Alberto Paoli

L’esilio di dicembre 2009

Il boato fece torvo l’intorno
a risentirlo oggi
bieco l’aitante borbottio del mare
                   appare.
Sulla battigia
         obliqua arriva l’acqua
con sfuriate, strazi
la riva imbevuta, flagellata dai tonfi
- questo si percepì dal semibuio
della stanza d’albergo.
Forse era nell’aria qualcosa,
nell’attesa d’un avanzare tumulto
sorse dal profondo un mugghio
a mò di bufera.
Come nacque il temporale
nel suo efflusso si sciolse poi,
ritornò chiara l’aura
e l’attesa per la notte
e per l’alba,
         ancora tanto lontana.

 

Ragazze Aquilane

Voi - non più io forse - siete la tiepida tempesta
su una terra che non lascia scampo.
S’abbatte il tronco reciso a sbarrare la strada
di mieli e mirifici vedute.
Al tempo piace vedervi ferme
sull’orlo delle passioni
e muto s’avvinghia alla bellezza
non più vostra e di nessuno.
Ma di chi?
Dove stanziano i destini?
Dove?
È tutto vano perché è la vita stessa
che ritrova il suo indicibile portento
se stessa nelle vostre carezze s’include
e ritrova il senso.

 

*

È un tempo fermo
che non ha il sapore di passato,
non unge il ricordo
lo sgretola anzi piano piano
per la sua cornice,
per il di più delle estroverse passioni.
Tu
Dove sei?
Hai condiviso tutto
per avere una giusta amarezza?
Oppure soffri,
soffri per quello che è stato
per quello che hai posseduto
e poi perduto
non avendolo mai realmente avuto?
Non so leggerne i limiti
e nuoce tutto:
nuoce il rimorso
si nuoce del suo stesso operato
si nuoce pure il tempo
di essere stato.

 

*

Ecco
         sulla cresta dei suoi monti
         mareggia
         fin quassù giunge
         alla cima,
         si sente corroso, inghiottito
         dal diluvio della sua storia
         dallo scroscio del suo tempo,
improvvisamente poi s’avvede
         della vivezza dell’entourage
         più caro a lui
         e di se medesimo.
Che sarà ora?
                   di nuovo nella brulicante
                   esistenza, nel cricchio del fuoco.
                            E lui
         nell’avventura
         cosciente e incosciente. 

 

*

Si sta per avverare
dopo anni di ripensamenti
la rottura
fuoriuscita dai miei luoghi
lì dove
frustate e carezze
s’alternano
a tanta vita nel mezzo.
Ricordo
l’iniziazione, i lunghi pomeriggi
gli inverni le estati
altrettanto fredde
a volte,
sembra come fosse tempo dimenticato
o mai esaminato
mai ragionato…
è il divario dal luogo
che alimenta insegue
veloce
con passo pesante
la non uguale differenza
dalla divina valutazione:
ma non c’è separazione
se già la portiamo dentro
non c’è partenza
c’è solo sofferenza
quel tanto che ammutolisce
e vivifica
senza differenza.

 

*

Vai lì nel tuo fiume impetuoso
t’è stato regalato
come flusso di vita
che dalla luce è partito
e alla luce torna.

Vai lì nello sciabordare
a risalire tra scrosci
e pietrischi nei fondali
non scivolare.
Incontrerai i tuoi lineamenti
che si fanno e disfanno
sotto i mille coriandoli
che mutano colore
         repentinamente,
e quando il respiro si fa intenso
non sempre è annuncio di tormento
anzi
si può scorgere
con occhi attenti
da quella irta salita
con il corpo intriso di fatica
l’erompere dell’azzurro
in un’alba inaspettata.
Allora
tutto fluisce, t’accarezza
t’invade
         nel ricongiungersi
         della fine all’inizio.         

 

*

Fino a quale estremo
a quale lunga sofferenza
dicibile o indicibile
insazietà di quale desiderio,
o altro non conosciuto…
Lei non lo sa
                   e soffre
soffre dentro
soffre nella memoria
si sfibra tutta
a poco a poco
e più tardi
nello straripare del tormento
alla vigilia del disfacimento
                   lei
                   s’alza
richiama le sue forze       [s’affida al Creatore?]
cammina sulle sue macerie
si protende verso l’azzurro
s’illumina il viso…
                   evita lo strappo.

 

*

Grazie concesse in coscienza
o senza,
trepidii di vite
ostili perfino all’evidenza,
lì s’annida il divino impenetrabile
lì si nasconde
                   e trasale a volte
nei più attenti, tarati o no,
che se lo scoprono nel cuore
così
inconsapevolmente.
Perché non ascoltiamo?
                   Tutti?
S’incanala sgomenta
l’umanità stupita
                   e scorre
scorre nella sua storia
inciampa nelle sue lacune;
questo capita
senza orma alcuna!

 

*

Dalla finestra si diffonde un’aria tersa
che giunge su
fino ai monti
che con la loro luminescenza
lì, in fondo
giocano tra loro ad abbracciarsi
e torna indietro un’immagine distinta
                                      solo nei contorni,
come se tronchi rami e foglie
sopportassero una inequale parità.
Il chiarore
che da dietro s’insinua all’interno,
si perde
nelle viscere di qualche fiumiciattolo sconosciuto,
                                               anche a se stesso.
Le voci della vita
lì dentro
si sciolgono e spargono un’indicibile ilarità.
Questo ti unisce al mondo,
ti guarisce
ti riempie l’incolmabile.
                            Ti sazia. 

 

Percorsi d’amore

Dopo la fioritura c’è quel tempo che
                                          come flusso di vita
dilaga nel rigoglio nella maturità
e costringe alla crescita ogni cosa.
Questa è quella stagione nel mezzo
dove frecciate di rondini segnano,
nel cielo ancora fradicio di pioggia,
quei fili
            che se ti allunghi con mani tese
li prendi
e pizzicando il cielo appena
li porti in nuovi disegni
sino ad incrociare il sole.
           Tu
tieni stretto quei fili…
non li lasciare per avventatezza
o per gioco
non lesinare le forze
è per opera tua se quelle rondini
             non s’azzuffano
ma dalle ultime nuvole
ripiegano a sfiorare gli stagni…
li toccano quasi
poi riprendono quota
              e crescono.

 

Al Margine

Veloce fluttui, ti libri in alto
                                      su
come cime d’alberi che all’improvviso
disobbediendo al creatore
                                      s’animano
prendono corpo e volano.
Vita, così appari
sciamando in questo sonnolento
breve d’estate che alle mie zone
t’inebri d’odori inusuali, colori vivi.
Se ti accosto non è merito mio,
seguo la voce del vento
ora in ora
fino a quando all’interno delle dimore
s’accendono le lampade, si spartisce il cibo,
si tende la mano all’altro
e si affida alla notte ogni speranza.
Il panorama è quello umano
strozzato da tuoni,
l’inquietitudine a volte fa piovigginare
più semplice cercare così quello che è vero,
quello che rimane.
Al margine non vorrei aspettare altri
o me stesso.
Arrivare e partire insieme
chissà, per altre bufere…
e sparire!

In Itinere con te

In questa stanza vuota colma solo
di echi lontani , scivolano senza indugi
gli anni.
Rapide discese irte salite
sciamano insieme quasi in un comune accordo.
Non è stato vano quello che fu,
ad ognuno la sua.
Ora insieme per penetrare questa vita
lungo vie storte piene d’incontri,
di perdite
di gioie in gioie,
di dolore in dolore,
di amore in amore.
E nel grigio cunicolo
di padre in madre e in figli
sino a quando chiaro rifulge
al nostro cauto passo.
Avvertiti allora possiamo camminare
liberi, veloci nel niente nel tutto
e perderci nell’amore,
se l’amore dura ancora…
a fuoco spento! 

 

*

Affondano
                   le radici nella fanghiglia
                   tumida, buia
fin dove sassi e melma si rapprendono;
l’intorno è un muoversi sotterraneo
                                      chi slitta
                                      chi sguiscia…
L’inverno inamovibile custodia
di quella dimora
dove strisciante s’infila
qualche creatura,
nascondendosi…
da chi?
Ecco
         tutto s’assoda
                            precipita
nel tiepido risveglio,
le viscere danno forza
nel dolore nella felicità
è dentro, non gettato casualmente,
sempre da dentro in una
universale meraviglia
che sbuca, s’innalza
nella miracolosa sorveglianza
nell’assenza di differenza.
Si sente prossimo alla vita
         insidiato da essa
nell’inane pensiero se il
sacrificio è valso,
se varrà la pena.
Le stagioni una ad una
lo aspettano, lo consumano
lo svuotano
e dopo il duro lavoro
l’apparente oscurità
         s’infrange
nella gloria dell’essere stato,
                                      dell’essere nato.

 

*

Quella nitidezza nell’azzurro
lancia o tenta
qualche creatura ad oltrepassare
le moltitudini soglie
le malcelate porte;
per grazia o capacità
per uno schiuso lucernaio
profondo
s’inoltra.
Non sa di che colore
o suono l’entrata
o più sotto.
Attraversa l’incendio
entra nelle acque
e le acque in essa…
Perdura nella sua lotta
si disgrega prima
si raggrega poi
in un tempo che non è tempo
stillando l’azzurro dal corvino.
È inizio o fine?
forse entrambi
indistintamente.

 

Sul Divano

Quanta ansia nella notte ferma
scroscia dalla ragione al cuore
                            e viceversa.
In una notte così, dove i passi
felpati sono avidi a cercare
il filo che spartisce ombra e sole,
il sopore che s’insinua
tra un’ora e l’altra non è debolezza
         ma forza.
Ci mettiamo in cammino allora,
in questa notte tumida di germogli vivi
a volte biascicanti
di rado del tutto inerti;
la strada è tortuosa, aperta
e porta sempre al cuore del rebus.

Tu mi dici, mi guardi
         io
non ignoro la dolcezza
di questa carovana di pensieri,
di illusioni, di certezze
                                      rare.

Da sopra questo divano tutto si vive
minuto in minuto, ora in ora
poi si declina alla notte
ch’è quasi chiara…
per un altro viaggio, forse diverso.

 

19 Marzo

Datemi il mio giorno,
ch’io cerchi senza paure
i vostri volti nel profondo.
Mi cammino sul cuore
ed ogni tanto a fatica lascio,
a poco a poco, voi
confitti
come zappe nei campi di primavera.
È un giorno di sole
tra i tanti che verranno ancora,
un giorno della nostra vita
che nel silenzio immobile passa
e quando la misura sarà colma
ed il mio grigio trabocca
venite,
entrate col vostro limpido lume.

 

A.R.

Tu che sei e reggi il bastimento
alla fatica ora t’incrini
ti sollevi poi
come l’arbusto sotto il peso d’inverno.
Donna mia
niente di più simile alla vita,
ti guardo dietro i vetri,
dal portale che lasci per me
sempre aperto,
nel tuo pietrisco amaro di gioia.
La tua ombra
è il mio cielo consueto
dove anch’io
non solo tu
ritrovo le mie tracce.
Per te svelo il mio dolce segreto,
vivere
è ciò che mi rimane
e vedere il tuo viso inenarrabile
nel sole!

 

*

Nella quiete di questa vita
che s’avviluppa nel turbine di cose effimere
mi soffermo a volte per un istante.
A fatica trovo i sensi
per lo più nei gesti, nei volti;
mi lascio trascinare
gustando questo tempo
non più ostile e tiranno,
ascoltando dal mio altro
il racconto della bellezza sorgiva della nascita:
         la mia.
Così, senza nulla attendere
attraverso questo breve
col fardello di prima
con quello di oggi,
un tempo in battaglia.
Ora, seguendo questo esile bagliore di luce viva,
passeggio tra le macerie
respirando quest’aria madida di sconfitte,
memorie indelebili di una storia
nata così.

 

*

È un ausilio divagante che s’innesca
nel mio pensiero, la tua penombra silenziosa
di questo languido pomeriggio di festa.
Così tra un sogno e l’altro,
il tuo pacato sonno mi racconta
di momenti gioiosi, di pianti
di crepuscoli intatti d’una vita da vivere.
Ascolto il silenzio che così chiassoso
mi rivela di te
senza limitare l’orizzonte infinito
di una avventura da costruire,
consumare poi.
Adagio lo stesso silenzio si scioglie
e lentamente procede la mia sera
distratta nel turbine.
Ma nella notte, nera, fonda
senza giorno quei tuoi silenzi
rimangono scolpiti,
e preso me per mano
portato lontano, lontano…
Scivolerei così, nel tutto:
         incredibilmente.

 

*

Salutala, presto, la vita che va,
nel giorno del senno una dolcezza
amara che in fondo si sfa.

Ti accorgi,
del caduco moversi attorno,
il ripeter d’autunno ingiallito
che pare suggerire alla memoria
un mazzo di sogni appena sfiorito.

Di balzo al nuovo colpo di luce
volti lo sguardo;
t’alzi t’affretti scomponi il tuo mondo
forse in un tempo già tardo.

Senza obbedire, mille volte
ripeti il gioco mesto
da falsi ideali, d’amori rubati
di guerre vissute.
Dove andranno di poi…
le nostre vite perdute!    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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