L’incomunicabilità
L'incomunicabilità o la solitudine metafisica del soggetto, sono temi onnipresenti di questo secolo. Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo, ma l'alienazione, l'assurdo e l'inettitudine che dominano il panorama di una società in decadenza, incapace di costruire e di proporre dei valori, mi hanno posto talvolta come coscienza giudicante, spettatrice ironicamente distaccata, talvolta provocatoria, talvolta a rispondere con il silenzio oppure con la decostruzione.
La realtà del nostro secolo è varia, caotica, confusa. Frastorna l'uomo con un mosaico infinito di possibilità mentali e si reagisce a questa situazione con il disorientamento, la solitudine che deriva dal non riuscire a ricostruire i frammenti impazziti della propria interiorità.
E' inevitabile, ad una relativa incomunicabilità dobbiamo rassegnarci. Ma possiamo comunque ingenuamente affidare i nostri sogni a immagini piacevoli, coinvolgenti che possano ricreare nella mente altre realtà. Ma credo sia un limite contro il quale non possiamo lottare.
Forse ha senso solamente conquistare un relativo piccolissimo spazio di comunicazione. Si può ipotizzare una scelta tra le molteplici realtà e questa scelta è necessaria per individuare e rappresentare la personalità di chi la esprime. In realtà non rappresentiamo il mondo, rappresentiamo noi stessi.
Il passo dall'incomunicabilità all'invisibilità è breve. Accade quando meno ce lo aspettiamo e quel piccolissimo spazio di comunicazione che avevamo creato, scompare per fare posto ad un muro fra noi e gli altri.
Quando mi è capitato, ho reagito con il silenzio, silenzio che mi ha permesso di guardare gli altri senza emozioni e vederli in modo distaccato, per quello che erano veramente e non come i miei occhi,carichi di sentimenti, li avevano trasformati.
Mi sono chiesta: la conoscenza autentica deve passare necessariamente attraverso la ragione perchè l'emotività distorce il nostro giudizio? Bisogna diventare invisibili per guardare davvero il mondo com'è realmente?
Gli ostacoli
Alle volte incontriamo persone nella nostra vita e subito ci rendiamo conto che loro dovevano essere lì....per percorrere con noi un tratto del nostro cammino.
Noi non sappiamo mai chi potrebbero essere queste persone, ma quando i nostri occhi si incontrano con i loro occhi, in quel momento siamo certi che esse avranno un effetto molto profondo nella nostra esistenza .
E alle volte ci succedono cose tremende, dolorose e ingiuste, ma se ci riflettiamo, comprendiamo che se non avessimo superato quegli ostacoli, non avremmo potuto dar valore alla nostra forza, alla volontà ed al cuore.
Niente capita per caso: malattie, amori, momenti perduti di grandezza o di stupidità accadono per provare i limiti della nostra anima. Senza queste prove, la vita sarebbe una strada lineare, piatta e liscia verso nessuna meta. Sarebbe sicura e confortevole, ma noiosa e senza uno scopo. I successi e i fallimenti provano chi siamo e le esperienze negative hanno sempre qualcosa da insegnarci, probabilmente sono le più importanti.
Per questo perdoniamo a chi ci ha fatto del male, perchè ci ha aiutato a capire che dobbiamo stare attenti quando apriamo il nostro cuore a qualcuno. E amiamo incondizionatamente chi ci ama perchè ci insegna ad amare e a guardare le piccole cose, ad apprezzare ogni momento perchè non si ripeterà mai più.
Crediamo ,quindi, in noi stessi e ripetiamoci che siamo "una grande persona", perchè se noi non crediamo in noi stessi, nessuno crederà in noi. Crediamo nella nostra vita e soprattutto corriamo a viverla!!!
Il dialogo
Quanti di voi ricordano i pensieri dell’infanzia, le riflessioni, i perché della vita, i desideri, i sogni. Quanti ricordano il mondo visto dal basso della statura infantile verso il mondo alto dei grandi, con tutto ciò che voleva significare. Il tempo che sembrava non scorrere mai e i momenti felici consumarsi in un attimo. Spesso i bambini si sentono lontani dal mondo dei grandi che appare quasi inaccessibile. Il linguaggio degli adulti così diverso dal loro, sembra incomprensibile. Talvolta accade che i bambini si inventano amici immaginari, questi compagni di gioco invisibili ,tengono loro compagnia, spesso li consolano, li ascoltano, danno conforto, un dialogo immaginario, ma reale allo stesso tempo. Quanti ricordano di avere affidato i propri segreti, pene, ansie, timori a un orsacchiotto di peluche od a una bambola, pensando che in fondo solo loro potevano comprenderli e aiutarli.
Quando si parla con qualcuno capita di sentirci più sollevati, leggeri; parlare aiuta a formulare meglio i pensieri, a chiarire le idee, e spesso arrivano inaspettate risposte che neppure pensavamo di possedere.
Il parlare solitario dei bambini, una sorta di auto dialogo, può avvenire anche nell’età adulta. Possiamo recuperare la capacità di dialogare con noi stessi, liberandoci però dai labirinti mentali, dagli schemi che ci limitano, rendendoci a volte un po’ cinici, ricontattando la vitalità delle sensazioni della nostra infanzia; recuperare così il coraggio dei sentimenti, quando l’amicizia era per sempre, l’amore la grande conquista della vita, e le promesse erano importanti da mantenere. Credo, che in questo consista il dialogare con la propria anima.
Possiamo rintracciare nel libro della nostra memoria, il volto di una persona gentile che ci ha incoraggiato, un abbraccio improvviso di un amico, un regalo inaspettato, uno sguardo amorevole, una parola rassicurante, forse anche nei ricordi infantili più dolorosi esistono momenti di gioia.
Come direbbe Thich Nhat Hanh (monaco buddista vietnamita, autore di libri famosi, come Essere pace, Spegni il fuoco della rabbia) anziché annaffiare i semi della rabbia, della delusione, dello sconforto, del dolore, innaffiamo i semi della gioia, della pace, della fiducia, della speranza, dell’amore, e prima o poi le piantine fioriranno.
Si può veramente dialogare con noi stessi, in maniera costruttiva, liberandoci dai fiumi dei pensieri spesso inutili, nocivi; per questo la meditazione rappresenta la via per eccellenza per educare la mente al silenzio interiore e lasciar affiorare , attraverso le ispirazioni, le intuizioni, le parti più nobili di noi. Il dialogo, quello non solo con se stessi, ma con il mondo esterno, rappresenta una forma primaria di necessità relazionale e di sviluppo, questo sia in ambito umano che in quello animale e in generale, nel mondo della natura.
In questa visione possiamo dunque vedere il "dialogo" come una forma di auto realizzazione. Dialogo inteso non solo interiore, ma quello scambio comunicativo che ci rapporta con gli altri, in una distanza relazionale basata sul rispetto reciproco e libertà di espressione. Dialogare non è parlare addosso all’altro, non è imposizione, può avvenire anche nel silenzio purchè ci sia spazio per la voce del cuore, per la comprensione autentica, si può dialogare attraverso gli sguardi, anche con i gesti, ma sempre in sintonia con il sentire profondo.
Il bene e il male
Da sempre questi due concetti antitetici hanno guidato la vita spirituale e sociale dell'uomo , ma se li esaminiamo cercandone le vere radici, ci accorgiamo che forse il Bene ed il Male non esistono, almeno riferendoci al significato che siamo soliti attribuirgli.
Dall’analisi di due “forze” opposte e differenti tra loro, ma allo stesso tempo dipendenti l’una dall’altra, deriva il concetto proprio delle filosofie orientali, dello Yin Yang, di tutte quelle tradizioni che riconoscono nella dualità la scintilla stessa della vita. Se riflettiamo, infatti, non avrebbe senso il Bene senza il Male, entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro per poter esistere e per poter dare un senso a tutte le cose.
Bene e Male sono quindi espressione esteriore di verità più profonde che ci accompagnano fin dalla notte dei tempi, indicano lo stretto connubio tra spirito e materia, anima e corpo, uomo e donna; rappresentano l’energia stessa che pervade l’universo nei suoi aspetti maschile e femminile, l’aspetto che feconda e quello che genera.
Presso i Maya erano il giorno e il tramonto e venivano rappresentati, il Bene con gli occhi aperti e il Male con gli occhi chiusi.
Nella letteratura, a partire dalle fiabe, c'è un'eterna lotta tra questi due schieramenti , Bene e Male sono divisi col coltello, per ragioni di trama e anche come significato 'allegorico': soprattutto nella cultura occidentale, le figure negative restano tali fino alla fine della storia, non si riscattano mai. Al contrario nelle culture africane e orientali c'è sempre una possibilità per il Male di riscattarsi e diventare Bene.
Il Bene e il Male fanno profondamente parte del nostro vissuto e ci sembrerebbe sciocco negarne l'esistenza che non è affatto divisa così nettamente, esistono moltissime sfumature tra qualcosa sicuramente "bene" e un'altra sicuramente "male"; e quasi mai è facile distinguere una sfumatura dall'altra. Ma non ci vuole molto a "dimostrare" che il bene e il male sono concetti relativi e quindi, dobbiamo concludere che la distinzione fra bene e male è un fatto culturale, una regola che si "apprende" crescendo, una norma derivante dall'accumulo delle esperienze, una distinzione che ha fatto l'Uomo in base a certe sue necessità.
Uccidere di solito lo mettiamo nella lista del "male"; ma se uccidiamo in guerra, siamo eroi e quindi uccidere diventa "bene".
Gli esempi relativistici sono infiniti, ma il punto è capire che il Bene e il Male sono legati ai tempi (una volta maltrattare un cane era impunito, oggi si rischia la galera), alla geografia e alla cultura (nei paesi con una forte religiosità si tende a identificare il bene con la fede e il male con l'ateismo).
Per questi motivi, e ce ne sono altri, credere di sapere cos'è il Bene e cos'è il Male è una pia illusione?
E’ forse questo relativismo che conduce la nostra società a vivere all’ombra di valori etici provvisori?