazio breve e senza luce.
E sei rimasta là, senza parlare,
con il viso rivolto verso il cielo.
Sono passati gli anni e tra i capelli
sono spuntati i primi fili bianchi,
sopra il mio volto qualche ruga è apparsa,
ma il cuore mio è rimasto come allora,
quel cuore di bambina che ti amava
da un grande affetto tenero e sincero.
Non ha sbiadito il tempo il volto tuo
e ti porto con me, nei miei pensieri,
e ti chiamo e ti invoco in quel momenti
in cui più duro è il gioco del distino.
Ma una speranza dentro il cuore vive:
camminare tenendoti per mano,
lassù, tra i verdi pascoli del cielo,
così, come facevo da bambina,
quando per mano tu mi conducevi
tra i campi verdi d’erba,  a primavera.


RICORDI

Brillavano le spighe sotto il sole
in quei mattini tiepidi di giungo:
pareva un mare giallo appena mosso
dal vento che scendeva giù dai pini.
Volava qualche rondine all’intorno;
e sopra i rami bassi dei lentischi,
e in mezzo alle ginestre e ai rosmarini,
si perdevano garrule le note
dei passeri esultanti, nel mattino.
E un uomo lavorava là nei campi
a tratti curvo sulla terra bruna.
Giocava il sole sopra i fili d’erba,
sopra i capelli biondi d’una bimba.
 


E NELL’ARIA ERA UN GEMITO DI GUERRA…

E nell’aria era un gemito di guerra
e sui volti il tormento e la paura.
Brillava triste, nella notte nera,
il fuoco scintillante dei bengala,
e si perdeva cupo nella valle
il rombo degli aerei che nel cielo
s’incrociavano al sibilo assordante
di bombe che sfrecciavano nell’aria.
Ed era il tempo duro della fame
e sopra i volti scarni della gente
era dipinto un grido, una preghiera.
Ricordo quelle sere attorno al fuoco,
quando bolliva sui carboni accesi,
la pentola con dentro un po’ di cena:
pochi grani di pasta galleggianti,
mescolati alle foglie di verdura.
E che festa quel giorno che mio padre
entrò in casa portando un pane nero;
gi fummo attorno con la mano tesa,
ma il sorriso sul volto si disperse
allor che, sotto il taglio della lama,
comparve il verde scuro della muffa.
E passavano i giorni, lentamente:
speranze, attese, lacrime, ricordi,
notizie giunte tramite la radio,
ore trascorse al freddo dei rifugi,
sirene che gridavano nell’aria.
Ed arrivò la gente di colore;
e ansanti discendevano dai colli,
e quelle facce nere come il buio,
mettevano nel cuore lo sgomento.
E fu il passaggio triste di quei Mori
che la guerra rendeva disumani,
più simili alla bestia che al cristiano.
E vedemmo i Tedeschi e gli Algerini
e i Francesi accampati nelle scuole.
E fu in intreccio di confuse lingue,
uno scambio convulso di parole.
E come il vento che sconvolge tutto,
turbinando passò la triste guerra;
e suonarono un giorno le campane
con i rintocchi dolci della pace,
lassù, sul campanile di San Rocco;
rispose Santa Barbara al richiamo;
e un fremito trascorse dentro al petto
e sopra i volti balenò un sorriso.
Finiva il triste vento della morte,
lasciando il lutto dentro a tanti cuori;
e i vivi ritornavano alle case,
alle famiglie, alle persone care.
E salpavano i Mori e gli Algerini,
e i Tedeschi e i Francesi, là dal mare;
solo restava qualche croce attorno:
un bianco, un nero, gente sconosciuta,
povera carne umana abbandonata
sotto la volta di stranieri cieli.


QUELLE SERE DI LUNA PIENA

Sono lontane,
quelle sere di luna piena
quando c’eravamo tutti
e tutti assieme.
Brillavano le foglie sotto i raggi,
piangeva il chiù
nascosto tra le foglie;
profumavano i fieni,
gorgogliavano i fossi,
cantavano i grilli,
gracidavano le rane,
fumava dentro ai piatti la minestra,
scoppiettava la legna nella stufa.
Ed eravamo tutti.
E forse,
allora,
mi pareva poco.
E ora,
che cosa non farei per quelle sere di luna piena,
che cosa non farei
per ritrovare tutti in quella stanza,
tutti,
come allora,
quando cantavano i grilli,
quando gracidavano le rane,
quando,
presago,
piangeva il chiù
nascosto tra le foglie.


LACRIME

Sono gocce di fresca rugiada
nella notte cadute dal cielo,
sono perle di bianco splendore
coltivate nei solchi profondi,
più nascosti dell’animo umano;
figlie a un tempo al dolore e alla gioia,
messaggere del bene e del male,
sono il muto linguaggio del cuore.
Dentro agli occhi le vedi ad un tratto,
poi sul volto, cadere pian piano
e alla luce del sole brillare.
Non sciuparle; esse sono parole
più preziose, più vere di quelle
che sul labbro tu vedi affiorare.
Non sciuparle, ogni lacrima è figlia
Di quel mondo che all’occhio s’asconde,
di quel regno impalpabile e dolce
che fa l’uomo più simile a Dio.
Non sciuparle; le devi soltanto,
con le dita leggere sfiorare,
sono piccoli pezzi di cielo,
sono l’anima fatta parole.


NOSTALGIA

Nostalgia di cieli lontani,
nostalgia di orizzonti perduti oltre i cieli
dove il sole non conosce tramonti,
dove le rose non appassiscono,
dove il tempo non vibra la falce.
Nostalgia di sorrisi che non si spengono,
di voci che non diventano flebili,
di occhi che non si chiudono alla vita.
Ma il cuore mi dice
che quei cieli esistono,
che esistono quegli orizzonti perduti oltre i cieli;
il cuore mi dice che sono straniera
su questa terra che calco,
straniera sotto le stelle lontane;
straniero il bimbo che gioca coi fiori,
straniero il vecchio che a stento trascina
sui sentieri del mondo la stanca canizie.
Noi siamo stranieri
perché la nostra Patria è lontana,
è lassù, oltre i cieli;
la nostra meta
sono lidi di luce
dove il sole non tramonta,
dove il tempo non vibra la falce,
dove non appassiscono le rose.


MA TU GUARDAVI ALTROVE E NON SENTIVI

Ti vidi nel cortile di una scuola
ed era il primo ottobre, San Remigio.
La mamma ti teneva per la mano;
avevi gli occhi dolci di un bambino,
grembiule nero e un grande fiocco al collo.
Brillava il sole sopra quel piazzale,
brillavano nel cuore le speranze,
tra quel vociare allegro di bambini.
Suonò la campanella, ed era l’ora.
Entrammo in gruppo e il giorno sorrideva.
Ti ho visto lungo il ciglio d una strada,
seduto sopra un cumulo di sassi;
i jeans logorati sui ginocchi,
capelli scompigliati, sguardo spento,
il luccicar di un ago tra le dita.
Mi sono avvicinata e ti ho chiamato,
ma tu guardavi altrove e non sentivi.
Volevo ricordarti quel piazzale,
quel suono allegro della campanella,
quel sole così pieno di speranze.
Volevo anch’io sorreggerti per mano
così, come tua madre in quel mattino;
strapparti dalle spire del veleno
che il paradiso dona e poi ti uccide.
Volevo, ma tu ormai non ascoltavi.
Mi allontanai pian piano ed ai tuoi piedi,
lasciai solo la goccia di rugiada
che dal mio ciglio a un tratto era caduta.


RITORNA UN SOLO ISTANTE
IN QUEI GIARDINI

Cadeva a sprazzi sopra i tronchi annosi,
la luce calda di mattini estivi.
Nascosto dentro al verde delle foglie,
un cinguettare garrulo, incessante,
si mescolava al suono delle onde
disperse nel bagliore della ghiaia.
Vagavano nell’aria mille voci,
ed era tutto un manto di colori.
Giocava il nonno assieme al nipotino
Nell’intrecciarsi tenero di siepi,
nel volteggiare lento di altalene,
nel rimbalzar fugace di un pallone.
Rideva il nipotino e quel sorriso,
negli occhi di quel nonno riluceva
e il crine bianco a un tratto scompariva.
Passarono tra i rami dei giardini,
le ore, i giorni e il susseguir degli anni.
Siede quel nonno sopra una panchina
di fronte al dondolar delle altalene,
ma dentro agli occhi orami più non sorride.
La neve dei capelli è già più bianca
e sopra al cuore forse gli è discesa.
Ragazzo che ti immergi nella vita,
nelle tue corse folli sulle strade,
nelle serate in compagnia di amici,
un attimo soffermati a pensare
a chi ti fu compagno ai primi giochi,
a chi trascorre il tempo ad aspettare.
Ritorna un solo istante in quei giardini
e sopra quei capelli e quelle mani,
deponi un bacio e poi, corri lontano.
Un attimo soltanto, perché i nonni,
ti danno un bene grande come il mare,
ma a te, chiedono solo qualche goccia.