Estratto dall’opera “Prossima fermata: Paradiso”,
Aurelia Alberton, Edizioni Tracce 2008
Capitolo II
La signora Fresneda aveva appena terminato la propria giornata lavorativa e me ne restai solo, per qualche ora, gironzolando tra il refettorio e il salottino d’intrattenimento. C’erano pensionanti che andavano e venivano per i fatti loro, completamente indifferenti e noncuranti della mia presenza; sembrava fossero forzatamente cieche nei miei confronti e non riuscissero nemmeno a vedermi. Per il momento, dunque, non c’era nessun pericolo che si avverassero le scene temute da Eva prima di affidarmi la camera, ovvero possibili reazioni scatenate da un intruso di sesso maschile all’interno del pensionato. La freddezza e l’indifferenza delle signorine presenti erano, ai miei occhi, di gran lunga più irritanti di qualsiasi reazione di sdegno o sospetto. Nemmeno un minimo segnale di curiosità sapevo suscitare, in quel cast femminile! Nemmeno un barlume di timore o rabbia come presunto abusivo di sesso maschile. Ciò non era qualcosa d’usuale per me un tempo, nel mio luogo di provenienza. Un attimo dopo scacciai quei pensieri, sentendomi di colpo quasi mortificato da quell’impeto di vanagloria narcisista. In fondo, per delle donne abituate a vivere in uno strano ostello dove ai giorni nostri le visite maschili sono quasi vietate, oltretutto forzatamente fuggite da un focolare familiare tutt’altro che armonioso, probabilmente il massimo insegnamento di vita è stato ignorare l’esistenza d’individui di sesso opposto. C’era addirittura qualcosa in comune tra me e queste estranee, mi passò per la mente mentre i miei occhi si rallegravano guardando il grande cortile oltre la vetrata; sia io che loro ci trovavamo in questa città per forza di cose, sia io che loro eravamo dei fuggiaschi, fuggiti da una situazione insostenibile, da un così chiamato “passato ingrato”. Visto che non potevo nemmeno azzardare due parole con nessuna delle presenti, mi sedetti sul grande divano in stile antico che si trovava a pochi metri dalla saletta. L’immensa vetrata che fungeva da finestra in quel mio angolo prediletto dava direttamente sul cortile della chiesa; mi abbandonai a una sensazione che soltanto la natura intatta, incontaminata, aveva sempre saputo destare in me, felice di pensare che mi era stato possibile riaccendere quella sensazione anche così lontano da casa, in una città come Zurigo. Una pensionante si era seduta al pianoforte, strimpellando qua e là alcune note un po’ stridule. Mi frugai nelle tasche per accertarmi che ci fosse ancora la chiave della stanza di Sara, consegnatami dalla signora Fresneda.
La camera era piccola e modesta, come l’aveva descritta Eva; l’intero arredamento consisteva di un letto, una scrivania, due sedie e una specie di armadio che fungeva da libreria. Sulla scrivania di legno c’era un computer portatile, e nell’angolo un piccolo minibar, che Sara tanto gentilmente mi aveva permesso di usare. Sul comodino accanto a letto c’era una strana lampada dai colori sgargianti con stelle, mezzelune e fiori intagliati che s’illuminava grazie ad una candela al suo interno, in stile tipicamente orientale, espandendo una luce di tonalità solare. Intorno alla lampada erano raccolte delle conchiglie d’ogni forma e colore, vere e proprie conchiglie d’alta marea, alcune color dell’avorio, altre con stupende striature rosso-terra. Il tutto mi fece pensare a paesaggi mediterranei, ondate selvagge e impetuose, sole e sabbia.
L’armadietto adibito a piccola libreria accoglieva libri d’ogni genere: narrativa e letteratura di lingua italiana, tedesca e inglese, libri di grammatica tedesca e francese, enciclopedie in italiano, libri di storia e geografia; per mia enorme sorpresa, vi trovai persino due libri di studio sul conflitto tra Israele e Palestina, sull’evolvere della situazione nel corso della storia (una specie di analisi storica del conflitto dalla guerra del 1948 ad oggi). Uno dei due portava il titolo “La fondazione dello Stato d’Israele”. Altri volumi, più che altro di narrativa, erano disordinatamente raccolti su una sedia e sul letto, insieme ad alcune cartellette strapiene di fogli; mi chiesi se queste fossero ancora dei tempi in cui Sara studiava.
Quel po’ di disordine che vi regnava non disturbava nemmeno troppo l’atmosfera del locale, anzi, lo faceva apparire la stanza di uno studioso perso nelle proprie ricerche, una sorta d’intellettuale un po’ artista e disordinato; erano soltanto i vari prodotti di cosmetica accanto allo specchietto del lavandino a smascherare l’appartenenza al gentil sesso di quell’artista. Con l’intenzione di sdraiarmi e riposare un momento, mi apprestai a spostare dal letto alcuni libri e cartellette. Volevo trattare con la dovuta cura quei gioielli di Sara, ma nella stanza c’era così poco spazio che non sapevo dove avrei potuto mettere quei tesori. Poi riuscii ad infilare tutti i libri nell’armadietto e tentai d’infilarvi anche le due cartellette; nel forzare un po’ la mano, quella scura mi scivolò sul pavimento e ne fuoriuscirono dei manoscritti. Mi apprestai e raccoglierla e a rimettere in ordine le pagine disperse, ma le scritte sul primo foglio erano ampie, fatte con pennarello nero a punta fine, in corsivo e in caratteri bizzarri, così che i miei occhi furono subito catturati da quelle parole:
“Nessuno lo capiva. Nessuno lo sapeva minimamente capire, mai…. Forse soltanto io quel po’ che bastava. Quel po’ che bastava per destare in lui quel lato caratteriale dolce, caloroso e spiritoso nel senso migliore, a volte irresistibilmente caldo come la sua pelle, che già appena sfiorata riflette il sole della sua dorata abbronzatura, infiltrando quel calore nell’anima e nel cuore di chi la sfiora. Quella parte di lui così benevole, positiva. Benevole. Chi avrebbe mai usato un tale aggettivo per descrivere lui? A nessuno, a parte me, interessava tentare di capirlo. Lui già allora non poteva essere quel poco di buono che molti credevano. O altrimenti come avrebbe potuto farmi tanto del bene? Come avrebbe potuto e voluto sprecarsi a darmi il suo aiuto? In fondo, chi ero mai io per lui? Non eravamo in nessun legame diretto, tanto meno sentimentale. Perché all’inizio…. All’inizio quei sentimenti non erano stati per niente istigati, come molti invece pensavano…. Quei miei sentimenti tanto profondi quanto irrazionali erano cresciuti spontaneamente, viscerali e genuini, di mia sola iniziativa, senza che lui avesse tentato di suscitarli. Sembrava onestamente meravigliato quando per la prima volta si era vagamente accorto che provassi qualcosa per lui. Perché altrimenti, se non per bontà d’animo, avrebbe voluto ridarmi tutto il mio potenziale represso, la mia vera e lontana identità? Nel corso della mia esistenza lui è stato il mio grande asso nella manica, un impareggiabile asso di cuori – la mia vera fonte di speranza”.
La parola “asso di cuori” era messa in rilievo, scritta con matita verde colorata al centro della pagina come il fulcro di tutte quelle frasi. In fondo alla pagina vidi una data in caratteri minuscoli: 21 gennaio 2003. Quei contenuti avevano destato in me pensieri e supposizioni; per un attimo mi sentii scaldare il cuore verso quest’uomo che Sara descriveva come incompreso da tutti, provai addirittura un po’ di pena per lui. Ma mi chiesi anche sistematicamente perché lo definissero un simile misto di angelo e diavolo, chi fosse e cosa avesse avuto a che fare con lei. La stessa autrice di quei manoscritti non lasciava nemmeno trapelare il nome di costui, che descriveva come qualcuno di così importante. Trovai la cosa illogica, ma poi mi parve di capire: la cosa era davvero importante e, specialmente, personale per Sara. Anche se non poteva sapere che qualcuno avesse per caso potuto leggere quelle righe, questo lui la toccava talmente nel profondo che il suo nome le risultava troppo prezioso per essere citato. Rimisi la pagina al proprio posto. C’era uno spazio vuoto dove Sara aveva scarabocchiato con la stessa matita verde delle stelle e dei fiori, e un cuore al centro della pagina. Non riuscivo a capire come quest’individuo avesse potuto far perdere a Sara la testa in quel modo; dalla descrizione di Eva potevo riconoscere in lei una ragazza che delle faccende private fa volentieri un mistero, ma che comunque qui non riceve mai…visite di uomini – riservata, seria ed introversa. E poi c’era un’altra cosa riguardo a questo tipo che non mi quadrava, o meglio, che proprio non avevo capito: cos’era questo fantomatico luogo di provenienza che Sara nel suo scritto chiamava “Paradiso”? Era un’altra fantasticheria? La gentile creatura che abita qui dentro ama davvero tanto parlare in indovinelli?
Improvvisamente mi sentii colpevole di violare l’intimità di una persona, e ricordandomi l’attuale precaria situazione di Sara mi sembrava alquanto meschino sbirciare tra le sue carte, per quanto quasi involontaria la cosa potesse essere. Mi chinai per raccogliere anche i fogli restanti e sentii tra le dita qualcosa di spesso e molto ruvido, un po’ spiegazzato, che riconobbi subito in una cartina geografica dello Stato d’Israele, tutta sgualcita e segnata dal tempo. Non so quante primavere avesse già visto quella carta; non ne trovai un anno di pubblicazione, ma dalla grafica e dai segni del tempo pensai risalisse ancora agli anni Settanta, persino ai primi…. A circa trent’anni fa. Era interamente scritta in inglese, evidentemente destinata ai molti turisti o pellegrini che si recavano in quella terra. Lessi in enormi caratteri in stampatello “ISRAEL map of communication, 5th editino” e poi via via, sempre più in piccolo “compiled, drawn, and published by ZVI Friedlander Haifa – Kiryat Haim”. Mi chiesi dove e quando Sara avesse potuto metter mano su un simile “reperto storico”. Era forse stata stampata ai tempi della fondazione dell’OLP? O forse prima ancora? Tutte queste domande mi frullavano per la mente, trattandosi di una realtà tanto vicina alla mia, e le mani iniziarono per un attimo a tremarmi, scioccamente. Mi chiesi chi l’avesse sfogliata e tenuta in mano prima di me e Sara, in quante mani fosse passata….. Quale viaggio in aereo l’avesse trasportata in Svizzera. I miei occhi avevano attraversato quasi l’intero territorio seguendo un po’ disordinatamente le coordinate, ed ora erano giunti sulla distesa del Negev, scorgendone le dune sabbiose tra le pieghe ondeggianti in quel punto della carta: una carovana di pensieri aveva iniziato a girare in tondo nella mia mente, come un’orientaleggiante melodia ossessiva.