Amalia De Luca

Presentazione di Pietro Mazzamuto a Radere Litora

La silloge che abbiamo l’onore di presentare, diciamo subito, in apertura, come suo connotato di fondo, è attraversata da una palese articolata sofferenza, che rimanda alla condizione di tutto l’uomo contemporaneo, se appare chiaro l’itinerario storico della poetessa, che sembra indicarne nella seconda guerra mondiale il terminus a quo(vedi la lirica ANNO 1943)e se appare altrettanto chiaro che esso sia tutt’uno con l’itinerario tematico e fantastico del libro.
Ora, se la poesia è pur sempre anche frutto dell’intelligenza, che osserva e giudica il mondo, nell’atto stesso in cui la fantasia lo trasfigura e lo rappresenta(diceva un abate del ‘700 essere la poesia nient’altro che sogno fatto in presenza della ragione), tale sofferenza e il suo percorso di liberazione portano dritto a una filosofia che, considerata tale premessa, non può non essere di tipo esistenzialistico(il dolore di esistere, in IL FOGLIO BIANCO) tanto l’angoscia che vi si legge, se è lecito questo accostamento, sembra incardinata in una vera e propria dialettica, per intenderci più da Adorno che da Hegel, più da Jaspers che

da Sartre, perché, per un verso, scissa e tormentata(vedi il ,  ,“lacerato dalle contraddizioni”di IL FOGLIO BIANCO) per altro verso non priva di una palese, ora debole, ora forte, tendenza a sciogliersi e a conciliarsi (“accolgo nel cuore/ l’armonia del tuo mistero”in OLTRE IL MURO) Come se non bastasse, da questa falsariga viene fuori il dato strutturale più originale e convincente dell’intera silloge: tale filosofia, di tipo dialettico, in virtù del suo impianto esistenzialistico, non si irrigidisce e non rimane nella sua superiore aristocratica dimensione, ma s’incarna, diviene tutt’uno con l’intero ritmo tematico ed espressivo della scrittura. Ne è tangibile dimostrazione sia certo suo esito ossimorico, che è il dato stilistico più rispondente alla diadicità ed alla triadicità della dialettica, sia certo suo impianto di tipo fenomenologico, di tipo husserliano, se è altrettanto vero che la nostra poetessa, in termini di dinamica strutturale, riesce ad affidare la sua erlebnis al corrispondente fenomenico, che non essere di tipo simbolistico ( quanto dire Baudelaire e Hasserl messi insieme). Molto emblematica appare già la prima lirica, come se vi facesse da prefazione filosofica e da poetica programmatica, Nuovo dualismo, dove non casualmente stanno insieme la “realtà dell’essere” e l’ ”immaginazione”; la “folgorazione”, l’ ”estraneità” e la “coesistenza” sopra tutto “l’appartenenza consapevole del non essere nell’essere”, l’assurdo incommensurabile dell’infinito nel finito”.e sono esiti filosofici- letterari che attraversano tutto il libro. Tale è l’ossimoro delle “parole mai dette mille volte pronunciate” (Comunicazione), della “dissonanza nell’armonia”, nonché della “perfezione distorta” (Ascesa solitaria) del “ nel buio la luce ( La via di Damasco); tale appare il gioco dialettico da antitesi- sintesi “del rovinare della tempesta” che cela “la perfezione della maschera antica” (La Maschera antica), “del foglio bianco lacerato dalle contraddizioni”(Il foglio bianco), “della dolce armonia di suoni sconosciuti” (A Paola), della luce che abbaglia e del buio fitto (Homo Solus)  dell’”acqua stagnante nel mare in tempesta”( La tua nave ), dell’allegra tristezza (Per aspera). Dopo di che diventa lecita un’ulteriore ambientazione storico- filosofica, da segnalare con qualche beneficio dell’inventario, quella che conduce a certa avventura epistemologica, la quale, nel percorso della nostra poetessa, sembra partire da Cartesio (vedi Assi Cartesiani) e da Newton ( vedi la “gravitazione universale” di Non Chiedermi) e giungere ad Einstein ed alla geometria non euclidea e dunque a Bachelard ed alla cultura più scottante e discussa del nostro tempo ( vedi il citato “infinito nel finito” di Nuovo Dualismo ), le “evanescenti sagome danzanti” che vengono “da una fenditura” (Sagome)e lo “spazio” che “si dilata nell’attimo immenso”(Assi Cartesiani), una fantasia tra lirica e scientifica che sembra rinviare alla geometria non euclidea. Dopo di che non sorprende nemmeno che l’intera silloge, in modo sofferto ed emblematico, sia pure attraversata dal tema e dal senso del viaggio, della via, anch’esso concetto esistenzialistico, oltre che evangelico e dantesco ( pensiamo all’”Homo viator” di Gabriel Marcel e ai due cammini del Convivio dantesco modellati su quelli evangelici),dunque realtà-simbolo e come tale una condizione tra fìlosofìca e letterario-religiosa, che si fa persino panteistica, se non è solo l'uomo il protagonista, ma c'è pure la natura: ci sono le cose, ed è tutto un fluire universale («Fiume che scorri in piena... e continui il tuo corso... ti versi nel mare», in Panorama). Ma è sopra tutto il viaggiodell'uomo, dentro la natura e dentro la storia: «E continui il tuo viaggio» (// tenero fiore), «il cammino già impervio... verso l'approdo» (La parola), «Scorre placido il tempo... La tua nave» (La tua nave), «uno sull'altro passaste grani di sabbia» (Transito), lo «scorrere del tempo» e il «faticoso andare» (Nel buio), «Non più correre spazi deserti» (// cerchio), «il cammino dell'amore» (Mongerbino), «la luna naviga» (II rifiuto), «Vagarono a lungo... Nel loro cammino» (La fine), «se vai... galoppano i sogni» (Lungo la spiaggia d'oro), «vai di fiore in fiore» (Di fiore infioro), «errasti» (Dopo la fuga), «ingombri - il cammino» (Non un addio), «se ne va - per sentieri» (Vanitas vanitatum), «Nei deserti cammini cercasti la strada» (Sine tempore). Ma è sopratutto viaggio dell'uomo, come transito dialettico dal negativo al positivo, dalla disperazione alla speranza, dall'odio all'amore, dalla guerra alla pace, dopo di che, per così dire, si parte dalla «dissonanza «amara» di Ascesa solitaria, dal concetto che «Non è che un soffio divento la vita» (// testimone), che gli uomini sono «Teste nel fango» (Non cavalieri rampanti), che «La volontà non da - ragione al sogno» (Occasioni), che «era la guerra» (Anno 1943), che non c'è se non «il dolore di esistere» (II foglio bianco), che «preclusa è la via – sbarrata da ceppi» (Preclusa è la via), che «II sole non sorride» (La tua nave) e si giunge all'abbraccio» (Comunicazione), alla «provvidenza» del fiume (Panorama), all'«infinito silenzio» che accoglie nel suo cuore «l'armonia» del «mistero» (Oltre il muro), alla «rivelazione» «nel mistero squarciato» (La via di Damasco), al «testimone» che fa «continuare il viaggio» (// testimone), al «bastone» e al «fiore - dai petali lievi», anch'essi capaci di aiutare chi cammina (// tenero fiore), allo «slancio dell'essere» (L'innocenza perduta), al «rumore della vita» (Coesistenza), al «canto del vento a primavera» (// viaggio), alla «danza armoniosa delle speranze risorte» (Primo vere), ai «fiori» che «nel deserto nasceranno» (Aspettando Michael), alle «mani» che «si cercano nel girotondo della vita» (Riconciliazione), al «Cristo» che cammina ancora per «le strade di Gerusalemme» (// Calvario), al «cammino dell'a-more» (Mongerbino), al «canto antico - dell'amore» (La sera), al «nuovo palpito di vita» (// tempo), alla «nuova primavera» (Repagula). A questo punto, non possiamo ignorare l'alto tasso di letterarietà che la poetessa, docente di letteratura e appassionata lettrice di autori definiti «amati» (vedi Nota), rende estremamente plausibile, come lo è la strettissima parentela fra il descritto apparato filosofìco-esistenziale e la struttura tematico-stilistica della silloge, e come lo è l'altrettanto stretta parentela fra tutto lo scenario che abbiamo contemplato e la presenza congeniale e contubernale degli autori chiamati a sostegno dell'intera trama fantastica del libro. Sono tutti autori le cui proposte vengono talmente assimilate, quanto dire così innervate nel tessuto interamente improntato dalla poetica in atto della poetessa, da non lasciare traccia alcuna della loro presenza. Basti per tutti il negativo che da leopardiano e montaliano diviene interamente deluchiano, se esso sembra assumere dimensioni per cosi dire trascendentali, per il senso immanente che vi si coglie, quanto dire esistenziale e storico, nel quale si scioglie quanto di trascendente offre il nitore (Ascesa solitaria), «non guardi l'orologio» (.Panorama), «Non è che un soffio di vento» (// testimone), «Non fantasmi i ricordi» (.Coesistenza), «non sai ancora la meta» (// viaggio), «Non silenzio, non sosta» (Homo solus), «il sole non sorride» (La sua nave), «Non oltre le dighe» (.Non oltre le dighe), «Non maledire» (Terremoto in Turchia), «non sai il dolore» (Notte d'inverno), «non trovarono più fiori» (La fine), «non sei presente» (Vento di marzo). Dello stesso Leopardi, non sempre ricordato nelle sue sequenze disperate, come appare dall'«infìnito silenzio» che va a concludersi nell'«armonia» dello stesso «mistero» (Oltre il muro), non si può non menzionare la ricreazione della luna di Canto notturno in Colloqui dove appare rimossa la stessa consapevolezza del vivere umano, per un esito che rinvia alla Ginestra; la reviviscenzadella simbiosi di amore e morte, che conclude Ballatina; il richiamoneoclassico al vivere antico di Praeterita, che fa pensare a Primavera o delle favole antiche. Cosi dello stesso Montale, non sfugge qualche ripresa di congeniali sequenze, magistralmente assorbite e ricreate, tali appaiono gli stilemi come «Tu conosci» di Nuovo dualismo,«che mondi ti schiuda» e «Meglio se il rovinare» di Maschera antica,«varco nel muro» di La via di Damasco, «non chiedermi quando» di //viaggio, l'intera lirica Lungo quel muro. Ne si possono tacere le sol-lecitazioni ancora più congeniali che le vengono dal conterraneoQuasimodo, che le suggerisce il ritmo del tempo («Giorno dopo giorno» di Ascesa solitaria e «Fiume che scorri» di Panorama), le propone il destino e la capacità della parola nuova («La tua parola non èverità», in Parola), le difficoltà del canto («Ora non sappiamo più cantare», in L'innocenza perduta), la metafora naturalistica del finire («unultimo raggio di sole", in Sagome), la risorsa che conta dopo la tempesta («tengo forte la vita», in Oltre le dighe; «le mani si cercano nelgirotondo della vita» in Riconciliazione; l'attenzione alla madre «senzalacrime», in Terremoto in Turchia; la sera che giunge placida e ristoratrice, «giunge la sera» di L'acrobata demente e di La sera). La letterarietà della silloge sollecita e suggerisce altre parentele, le quali, qualunque ne sia la fonte, anche la più autorevole, non sfuggono al potere ricreativo dell'autrice, alla sua capacità di selezione e di assimilazione, così nel dantesco «salire e scendere - scale altrui» (p. 27) e nelpetrarchesco «di pensiero in pensiero» (p. 79), così nel goethiano transito dall'«inferno» all'«armonia delle sfere» (p. 63); nel novalisiano«fiore" (p. 71); nel carducciano «il vento ti racconterà» di p. 19 e inquello di l'-albero antico» di p. 83; nella gozzaniana «nonna» di p. 84.Illustrato il cammino tematico-filosofìco e tematico-esistenziale della silloge e tenuto conto dell'apporto letterario degli autori sopra ricordati, resta da evidenziare, come sede conclusiva di tutto l'iter, la cifra stilistica che tutto assorbe ed esprime, anche sul piano storico.Ora, se sono vere le parentele illustrate, se è convincente il rinvio allatemperie esistenzialistica ed einsteiniana, la quale, mentre riempie diangoscia l'uomo e il mondo, poi non rinunzia ad una terapia, che èantropologica ed è anche fisica (pensiamo all'essere di Jaspers e all'universo chiuso ma illimitato di Einstein), ecco che non manca unapoetica novecentesca di riferimento, capace di consentirci un minimodi ambientazione storico-letteraria. Ed è quello che nasce dal laboratorio lirico di Pavese, la necessità di captare il reale e di offrirlo investe simbolica, un programma che si spande per tutto il secondoNovecento e trova la sua più congeniale e rappresentativa rispostanella ideologia e nella poetica di «Officina», quanto a dire di PisoliniLeonetti e Roversi. A nostro parere, infatti, il realismo simbolico è quello che consente ad Amalia De Luca non solo di ricreare il cammino di sofferenza sua e del mondo, ma anche di aprirsi ad un futuro eudemonistico. Solo che Pavese affida il simbolo al mito (che il let-terato piemontese considera un «vivaio di simboli») e la nostra poetessa non giunge alla parola come a una realtà diversa da quella vissuta, se il suo neosperimentalismo, per dirla alla Pasolini, pur influen-zato da certa sopravvivenza ermetica (vedi le parentele con Montalee Quasimodo), alla fine sembra rispondere alle istanze di un vero e proprio espressionismo, non da ribellione nevrotica, da urlo dell'ani-ma, da empito anarcoide, ma da ricerca sofferta, tormentata autentica di liberazione, liberazione dal male di vivere, un concetto che siaffianca, ormai autorevolmente, a quello tradizionale di libertà di scel-ta (pensiamo sopra tutto a Fichte e all'aut aut di Kirkegaard) e siaggiorna, superando addirittura l'esito esistenzialistico, in quello intuito da Dante e diffuso in questa fine millennio (vedi il pensiero diSen), cosi afflitto ormai da pene individuali e collettive, da optare infavore di una libertà più ampia, più sociale, una libertà di salvezza diredenzione, di emancipazione. E pare senz'altro questa la lezioneche, attraverso gli itinerari fantastici di questa silloge, ci propone lapoetessa, il suo più autentico e conclusivo messaggio.Se poi vogliamo osservare tale esito in un intero montaggio cioè nella dimensione di una sola lirica, mentre non possiamo non ricordare la più tormentata e vissuta lirica autobiografica, che è Pensandoa Rosario, che offre un esemplare leopardiano profondo senso del1 amore perduto, ma rivissuto e in qualche modo pacificato, balzanotra tutte, da un lato, la più rappresentativa dal punto di vista dellaqualità strutturale, di tematica ed esito lirico, che è // Viaggio (p 31)nella quale l'efficace impianto colloquiale è tutt'uno con la stupendasequenza antropico-naturalistica, e l'intero scenario si legge e si godecome un campo lungo musicale e pittorico (il «silenzio» la «voce» il«canto del vento», l'«ultimo raggio di sole», il «chiarore lunare»' il«vascello» e il «suo nocchiero»), senza rinunziare al finale tocco stagionale di una "primavera" aperta a tutte le musiche e a tutte le speranze. Dall'altro la lirica più dotata dal punto di vista del messaggio Ora come allora (p. 56), efficacemente ritmata sull'anafora del "non èpiù tempo", ricca del travaglio filosofico e teologico del nostro tempoè tutta impegnata nel finale messaggio di vita e di pace, nel quale l'individualità esistenziale della poetessa si scioglie quasimodianamentein una felicità più larga e più vera, quella della pace («Ora è tempo di muoversi tra la gente/ di radunare i sani /di urlare la nostra /volontà di vivere,/ la nostra volontà di pace»).


 

Una sorta di cosmogonia carezzata nella purezza della Parola che ricerca l’essenza della Verità. Svelato diario dell’anima ricco di una consuetudine matura con la classicità, espressa mirabilmente anche nelle traduzioni dal greco, la poesia della De Luca, pregna di valori e di senso, evoca e manifesta con discrezione il ciclo di un personalissimo itinerarium mentis in Deum.

Tommaso Romano  


 

Amalia De Luca si conferma figura di straordinario spessore culturale e letterario; traduttrice di lirici greci, autrice della riduzione in versi italiani dell' intera Olimpica 1° di Pindaro, persegue un percorso lirico di raffinatissima trama. In più casi, la critica ha sottolineato le valenze di carattere filosofico che attraversano la sua scrittura, dove la necessità di un pronunciamento interiore si coniuga all'equilibrato rapporto tra il dicibile e l'indicibile per giungere ad una dialettica di eccezionale coinvolgimento emotivo ed intellettuale. E leggendo questa misuratissima silloge si ha l'occasione di ascoltare una voce fortemente indagatoria che poesia dopo poesia accompagna verso quella "magia che resta nella tradizionale accezione di incanto poetico che si compie ancora nel mistero del verso", come ha acutamente scritto Nicola Di Girolamo.
Qui infatti si sovrappongono con armonica sintonia le orme della classicità più alta (come nella fantasia' dal 2° libro dell'Eneide, o nell'interrogazione accorata sul ritorno degli dèi che provocano il pianto) al segno vivo di una poetica della quotidianità di valenza extra ordinaria, che nel profilo di un "... esilio / nel nulla che naviga nell'aria" dona tutto il sortilegio della poesia.

Roberto Rizzoli, da Quaderni di Poesia-Il Calamaio 2004


 

Nota su RADERE LITORA di AMALIA DE LUCA

Ha fatto bene Amalia De Luca a dare alle stampe questo volume di liriche (la sua opera prima) dal titolo “Radere litura”, Palermo, Edizioni Thule, luglio 2002.
Mi sembra infatti di cogliere nell'insieme delle poesie un bisogno pressante di comunicare al fine di entrare in armonia con la natura e con gli altri, in ispecie con i componenti della fragile umanità dolorante.
E certamente la pubblicazione, che è un veicolo importante di comunicazione, non può non dare sbocco a tale urgenza e, soprattutto, non può non aprire strade nuove alla sua fantasia poetica e alla sua grande ansia di ricerca. Il che significa che non è improbabile che la poetessa possa darci a breve altri versi con qualche indizio più marcato di speranza e forse anche con qualche certezza.
Pietro Mazzamuto nella prefazione rileva che la poesia di "Radere litora" è caratterizzata da una sofferenza esistenziale. Effettivamente è così, ma credo che occorre sottolineare che, accanto, emerge una volontà chiara di superamento della crisi esistenziale: Ora è tempo/di muoversi tra la gente/di radunare i sani/ di urlare la nostra/ volontà di vivere,/la nostra volontà di pace. E come si può constatare si tratta di versi forti, di un vero e proprio stato di ribellione al male di vivere di Montaliana memoria. E non una ribellione distruttiva, ma al contrario costruttiva; una ribellione chiaramente positiva.
Anche nella lirica "Il  viaggio" mi sembra che una tale volontà si manifesti. Versi come quelli che seguono sono anch'essi indirizzati alla ricerca di un valore che vada al di là del quotidiano e, per di più, sono versi di alta fattura poetica: Ora nella rete cerchi la verità/ una voce che ti dica la storia/ del vascello e del suo nocchiero:/ non chiedermi quando,/ non chiedermi perché /ascolta il canto del vento/ a primavera.
Ho fatto riferimento alla lirica "Il viaggio" perché nella silloge della De Luca è possibile individuare anche il percorso della sua poesia, che è proprio un viaggio: alla ricerca di se stessa e alla ricerca del senso della vita. Un viaggio condotto con chiarezza di intenti, ma anche con profonda intima sofferenza. Alla base della poesia sta sempre un ragionamento, che spesso
porta ad esiti negativi che il cuore rifiuta, accendendo però quel conflitto interiore dal quale prende le mosse la fantasia poetica. Poesia complessa quella della De Luca, quindi. Ma poesia che approda anche stilisticamente ai nuovi sviluppi del verso tracciati da poeti come Caproni e Luzi.

Dino D’Erice


 

Testimonianza del dr. Franco Piccinelli
Lettera all’autore
A. De Luca, RADERE LITORA – THULE -

Ho ricevuto e subito letto (la scorrevolezza è una grande alleata di chi scrive e di chi legge) il suo RADERE LITORA e nella navigazione poetica lei ha davvero costeggiato molte situazioni universali, alcune particolari.
Lo sa che i suoi versi,ricondotti con varia sensibilità al tema dominante del bene-male di vivere,sono assai più semplici ed espliciti di quanto l’estimata esegesi, culta e tradizionale,potrebbe attribuirle? Sia che lei esplori l’essenza di recondite intimità, sia che attinga a quanto di eternamente classico ci ristora,si evidenzia uno scrupolo attento al significato delle parole,intese non soltanto musicalmente,sia nel lieve messaggio che ciascuna di esse contiene e trasmette.
Dice che tutto ciò le pare ovvio? Nient’affatto. La sua poesia procede in calibrata simbiosi tra reminiscenze e divenire. E’ una chiave non facile da adoperare, per farsi capire. Lei ha saputo servirsene con disinvoltura,già esperta padronanza.


 

Da una lettera all’autore del prof. Silvano Panunzi

... ...tutti i miei complimenti perché i suoi versi hanno le tre componenti essenziali della  Poesia (la logica,la musicalità del verso,il sentimento ).
Ella ha sfidato le Vestali e i Vestali( se esistono) della critica letteraria odierna,tutta verbosità e niente Verbo, donandoci un esempio eletto della Poesia di sempre. Eresiarca ma Poetessa. Non badi ai roghi! Continui, gentile signora a salire la vera Elicona.


 

Da una lettera all’autore del dr.Piero Vassallo

... ...A me sembra che la sua poesia esprima, con la maestria di chi versa parole fuse nell’oro dei Greci,dunque con la rara potenza della poiesis,
la tragedia del vivere umano, “la vita che se ne va per sentieri non tuoi”.
La tragedia della vita che si aliena nel destino. La sua poesia ,dunque, se mi è lecito esprimermi così, è parente del senso tragico dei greci, un “senso” che si proietta naturalmente sullo scenario delle ambiguità contemporanee. Se dovessi usare categorie analoghe a quelle di Mazzamuto direi che la sua fonte culturale è quel Kierkegaard che apprese da Trendelemburg(veda le pagine più dense dei “Diari” l’arte di criticare lo storicismo per mezzo dei greci ( e di Aristotele in particolare).La sua poesia,dunque, cammina fra il frastuono della storia e il silenzio del sogno, in quello stretto sentiero –dal sentiero del silenzio l’ineluttabilità- che dobbiamo deciderci ad intitolare alla modernissima metafisica dei greci. Poesia della vigilia, dunque, è la sua poesia, poesia che narra l’anima sospesa nell’incertezza come il pensiero aristotelico, che non è più... e non è ancora...-non è più l’immobile illusione degli Eleati e non è ancora il luminoso Platone di Dionigi e Tommaso. La Grecia, insomma, che nell’ascolto delle sfere celesti, dimentica”l’eterno dormire”(nel suo testo a pag. 72).


 

Amalia De Luca, Radere Litora-Thule 2002

Una testimonianza del prof. Ferruccio Centonze (scrittore)

Un mondo ritrovato, antico e nuovo in questo diario della memoria e della coscienza di Amalia De Luca. Poesia colta supportata da un background letterario e professionale, a cui si aggiunge quel dono genico, quel”Quid” che affermava Nietsche “si sente, non si vede, si prende, non si chiede a chi dia”.Tutto un vissuto che, per la magia dell’arte, tracima dalla sua dimensione contingente per diventare espressione di un valore cosmico dei grandi temi spirituali, dei sentimenti, dell’uomo di ogni latitudine.
Si aggiunge il fibrillare del verso, con quel caleidoscopio di luci, colori e immagini: talvolta gioiosa musica d’amore, talaltra mesto refrain d’accettazione. Un altalenare di cadute e di riprese, di tramonti e di albe, che nella sostanza sono i traslati dell’umana gente che si destreggia sui sentieri petrosi della vita. Slarghi d’alta poesia, che si fa struggente lirismo nella stretta angosciante di momenti particolari: “...Nel buio nel silenzio/ è solo chiedersi il perché/ di questo faticoso andare/ nella notte senza vento”. Una lettura che coinvolge e affascina. Avrei finito. Ma non posso chiudere senza accennare a quel titolo virgiliano che fa trasparire la delicatezza dell’autrice. Perché Amalia De Luca non si è limitata -in questo elegante volumetto edito dalla Thule di Tommaso Romano e prefato da un’autorevole penetrante introduzione del noto scrittore palermitano Pietro Mazzamuto-,non si è limitata ,dicevo, a “costeggiare le spiagge”ma è entrata nel nucleo del grande mare della Sapienza e della Poesia.


 

Intervento del prof. Antonino De Rosalia docente di filologia classica presso l’università di Palermo in occasione della presentazione di “Conchas Legere” a palazzo Branciforte (Fondazione Chiazzese) a Palermo il 2 MARZO 2005   pubblicato su RASSEGNA SICILIANA di storia e cultura N° 26 dicembre 2005 ed. I.S.S.P.E.


 

Due sono, fino ad oggi, le raccolte di poesie edite da A. De Luca:Radere Litora, che è del 2002, e Conchas Legere, uscita l’ anno scorso, cioè ad appena due anni dalla prima.
Verrebbe da pensare ad una improvvisa esplosione di estro poetico, ma sarebbe pensiero sbagliato. In una sua Nota sobriamente ma efficacemente autobiografica posta a chiusura di Radere Litora la De Luca ci fa sapere che le prime espressioni della sua vocazione alla poesia risalgono agli anni giovanili, e continuarono nei successivi, ma che la sua ritrosia le fece rimanere chiuse nel cassetto. Ne vennero fuori solo quando Lei avvertì “fortissima l’esigenza di verità, ogni nascondimento le parve viltà e si sentì pronta ad accettare tutte le critiche, senza orgoglio, senza vanità, anzi con una piacevole sensazione di libertà”. La stessa Nota indica anche il rapporto cronologico esistente tra le varie sezioni in cui il libro è diviso e le poesie riunite in ciascuna di esse. Conchas Legere ha un’articolazione diversa, a base non più cronologica ma fondamentalmente tematica, con prevalente tendenza a sensi simbolici, su cui tornerò più avanti, che fa pensare a una produzione più recente che tuttavia, pur possedendo in buona misura più di un motivo di distinzione a livello di ispirazione e di stile, si mantiene su un piano di affinità e di continuità con la precedente, per altro denso di ampliamenti e di sviluppi, che viene a dare sostanziale coerenza a un’opera di poesia costituitasi via nel tempo e rivelatrice di una personalità complessa eppure ben definibile.
Tali le caratteristiche di questo mondo poetico nel suo insieme. Vediamo ora di documentarle e valutarle.
Il primo segno di continuità viene dai titoli. Attengono entrambi al mare e alle attività che in esso svolge l’uomo, Il primo, in particolare, nasce da un’idea di viaggio rasentando le coste quasi per assicurarsi, se occorre, la possibilità di un approdo salvifico, perché (cito da Al riparo, p.40), "Fuori dal porto / in mare aperto / nella tempesta / c’è da confidare nei venti / che non ti ingannino". Nel complesso, dunque, un cabotaggio simile a quello di Enea e compagni quando furono vicini alla terra di Circe, ma qui, ovviamente, simbolico. Dal mare, però, si traggono anche tesori, quali ad esempio quelle lucide perle che Tibullo malediceva assieme ai verdi smeraldi, perché accendono la cupidigia delle donne e pongono problemi di spesa a quanti le corteggiano, mentre qui il loro splendore, tanto ben noto che lo si può pure lasciare sottinteso, allude chiaramente ai pregi della poesia, creatura quant'altre mai idonea a volgere in bene il male, di qualunque tipo esso sia. Un po’ come “l’aurea beltà” della grazia femminile di foscoliana memoria, “onde ebbero / ristoro unico ai mali le nate a vaneggiar menti mortali”. Anche A. De Luca. conosce e apprezza la bellezza della poesia e, presa dal suo fascino, ne ha realizzata tanta a sua volta, come ho già sommariamente ricordato, ricavandone “ristoro” per il suo“vaneggiare”, che per la precisione è un vagare con i suoi pensieri — anche questa è un’immagine foscoliana — attorno alla misteriosa condizione esistenziale dell’uomo e del mondo e sul vario svolgersi della sua vita interiore.
Un vagare, dunque, che giustifica quell’idea del viaggio della mente e dell’anima che è il leit motiv che lega alle radici le due raccolte e unisce in una sorta di traccia continua le varie soste o tappe, cioè le composizioni che da quel motivo traggono l’imput particolare e concorrono a farne un itinerario completo. Verso quale mèta? Ci si chiederà legittimamente. Risposta: Verso non una ma tante. Una di queste è la verità, per cominciare dalla più ambita.
La verità è, infatti, oggetto di una ricerca che si compie in mille guise, costante e appassionata anche se, purtroppo, senza approdi validi — se si eccettua la bella poesia che esprime e che la esprime — nè risultati adeguati alle attese, un vagare da “misero” viandante a cui Amalia si rivolge con comprensione quasi pietosa e la tristezza di chi ha provato vanamente: “ Vorresti esser cieco / per contemplare / il mistero nella tua notte. Quest’involucro rabbioso / è paravento impenetrabile / alla perfezione mai creata / radice universale / senza rami e senza foglie / parola senza voce” (p.32). La ricerca è segnata da delusioni cocenti perché, quando credi di essere giunto a quella “verità che”, dice il Poeta (Dante) “tanto ci sublima”, “In un baleno /si frantuma in mille cocci/tutto il tuo mondo di certezze” (p.34). Sicché pare che l’unica possibile verità sia proprio l’impossibilità di una verità, con tutto il disagio che ne consegue.
Esiste tuttavia qualche rimedio contro questa che potremmo dire “caduta delle illusioni”. Uno di questi, valido soprattutto contro gli effetti della constatata impossibilità di una verità razionalmente acquisita, è un momento che diresti di religiosità, forse un po’ laica, però, vissuto per una ((sottile magia presso all’altare” (p.35, da leggere tutta). Altro rimedio o conforto è il rifugio nel sogno (anche se in esso “la gioia è solo / chiarore trasparente / nell’aria cristallina” p.29) e il cui valore si apprezza maggiormente quando esso svanisce: “Tu non saprai mai/il dolore e il pianto per lo schianto di un sogno / stritolato dalle roventi maglie / di catene ai piedi di anacoreti stanchi: / aveva la levità dei colori / sottratti all’arco in cielo dopo la pioggia di un’estate afosa, / aveva lo splendore delle stelle /nel candore di un fazzoletto bianco” (p.51), sicché “Non resta altro che dar corso al pianto” (p.52) o, dato che “la parola ti trafigge / col fuoco della verità” (p.64), rifugiarsi nella magia del silenzio” (p.63, da leggere), ove “l’irrealtà della visione / ti pare la sola possibile / riconciliante realtà”. Ma un valido aiuto viene anche, dopo la vanità di una ricerca condotta persino “nel buio profondo / di una fossa / al centro dell’oceano / dove speri di trovare la forma primitiva/di una qualunque vita”, nel risalire in superficie  “abbracci la terra / con tutti i suoi colori / e pensi con cuore grato / che solo dolore e privazione / sono motivo / d'ogni allegrezza umana” (p.39). E’ lirica, questa, in cui non si può non avvertire la presenza di una suggestione leopardiana (quiete..., piacer..., uscir di pena.. .e via di seguito), ma interamente rivissuta e positivamente depurata di ogni intonazione pessimistica. (dice Pietro Mazzamuto nella Prefazione a Radere litora: “Le proposte degli autori sono state talmente assimilate, quanto dire così innervate nel tessuto interamente improntato dalla poetica in atto della poetessa, da non lasciare traccia alcuna della loro presenza”)
Del resto, come scrissi a proposito della stessa silloge, “il pessimismo di A. De L. non è mai totale, perché si aprono in esso squarci di ottimismo, ora moderato ora più accentuato, in buona misura propiziato dall’intervento della sua cultura”. In Conchas Legere, invece, è più personalizzato, predominando nei versi di questa silloge la voce di uno spirito più inquieto, di un disagio esistenziale che si è fatto più acuto. Non certo a caso la lirica posta in apertura ha per titolo Onda anomala e per incipit un vocabolo che quando fu usato era solo una rarità lessicale e oggi evoca, purtroppo, una immane tragedia: tsunàmi. Quasi un terribile presagio. Nel linguaggio poetico di Amalia De Luca l’onda anomala compendia tutta una serie di penose “lacerazioni”, come Lei stessa più volte le chiama, e le loro cause:la solitudine, la nostalgia, “l’amarezza per le lordura del mondo, per l’abbandono degli amici” (p.47), un ansioso desiderio di pace e di una “nuova Afrodite / purificata / nella sua essenza divina” (p.43), “la paura del domani, /le rughe del tempo, la malinconia dell’ora” (p.42), la vita sentita come obbligo imposto e quindi sofferto: improvviso fuoco/il sole/il cielo del nuovo giorno / infiamma. / S’impone viverlo ai mortali / con le sue leggi / e tutto il suo gravare” (p.36), la perenne attesa di qualcosa che non verrà, insomma tutto un mondo di riflessioni maturate sul proprio vedersi vivere e divenute poi sentimenti sofferti e poi ancora immagini poetiche. Di questo mondo la De Luca ha acquisito lucida struggente consapevolezza e così può riferirne, dice Nicola Di Girolamo nell’Introduzione, “in un colloquio ininterrotto con l”’altra”, come a dire con se stessa, talvolta angosciato, ma sempre in sordina, fra il tenero frutto avido di vita e il proprio verme avido di morte. Da qui l’angoscia di vivere” (p.14), con “la risultante di una poetica della malinconia che inconsciamente, forse, la scrittrice ha diffuso in tutta la raccolta, polarizzando qua e là” (p.13).
Ma è colloquio che, reso pubblico com’è — ed è stata decisione quanto mai legittima ed opportuna — riscuote un consenso, ben meritato, da parte della numerosa umanità che ha sensibilità e la patisce, un consenso motivato da simpatia (dal greco syn-pathos) e dalla gratitudine di quanti trovano detto in quei versi quello che essi stessi avrebbero voluto dire.
Nonché da compiacimento per i vari pregi espressivi che quel colloquio possiede, e sono in gran parte connessi al suo linguaggio. Infatti, se è vero che il tema dominante in questo canzoniere è quello di una sofferenza consapevole e continua, è vero anche che, quando c’è da descrivere visioni di natura seppure introdotte a significare momenti di delusione o di pena correlate con certe tesi negative, allora il senso della bellezza della natura, che nella Nostra Amalia è vivissimo, non sa tacere, anzi prevale, e dà piena accattivante espressione a tutto il suo fascino, mediante la pittura di scene che sono vere e proprie visioni. Qualche passo, a mo di prova anche del notevole ruolo svolto dai colori: “Nuvole basse / all’orizzonte / ultimi bagliori d’arancio / colorano il tramonto / della vivida fiamma dell’alba” (p.65); “scoprire/nel quadro desolato / della tua finestra chiusa un colore nuovo ogni mattina: una nuvola rosa, una sfumatura d’azzurro / sul verde tenebroso / della distesa antica” (p.59); e, per qualche scena cupa ma anch’essa assai attraente: “Coltre di sabbia / del deserto / stende / questo vento d’aprile; / sipario /intriso di fango /offusca il tuo orizzonte” (p.38). Analogia con quanto avveniva in Leopardi poeta degli idilli secondo il giudizio di B. Croce valido ancora oggi nonostante tanto anticrocianesimo. No certamente se nell’analogia di un poeta con un altro s’ha da vedere un atto voluto; ma sì, pure certamente, se quell'analogia dipende da sincera e spontanea consonanza sentimentale e spirituale con le forme universali della bellezza e da capacità di esprimerla, cioè da una, e certo tra le più importanti, delle condizioni da cui nasce la poesia di A. De L. Una poesia nella quale Ferruccio Centonze ha felicemente visto “Tutto un vissuto che, per la magia dell’arte, tracima dalla sua dimensione contingente per diventare espressione di un valore cosmico dei grandi temi spirituali, dei sentimenti, dell’uomo di ogni latitudine.”
Una brevi parentesi per dire che sono tanti i critici che si sono occupati della poesia di A. De L. La citazione di due di essi - Di Girolamo e Centonze - è motivata di certo dalla precisione dei loro giudizi, ma vale anche come atto di omaggio al loro nome ora che, purtroppo, sono scomparsi.
E’, inoltre, poesia che si distingue anche perché alimentata dalla sensibilità che porta l’Autrice a vivere intensamente tanti di quei contrasti di cui è fatta la vita dell’uomo e che nel suo vasto e varigato mondo poetico si configurano in un frequente intrecciarsi di opposizioni più o meno marcate, significate simbolicamente da accostamenti quali buio - luce, tenebra -splendore, istante - eternità, seguendo un’impostazione spesso dualistica sempre dialettica che è nella sua interiorità, che non dispone di certezze assolute su cui contare ed è resa evidente dall'intervento degli ossimori e, per converso, quelle volte in cui i contrasti si compongono o c’è da significare un concorrere di elementi dalle calibrate eppure spontanee sinestesie. Anche qui qualche esempio, tra i più efficaci; “il silenzio si fa voce” (p.24), “la segreta luce della notte” (p,23), “il tempo s’aggroviglia e si dipana” (p.62), “la separazione / è armonia di compresenza” (p.55).i1 profumo della terra /riconcilìata dalla liturgia del canto” (p.55); per un misto di sinestesie e contrasto: “Profumo sensuale / dal tuo cuore di luce dai petali candidi / nel sole / di questo autunno” (p.61) e, per un contrasto sviluppato per tutta una lirica, “piccola spiaggia” che, prima “tormentata dalla furia dell’onda”, poi “ride all’oro  dell’inoltrata Primavera” (p.48).
Ma i moduli espressivi della poesia di A. De L. sono tanti: vedi le figure di pensiero, con al primo posto la metafora, e quelle di parola (ipallagi,), la serie di verbi all’infinito (scorrere, carezzare, pp.57 e 59), l’articolazione del verseggiare con il saggio ricorso all’enjambement, ecc., ma il discorso si farebbe troppo tecnico e troppo lungo e certo poco gradevole; pertanto è da rinviare ad altra sede, in un futuro che spero non eventuale, se Tommaso Romano mi consente di adattare così un suo titolo.
Ora, però non posso, e non devo, tacere di un altro di questi moduli, che è meritevole, a mio avviso, di particolare attenzione.
Intendo la presenza di due figure umane disegnate, l’una, a tutto tondo e l’altra per cenni indiretti al suo agire.
La prima, tutta esplicita, è quella di un clown. Il suo volto è atteggiato a un sorriso, ma cela un dolore “illacrimato”, da tenere “invisibile”, perché così vuole il suo ruolo di comico. Vale, oltre che come segno della solidarietà sentita dalla scrittrice per certe categorie umane costrette a una vita di stenti, come simbolo della perdita di dignità umana cui costringono certe necessità di vita.
L’altra figura, come si desume dal “tu” e da qualche appellativo al maschile “amico solitario” (p.45), pare quella di un partner di un rapporto d’amore in cui, se a momenti di estasi succedono risvegli dolorosi, si può anche godere il lenimento di lacerazioni quali l'illusione dell’eternità e la delusione del transeunte, al riparo fra le “tue” braccia e con la possibilità di ténere parole, “preludio”, dice la De L. concedendosi una punta di ammiccante civetteria, “a quella impronunciabile, inflazionata, alle radice del mio nome”
(Amalia è appunto derivato da “amore”). Ci sono tutti gli ingredienti, appunto, dell’amore che, se fa vivere l’illusione dell’eternità “al riparo fra le tue braccia, / sostenuta in volo dal tuo profumo, / com’erba nei prati / accarezzata / dalla fresca brezza del mattino” (p.53), lascia poi, però, uno
“specchio di memorie” da cui si cerca “riparo” come da una tempesta.
(ìbid.). E’ una sintesi di tanti effetti, più i tristi che i lieti, dell’amore sull’animo umano che tuttavia non spengono il desiderio di viverlo almeno una volta.
Perché può essere anche felicità piena l’amore, interessi o no i sensi, quando è vissuto come sentimento puro e accordo totale. Ma come tale è una fortuna che arride solo ai personaggi dei miti, dove i violenti profanatori della purezza di gentili fanciulle vengono esemplarmente puniti anche se hanno il nome e la possanza di Efesto. E’ il dio Febo che tutela il diritto alla gioia della purezza, delle danze e dei canti a cielo aperto, ed è il divino Eros  ad accogliere la preghiera con cui Erato la Musa della poesia d’amore, appunto, invoca  il dono di poter vivere d’amore e ispirare amore.
Con questi miti da Lei inventati mettendo a profitto il suo pluriennale culto delle letterature classiche e raccontati in versi dotati di straordinaria capacità comunicativa per la ricchezza di immagini animate e colorite e per la loro musicalità, versi che con tali meriti richiamano alla mente di chi li legge, e direi quasi li ascolta, il suggestivo film Fantasia di Walt Disney, A, De Luca. ha raggiunto, a mio avviso, un livello poetico veramente alto.
Inoltre, nella stessa sezione del libro, con il terzo di questi suoi Paradigmi,, attraverso la gentile figura della giovane Mantèa che, impegnata da anni nella ricerca di amore, incontra Aristeo dal quale, ormai vecchio, non amore può ricevere ma la saggezza della Verità. Legandosi a lui con tenerezza affettuosa, Amalia pare coronare il suo ansioso desiderio,  di Verità ma nello stesso tempo insegna a noi tutti che, se il mondo in cui viviamo soffre come soffre, uno dei motivi è che non ama più le favole. Anche per questo non sa più che cosa è la bontà.


 

Appunti sulla poesia di Amalia De Luca
Di Francesco Virga

Amalia De Luca è una poetessa ormai affermata in campo nazionale. Le sue prime raccolte di versi hanno già  ricevuto autorevoli riconoscimenti. I testi inediti presentati stasera, tra amici,  in un  contesto   particolarmente conviviale,  non avrebbero bisogno di alcuna mediazione critica. Si tratta di versi che colpiscono immediatamente per la loro musicalità, semplicità e concisione. A titolo esemplificativo ne ripropongo alcuni:

“Sulla tua tastiera cerchi / parole che ti salvino…” (1);

“il tuo Dio / sui tuoi occhi pose / con attenta mano /
la benda opaca / del dolore e dell’assenza.” (2);

“Se in volo / seguo il corso del tuo fiume /
vedo l’acqua /scorrere impetuosa /
per aspri dirupi / fra nuvole di bianche perle...” (3);

“brevi le notti e lunghi i giorni / quando non c’era paese
che non visitassi / inseguendo le nuvole in cammino.” (7)

La musica di questi versi è tanto più notevole, quanto più si pensa al fatto ch’essa non è prodotta da parole particolarmente ricercate ed altisonanti. La base della costruzione poetica di Amalia De Luca è costituita da parole prese dal lessico quotidiano che descrivono in modo creativo cose e/o emozioni profondamente vissute. E, con un candore che soltanto i grandi riescono a conservare, Amalia rivela di riuscire a guardare al mondo ancora “con occhi innocenti / di bambino”.

Sembrerebbe, a prima vista, che la nostra Autrice abbia seguito alla lettera le indicazioni contenute nell’ ars poetica di Ezra Pound, secondo cui in poesia bisogna essere essenziali, facendo attenzione a non dare spazio a parole libresche o a stereotipi. Ma, ad una analisi più attenta, si comprende che i modelli seguiti sono molto più antichi e solidi. Se si tengono soprattutto presenti le sue prime pubblicazioni, si palesano chiaramente i debiti contratti  con la tradizione lirica classica.

Andrebbe spiegato infine il lungo silenzio che ha preceduto l’espressione poetica della nostra Autrice. Per anni infatti la De Luca non ha scritto nulla, non riuscendo a sciogliere i “ferrei nodi che serrano le parole”.
Una chiave per decifrare questo silenzio l’ho trovata in un passo di uno dei pochi maestri del nostro  tempo: “Che altro resta da dire? Come può ciò che è nuovo e diverso quanto basti da meritar d’esser detto, trovare ascolto in mezzo al clamore dell’inflazione verbale? (…) Quando le parole della città sono colme di barbarie e di menzogne, niente parla più forte della poesia non scritta”.
Ma è la stessa De Luca, nei versi letti stasera, ad indicare la via da seguire per trovare parole di salvezza “nel trambusto ciarliero di questa umanità smarrita (…) nel brodo inquinante di questa civiltà di mercanti”.
Amalia infatti sa che le parole sono sempre legate alle cose, e che non sono le parole che salvano o dannano ma le cose che vi stanno sotto. Ecco perché la sua poesia mette in guardia contro le innumerevoli reti tese da mercanti d’ogni tipo nella società contemporanea, opponendosi nettamente ai rapporti sociali  dominanti che tendono a ridurre a merce perfino i sentimenti umani.

Francesco Virga, Palermo, dicembre 2004

 

IL PROBLEMA DELL’ESSERE E IL RICHIAMO SPIRITUALE NELLA  POESIA                           
DI AMALIA DE LUCA

da STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA—Il secondo novecento IV volume
Guido Miano Editore Milano

L’opera prima risale al 2002 e porta un titolo in latino, Radere Litora, di ispirazione virgiliana,chiaro indizio di un attaccamento al mondo classico che tuttavia, non ha impedito la trattazione di tematiche ontologiche ed esistenziali contemporanee, legata alla crisi culturale e spirituale che la civiltà occidentale sta attraversando. Nel testo infatti, dopo alcuni accenni al mondo dell’infanzia e della famiglia d'origine, ella inizia un viaggio-ricerca intorno e dentro l'uomo che possiede ritmi incalzanti, e soluzioni non facili. Sottolinea Dino D'Erice in una nota critica che "nella silloge della De Luca è possibile individuare anche il percorso della sua poesia, che è proprio un viaggio: alla ricerca di sé stessa e alla ricerca del senso della vita. Un viaggio condotto con chiarezza di intenti, ma anche con profonda intima sofferenza” Tale ricerca la pone vicino “ai nuovi sviluppi del verso tracciati da poeti come Caproni e Luzi”
Le dimensioni del silenzio e della solitudine spesso accompagnano l’uomo nel suo viaggio terreno, connotato da un alto senso del mistero: "Ora nella rete cerchi la verità / una voce che ti dica la storia / del vascello e del suo nocchiero: / non chiedermi perché, / ascolta il canto del vento / a primavera" {II viaggio}. La storia umana nell'eterno ritmo della vita e della morte, appare certamente indecifrabile se nella mente alberga il buio intorno ai quesiti esistenziali: la poetessa quindi., nel sentire solo " l'armonia / d'infiniti corpi rotanti." (Non chiedermi), non può far altro che osservare, senza poter dare spiegazioni ai fenomeni che ci circondano» L'uomo naviga nel mare del tempo come sagoma evanescente e non sa "dove quando perché" (Sagome) ed è costretto ad una navigazione a vista, senza bussola o altro strumento d'orientamento. Infatti la nave "...ora s'impenna / ora s’inabissa," (La tua nave) e l'essere umano spera in definitiva di approdare placidamente a più tranquilli e conosciuti lidi.
Ferruccio Centonze, nel commentare la silloge Radere Litora, sottolinea queste contraddizioni emergenti dai comportamenti umani riferiti al viaggio esistenziale: "Un altalenare di cadute e di riprese, di tramonti e di albe, che nella sostanza sono i traslati dell'umana gente che si destreggia sui sentieri petrosi della vita," Egli definisce il libro un "diario della memoria e della coscienza" che universalizza i suoi contenuti dall'esperienza autobiografica, Quando anche le radici con la propria terra sono recise e la vita diventa anonimo isolamento tra tanti (Dopo la fuga), ogni sentimento s'incupisce e l'animo si riempie di 'risentimento'. Il linguaggio comunicativo di tali messaggi è "sempre adeguato ai vari livelli del contenuto, non involuto né sperimentalistico" (Antonino De Rosalia) con l'utilizzo di "ossimori" e "sinestesie” e un qualche indulgere ad una simbologia di gusto ermetico o postermetico”.

Anche Conchas Legere (2004) dal titolo latino conferma la classicità che ha influenzato soprattutto l’estetica della sua poesia, mantenendo una continuità tematica con la precedente raccolta, ad eccezione della comparsa del problema della ricerca di Dio, che costituisce una tappa più avanzata del Viaggio" iniziato tempo addietro II titolo latino, spiega Bianca Maria Simeoni, ha un suo significato preciso: "Si tratta di composizioni 'rigorosamente poetiche  e sublimate da un gusto  straordinariamente aristocratico, attraverso il quale Amalia De Luca riesce ad individuare fra le 'ostriche comuni' quelle che contengono la perla della poesia (questo suo libro dal titolo Conchas Legere cioè estrarre l’ostrica quindi estrarre poesia è illuminante)
La poetessa prosegue nella ricerca dell’esistere attraverso uno sguardo acuto e disincantato Ha coscienza del dissidio perenne insito nella natura umana tra finito e infinito, tra la parte e il tutto, tra tenebra e luce.
In Diei ruit lux troviamo versi suggestivi di una poesia metafisica proiettata alla ricerca di alterità e oltrità desiderate ma sfuggenti: “Se ti volti a guardare/ non vedi che fitta tenebra /nel silenzio/ della non esistenza; /... nel buio di una notte senza fine;/ la giovinezza/ è un soffio". Le trame del pensiero umano si sviluppano in labirinti delle non-risposte, in sconfitte della razionalità di fronte al problema del significato; così l'abbandono e la solitudine di quel mendicante che è l’uomo quando cerca di risolvere la questione antropologica della sua origine e della sua fine. Tra le immagini forti quella, ad esempio che richiama la figura leopardiana del 'vecchierello scalzo sull'orlo dell'abisso, metafora dell'assurdità della vita.
Ora i "pellegrini" si sentono affaticati "dal troppo / lungo andare." (Torcia nel buio) e realizzano la necessità di giungere ad una meta, sentono il richiamo di chi si nasconde alla loro vista affinchè sia cercato: Dio. Occorre il silenzio, liberarsi dai bisogni, provare l'esperienza del deserto interiore della solitudine cosmica, in modo che il cuore accolga la Parola. Poi quasi a sorpresa " la scena si sposta nel Tempio vicino all'Altare, dove la poetessa intuisce la possibilità di una Illuminazione: "Istante in cui senti / con meraviglia /essere uomo / ad immagine del tuo Dio." (Presso all’altare). L’amore per l'uomo, la passione per la ricerca del senso della vita, il tormento per la condizione umana hanno condotto il 'viaggio-ricerca' ad un punto fermo: non la solitudine, non l’angoscia e la disperazione, ma la compagnia di un Altro. Amalia De Luca ci ha raccontato con autenticità intellettuale-la storia di una metamorfosi.


 

AMALIA DE LUCA, RADERE LITORA – THULE (2002)

(pubblicato su IL GIORNALE DEI POETI  n.7/8  Roma 2003)

   Amalia De Luca ha  pubblicato due volumi di poesie: Radere litora ( Palermo, 2002)  e  Conchas legere ( Roma, 2004). Su questi    hanno scritto, tra gli altri, Antonino De Rosalia, Nicola Di Girolamo e Pietro Mazzamuto.

   Conchas legere,  pag.59

Dissonanze e fughe

nella poesia di Amalia De Luca    (tratto dall’introduzione a CONCHAS LEGERE)

Dissonanze e fughe non diverse da quelle musicali come dire tensione ed instabilità per le prime; fughe non diverse da quelle immaginate da tanti poeti francesi: l’Invitation au Voyage e altri progetti lirici con belle e grandi navi dall’aria indifferente e assente che domandano, però, nella loro muta lingua: “quand partons-nous pour le bonheur?” Non diversa la situazione di Amalia De Luca che parte sulla tre alberi, qual è la sua anima, alla ricerca di Thule e non fa che navigare fra “Litora” insidiosi con uno stendardo dove è scritto “dualismo”:”appartenenza consapevole/ al non-essere dell’essere/ assurdo incommensurabile”.

Vi è un libro: Albert Camus, Uno e Due, nel quale è presentato l’eterno dilemma riproposto dalla nostra poetessa in cui l’assurdo non è diverso dal dualismo. Sono entrambi l’”uno e due” che poi si ritrovano nelle opere di Camus: L’Envers et L’Endroit, o Entre Oui et Non nella sua narrativa e nel suo teatro. L’”uno e due” sono per Camus, come abbiamo scritto, il presentarsi della natura e della vita diverse, opposte e tuttavia imperiose, assorbenti, irreconciliabili. E’ assurdo perché non è vero  per noi al suo apparire ma è vero nel suo influire. E’ appunto l’uno e due senza che il due torni nell’uno.
Da questa base, a noi sembra, che sia partita A.De Luca per la prima raccolta. Il mare è simbolo anche nella sua seconda opera poetica, ma l’enunciato è ermetico: Tsunami significa “onda anomala”. IL titolo Conchas Legere: “concha” è la conchiglia, “legere” significa togliere, estrarre; l’espressione si trova in Livio ed è forse necessaria la spiegazione per i meno informati. Anche qui il simbolo: “estrarre l’ostrica”; trattandosi di “estrarre”poesia” ricorriamo ad una metonimia: al posto dell’ostrica, la perla, quale, immaginiamo, l’Autore consideri la poesia. La navigazione continua contro ciò che si attende, in genere, dopo il primo libro: col pregiudizio che si è autori di una sola opera, tutte le altre si suppone-ripetitive.  Conchas. Legere è ripetitiva per certi aspetti formali, per il ritorno del dualismo ma questo ritorno va visto come continuità, come quella di un romanzo a puntate , con l’avallo di Mallarmé:”un livre ne commence ni ne finit, il continue”.
Non “muore (il libro) ogni giorno anzi si afferma come durata, eternità insieme con quella dell’autore: “tel qu’en Lui-meme, enfin l’eternité le change”
La navigazione di A. De Luca continua, si scopre in questa seconda silloge che nella poetessa vi è anche una donna con la sua malinconia, la sua sensibilità, le sue nostalgie: ”Guardare il mondo con occhi innocenti/ di bambino/ e scoprire/ nel quadro desolato/ della tua finestra chiusa/ un colore nuovo ogni mattina.”
In questa, e in altre liriche, vi è un ritorno allo stato di innocenza nella quale il sentimento vive nudo e purificato, egualmente sottratto al ritegno e all’ostentazione.  Una sola passione in fondo all’anima della poetessa, quella che è in continua rinascita, con l’ingenuità della bambina che si esalta delle proprie sorprese che sorprende e seduce con la sua disarmata ed eroica fede:” Non un pallido raggio di luna/ illumina la notte/ cade dal cielo/ fitta una pioggia/ di pietre/ su scheletri danzanti/ ma se/ per un solo istante/ il vento tace/ è lieve melodia/ di speranza/ sul sentiero ancora erboso/ del dolce declivio/ nel mare/. Il sole caldo dell’estate/ mediterranea/ torna con lo splendore/ della vita rinnovata”.
Quel che l’onda“ preannuncia è una antinomia e a noi sembra che sia rimasta, nella figlia della Grecia, “l’empreinte”del teatro tragico: il coro. Con l’onda ritorna il tragico quotidiano: l’imperfezione/ e la crudeltà degli strappi quotidiani” anche se perde, spesso, la “materia”per trattenere la “sostanza”; e questo con tutte le risorse di cui la nostra poetessa dispone: fantasia, lessico: “In mare aperto/ l’onda ti culla/ tra i profumi dell’universo/ il vento ti accarezza/ asciuga le tue lacrime”. L’onda, però, è un non diverso assurdo, un dio immobile e crudele che si rivelerà come una trappola mortale, è detto subito dopo, quando si ritorna alla riva, cioè alla realtà, per l’inganno di una immagine solare.”tiepida di sole/ nelle notti/ rischiarate dalla luna”: illusione che viene freddamente cancellata: ”Solo allora/ strappata al tuo destino/ nel fondo del mare/ l’asfissia del respiro.”
Questo attardarci: l’avvio è un indice anomalo, è una conclusione perchè vi è in esso tutto ciò che in genere viene indicato alla fine del volume.  Le liriche che seguono sono la prova di quella che a noi è sembrata la risultante di una poetica della malinconia che inconsciamente (l’inconscio era una parte integrante nella poetica dei surrealisti francesi), forse, la scrittrice ha diffuso in tutta la raccolta  polarizzando qua e là. Essa si rivela una dissolvenza cinematografica, come un lento triste tramonto. Una delle liriche ci fa ricordare la protagonista di una tragedia greca che ha accettato la volontà del fato:”Ora il cielo e la terra/ si abbracciano/ in un lampo di eternità/ e tu non cerchi più risposte”, mentre più incerto si fa il passo: ”Il viaggio sul tuo ponte/ di travi sconnesse”. All’amore, quasi assente in “Radere Litora” viene dedicata una lirica che possiamo considerare un contrappunto non diverso da quelli musicali con sovrapposizione di due o più linee melodiche. Qui, in questa lirica, una splendida cornice in simbiosi con lo stato d’animo; in essa si “celebra” la fine di un amore con un segno inequivocabile, parte integrante della suddetta “poetica”: la malinconia. Un addio all’amore come in un grande quadro di pittore crepuscolare: “Scendono le ombre grigie/ della sera/ pennellate di rosa/ incorniciano ancora/ le pinete/ sfuma già l’azzurro del cielo/ e la notte/ improvvisa sopravviene/ I tuoi occhi, or non è molto/ mi dicevano in silenzio/ la tua malinconia./ Ora in solitudine vivo con te/ l’incanto e la dolcezza di quest’ora/ che spero prefigurazione/dell’ultimo definitivo/ tenero abbraccio.” Ci si domanda  come possano esistere tali strazianti antinomie e ci si stupisce per l’arte con cui vengono presentate. Un ruolo nuovo e molto importante svolgono le immagini tratte sempre dalla natura: ”nuvole di piombo/ stamattina” oscurano il cielo limpido/ di ieri/ improvvisi e accecanti/ i lampi negli occhi chiusi, minacciosi i tuoni/ viscerali”.
Si può dire che Amalia De Luca vive in un mondo sentimentale e spirituale in cui tutto appare esaurito nell’incompiuto. La naturale luce prevalente è quella del crepuscolo che diventa simbolo con la perenne attesa di qualche cosa che non arriverà. Il clima è quello vario della nostalgia che oscilla fra il luminoso paesaggio mediterraneo, come si è visto prima, e altri siti dove manca la luce; la fantasia si compiace della doppia natura. Tutto ciò in un colloquio ininterrotto con l’”altra”, come dire con se stessa, talvolta angosciato, ma sempre in sordina, fra il tenero frutto avido di vita e il proprio verme avido di morte. Da qui l’angoscia di vivere. L’inizio di molte liriche ha sempre una funzione simbolica:. “Fiume in piena/ la pressione del tuo sangue/ campi non più arati/ inondati..”. La simbolica rappresentazione continua. Tutti i temi sono stati svolti; anche l’assurdo, senza, però, che ci sia mai presentato con tutta l’espansione accordatagli da Camus. Non sappiamo se A. De Luca sia arrivata allo scrittore algerino. Abbiamo ricordato in un altro scritto, il pensiero di Jorge,Luis Borges: ”due scrittori, lontani nel tempo e nello spazio, possono incontrarsi” per un fenomeno che egli definisce “regressus ad infinitum”. La poesia di A. De Luca non ha debiti da pagare: rispetta l’idea, il contenuto, ma la struttura (stile, ritmo, colori, immagini, sentimento) è diversa; e il monologare senza che il lettore non ne sia attratto; le scenografie, non come quelle di un teatro, ma rese eloquenti con la loro presenza simbolica. Per la poesia, a volte abbiamo pensato ad un palazzo con le stesse stanze, tutte per i soliti usi, ma a renderla diversa sono i quadri, i mobili, i tappeti e tutti gli altri oggetti di ornamento. In questo nostro impressionismo critico quello di J. Lemaitre, di P.P. Trompeo, di I. Siciliano. Un’altra lirica ha suscitato attenzione: “Buia la terra”. Si annunzia con un largo musicale e attraverso quello la mano si muove per segrete armonie; si oppone, però, qualche cosa che non è definito, o che viene definito solo alla fine quando vince “il vigore della passione antica (sappiamo qual è) che raggiungerà il pensiero limpido purificato della coscienza:” una catarsi che rappresenta una eccezione in questa angoscia di vivere. Difficile raggruppare le nostre impressioni a qualcosa che somigli a una dottrina, a un sistema, pur essendoci un punto di riferimento perenne. Una dottrina potrebbe essere l’eclettismo che spinge la poetessa in tutti i campi. L’evasione, a volte dall’umana servitù, si compie, suo malgrado, nella solitudine di un universo lirico dove l’immaginazione porta la materia dei suoi incubi nel tumulto torrenziale e nell’acqua cristallina di infinite immagini.
 La donna e la sua esistenza. Nella Terra A. De Luca ha visto sopra tutto la prigione dell’infinito, l’ironica sintesi fra l’eterno e l’umano, la sintesi del demone della tempesta con l’angelo azzurro della profondità, la solitudine del poeta che vive di se stesso nel perpetuo nascere e morire dell’onda nell’onda. Per tutto ciò A. De Luca ha sentito che per meglio rappresentarlo aveva bisogno di qualche cosa di nuovo. In altri è tardo ermetismo, alchimia verbale con l’intento di esprimere il dramma dell’inesprimibile. Per il simbolismo della nostra poetessa si può osservare che, in fondo, non è diverso dal parlar chiaro e che per il fatto stesso che il poetico linguaggio non può sottrarsi alla servitù dell’umano, non può nemmeno essere sottratto alla antinomia di ogni creazione poetica. Perciò questa, trovando sempre solo in se stessa il principio di vita, troverà anche nei referenti la scala di valori che ristabilisce gerarchie, distanze e distinzioni, così come vi saranno simbolismi e altri generi capaci di creare o di abolire la realtà dell’autentica gemma o del pezzo di vetro. “That’s the question”, direbbe ancora Shakespeare. Se le antinomie, ossia lo scontro, non ammettono vasi comunicanti bisogna tener conto che, nonostante le idealistiche lezioni di sintesi e il chiaro colloquio della poetessa con se stessa, continua anche il colloquio con la raccolta precedente. Se ogni fuga dal reale subisce quasi regolarmente la fatalità del ritorno ( e s’impone in non poche liriche), bisogna considerare che non è stata vietata la partenza, ossia l’iniziale avvio premonitore, perché non sono state vietate tutte le irruzioni nel sovrumano e nel disumano. Esse continuano ad aver luogo con tutte le  complicazioni, con tutti i complessi dell’umano: “Dove trovare/ ancora/ la forza per continuare/ a guardare il cielo..”. La forza si estenua spesso nella nostalgia; ma anche questa viene insidiata: “Si chiude il cerchio/ all’orizzonte/ alba e tramonto/ inglobano il giorno”. A significare, i versi in cui la vita è un calice vuoto e la conseguente atarassia. Ma ritorna subito dopo l’illusione: ”Nell’eternità di un istante/ si riapre il sipario/ protese le braccia/ trattieni il respiro/ e timidamente con la mano/ tenti la verifica/ della sua consistenza.” In questa drammatica altalena si muove la poesia; senza euforia, l’onda ingannevole si fa specchio dell’essere libero. Nessi e rapporti esistono, anche se non arrivano per suggestioni dirette; essi rappresentano l’immanenza di certe categorie che pur lontane lasciano qualcosa del loro fondamento. Così per “Guardare il mondo”, in cui si  avverte la presenza di Baudelaire con la sua”double postulatio,” o ambivalente fascino di delizia e disinganni, costanti nella poesia di De Luca. Questa presenza è confermata dall’inequivocabile grafia francese di “Albatros”, sonetto di entrambi i poeti. Nel primo s’identifica il poeta francese:”exilé sur le sol au milieu des huées” L’albatros di De Luca, con le sue possenti ali, lascia “le sol..” “/sai che un niente ti separa/ dalla perfezione/ nella congiunzione assoluta”; essa sarà raggiunta con un immaginoso giro nel chiuso arcipelago della Nostalgia dove soffia soltanto l’”ebbrezza del respiro libero”. L’immaginazione aveva permesso alla navigatrice solitaria “litora” liberatori, ma nell’”onda anomala” diventano una non diversa Cariddi nella quale le attese vengono affondate:”Soltanto allora/ strappata al tuo destino/ sul fondo del mare/ l’asfissia del respiro”.Il dualismo, una costante come fa pensare al vecchio male delle “Confessions” (Rousseau, De Musset), dell’espansione del discorso o del sogno con traviamenti più o meno seri. Per questa situazione contradditoria e contrastata sarebbe facile gioco scoprire in non poche liriche manifestazioni sentimentali e spirituali di origine romantica. Vi contribuisce il mito di Orfeo:”Se ti volti a guardare/ non vedi che fitta nebbia,/ novello Orfeo,/ ricordando ciò che la mitologia ci ha tramandato e ripresa dal romantico Gerard de Nerval che rivive in quella il suo dramma:”Euridice une second fois perdue!” Al posto di Euridice Aurélia. Ma mentre Aurélia preconizza la tragedia del vicolo della “vieille Lanterne”, qui tutto viene risolto dalla poesia con un colpo d’ala potente dal quale non va escluso la fede in qualche cosa che annulla il dualismo: “Eppure sai che questo sentire/ questo privilegio/ d’infinita dolcezza/ questo levitare del corpo nello spazio,/ questa dilatazione/ della tua energia/ nell’infinito/ è la sola eternità dell’essere/ il supremo atto d’amore/ l’anello con l’eternità” Sogno? no :realtà atto di fede totalizzante. Su tutto ciò aleggia la bellezza. L’evasione, poi, dall’umana servitù ,che è vietata all’anima solitaria, si compie suo malgrado, nella solitudine di un universo lirico (qual é questo delle due raccolte) dove l’immaginazione porta la materia dei suoi incubi nel tumulto torrenziale o nell’acqua cristallina di infinite immagini:”.. la banalità del vivere e le sue fatiche/ Ma nella notte/ fra nuvole grigie/ i freddi tasti/ ti tengono compagnia!/ il sonno ti sorprende/ nel bozzolo serico/ della tua solitudine/ nell’altalena del giorno/ e della notte/ Dormire forse sognare/ goccia fra le gocce/ scorrere nel letto/ di un fiume/ fra aspri dirupi/ e divenuta rugiada/ molli steli d’erba/ ti accarezzino ancora”. Selva, o giungla di fantasmi e, insieme serra calda dove non sono tutte rose, ma dove abbondano le orchidee, sia pure con il loro carattere di flora bizzarra, qual’è appunto la poesia di Amalia De Luca. Flora bizzarra con le sue alternanze fastose:”Non un pallido raggio/ di luna illumina la notte/ cala dal cielo/ fitta una pioggia”. Segue una “lieve melodia/ di speranza.. nello splendore/ della vita rinnovata”. Alternanze che tendono, tutte, a configurare questo strano universo, questo “involontario soggiorno”. Alternanze che diventano colloquio che non è di ieri, nel quale ciascun poeta vi ha portato o scoperto qualcosa della propria immagine. Nell’immensa distesa della terra, la nostra scrittrice ha visto sopra tutto l’immane prigione dell’infinito, l’ironica antitesi fra l’eterno e l’umano (l’assurdo), la sintesi del demone della tempesta con l’angelo azzurro della profondità, la solitudine dell’anima eletta che vive di se stessa nel perpetuo nascere e morire dell’onda nell’onda, presagio della prima lirica. Ha visto anche lo specchio del cielo. Continuerà ad errare, Amalia De Luca, a fuggire senza mai raggiungere Thule (simbolo perenne), a brancolare quando è vinta dal gorgo o dal vortice, verso il basso o verso l’alto in una drammatica altalena in cui si gioca (la posta è alta) il senso della vita?

Nicola Di Girolamo


 

A proposito di “Conchas Legere” di Amalia De Luca

(Da una lettera privata)

Con ritmi decisamente identificabili, regolari, atti a dare suono al significato ed alla stessa situazione poetica, Amalia De Luca produce poesie del tutto naturali, autentiche, prive di retorica e sature di evocazioni emotive ed intellettuali.
La sua è una lirica di stampo universale, esistenziale, intesa come dialogo affettuoso con una figura ideale e anche come riflessione sull’essere quotidiano in sé poi già tradotto in paradigma di una realtà in sé sempre speciale, irripetibile, unica sotto tutti i profili. Così il quotidiano diventa poetico, un microcosmo completo.
La sua scelta lessicale riflette consistentemente la sua interpretazione della vita. Parole chiare, costrutti normali, ambiente conosciuto: tramite la combinazione di tali elementi Amalia De Luca riesce senza difficoltà a procedere nel suo poetare con passo sistematico e incisivo. “Sipario” può dirsi, in tal senso un esempio tipico, caratteristico, ma non unico, di un solido sistema poetico intero, ugualmente affettivo e razionale. Del resto, in linea di massima, tutte le altre composizioni si configurano in tappe di un unico itinerario, altrettanto fisico e spirituale, condotto in nome proprio ma anche in nome del lettore medio, ipotetico, costituendo una parte dello scenario fondamentale- lo spirito- entro cui Amalia De Luca svolge la sua azione lirica, un invito a sentire e a meditare su temi fondamentali, adoperando un linguaggio altamente poetico e allo stesso tempo semplice.

OLIVIERO FRIGGIERI

 

L’ “assurdo incommensurabile” nella poesia di Amalia De Luca di Nicola Di Girolamo

L’assurdo incommensurabile nasce con l’uomo: ”perché nascere se si deve morire?”-filosofia cinese; protagonista con falso nome-Fato-in non poche tragedie greche, s’insinua nella poesia di Pindaro, provoca discussione in Albert Camus, si abbatte sulla poesia di Amalia De Luca, RADERE LITORA: una poesia “a se ipsa facta” come prevedeva Cartesio.
A rendere più chiaro l’assunto della nostra scrittrice il titolo della prima lirica: ”Nuovo Dualismo”-con una salmodia antifonale: ”...il silenzio della notte/ è quiete levitante/ appartenenza consapevole/ al non essere dell’essere/ assurdo incommensurabile/ dell’infinito nel finito/ dilatazione/ rarefazione della materia/ nell’urgere della pulsione.”
Queste premonizioni, -un non diverso coro della tragedia greca con parole come colpi di “timpani” in una sinfonia,- sono precedute da un cartiglio -SAEPES- .E’ una indicazione metaforica che, col suo latino, rende più netto il distacco dalle “avanguardie”. Ermetico il termine per noi all’inizio, malgrado la traduzione:”siepe, recinto”; comprendemmo, dopo, che cosa voleva significare e l’importanza che aveva, posto lì come certi cartelli ammonitori: esso stendeva un cordone sanitario, una aristocratica, fredda linea di demarcazione.
Non è vero, perciò quel che la scrittrice ha detto: ”nessun autore è un buon giudice di se stesso”: Saepes, i Paradigmi (autentici contrafforti) sono fari che illuminano la via che è stata scelta, una strada maestra ai lati della quale, nei secoli, sono sorte le “province”: provincia anche l’Europa, la cui sedicente civiltà è stata un “cavallo di ritorno” (giudizio di Betrand Russel). Torniamo all’assurdo: ne conclude la marcia inquietante una quartina dell’”Olimpica 1°” di Pindaro(pag. 111): tradotta, corona, insieme con altre traduzioni, la raccolta: ”Uomini nati a morir/ a che squallida vecchiezza/ invano, senza gioia, /nell’ombra consumar?” complementare Teognide: “Ora sono viva e godo della mia giovinezza...”Arrivarono, poi,Lorenzo il Magnifico e Leopardi.
Le suggestioni di questo avvio allarmante provengono da lontano, immanenti nei secoli, con le forme più diverse in tutte le letterature, ma l’essenzialità, l’incisività di Amalia De Luca a noi sembra un accadimento eccezionale: tornando a se stessa (e perciò l’importanza di ”a se ipsa facta”) ridimensiona con tagli decisi: ”Inutile nel pugno serrato/ tenere la vita; se ne va/ per sentieri non tuoi/ ti lascia / farfalla impazzita di luce,/ precipitare/nel nulla.”
Continua, ineluttabile: ”Nella tua dimensione/ navighi,/ non sei presente/ né passato né futuro/ma vela senza trama/ sospinta/ dal vento di marzo.”
Questo tragico quotidiano del quale l’uomo è stato sempre prigioniero: perciò l’universalmente umano-caro ai Greci- nella poesia di “RADERE LITORA”
In questa vi sono momenti di esaltazione lirica in cui l’anima si apre al “bello” e alla speranza; l’assurdo, però, è tema dominante; esso si identifica con l’ENVERS et l’ENDROIT di Albert Camus.
Lo scrittore franco-algerino aveva argomentato ne “ Le Myte de Sisyfe” l’idea di assurdo. Dal concetto alla poesia: questa si è rivelata diversa da quella che abbiamo letto negli anni. Per averne un’idea totalizzante è sufficiente ricordare uno dei tanti carnevali veneziani con le  maschere che non sono “Maschere Nude” Nell’appendice a questo saggio abbiamo voluto trovare le ragioni di un cotale fenomeno letterario, forse unico nella storia, per la sua vastità e per la sua durata: dall’avvento del “Gruppo ‘63” ne sono trascorsi di anni. Scapigliatura, futurismo e altri movimenti furono limitati, circoscritti.
Amalia De Luca è arrivata in questo carnevale come ospite inattesa; non con un costume preso  da uno dei tanti rigattieri ma con un abito cucito nei secoli; in esso però ha inserito i propri ricami, alamari, bordure, merletti, perfili per renderlo più accetto: metafora per un’altra metafora: la nostra scrittrice è salita sulle spalle dei Giganti per vedere più lontano, con il raro merito di esserci riuscita; i “Paradigmi” (alla fine del volume) sono una dimostrazione; ha inscenato l’assurdo con tutte le sue “radiazioni”.
C’è da osservare che i molteplici motivi che rendono vasto il diagramma non sono diversi da quelli che ricorrono in una grande sinfonia; orchestrati in maniera diversa, essi finiscono con l’essere variazioni del tema dominante.
Dal peso che sin dalla prima lirica la nostra scrittrice dà all’assurdo, con un attributo che fa prevedere la vastità del fenomeno:”incommensurabile” e con un complemento altamente significativo, l’idea che investe la raccolta s’identifica col destino dell’uomo: vediamola nella formulazione di Camus e, sopra tutto, come essa è stata orchestrata dalla nostra scrittrice. 
Per lo scrittore franco-algerino è assurdo il presentarsi della Natura e della vita come diverse, opposte, negative del mondo umano e intellettuale da cui si scoprono e tuttavia imperiose, assorbenti, irreconciliabili.
In questi brevi ma essenziali prolegomeni s’identifica la prima lirica con un finale che annuncia disastri:”l’urgere della pulsione”, un termine che ricorre nella psicanalisi, nel conflitto fra il Super-Io e il reale; le alternanze, le evasioni confermano: ”Nei deserti cammini/ cercasti la strada/ della buona volontà,/ aurore disfatte/sospingono/l’immortale solitario/andare/dell’uomo senza tempo./Il tramonto divora la luce/che l’alba rinnova.” Il contrasto in: ”..nello scorrerre del tempo/ nel buio, oltre la luce/ senza un quando/ senza un dove/ nel silenzio di questo faticoso andare/ è solo chiedersi perché/ nella notte senza vento.” Troviamo anche la lotta ingaggiata dalla speranza: ”E’ la nostalgia, il riconoscimento reale, l’incontro necessario”, la ricerca d’armonia, la solitudine dell’essere insieme con la caparbietà di Sisifo in “Ascesa Solitaria” Infine:”...Amara è la dissonanza/ nell’armonia di un sogno/ nella pagina bianca, nel mosaico scomposto...”
Tutto ciò è l’assurdo perché, se non è vero per noi al suo apparire, è vero nel suo influire; è il nuovo dualismo nelle sue splendide diversificazioni, nell’eleganza del dire, nell’incisione dell’idea e con gli aggettivi e  i verbi ad illuminare il testo. Non diverso, perciò, lo stile che lo raffigura quando scopre in una visione, che è per sé unitaria, il segreto della trascendenza; essa si rivela forza irresistibile fino al suo estinguersi a volte senza ragione e senza amore.
Si scopre il fascino della poesia,in questo fluttuare senza requie e senza un approdo in tutta la navigazione. “THULE” sarà una catarsi?
UN esame testuale minuzioso sarebbe ripetitivo e sarebbe monotono se nella ripetizione non offrisse anch’esso il doppio carattere delle esperienze e del candore. Ricercato e nuovo, perciò, è il linguaggio poetico che resta , in parte nell’ornata eloquenza della tradizione: ”Spiegata la vela/ al vento di marzo/ trema il cuore la bufera da lontano/ scorgendo: /sorriso d’orizzonti infuocati/ notti profonde e buie/aurore e tramonti/ ancora ti narrano/ il canto/ dell’amore e della morte;” tradizione nobilitata con l’esercizio di uno stile personale, temperando a volte l’enfasi con l’immediatezza del tono famigliare, conferendo al linguaggio della tribù la dignità di un’arte naturalmente aristocratica: ”Scorre placido il tempo/ acqua stagnante /nel mare in tempesta/ il sole non sorride/ ai tuoi crucci antichi,/ sotto foglie secche/ s’annidano brulicanti/ miriadi d’insetti./ La tua nave ora s’impenna/ ora s’inabissa./ A solitaria vela/ aneli/che proceda placida/ alle note spiagge.”
Se in fondo al crogiuolo resta a volte qualche scoria retorica, l’artista riesce poi ad offrirci un felice intreccio che accoppia il fregio gotico e magari barocco con la nitida e direi severa linea classica:”Placida la luna/ sulla lunga distesa/ tremante di stelle...”
Per lo stile si può dire che a volte è qualche cosa di bello e di triste, a volte sfumati fino al vago lasciano il lettore a continuare, a immaginare. Esso è sempre alla ricerca, se non alla conquista della scrittura considerata come creazione magica. Malgrado i contrasti sottesi nel “dualismo”, quando le idee si ritirano, subentra la serenità dell’arte.
Ma è magia che resta nella tradizionale accezione di incanto poetico o che si compie ancora nel mistero del verso, nella scelta dell’aggettivo staccato dall’uso e dal senso comune, nella sapiente combinazione di “correspondances” insolite e di accostamenti imprevisti, nella straordinaria ricchezza di immagini che stabiliscono ancora rapporti legittimi fra il finito e l’indefinito, fra l’espresso e il suggerito, fra il Super-Io e la realtà.
Non possiamo pensare che la nostra scrittrice non abbia ricevuto suggestioni, la creatività parte sempre da regole e perviene ad altre regole ma per ciò che distingue questa poesia, pensiamo che, se essa non sarà un punto di riferimento, avrà indicato ciò che i Latini stimarono come norma essenziale: “non novi sed nove”. Tutto ciò che è stato sbandierato in questi anni con il contraddittorio bagaglio di conquistare realtà umane mediante trasgressioni e dissacrazioni(quelle delle vere avanguardie, transavanguardie e altre truppe mercenarie) viene ripreso e scrutinato dalla De Luca alla ricerca di una umana realtà nei limiti dell’immaginazione.
La letteratura è fatta di nessi, rapporti, comparazioni; a promuoverli è stata “THULE”.Osserviamo, però, che in principio vi è l’idea “a se ipsa facta”e che solo alla fine si ritrova in un paese alla fine del mondo che resta con laforza di un simbolo.
Thule ricorda Icaria di un grande poeta del passato, perciò il rapporto per il quale torniamo al principio, al titolo, addirittura “Radere Litora”. Il dizionario Georges-Calonghi indica litora radere con chiara attribuzione ai naviganti; facile è stato, perciò sin dall’inizio, supporre quale sarebbe stata la rotta della nostra scrittrice. La racccolta può essere considerata una non diversa romantica ”bouteille à la mer” messaggio da una nave che finisce romanticamente negli abissi; la nave della De Luca non è affondata; dopo aver veleggiato per mari interni (apprendiamo dalla “nota”) ha  un approdo utopico. Il “bateau” della nostra scrittrice ha un carico micidiale che potrebbe interrompere la navigazione; nella dichiarazione alla capitaneria di porto è indicato come “assurdo incommensurabile” con una didascalia non rassicurante: ”nuovo dualismo”
La prima lirica rende chiaro l’itinerario come lo rende a chi le idee ha “chiare e distinte”. L’assurdo come “sintesi” o “scintilla conscientiae”(San Gerolamo) nasce con l’uomo. Il bateau della nostra scrittrice- non non seguirà la scia di quelli che portano cotone (enlever leur sillage aux porteurs de coton), in una navigazione non diversa: le disavventure, le oscure premonizioni, gli interrogativi angosciosi: ”Essere vivi/ spettatori assenti/ è perdita amara: negazione che brucia;” ad aggravare l’indifferenza della Natura: ”...Buia è la notte sulla distesa larga/ del mare/ e la luna naviga/ spinta dal vento/ nel suo eterno/ solitario cammino. ”La navigazione arriva all’inferno: ”scendo nelle viscere/ della terra/ in un fiume di lava/ fino all’inferno. ”L’illusoria nuvola non annulla l’”eterno dormire.”
La poesia come inganno ”meravigliose invenzioni degli umani,/ favole adornate/ con variopinte fantasie/ spesso ci ingannate(Pindaro pag. 108) “divin mensonge”, ombra platonica, velo di Maia, ingannevole ma sola misura (la seule tache spirituelle) dell’uomo che si genera nel tempo e sopravvive al tempo. Non è escluso perciò dal viaggio il “naufragio” leopardiano che, insieme con le tante “eco sonore” crea il canto e l’incanto, “I poeti non si discutono, si leggono e si canta in noi il loro canto”(Benedetto Croce):ossequienti in parte!
Fra le tante variazioni vi è anche l’amore, ma come un “incidenza” è il caso di dire; non l’amore di una letteratura vastissima, da quello sublime a quello grottesco (non occorre citare), ma un amore come completamento all’umana condizione. Essere sfuggita all’insidia di questa componente universale è segno di un forte controllo che la nostra scrittrice ha saputo porre in atto avvalendosi della lezione che la letteratura classica ha imposto col suo “ariston-metron” adornandolo col suo”kalòn”.
Con chiare prove di rinnovamento si conclude la raccolta, esemplarmente, con “Thule”, una sorta di “deus ex machina”. Non conviene stralciare; sarebbe come tagliare un angolo da una tela di un grande pittore. Ma Thule è anche motivo per una divagazione che non sarà soltanto letteraria. Thule rappresenta ciò che nella grande poesia è stata una utopia: la negazione della realtà. La negò Rabelais col suo progetto dell’ “Abbay de Télème (laico) dove avrebbero trovato asilo soltanto gli spiriti eletti; la negarono i romantici quando conclusero ”nous que la Terre rebute; la negò E.A.Poe:”anywhere out of the worldt”, tradotto da Bodelaire:””n’importe où hors du monde”, così per lungo elenco si arriva a Pirandello e al suo “involontario soggiorno sulla Terra”.
Nella scia secolare di queste navi in gran tempesta (privilegiamo l’immagine) il bateau di Amalia De Luca, non diverso: “Scorre placido il tempo/ acqua stagnante/ nel mare in tempesta” “La nave ora s’impenna ora s’inabissa” in cerca di un illusorio approdo: Thule ”divin message” e perciò nel pensiero si finge  sommo terminale della Poesia: incommensurabile.
Con Thule il cerchio si chiude, la “sfera di fuoco s’inabissa nel mare”.
In questo fastoso alfabeto, dall’alfa all’omega, così ricco di tante risonanze, di tante luci e di tante angosce quella che ha imperato è stata l’anima dell’Artista. Vi sono scrittori che hanno un’anima e altri che non l’hanno (Benedetto Croce).


 

Appendice

Il primo compito di un critico è quello di vedere i rapporti che vi sono tra lo scrittore al quale è volta la sua attenzione e la temperie culturale nella quale l’altro è vissuto.

Possiamo affermare che la nostra scrittrice non si è lasciata contagiare  dalle diffuse influenze, –non diverse da quelle di un morbo, -:dalle orchestre verbali, dalla prosa gabellata come poesia, da un linguaggio che ha dichiarato guerra all’accademia, che si è presa tutte le libertà con il vocabolario, che ha disarticolato la sintassi, sofisticando le parole per annegare il pesce della ragione nel mare magno dell’irrazionale. Il lettore sufficientemente informato si è trovato a disagio davanti a siffatti sperimentalismi (come venivano definiti), alle mode, ai ricalchi al sedicente postmoderno. A disagio davanti alla tecnica, alla stesura delle pagine, alla rarificazione dello stato d’animo, non senza, qua e là, ruderi e frammenti barocchi e, a tratti, un certo dire epigrafico.

Pochi i poeti coerenti entro la loro costante poetica di analisi descrittiva -immaginifica, della ricerca della parola-riposo in una trama di astrazione lirica, di un di là ricercato al richiamo di una musica che si destava sotto la cenere del quotidiano.
Musica interiore della nostra scrittrice-diversa da quella che si fa sentire da lontano- con acuti e  bassi profondi che annunziano nuove armonie.”De la musique avant toute chose”.

Nicola  Di Girolamo

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