Angelo Cohelet

15 / 2 / ’86

E non vi passi per la testa
che voglia imitare quel noto scrittore.
Ma è successo proprio così.
Incerto tra la figa e i cavalli
scelgo la prima
e mi ficco su per una scala
a suonare a una porta
pronto a rispondere
già tutto eccitato
a un modulato chi è

Mi apre e subito fa
che bello vieni a salutare mio marito
di là.

Che bello e mi scucchio
mezz’ora di calda e simpatica
conversazione

  • compresi gli ultimi temi sindacali  –

(il marito è un impegnato
nel sindacato
in compenso ne fa un po’ poche
e c’è spazio per l’alternativa).

 

Appena è possibile smetto
(che bella rimpatriata, come
ai vecchi tempi , e occhieggio
intanto
il culo bello tondo della padrona
rimandato a data da destinarsi)
poi schizzo giù per le scale
deciso
ad escludere Blomette

  • non ama il terreno allentato  –

Attento parte troppo penalizzato
e Cent è solo un bluff
soiocosacivuole…

 

Ma è tardi alla sala corse

  • con annesso bar per il gioco clandestino  –

mi dicono mi spiace
“Si figuri a me : sentivo che ci stava”

 

Sul ritorno mi attacco due
o tre volte alla bottiglia

  • son già più allegro  –

e mentre rimonto di lato
una pigra colonna di auto,
incoccio in una pattuglia
della stradal polizia.

E giù di nuovo la solita solfa
Medico - visita urgente
e poi che volete lavoriamo
dalla stessa parte – sorpresa della
controparte – sì , spiegazione -
faccio il medico delle patrie galere
ecco qua il tesserino
ah … beh … allora…

E l’indomani la tris la pagano
duecentottantamila lire
e naturalmente
l’avevo azzeccata.

Dovrei arrabbiarmi,
perché non mi arrabbio? Che strano…
me ne vado dall’ebreo
e investo metà dell’ultimo gruzzolo
in quattro bei libri di castronerie
del Papini
e in due orchidee
a due indirizzi diversi !
siamo fatto ben di corpo
e di intelletto !

 

Ricordo nelle sere d’estate, dietro i vetri della finestra della cucina,a Grignasco, guardavo il sole rosseggiante tramontare dietro la “montagna con la gobba”, come la chiamava mia nonna.
E proprio il fatto che lei l’avesse battezzata così – chissà poi come si chiamava! – me la faceva immaginare vecchissima. E saggia, in qualche modo. Depositaria dei segreti del sole che, tramontando, certo si lasciava andare a qualche confidenza, come me, quando la mamma mi metteva a letto e rimboccava le coperte.

Proprio lì dietro il sole moriva d’estate, lasciando strie di vapori rossastri.

   C’è una montagna con la gobba in ognuno di noi, ricetto delle malinconie e dei ricordi, favoriti dalla sera, fonte di fantasticheria per la notte.

 

Alla montagna con la gobba

Còricati adagio dietro la montagna
con la gobba, sole, che sei stanco
di un’altra giornata affannosa,
piena di minuzie gigantesche
e di lampi radi di realtà.

 

Adagio tìrati le coltri delle nubi
a coprire il tuo sonno ed a lasciare
la terra il mondo noi , me soprattutto
a contendere all’animo meschino
briciole e sprazzi di luce divina.

Pasqua 1986

 

Dietro il davanzale

Dietro il davanzale che di gerani
è colmo, occhieggia un viso mesto, rughe
dolenti lo solcano, e riparato
da quello scudo fiorito e ombreggiato
col muro si confonde.

 

Segue con lo sguardo i bimbi, le mani
protese si rincorrono, le fughe
gioiose, i gridi e il ritmico ansimare.
E il sole cala e lumeggia le chiare
tegole dei tetti.

Ora che l’esistenza s’è ridotta
a quotidiana lotta ai suoi dolori
questi momenti guata, mentre annotta,
riparata dai fiori.

1981

 

Pensando a un amico suicida

il giorno del suo compleanno
Non hai voluto lasciare
che decidesse il destino;
come un soldato che fugge
sei corso incontro alla morte.

1982

 

Scendiamo

Scendiamo anche oggi dai nostri destrieri,
ricoperti di sudore e di sangue;
scrolliamo la corazza barbagliante
ed il cimiero che incute terrore!

Abbiamo vinciuto una grande battaglia
un’altra più grande attende domani.

Possiamo dormire tranquilli stanotte,
il mondo plaudente è lì fuori che aspetta;
e quella vecchietta che ho visto stasera
guardar con la morte negli occhi, non c’era.

E fino a domani noi siamo immortali.
1983

 

Al mercato di Porta Palazzo

Mammelle flosce
cadenti cosce:
passano grappoli
d’umanità.

Corre un bambino,
calcia il barattolo,
schiocca lo schiaffo,
“no, non si fa!”

Marcia la gravida
col feto avanti,
fende la folla
tronfia matrona

dietro il marito,
le borse a mazzo:
solo stavolta
porta la sporta.

La donna in nero
tutta velata
con la sottana
striscia la strada.

Roco s’innalza
grido verace
“qui si regala,
donne , comprate!”

Mammelle flosce
cadenti cosce
passano grappoli d’umanità…

1982

Il 1° ottobre 1977, durante un corteo della sinistra extraparlamentare a Torino, venivano lanciate decine di bottiglie incendiarie dentro un bar sotto i portici di Via Po, l’Angelo azzurro, accusato di essere “un covo fascista”. Un ragazzo di 20 anni, Roberto Crescenzio, impaurito dalla folla, si rifugiò nella toilette e rimase gravemente ustionato.
Morì due giorni dopo.

Il “movimento” parlò di “tragico errore”.

 

Angelo azzurro

1977

Ma quello che ricordo più di tutto
sono le tue sopracciglia riarse.
Invece dei capelli, fuliggine nera.

Camminavi come un automa
uscendo dall’inferno ruggente
di un bar dal nome sognante.

Angelo azzurro che ora volteggi
in paradiso – se ci credi al paradiso-
o mucchio di cenere fumante
corroso dal tempo sottoterra,

sul tuo pube devastato su cui misi il fazzoletto,
sulla pelle che si staccava a brandelli
seduto immoto sulla seggiola del bar di fronte,
è naufragato un ideale – cento, mille sogni –
il mio sogno!
è diventato un incubo dolente

e cento fotogrammi spezzettati
sanciscono su quel selciato
la fine del sessantotto.

4/ 1988

Confessione
( sei movimenti sulla vita )

Avevo paura di affrontare la vita
per questo temevo la morte

E una mano ghiacciata mi afferrava la gola
un’altra m’attanagliava nel petto

Ed allora saltai, come la paura
del fuoco vince
quella del vuoto,
e speri di centrare il telone,
là sotto.

Mi misi davanti
al foglio bianco
e cercai di non scappare,
di incanalare
quel palpitare del cuore
quel corto respiro affannoso
quel tremito
quel male oscuro,
in versi.

E rividi mio padre

  • le mani attanagliate sulla fronte  –

bianche le nocche per lo sforzo
gli occhi umidi
e il groppo in gola.
E le pastiglie
le visite dal neurologo
la voce lacrimosa
l’inerzia della fine che ti avanza dentro.

Si sgretolava quel gran monumento
granitico fino allora.

C’era a Porta Palazzo
in mezzo ai libri vecchi di una bancarella,
in una custodia in similpelle,
coi ricordi d’infanzia
e le lettere di Natale dei figli,
la lettera d’addio
del padre suicida
che s’interrompe ad un tratto…
Ce l’avrà poi fatta a farla finita?

Canto l’enormità della paura,
l’abisso della malinconia
la sottile tortura dell’angoscia
e il perenne agitarsi dell’inquieto,

e come l’uomo possa esser grande
anche se immerso dentro al suo terrore.

 

Elegia

Piena di digitale purpurea
Spasimando incosciente
Sei passata alla morte
Come fosse una cosa da nulla.

Ora che ti ripenso
Risento il tuo fresco sorriso
Forse rivedo il tuo viso
Ricordo non so  più neanch’io 
cosa.

scritta in un’osteria lungo il Po

 

Guardia medica

Mi han chiamato,
le sette e mezzo,
c’è da constatare un decesso;
accidenti
proprio adesso
che devo andare
a mangiare.

Vado, di malavoglia,
vedo la pantera
entro nel portone
stringo la ringhiera
salgo per le scale
ad ogni piano più gente
ed infine al sesto
ecco il commissario.

Entro, mi guardo intorno
(ma dove sarà ficcato?)
vedo una che piange
un’altra che la sorregge.

Poi mi apron le porte,
entro in una topaia
c’è un gran letto in centro
pieno di vomito blu.

Il morto è là per terra
solo con le mutande,
un poliziotto mi porge
la carta d’identità.
Scrivo nome e cognome.
Ha la mia stessa età.

Esco (largo, è il dottore!)
la gente mi si apre davanti
una donna dice
”come è giovane” ed io
non so se lo dica
a me
o all’altro là dietro.

1978

 

Sotto la panca crepa

(La spagnola)

Dall’ottobre 1918 e per tutto il 1919 una terribile epidemia attraversò e sconvolse il mondo intero provocando la morte di almeno 50 milioni di persone.
Il mondo – e soprattutto l’Europa -  stava allora uscendo da un’altra immane tragedia: la I° guerra mondiale. Carneficina mai vista – solo i morti furono più di 7 milioni – era stata altresì caratterizzata da sofferenze inaudite da parte della popolazione civile oltre che dei soldati al fronte.
La chiamarono “spagnola” perché le autorità spagnole furono le prime ad ammettere ufficialmente il morbo.
Fu la pandemia più terribile dopo quella  della “Morte Nera” del medioevo; per mesi molti temettero che essa avrebbe distrutto per intero la nostra civiltà.

Colpiva tutti, anche i giovani, e soprattutto i giovani ne morivano, tra delirio e febbre altissima.
La medicina era impotente ed anche oggi nessuno è riuscito a rintracciare e  a identificare il virus responsabile.
La caratteristica  più sconcertante della epidemia fu infatti la sua labilità.
Una volta passata, e devastato che ebbe tutto il mondo, non ne rimase alcuna traccia, alcun focolaio, neppure nei tessuti conservati nei laboratori o riesumati da cadaveri congelati.
E neppure nella coscienza della gente.
Ognuno di noi ha un nonno o un parente che fu colpito dalla spagnola; quasi tutti i cimiteri recano tracce di precipitosi ampliamenti in quel periodo.
Ma di una pandemia che interessò più di un miliardo di uomini – metà della popolazione del globo – già pochi anni dopo non rimanevano che labili tracce nella memoria collettiva. Tracce destinate a perdersi del tutto nel bagno di sangue della II° guerra mondiale.

Restano le domande degli studiosi: che virus era e dove è finito dopo il 1919?
Afferma Sir Christopher Andrews, l’unico membro sopravvissuto  della spedizione scientifica che nel 1951 riesumò i cadaveri di alcuni eschimesi morti di spagnola e rimasti ibernati per 33 anni, senza peraltro aver ritrovato traccia del virus : “…Sono portato a credere che il virus abbia una sua vita latente… che esso persista in una data area del mondo senza uscire allo scoperto… restando tuttavia in grado di diventare attivo ed epidemico al momento opportuno…”

 

This is the way the world ends

not with a bang but with a wimper
T.S. Eliot

 

Sotto la panca crepa

Abbiamo abbandonato ogni passato, ogni certezza,
o almeno lo crediamo,
illusi ebbri di ideologie
urlanti per viali alberati
di rosse bandiere
di canti
di voci all’unisono.

Note asfittiche si isolano dallo sfondo
pergamenaceo.

Pandemia: l’orribile mostro  quiescente,
attende acquattato nel fango.
Tombe aggettanti sul mare di Stromboli
indicano al pescatore, al largo,
la via della morte nell’anno
millenovecentodiciannove.

E ci diciamo immortali
stecchiti in un sogno salato
surgelati in sacchetti monouso
affumicati, 
compressi da un ruolo.

S’alligna il virus suino
continuamente mutante
attende il momento cruciale…
Si avvolge a spirale
sulle testate
nucleari, rese
impotenti dall’assenza di artificieri:
DEFUNTI !

Non è la peste nera
                             non è l’olocausto finale
                                                  non è la fine del mondo:

Semplicemente il redde rationem
del virus – GEROBOAMO –
che
abbiamo esorcizzato con una sigla.
                                   INVANO !

Continuiamo a lottare da titani
per le spoglie di una formica
o la carica di direttore della casa di riposo:
Lanzillotti aspetta col suo
pungiglione avvelenato
la fine della stirpe.

1984

 

Ricerca spasmodica di lasciare traccia

Graffiti sulle colonne romane,
incisioni sui banchi di scuola,
chiavate con l’angoscia dentro,
ferite alle persone più care.
Agitarsi confuso di ombre
che vendono comprano scambiano
favori. Conferenze sull’aria fritta,
adunate oceaniche,
molotof nel tascapane.

EXEGI MONUMENTUM
- e giù una sprangata –
AERE PERENNIUS
- e ti frego il posto in consiglio comunale.

E gli onesti sono un branco di stronzi
e i furbi anche
e nessuno lascia traccia.

L’ignota sentinella
che svegliò il villaggio
e fu sgozzata,
non durò lo spazio di un anno
nel ricordo dei suoi,
                        ma le mura dei
tremebondi abitanti
ancora svettano
e offrono ricetto – dopo un
buon pranzo nel ristorante
tipico medioevale –
a una bella pisciata liberatoria.

Diedi un calcio nel millenovecentosettantuno
nel porto di Patrasso, un dì d’agosto,
a un sasso, che chiedeva solo
di essere lasciato in pace
a campare
al sole,
invece con una breve corsa è finito
nell’acqua – sporca di bitume e rifiuti –
incastonandosi sul fondo melmoso
da cui più non lo sposterà nessuno.

Anch’io ho fatto la mia parte!

1986

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Poesie
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