L'ULTIMA FRANCHIGIA
Da almeno due giorni la costa non è più in vista, ma la bianca creatura alata non sembra darsene per inteso: come sospesa a fili invisibili, le ali dispiegate, ondeggia leggera nell'aria, in sintonia con il rollìo dello scafo. Presenza insolita a questa distanza della terraferma, in un tratto di mare dove è più facile imbattersi in animali meglio adatti a lunghi percorsi, quali albatros, procellarie, minuscoli mangiaschiuma.
Il turno di guardia è stato faticoso più del solito a causa di un guasto all'impianto di lubrificazione, risolto per fortuna prima che sopravvenissero guai più seri, tutt'altro che auspicabili in questa stagione a queste latitudini. L'aria si è fatta pungente, ma l'uomo non sembra curarsene e, semidisteso su un rotolo di cavi, a fianco del verricello di poppa, segue con attenzione le eleganti evoluzioni del gabbiano.
Salutare intermezzo fra le ore trascorse in sala macchine e la monotonìa dell'ozio forzato negli angusti spazi della disadorna cabina, in attesa della campanella della mensa o del tocco del quarto che annunzia il cambio del turno di guardia. Piccolo intervallo, all'interno di uno ben più lungo, quello dei giorni di mare fra un porto ed un altro, in attesa di riassaporare, anche se solo per una manciata di ore, l'inconfondibile, carico di promesse mai mantenute, odore della terra. Rassicurante, il sordo rumore delle macchine in movimento fa da contraltare alla scìa, cui i raggi del sole morente conferiscono un'intensa luminosità.
Poco al disopra dell'asta della bandiera, l'uccello occhieggia verso di lui, la testa reclinata da un lato, in una danza lenta ed aggraziata, in stridente contrasto con la struttura poderosa del rostro ed i robusti artigli che s'intravedono appena da sotto il folto piumaggio del ventre. D'improvviso si arresta, per planare dolcemente di lato, quindi una brusca impennata, sostenuta da un veloce battito d'ali, a riprendere la linea della scìa.
Paolo, affascinato, si sorprende a pensare che è forse la prima volta che gli capita di osservare tanto da vicino il pur familiare uccello.
Le vie del mare sono percorse da un'infinità di leggende: fra le più note, pari almeno a quella del vascello fantasma, ce n'è una, secondo la quale l'anima degli uomini che il mare ha preso con sé, trova dimora nel corpo di un gabbiano ed è questo il motivo del grande rispetto di cui questi animali sono oggetto da parte dei marinai di tutto il mondo.
Da quando ha iniziato a navigare, molti sono stati i suoi compagni che hanno concluso la loro esistenza in fondo all'Oceano: Francesco, trascinato via da un'ondata nel mezzo di un ciclone dal dolce nome di donna, Bessie; Alfredo, scomparso nel Tamigi in una fredda notte di novembre; Vincenzo, coinvolto insieme a lui nel naufragio della Sea Star durante la traversata del Golfo di Biscaglia; Luigi, proiettato in acqua dall'esplosione della cisterna n.7 in pieno Golfo del Messico. Altri ancora probabilmente, fra i tanti conosciuti, le cui tracce si sono perse nel tempo, tutti accomunati dalla medesima sorte. Il loro ricordo non potrà essere affidato ad una lapide o una croce, poste al margine di una strada; per questo Paolo ha finito per convincersi che in realtà la leggenda altro non sia che il pietoso tentativo di sottrarli all'oblìo, magari, per ricordare a quanti continuano a solcare il mare, quanto sia sottile la linea che separa la vita dalla morte, lungo questa strada infinita, priva di punti di riferimento, se non nella posizione dei corpi celesti, o nei segnali radio rimbalzanti con geometrica precisione dal mare allo spazio e viceversa. Una leggenda, in grado di trasportare il marinaio morto nell'unica dimensione che da vivo gli sarebbe preclusa, il volo negli spazi aperti del cielo.
Miti e leggende non possono naturalmente essere sottoposti a verifica; da qui il loro fascino, la loro forza d'attrazione, che risiedono appunto in questa collocazione al limite delle umane cognizioni, in un regno immaginario, dove nulla possono razionalità e conoscenza. Nessuno pertanto avrebbe mai saputo se quel gabbiano fosse realmente il custode di un'anima, né a chi questa potesse appartenere. Ma, quale che sia la verità, Paolo non riesce a trattenere un moto d'invidia per l'ipotetica entità, cui la morte improvvisa ed inattesa ha quantomeno risparmiato il devastante declino degli anni, la lenta agonìa in un letto, il crollo delle tante illusioni e speranze che sempre si accompagnano alla condizione umana.
Ad ogni buon conto, trascorsi alcuni giorni, con la costa di nuovo sulla linea dell'orizzonte, l'animale è ancora lì. Il viaggio è ormai al termine e le luci della città, appena percepibili attraverso la leggera foschìa aleggiante sul promontorio che protegge la grande baia, accendono di nuove lusinghe il cuore degli uomini dell'equipaggio.
E tornano a vivere, come ridestati da un lungo sonno, a muoversi, ad agitarsi.
Dalla plancia, il comandante inizia a dare disposizioni per l'attracco ed a prua e a poppa si danno da fare gli addetti ai posti di manovra. L'inconfondibile odore del vapore che comincia a scaldare i meccanismi dei verricelli, come frustate, i colpi provocati dall'espulsione dell'acqua stagnante, fanno vibrare minacciosamente le tubature, mentre dal profondo delle viscere della nave, il tintinnìo del telegrafo di macchina, seguito dalla riduzione della velocità, danno inizio ad un copione ben consolidato, che si concluderà di lì a poco con lo scafo saldamente attraccato a banchina.
Gli uomini liberi dal servizio si tirano a lustro, sanno che non c'è un attimo da perdere; la sosta sarà come al solito breve e bisognerà utilizzare al meglio ogni minuto della franchigia.
Il gabbiano, disturbato da tanta rumorosa attività, ha preso a veleggiare più in alto, senza perdere di vista ciò che avviene sotto di lui.
Paolo vorrebbe unirsi agli altri, ma gli uomini che si muovono intorno a lui non danno segno di averlo notato e proseguono il loro lavoro come se egli non esistesse.
Una strana sensazione si è impadronita di lui; si sente incredibilmente leggero ed i suoi piedi abbandonano lentamente le lamiere del ponte. Annaspa con le mani, nel tentativo di trovare un appiglio, ma più si agita, più continua a sentirsi sollevato in alto. Le braccia si vanno ricoprendo di un folto piumaggio e si muovono adesso con grazia ed armonìa; due ali bianche, pronte a carpire il vento per puntare in alto ed affiancarsi all'alato compagno di viaggio, che si lascia scivolare immobile lungo la scìa del piroscafo. La trasformazione improvvisa ha finito per coinvolgere tutto il suo corpo, eccezion fatta per la mente che continua a funzionare come sempre. Ed un pensiero comincia a farsi strada in lui: la trasmigrazione nel nuovo involucro, congegnato per muoversi in una dimensione per lui così inusuale, può significare solo che, in virtù di un potere sconosciuto, egli ha cessato di esistere come uomo. Solo la morte dispone di un potere simile, ma, visto che continua a sentirsi vivo, non può che essere in virtù di un potere altrettanto forte, quello della leggenda, alla quale gli uomini di mare hanno da sempre affidato la speranza di sopravvivere alla morte.
Il gabbiano gli volteggia intorno, quasi a volerlo sostenere in questa prima esperienza di volo, ancora così incerta e stentata e, come per incanto le sue grida stridule assumono adesso significato e senso compiuto:
" Così, Paolo, eccoci di nuovo insieme come ai vecchi tempi. Non immaginavo che potesse avvenire così presto, ma, per certi appuntamenti, sai, non esiste preavviso e si verificano per lo più quando meno te lo aspetti. Come per la Sea Star, ricordi? Nave solida, ottimo comandante, equipaggio di prim'ordine, eppure quella sera nulla hanno potuto per evitare la collisione. Da qualche parte stava scritto che sarebbe accaduto e così è stato.
A noi due però non era andata troppo male: eravamo riusciti a scampare alle fiamme e, dopo nemmeno un'ora, stavamo per essere recuperati. Eravamo certi di avercela fatta, purtroppo per me, le cose sono andate diversamente: uno schianto improvviso nel petto, neppure il tempo per un'invocazione d'aiuto e giù a precipizio nel buio degli abissi. "
La voce dell'amico perduto, Paolo non è mai riuscito a togliersi dalla mente il ricordo di quella drammatica notte.
" Non ero capace di distogliere lo sguardo dalla lancia che, a non più di una diecina di metri, stava per raggiungerci; quando mi sono girato, tu non c'eri più. Ti ho chiamato con quanto fiato avevo in gola, mi sono tuffato una, due, tre volte, con i polmoni che mi scoppiavano. Non volevo arrendermi, soprattutto, non potevo accettare l'idea di perderti e proprio con la salvezza a portata di mano. Ad un certo punto devo aver perso i sensi e, quando ho ripreso conoscenza, mi sono trovato disteso sulla cuccetta di una nave sconosciuta con dei marinai che si davano da fare a massaggiarmi le membra intirizzite dal freddo. Ho continuato a maledire quell'attimo di distrazione che mi aveva impedito di accorgermi in tempo di ciò che stava avvenendo. Non sono mai riuscito a perdonarmelo! "
" Non sarebbe servito ugualmente, " -Riprende la voce pacata di Vincenzo.- " ma non ho sofferto; pochi secondi ed era tutto finito. Credimi, in fondo, è stato meglio così; doveva comunque accadere e , morire in mare non è poi tanto brutto. Per di più, il destino ci ha accomunati in una sorte analoga, permettendo che ci incontrassimo di nuovo. "
Dalle parole dell'amico, la realtà della situazione ha assunto contorni chiari ed inequivocabili; a dissolvere ogni dubbio residuo, è sufficiente a Paolo un'occhiata alla superficie del mare sottostante.
Relitti con uomini aggrappati, sparsi dovunque, li riconosce con facilità, la nave, piegata su di un fianco, sta lentamente inabissandosi; da dietro al promontorio, a gran velocità, arrivano i primi mezzi di soccorso.
Come un flash, ora ricorda: poco prima che la costa fosse in vista, era rientrato in cabina per concedersi un sonnellino in preparazione dell'imminente franchigia. Quali che siano stati gli avvenimenti, lo hanno colto nel sonno senza concedergli il tempo di rendersene conto.
Ma ormai, è storia passata; il volo si fa più sicuro e, per un istante, l'ebrezza di trovarsi sospeso fra cielo e mare, mette in secondo piano la presenza dell'amico. Poi, di nuovo l'uno a fianco dell'altro, le ali spalancate, immobili, a farsi trasportare dal vento.
Due anni trascorsi insieme lungo le vie del mondo; Vincenzo era stato il suo primo vero amico da adulto. Provenienti da regioni del Paese, diverse per storia, per tradizione, con lingue diverse, che tuttavia non avevano impedito l'instaurarsi di un saldo rapporto, protrattosi senza incrinature e cadute di tensione sino alla notte del naufragio.
Pensare che, quando lo aveva visto per la prima volta salire lo scalandrone e fermarsi a parlare col nostromo, non era riuscito a capire una sola parola di quello strano dialetto. Ed anche a distanza di tempo, divenuti ormai amici inseparabili, era costretto non di rado, ad interpretare a senso i suoi ragionamenti. Per fortuna, Vincenzo era un uomo di poche parole, per quanto era invece abile nel muoversi a proprio agio nelle situazioni anche le più difficili, riuscendo sempre a venirne a capo.
Fisico poco appariscente, era tuttavia dotato di una forza non comune e di una grande determinazione nell'usarla, quando non poteva farne a meno, il ché per fortuna non avveniva di frequente. Lo aveva visto all'opera in un paio di occasioni ed in entrambi i casi i malcapitati che avevano commesso l'errore di sotto-valutarlo, avevano subito una severa lezione.
Vincenzo aveva un particolare fiuto per le donne: per quanto la brevità delle soste in un porto non offra ad un marittimo grandi opportunità di intrattenere rapporti amorosi, se non di tipo mercenario, lui, che non era un Adone e, per di più, non conosceva una parola che non fosse in quel suo incomprensibile dialetto, riusciva sempre ad agganciare qualche ragazza disposta a rendere più piacevole la permanenza. E, fatto inconsueto per un meridionale, non era geloso; anzi si preoccupava che anche l'amico avesse adeguata compagnia, senza mai far storie per quanto riguardava la scelta delle relative partner.
Il tempo trascorso insieme era stato proficuo anche per ragioni meno futili: l'altruismo e la sensibilità di Vincenzo si manifestavano di continuo in tutti i momenti della vita di bordo. Erano entrambi addetti alla sala macchine ed operavano nello stesso turno di servizio: un lavoro spesso duro, nel quale Vincenzo non si tirava mai indietro, sempre disposto a sobbarcarsi gli impegni più pesanti ed a schierarsi dalla parte dei colleghi nelle inevitabili discussioni con i superiori.
Questi, quasi gli avesse letto nel pensiero, gli si avvicina e:
" Suvvìa, non esagerare! Gli amici servono a questo! Certo, siamo stati bene insieme e ce la siamo spassata; chissà per quanto tempo ancora avremmo potuto continuare. Ma è andata com'è andata ed è inutile prendersela! Quel che importa è che ci siamo ritrovati, dopo tanto tempo. Ti ho cercato a lungo, volando attorno a tutte le navi che incontravo; ti renderai conto adesso che sarà altrettanto bello. L'Oceano è a nostra completa disposizione: potremo sfiorare la cresta delle onde, ora che le tempeste non possono più farci paura; planare su di una scogliera a picco, magari in prossimità di un faro; scendere in picchiata sulla coperta di una nave e raccogliere al volo il cibo che i marinai non lesinano mai a chi, come noi, incarna la leggenda.
Liberi come il vento, torneremo a sorvolare le banchine dei porti a cui ci legano tanti ricordi felici, le città caotiche, soffocate nel cemento, i bagliori di guerra, i cimiteri tristi, dove riposano quelli che non hanno avuto la nostra stessa fortuna.
Nessuno può dire quanto potrà durare, ma, che importa; anche se per poco ci è stato concesso di sconfiggere la morte e guardare la vita dall'alto. Non sarà proprio niente male quest'ultima franchigia!
OLGA (l'Occhio del ciclone)
Olga pare intenzionata a fare le cose in grande: colonne d'acqua alte come grattacieli, voragini mozzafiato di cui non si riesce a vedere il fondo, ribollenti di schiume rabbiose, che il vento disperde in un pulviscolo appiccicaticcio ed iridescente, nell'oscurità calata anzitempo come una cappa di piombo.
Norma, che l'ha preceduta, sta viaggiando spedita verso il Nord, mentre Olga si appresta a portare la sua furia devastatrice sulle coste della Florida, seguendo un percorso obbligato che la spingerà fuori dal grande Golfo, incalzata magari da una neonata Pat o Phillis, o quale sarà il nome con cui i meteorologi di turno decideranno di battezzarla.
Le strutture della nave emettono scricchiolìi lamentosi, l'elica pare sempre sul punto di spegnere la propria energìa sotto il peso delle enormi masse liquide, che la spingono verso il basso, per riemergerne ogni volta, precipitando impazzita dal fondo dell'onda.
L'esile scafo, le saldature messe a durissima prova, continua caparbiamente a resistere, con la prua rivolta verso il nemico, in una sfida che si rinnova ogni minuto e sta adesso toccando il suo punto più alto.
Il suo primo ciclone, Andrea in piedi, al riparo della struttura poppiera, compie miracoli d'equilibrio per mantenersi in posizione eretta. In fondo, non è così difficile, perché il susseguirsi delle ondate ha un proprio ritmo e basta riuscire ad entrarci in sintonìa. Non è però il caso di fidarsi troppo, poiché, quando meno te lo aspetti, il ritmo muta bruscamente e c'è il rischio di finire contro la murata.
Sbuffi di fumo, intrisi di scintille, si lanciano dalla ciminiera all'inseguimento della scìa della nave; spesso il vento li comprime verso il basso e gli occhi di Andrea si riempiono di fuliggine acida, le nari sono investite da un pungente odore di zolfo.
Molti hanno provato a descrivergliene la forza, ma la realtà è superiore a qualsiasi descrizione; per niente turbato o impaurito, resta in contemplazione di questo spettacolo unico e grandioso e, tutt'uno con il corpo vivo della nave, sembra volersi misurare con le forze scatenate della natura. Che è poi l'unica cosa che si possa ragionevolmente fare. Dal ciclone, una volta presi, non è possibile fuggire e guai a mostrargli il fianco o le spalle; bisogna fronteggiarlo, guardandolo dritto negli occhi. Quando si sarà stancato, sarà lui a lasciarti andare, nessuno può dire con quante ossa rotte, a quale distanza dal punto in cui si è impadronito di te.
Dagli oblò aperti della cucina arriva un fracasso di pentole, accompagnato dall'immancabile sequela di bestemmie del cuoco, che invano tenta di conciliare il continuo sballottamento con l'esigenza di mettere insieme un pasto caldo per l'equipaggio. Impresa che appare perduta in partenza, poi, come al solito, attraverso un delicato miracolo di equilibrio di teglie incastrate e pentole sospese, la cena, o qualcosa che le somiglia, verrà alla bell'e meglio servita. Il problema si sposterà allora sui commensali, che dovranno impegnarsi all'estremo con piatti e bottiglie in movimento, qualcuno anche col netto rifiuto dello stomaco a ricevere il cibo, destinato in più di un caso a finire miseramente ai pesci.
A tratti, portata dal vento, la voce di Luigi il cambusiere arriva alle sue orecchie e, pur nell'impossibilità d'intenderne le parole si avverte in essa il solito tono calmo e rassicurante di sempre. Per quale strano capriccio del caso, un simile uomo abbia intrapreso quella professione, non è facile capire. Un lavoro che la maggior parte della gente di mare considera una forma di sfruttamento, a tal punto da coniare per gli appartenenti alla categoria, ivi compresi cuochi e camerieri, il dispregiativo termine di "Razza di Caino." E' noto infatti che, per meglio tutelare gli interessi delle ditte che provvedono al vettovagliamento delle navi, il cibo fornito è spesso scarso e di qualità scadente e ciò è fonte di continue tensioni che, non di rado, sfociano in vere e proprie risse.
Non è però il caso di Luigi che, a differenza di tanti suoi colleghi che imperversano su altre navi, è invece sempre disponibile a soddisfare le esigenze dei componenti l'equipaggio e nessuno ha mai avuto motivo di lamentarsi.
Amante della cultura, una grande passione per la musica; difficilmente, durante le soste nei porti, scende a terra e, se lo fa, non corre come gli altri in cerca di facili avventure. Al contrario, i suoi obiettivi sono: la visita ad una chiesa di particolare pregio, un museo, un mercato caratteristico, al più, l'acquisto di dischi con i quali allietare la solitudine della lunga navigazione. Nonostante tale comportamento, piuttosto inusuale fra la gente di mare, è tutt'altro che un moralista e mostra grande comprensione verso chi tenta di allentare la stretta della forzata clausura che la vita di bordo impone. Specialmente i più giovani, che, al ritorno da una notte di bagordi, trovano sempre qualcosa di consistente da buttare nello stomaco, per ritemprare così le spente energìe. Famosi sono gli enormi zabaglioni che Luigi prepara nei porti, dove è particolarmente facile spendere sino all'ultima cartuccia con compiacenti indigene. Utilizza il proprio tempo libero a rendersi utile agli altri in mille modi: un consiglio, quasi sempre azzeccato, su come lenire un disturbo fisico; l'aiuto a qualche marinaio con scarsa dimestichezza con la penna per scrivere a casa; suggerimenti sui luoghi da visitare ed altri dai quali è più igienico tenersi alla larga, e così via....
Profondamente legato alla famiglia, la foto della bella moglie e di due bambini altrettanto graziosi fanno mostra di sé alle pareti della sua cabina e talvolta gli è difficile nascondere il cruccio di dover trascorrere così tanto tempo lontano da loro. Tali stati d'animo non durano mai troppo a lungo e l'ascolto di una sinfonìa o di un brano d'opera hanno il potere di attenuarli e renderli meno drammatici, restituendogli l'umore di sempre. Quello di un uomo buono, ricco di umanità, quale difficilmente è dato d'incontrare nel microcosmo al cui interno è racchiusa la vita di una nave e del suo equipaggio.
In questo, la Fort Lane rappresenta una eccezione notevole e molte sono le persone con le quali Andrea è riuscito a stringere un saldo, vero rapporto d'amicizia, ben al di là del cameratismo di maniera, che a volte lega individui accomunati in qualche modo dalla stessa sorte.
Il direttore di macchina, anch'egli si chiama Luigi: nessuno lo ha mai visto perdere la calma o alzare la voce, neppure nelle situazioni più difficili. Il suo sorriso aperto e cordiale, la perfetta padronanza della professione ispirano fiducia e infondono sicurezza a chiunque gli stia vicino.
Salvatore, il fuochista pugliese, che, oltre a condividere con Andrea gli impegni del turno di guardia, ne è inseparabile compagno di ogni spedizione amorosa.
Toni, ex minatore istriano, approdato per strane vie alla vita di mare, innamorato della bottiglia, forte come un toro, ma di una gentilezza ed umanità uniche.
Domenico, l'aiutante di cucina, esuberante scugnizzo napoletano, sempre pronto ad esibirsi con rara maestrìa in improvvisati concerti jazz o afro cubani, con l'esclusivo ausilio di mestoli, teglie, bicchieri e casseruole.
Francesco, il cameriere, tutti lo chiamano Francois, per via della sua eleganza che ha un ché di parigino, una grande passione per il calcio. Ogni domenica, nelle ore più assurde a causa del fuso orario, invade la cabina di Andrea, nel tentativo, che non sempre riesce, di captare alla radio anche un semplice brandello di partita dall'Italia, meglio, se si tratta del suo Genoa.
Ma anche gli altri, come il comandante e Fernando, il primo macchinista, che, in ossequio ad un cliché, secondo il quale un comportamento diverso sarebbe per quell'ambiente disdicevole, cercano inutilmente di nascondere, con i loro atteggiamenti burberi ed in apparenza autoritari, le loro emozioni, la loro profonda carica umana.
Così, il periodo d'imbarco è volato via, quasi senza accorgersene: all'arrivo a Norfolk, fra sette, otto giorni, Olga permettendo, passerà la mano e riprenderà la via di casa. Questa volta però, le tante sospirate vacanze non suscitano l'entusiasmo di sempre. Infatti, l'ultimo soggiorno nella sua città ha messo a nudo un aspetto altre volte sottovalutato, col quale, purtroppo, un uomo di mare deve fare i conti ad ogni nuovo impatto con la normale esistenza degli altri esseri umani.
I vecchi amici vanno ora per strade diverse e non c'è più nessuno disposto a porgere orecchie al racconto dei lunghi viaggi in terre lontane; le ragazze mostrano diffidenza per l'odore di salmastro che si porta addosso e i soldi, per la prima volta può disporne con una certa abbondanza, servono solo a comprare, ma certe cose, purtroppo, non sono in vendita.
Quei due anni trascorsi lungo le coste del grande Continente, dal Canada al Mar del Plata, dai Caraibi alla Terra del Fuoco, avevano lasciato in lui una impronta ben definita, di cui si era reso conto solo negli anni successivi. Era stato in quel periodo infatti che il ragazzo impacciato, timido, pieno di strane paure, si era fatto uomo; a quell'epoca risalivano sicuramente anche le prime intuizioni di carattere sociale, le passioni più ardenti.
Emergeva dalle acque di quell'Oceano una sequenza di nomi femminili, ad ognuno dei quali era legata una storia, sempre inevitabilmente breve, ma non per questo meno intensa. Ada, Mary Ann, Stella, Lynn, Patricia,......eppure dei loro volti, delle loro sembianze, sembrava che il tempo avesse rimosso definiti-vamente ogni ricordo.
Strano, poteva rievocare senza il minimo sforzo il senso delle cose che si erano dette, delle speranze sorte ed immediatamente cadute, ma dei visi non era rimasto niente, come la pagina di un libro che qualcuno si era divertito a cancellare. Da ognuna di loro aveva ricevuto molto, certo più di quanto non avesse dato; non era neanche sicuro che lo avessero amato, non tutte almeno, eppure erano riuscite a riempire ugualmente, rendendola feconda, un'intera stagione della sua vita, ben al di là di quanto si fosse verificato con donne frequentate più a lungo.
Il loro ricordo si era protratto così a tenergli compagnìa, a rendergli meno dura la solitudine nell' attesa di successivi incontri, che avrebbero riproposto ad altre latitudini e con soggetti diversi il medesimo rituale, destinato come sempre a bruciarsi in un brevissimo spazio di tempo.
Ma proprio il tempo, nel suo scorrere ineluttabile, aveva avuto il potere di riunirle; una lista di nomi, di località, un insieme di parole pronunciate in idiomi diversi, un'unica galleria, dove tali personaggi senza volto avrebbero continuato a parlare al suo cuore di un periodo, forse non felice, tuttavia straordinariamente intenso e pieno di struggenti emozioni. Una specie di stagione degli amori, di amicizie destinate a durare, anche quando dei singoli soggetti si era perduta ogni traccia, di scoperte che avevano lasciato il segno.
Il ciclone ha attenuato la sua violenza; qua e là, fra imbronciati ammassi di nuvole scure, fanno capolino le stelle. La nave ha riacquistato velocità, ma sarà solo questione di ore, come sempre avviene quando si raggiunge il centro del grande vortice. Presto ne raggiungerà l'anello esterno e la danza riprenderà più forte e più violenta di prima.
LA VIA DELL'INFERNO
La rada è affollatissima di navi alla fonda; il Canale è rimasto bloccato per un paio di giorni, a causa della rottura del pilone di un ponte girevole in prossimità di Ismailia. Difficile fare previsioni sulla formazione del convoglio per Suez.
Una leggera brezza da Nord Est attenua le prime avvisaglie di quella specie di fornace in cui ci troveremo immersi nei prossimi giorni. I corridoi esterni degli alloggi di poppa si sono già riempiti di vocianti venditori, che immancabilmente invadono ogni nave che qui getta le ancore, anche se per poche ore. In prevalenza ragazzini, stupefacente la loro capacità di farsi intendere un po' in tutte le lingue, la merce è quella di sempre: statuine di finto avorio, raffiguranti sfingi, teste di faraoni, piramidi; dolci immangiabili per i nostri palati; offerte sussurrate ma non troppo, di miracolosi afrodisiaci, quali la "mosca canterina", ricavata da un insetto, la cantaride, che si dice abbia il potere di conferire a chi l'assume una straordinaria potenza sessuale. Pari almeno a quella posseduta da Re Farouk, come ci dice ammiccando furbescamente Hussein, un ragazzino che non manca mai durante le soste a Port Said. E, se da una parte non può esimersi dallo schierarsi con la maggior parte degli Egiziani nelle celebrazioni del nuovo corso contro il deposto monarca in esilio dorato in Italia, con un sonoro "Farouk grande ruffiano", dall'altra, l'orgoglio per la virilità del proprio connazionale, unita all'esigenza di reclamizzare la merce offerta, gli fa subito dopo esclamare: " Farouk tracca tracca tutte madame italiane! "
Ed il verbo onomatopeico non lascia alcun dubbio sulla sua interpretazione.
La cornice suggestiva della Città sullo sfondo, uno straordinario miscuglio di architettura europea ed orientale, con i suoi minareti, le cupole delle moschee, rende maggiormente apprezzabile questa sosta prolungata ed imprevista, facendoci per un istante dimenticare i disagi che ci attendono una volta al di là del Canale. Intorno, caos indescrivibile: un numero incredibile di barche sfreccia veloce, sfiorando le fiancate dei bastimenti, traghetti stracolmi di passeggeri, lance della Compagnia del Canale, impegnate nella difficile opera di composizione del convoglio, la cui partenza è tuttora problematica; urla, rumore di verricelli e di ancore in movimento, fischi di sirena, uno spettacolo unico, da non perdere.
Sul far della sera, il convoglio si avvia, lentamente, data la confusione che regna ovunque; per un niente evitiamo la collisione con un cargo battente bandiera liberiana, infine, superato il palazzo dove ha sede la Compagnia del Canale, imbocchiamo la via d'acqua e la marcia si fa più spedita e costante.
I venditori sono scomparsi con la stessa rapidità con la quale erano saliti a bordo, le sponde, illuminate dalla vivida luce del tramonto, mostrano ancora un po' di movimento, ma, fra non molto saranno del tutto deserte in assonanza col panorama arido e sabbioso che va riempiendo il nostro orizzonte. Poi, il buio della notte inghiotte tutto, solo il riflesso delle luci di bordo sfila lungo le rive; alte nel cielo, miriadi di stelle luminose accompagnano immobili il nostro lento andare. I motori girano a mezza forza, ogni tanto il telegrafo di macchina annuncia l'adeguamento della nostra velocità alle esigenze della lunga carovana, che scivola lentamente sulle acque oscure. Abbiamo di prua una nave da guerra francese, probabilmente un caccia, di poppa una petroliera norvegese.
Sul far dell'alba, la sosta obbligata ai Laghi Amari, per consentire il transito del convoglio proveniente da Suez; la prima nave ci è di traverso che sono quasi le otto, un cargo, sulla ciminiera l'emblema dell'Unione Sovietica, via via le altre, di ogni tipo e nazionalità, in prevalenza petroliere. Ce n'è per tutti i gusti, mai viste tante navi in così brevi spazi: dalle vecchie carrette, che arrancano sbuffando fumo nero, alle più moderne, dalle strutture agili ed eleganti, un campionario completo di quanto l'arte delle costruzioni navali di tutto il mondo ha saputo realizzare negli ultimi cinquant'anni.
Quando finiscono di sfilare è di nuovo sera ed il nostro convoglio può rimettersi in movimento.
Il sole ha picchiato forte per tutto il giorno, le lamiere dei ponti irradiano il calore assorbito ed impediscono di apprezzare la lieve diminuizione di temperatura che la notte si porta con sè. Ma ancora non è niente, a paragone di quel che ci attende all'impatto con l'aria torrida ed immobile di quella specie di lago bollente in mezzo a due deserti che è il Mar Rosso.
Prosperi, il terzo di macchina, è già entrato in agitazione: come tutti del resto, soffre il caldo, solo che a lui non riesce di sopportarlo in silenzio e tenta di esorcizzarlo con una sua guerra, puramente verbale, fatta d'imprecazioni, di bestemmie, spesso con il ricorso all'arma della poesia. Compone infatti dei versi strampalati sul calore e sui suoi effetti, versi che poi, si mette a recitare con malcelato orgoglio a chiunque gli capiti a tiro. L'ultima sua fatica comincia così:
- Disse il Poeta a un gruppo di uditori:
A fare i naviganti son dolori
E se è napoletano il ritornello
che il mare quando è calmo è molto bello,
il mare della zona tropicale,
che per tanti cristiani è micidiale,
manda calore e non rispetta un corno,
perché è bollente proprio come un forno.
Si sofferma quindi sui devastanti effetti che il caldo ed il sudore hanno sulle singole zone del corpo, senza ricorrere, da buon pisano, a inutili giri di parole per quelle che sono le parti meno nobili e conclude con un'invettiva, che è più che altro un'invocazione:
- Calore, non lo fare per dispetto
di rompere i c.. al poveretto
e, se vuoi meritarti un monumento,
lascia vivere in pace e, via col vento!
Talvolta gli è sufficiente un singolo verso per sintetizzare il concetto, come ad esempio, quando, dopo aver visto un gruppo di marinai che, sotto il sole rovente, stavano raschiando la vernice dal ponte di coperta, è salito di corsa in plancia per spiattellare là per là al comandante l'ultimo parto della sua "vis poetica."
- In coperta par d'esse' in un cantiere,
con gente che picchietta le lamiere
e coi raggi del sole che dardeggia,
ci s'accende perfino una sc..
Le battute di Prosperi hanno se non altro il pregio di allentare la tensione che si va accumulando e che è comunque destinata a salire una volta fuori dal Canale. Agosto è il mese peggiore: il sole fiammeggia implacabile da un cielo senza nuvole, in poche ore la temperatura dell'acqua è salita a trenta gradi e salirà ancora, man mano che che ci allonteneremo da Suez. La sala macchina è rovente, ma non è niente al confronto col locale caldaie, un forno in cui si può resistere appena il tempo per le operazioni indispensabili, quali il cambio periodico dei bruciatori. Sopra, all'aperto, la situazione è relativamente migliore, ma il sole a picco rappresenta un pericolo reale da cui proteggersi e le cabine, prive come sono di aria condizionata, si sono trasformate in saune dove è impensabile dormire neppure di notte ed ognuno e costretto a farlo disteso sui ponti. Non c'è un alito di vento ed il fumo della ciminiera sale perfettamente verticale. Continuiamo ad ingurgitare litri e litri di bevande ghiacciate, che si trasformano immediatamente in rivoli di sudore che, nonostante la quantità di pastiglie di cloruro di sodio buttate giù per compensare la perdita di sali dovuta alla sudorazione, provocano fastidiosissime affezioni della pelle. La più frequente, chiamata comunemente lichene, si manifesta con un tremendo prurito in ogni parte del corpo che non concede tregua. Unico rimedio, spugnature con alcol, meglio se mentolato, ma non sempre ce n'è a disposizione: il primo effetto, un bruciore intenso, come la puntura di mille aghi invisibili, poi, per fortuna, subentra una sensazione di freschezza, che pur non durando mai a lungo, concede comunque quel minimo di sollievo, senza il quale sarebbe difficile resistere.
La baia di Suez alle spalle, ci inoltriamo nella distesa immobile di queste acque dal colore stupendo e dalla trasparenza eccezionale, ma nessuno si trova nelle condizioni ideali per ammirarle, dato che la situazione tende decisamente al peggio e, all'altezza di Massaua, la temperatura del mare, salita ancora, impone un'ulteriore riduzione di velocità dei motori, sottoposti ad eccessivo riscaldamento, prolungando le nostre tribolazioni.
Come diavolo può essere venuto in mente a qualcuno di far sorgere una città in un luogo simile? Di fronte, un mare fra i più caldi del globo, alle spalle l'inferno privo di vita della Dancalia, estesa depressione, un centinaio di metri al di sotto del livello del mare, inconcepibile! Eppure sta lì, da un numero incalcolabile di anni, con il suo insediamento umano; il termine più adeguato, per chi come noi è costretto, sia pur temporaneamente, a condividerne le pene, è quello di una colonia di dannati, messi lì ad espiare chi sa quali peccati.
L'Oceano Indiano è a poco più di due giorni di navigazione; oltre Bab El Mandeb, ci attende il monsone e, secondo le previsioni meteorologiche, sembra sia piuttosto sostenuto. Non ce ne preoccupiamo, qualsiasi cosa è pur sempre preferibile alla lenta cottura cui il Mar Rosso ci sta sottoponendo.
Il sole è scomparso dietro cumuli di nubi minacciose, il vento umido, appiccicaticcio, soffia impetuoso; il mare gonfio ci investe di traverso con violenza e ci sballotterà almeno sino al punto in cui la grande penisola indiana ci fornirà un minimo di protezione.
Il salutare cambiamento delle condizioni atmosferiche ha risollevato il morale generale e, nonostante lo stato proibitivo del mare, si riesce anche a dormire in cabina. Anche Marcialis l'elettricista e Ricco, uno degli ingrassatori, che avevano destato qualche preoccupazione, sembrano usciti da quello stato di abulìa paralizzante dei giorni scorsi. Entrambi hanno superato i cinquant'anni ed il loro stato di salute ha fatto temere fortemente un collasso, che, in questi climi, per fisici non perfettamente a posto, può risultare addirittura letale. hanno ripreso il loro lavoro, anche se sui loro volti, nei movimenti sono ancora presenti i segni dell'incubo vissuto. Ma l'ultima parte del viaggio ancora da compiere non è certo migliore di quella che ci siamo lasciati alle spalle, anche se talvolta la presenza di venti locali può attenuarne la calura.
Questa volta, infatti, la fortuna sembra dalla nostra parte: entriamo nel Golfo di Oman, anticamera del Golfo Persico, che il mare si è calmato completamente; persiste tuttavia un discreto vento, naturalmente caldo, che è pur sempre meglio di niente.
La nostra mèta, il porto petrolifero di Fao sullo Shat El Arab, corso d'acqua formato dalla confluenza dei biblici Tigri ed Eufrate e che separa l'Iran dall'Iraq. A due giorni dall'arrivo, il vento è calato del tutto: Marcialis e Ricco sono stati di nuovo esonerati dal servizio e vagolano terrorizzati per la nave, strofinandosi sulla fronte e sui polsi dei pezzi di ghiaccio. All'imboccatura del fiume, sale a bordo il pilota che ci guiderà a banchina; Ricco, purtroppo, non ha retto ed è crollato. In attesa di affidarlo a mani più esperte, a Fao esiste un piccolo ospedale, gli viene praticata un'iniezione di canfora per sostenere il cuore e , avvolto nelle coperte, viene disteso all'interno della cella frigorifera, dove sono immagazzinate le provviste alimentari. In caso di colpi di calore come questo, sono gli unici provvedimenti che siamo in grado di prendere, dato che, sulle navi da carico, un medico rappresenta per gli armatori un lusso giudicato eccessivo.
A nave ormeggiata, Ricco, privo di conoscenza ed in condizioni che non lasciano presagire nulla di buono, viene condotto in ospedale, nella speranza che là riescano a far meglio di quanto non abbiamo potuto fare noi.
Fao è semplicemente un molo petrolifero; scendere a terra è fuori discussione per chiunque, le Autorità locali non lo consentono, ma, anche se così fosse, non si saprebbe dove andare. Quindi ognuno, in relazione ai propri compiti, si dà da fare nonostante il caldo torrido, per render celeri al massimo le operazioni di carico del greggio e riprendere più speditamente possibile il mare.
Passate alcune ore, veniamo informati che Ricco non ce l'ha fatta e la notizia getta nello sconcerto l'intero equipaggio; impossibile riportarlo in Patria ed il comandante si attiva stabilendo gli opportuni contatti per provvedere alla sepoltura. A Bassorah c'è un piccolo cimitero cristiano e ci si organizza perché qualcuno partecipi alle esequie. La salma verrà spedita questa notte stessa, domani mattina, un paio di membri dell'equipaggio affronteranno su di un'auto dell'Agenzia Marittima, i circa cento chilometri che ci separano dalla Città.
Ricco faceva parte del mio turno, io sono fra l'altro il più giovane dell'equipaggio e, insieme ad un altro giovane, Michele il carbonaio, veniamo incaricati del pietoso compito. Al di là della doverosa presenza durante l'ultimo viaggio del compagno di lavoro, il nome di Bassorah evoca in me il ricordo di passate letture, cariche di fascino esotico, di avventure straordinarie, sollecitando fortemente la mia curiosità. Aladino, Sherazade, Califfi e Vizir che popolano quel fantastico libro che è " Le mille e una notte ", riportano inevitabilmente a quel nome, a quella Città misteriosa, ai suoi intrighi, le sue alcove accoglienti, che così magistralmente riescono ad esprimere tutta la magìa dell'Oriente. Un'occasione irripetibile per accostarsi a questa realtà, per saperne di più, per verificare, a distanza di secoli dall'epoca in cui quelle storie sono state ambientate, cosa rimane ancora di ciò che la mia fantasia aveva immaginato, che cosa di quella cultura è sopravvissuto alla scoperta del petrolio ed alla conseguente egemonia dei potenti Paesi dell'Occidente.
Questi ed altri interrogativi affollano la mia mente, mentre ci mettiamo in strada, poco prima del sorgere del sole, in un paesaggio arido, incolore, in cui l'unica cosa viva sembra essere il fiume nel suo lento fluire verso il mare. La strada si snoda lungo il percorso della via d'acqua e non ci sono alberi, non si odono cinguettii di uccelli; la bassa marea, scoprendo consistenti tratti di riva, lascia affiorare distese di fango grigio, sulla cui superficie donne dai lunghi abiti neri, il volto celato dal tradizionale velo, si muovono con lentezza ed attenzione lla ricerca di qualcosa, che la distanza impedisce di individuare.
Il sole si va facendo sempre più caldo, l'aria più infuocata, a tal punto che ci vediamo costretti ad alzare i vetri dei finestrini dell'auto, per sfuggire alla carezza soffocante che il vento della corsa ci infligge. L'autista è un uomo di poche parole, ma neanche noi abbiamo gran voglia di parlare e continuiamo a sudare in silenzio, fumando una sigaretta dopo l'altra. Secondo i miei calcoli, siamo a circa metà del percorso, quando si incontrano i primi accenni di vegetazione, piuttosto rada e composta in prevalenza di palme; qua e là si intravedono alcune piccole abitazioni, probabilmente di fango seccato e prive di finestre, come è tipico di gran parte dei Paesi Arabi più tradizionali, solo ogni tanto, di sfuggita, qualche rara presenza umana. Arriviamo alla periferia di Bassorah, dove i raggruppamenti di case, sempre del tipo prima notato, si succedono con maggior continuità, ma non si vedono fabbricati di un qualche rilievo o pregio, solo l'intersecarsi frequente di un numero crescente di strade, in minima parte asfaltate, ci conferma che la nostra mèta è ormai prossima. L'autista borbotta qualcosa, che a senso interpretiamo come l'annuncio del prossimo arrivo a destinazione. I fabbricati sembrano adesso relativamente migliori e più curati; certo non immaginavo di trovare qui gli splendidi palazzi delle mie letture giovanili, i favolosi giardini, le fontane con i meravigliosi giochi d'acqua, ma la sensazione di squallore e di miseria, che vi si respira, supera ogni pessimistica previsione. Poche le auto in circolazione: qualche vecchio modello di Ford o di Citroen, qualche furgoncino sgangherato, molti carretti trainati da asini o cavalli. Giunti ad un incrocio piuttosto ampio, giriamo a destra e ci troviamo di fronte ad un palazzo a più piani, finalmente degno di tal nome. Qui hanno sede gli uffici della BP, la società petrolifera inglese dalla quale la nostra nave è stata noleggiata.
Il cortile interno, cui si accede attraverso un arco, è ben curato; ci viene incontro un distinto gentleman, che si presenta come l'Ingegner Parker. Molto formale e gentile, ma anche molto pratico: esauriti i saluti di rito, ci domanda se abbiamo fatta colazione e, senza neppure attendere la risposta, aggiunge: " I morti non hanno fretta, possono attendere. Adesso dobbiamo pensare ai vivi. " Ci introduce all'interno del fabbricato, guidandoci in quella che ha tutta l'aria di essere la sala di un club. L'aria condizionata ci provoca brividi d'intenso piacere, al pari di una tavola apparecchiata per una sostanziosa colazione all'inglese, arricchita da una gran quantità di bevande ghiacciate, sulle quali ci gettiamo a capofitto. Parker osserva tra il divertito ed il comprensivo, accennando con gli occhi alle nostre camice fradice di sudore. Troviamo la colazione squisita e non facciamo nulla per nasconderlo, poi, rilassati, ci abbandoniamo sullo schienale di una poltrona per gustare una sigaretta. La realtà ci appare sotto una luce decisamente più rosea: ci piacerebbe prolungare indefinitivamente questa pausa rigeneratrice, ma abbiamo un dovere da compiere e, sia pure a malincuore, ci alziamo per proseguire verso il cimitero.
Lo facciamo sulla vettura più confortevole dello stesso Parker che, da questo momento assume il comando delle operazioni. Una breve sosta presso la sua abitazione, una graziosa villetta in stile coloniale, immersa in un verde che, dato il carattere del luogo, appare quasi innaturale, per consentirgli di sostituire la cravatta a colori vivaci con una più consona alla cerimonia alla quale ci accingiamo a partecipare. Non porta naturalmente la giacca, ma restiamo ugualmente colpiti per il formalismo, tipicamente inglese, col quale intende onorare il compito affidatogli.
Una recinzione di mattoni delimita l'area del piccolo cimitero; la presenza di alcuni alberi al suo interno attenua il riverbero del sole cocente; un vialetto coperto di ghiaia, ai fianchi una diecina di tombe in stato di abbandono, conduce alla minuscola cappella, di fronte alla quale, visione insolita in un luogo simile, ci attende un frate col pesante saio marrone dei francescani. Poco più in là, un carretto a mano, sul quale è posata la bara, con a fianco i due becchini.
Il frate, un italiano, ci intrattiene con una serie di lamentazioni sulla sua triste sorte di pastore, a cui non è stato affidato alcun gregge, visto, sono parole sue, che questi selvaggi senza Dio non mostrano alcuna propensione ad abbracciare l'unica vera Fede, costretto a marcire in un luogo così inospitale, che lo sta conducendo verso una morte lenta ed ingloriosa. Gli esprimiamo la nostra comprensione quasi totale; almeno per quanto riguarda il clima, non possiamo che essere d'accordo con lui.
Nel frattempo, l'inglese, parlottando con gli addetti del cimitero, sta verificando che tutto sia stato predisposto per l'inumazione.
Esaurita la sequela di lamentele, il religioso estrae dalle capaci tasche del saio un aspersorio ed una vaschetta metallica, nella quale versa un po' dell'acqua (supponiamo benedetta) contenuta in una bottiglia che tiene in mano e s'incammina in direzione della bara. Sostiamo in raccoglimento, mentre questi, brandendo l'aspersorio, provvede alla benedizione della salma, pronunciando la formula di rito. Si forma quindi il corteo, con l'inglese che precede il carretto, trainato dagli affossatori, seguito dal frate, Michele ed io. Il luogo dove è stata scavata la fossa è in pieno sole e tutto si svolge con estrema rapidità: meccanicamente, il caldo impedisce di ragionare, raccogliamo una manciata di terra e la lasciamo cadere nella fossa, sulla bara che vi è appena stata deposta. Con altrettanta rapidità, guadagnamo l'ombra protettrice di un albero, ai cui piedi è appoggiata una lastra di pietra ancora da incidere che completerà la tomba. Parker si fa dare da noi i dati relativi al morto, impartisce le ultime disposizioni ai becchini e, salutato il frate, raggiungiamo velocemente l'auto.
Si è conclusa in questo modo la vicenda terrena di Francesco Ricco. Lontano dalle colline dell'entroterra ligure dove era nato e dove era tornato al termine di un lungo periodo trascorso sul mare, ben deciso a non staccarsi più da quella terra che gli aveva dato i natali, nella quale spendere gli ultimi anni di meritato riposo. Una terra povera, avara di risorse, una famiglia, che malauguratamente non aveva avuta l'accortezza di pensare al futuro. Così, nel giro di un paio d'anni, i risparmi accumulati a prezzo di tanti sacrifici, si erano volatilizzati prima che per Francesco arrivasse l'età in cui poter percepire la pensione.
Aveva ripreso a girare per gli uffici dei vari armatori, alla ricerca di un ingaggio, che gli consentisse di sopravvivere sino al raggiungimento dell'ambìto traguardo, ma non era facile, all'età di cinquantanove anni, uno stato di salute precaria, segnata dai lunghi anni d'ingrata fatica, fra motori e caldaie, a bordo di vecchie carrette, che solcavano i mari da tempi immemorabili. Alla fine c'era riuscito e, partendo per quel viaggio, dal quale, era scritto, non avrebbe fatto ritorno, era sereno e già pregustava le piccole gioie che lo attendevano al definitivo ritorno al paese, quali accudire il piccolo orto retrostante la casa, le partite a carte con gli amici d'infanzia, nella piccola osteria sulla piazza, finalmente libero da preoccupazioni di natura economica.
Parker ci ha ricondotti alla sede della BP e, dopo una breve sosta per rinfrescarci, riprendiamo posto sulla vecchia auto con lo stesso autista taciturno, che ci aveva portato sin qui.
Via via che la strada si snoda sotto le ruote, il disagio si fa di minuto in minuto più angoscioso e ad esso si accompagna il rimorso per non aver potuto dar maggior dignità alla dipartita di quest'uomo semplice e buono, che dalla vita ha avuto così poco, alla quale abbiamo assistito quasi con distacco, preoccupati più di ripararci dal sole, che non all'atto definitivo che si stava compiendo sotto i nostri occhi. Sarebbe bastato un fiore e, sui tavoli del club ce n'erano in abbondanza, ma, presi com'eravamo dalle nostre esigenze materiali, non ci abbiamo pensato. Per cui, l'omaggio più sincero è stato alla fine quello di Parker, che, pur non conoscendo il morto, aveva ritenuto opportuno esprimere il proprio rispetto, col gesto semplice, ma significativo, del cambio della cravatta.
Quando si hanno vent'anni, non si ha tempo per pensare alla morte, tanto questa appare un evento lontano, qualcosa che non ci riguarda, ma, in una giornata come questa, è impossibile esorcizzarne la presenza e, non solo a causa dell'avvenimento che ci ha coinvolti direttamente. La si respira nell'aria, lungo le rive di questo fiume, le acque dal colore di petrolio, nei bagliori di un pozzo che brucia in lontananza; la si avverte nel cigolìo delle pompe, ininterrottamente al lavoro per alimentare i grandi oleodotti, che ricorda sempre più un lamento; si tocca con mano, nel nero delle vesti delle donne che, simili a lugubri corvi, continuano la loro ricerca nel fango della riva.
Eppure, su queste plaghe inospitali sono sorte e si sono sviluppate alcune fra le più antiche civiltà che la Storia ricordi, le cui vestigia affiorano un po' dovunque nei desolati deserti, anche se oggi qui è difficile trovarne riscontro.
E' rimasta la ricchezza, allora sconosciuta, custodita nel ventre della terra, che ha attirato cupidigie, provocato guerre e rivoluzioni ed ha fatto scorrere tanto, troppo sangue.
Ben poca di questa enorme ricchezza è rimasta qui, preda per lo più di rapaci sceicchi e di governanti corrotti, il resto è andato ad alimentare le fortune delle grandi Compagnie dell'Occidente e di sangue ancora tanto ne scorrerà.
Il sole basso sull'orizzonte ferisce lo sguardo, a dispetto degli inutili occhiali con cui tentiamo invano di proteggerci. Non c'è modo per evadere, anche se per poco, da questo inferno, se non chiudendo gli occhi, per provare ad immaginare l'azzurro terso del Mediterraneo, le sue brezze gentili, il familiare odore di casa.
ADA
Ada era indiscutibilmente bella e sarebbe stato naturale innamorarsene. Non lo fu per Sandro, almeno non da subito. Il sentimento nacque invece e si sviluppò, complice la lontananza, fra le righe delle lettere che presero a scambiarsi con discreta frequenza e non è da escludere che un ruolo affatto secondario lo giocasse la fluida dolcezza dell'idioma castigliano, col quale il giovane provò a cimentarsi per la prima volta anche nella forma scritta. Un impegno di non poco conto, nonostante l'apparente affinità con la propria lingua madre, attraversato da una miriade di piccoli tranelli, nei quali era facile inciampare, reso ancor più arduo dal crescente desiderio di far breccia nel cuore della ragazza.
Mai, da nessuno dei due, il sentimento fu reso esplicito ed esso era rimasto sempre sospeso per aria, celato nella banalità di una riflessione a mezza voce, di un ricordo timidamente accennato, affidato alla speranza di nuovi incontri suscettibili di offrire migliori opportunità.
Ad onor del vero, all'epoca, Sandro nutriva scarsa conside-razione nei propri mezzi e, all'irruenza, la presunzione addi-rittura, con le quali era uso affrontare situazioni di diversa natura, faceva riscontro sul piano sentimentale una timidezza estrema, tanto maggiore, quanto più forte era l'attrazione che provava per una donna. C'era in lui l'intima convinzione di non essere in grado di offrire niente che valesse la pena in particolare, ad una creatura simile, che possedeva tutte le qualità per pretendera dalla vita il meglio. Come se non bastasse, si sentiva vincolato da una specie di obbligo morale verso la persona che gli aveva consentito di conoscere Ada, una sua cugina italiana, con la quale Sandro aveva di recente avuta una storia, anche se non particolarmente impegnativa.
Nelle due o tre occasioni che la nave su cui Sandro era imbarcato aveva toccato il porto di Callao, Ada si era adoperata al meglio per rendergli il soggiorno piacevole, ma, essendo la ragazza emotivamente molto legata al Paese dei genitori, pur non avendo mai avuta l'opportunità di visitarlo, tutto lasciava pensare trattarsi di un semplice dovere di cortesia e niente più.
Insieme avevano percorso in lungo ed in largo le strade e le piazze di Lima ed in lei il giovane aveva trovato l'interlocutrice ideale per consolidare l'interesse che da sempre nutriva nei confronti della Storia e le leggende dell'America pre-colombiana. Il primo contatto diretto con una realtà che, attraverso la lettura dei libri, era riuscito a malapena ad intravedere, così ricca e stimolante e che, in virtù dell'apporto di Ada, si era arricchito di fascino e rinnovato interesse.
Esperienza straordinaria, soprattutto sotto il profilo umano, per un giovane, al quale la vita di mare andava sottraendo gran parte delle piccole gioie di un'età spensierata ed irripetibile, nella quale il rapporto con l'altro sesso riveste ancora l'aspetto di un'iniziazione gioiosa e generalmente pulita, alle successive responsabilità della vita. L'esatto contrario dei rapporti mercenari ai quali ogni marittimo, in mancanza di altri riferimenti, è costretto a ricorrere e che costituiscono anche l'unico modo per beneficiare del minimo di calore umano, di cui più di altri avverte l'esigenza.
Ada aveva compiuto il miracolo, trasportandolo sulla cima di una collina luminosa, percorsa da una brezza leggera, odorosa di gioventù; di lassù lo sguardo poteva spaziare a perdita d'occhio su di una verde vallata, inondata dal sole, invitante e tranquilla. Un'oasi, dove le preoccupazioni non trovavano spazio, nella cui atmosfera distesa era facile dimenticare il vuoto delle notti solitarie sul mare, l'orrore degli uragani devastatori, il fuoco implacabile dei tropici, lo squallore dell'amore a pagamento nelle sudice taverne degli angiporti.
Ma quella valle era solo il frutto di un'illusione momentanea; in realtà, quelli come lui non vi avevano accesso. Come Ada, si poteva solo ammirare, custodire nel cuore come un tenero ricordo, utile magari ad addolcire i momenti tristi e niente più.
Lasciando per l'ultima volta il Perù, Sandro sapeva che, almeno a breve scadenza, non avrebbe avute occasioni per rimettervi piede. Tuttavia, lo scambio intenso di corrispondenza che seguì alla partenza, ebbe il potere di attenuare in parte il senso di definitivo distacco, che aveva pervaso gli ultimi giorni di permanenza in quei luoghi, contribuendo al mantenimento in vita della speranza di possibili nuovi incontri.
La separazione da una persona cara spinge quasi sempre a rivivere con un'attenzione tutta particolare i singoli eventi che insieme a questa ci hanno visto protagonisti ed il contenuto delle lettere ne fu particolarmente influenzato.
Atteggiamenti, gesti, semplici situazioni di quella spensierata vacanza, passati minuziosamente al vaglio, per esaltarne i momenti più belli d'intensa affettuosità, gli imbarazzati silenzi, fatti di parole e sguardi, restati pudicamente in sospeso, nel timore di mosse premature o avventate che avrebbero potuto rovinare tutto.
La folla multicolore all'arrivo del treno da La Horoya, nella quale si erano gioiosamente immersi, mano nella mano, dopo aver respirato la cupa atmosfera aleggiante intorno alla cripta a fianco della cattedrale, custodia del corpo imbalsamato di Pizzarro. Nelle voci incomprensibili, nei vivaci colori dei ponchos degli indios e dei mulatti dell'altipiano, discesi alla capitale per i loro poveri commerci, avevano provato la sensazione di una rivincita della vita sulla ferocia, sul freddo senso della morte con cui il Conquistador aveva perpetrato lo sterminio e la distruzione dell'antico impero, ripagata con la stessa moneta nella congiura di palazzo che ne aveva deciso l'eliminazione. La gioia che gli sembrava di leggere nello sguardo della ragazza ad ogni nuovo incontro, l'impegno serio e diligente, talvolta addirittura sacrale, che ella metteva nell'illustrare all'amico venuto di là dal mare, la Storia, le tradizioni, le leggende di un Paese che, indipendentemente dalle sue origini, sentiva profondamente suo. Il passo di un valzer criollo appena accennato, sulle note della musica del disco che gli aveva regalato. Il velo di tristezza che le oscurava il volto, quando, al termine di una giornata intensamente vissuta, veniva il momento della temporanea separazione ed il linguaggio delle mani che si stringevano provava a comunicare quel che le parole non avevano potuto.
Tutto questo riemergeva nelle pagine delle lettere, lunghissime, dallo stile forse un po' tortuoso, nelle quali nessuno dei due aveva mai trovato il coraggio di mettere a nudo la realtà del sentimento che si andava radicando nei loro cuori. Ma, anche se la parola amore non trovò spazio in quelli scritti, mai omaggio al dio sconosciuto e misterioso, intorno al quale ruota il destino di tanti esseri umani, fu più esplicito.
Sei mesi, o poco più durò la corrispondenza, poi d'improvviso s'interruppe. Il perché di questo silenzio, caduto inspie-gabilmente, senza che nulla lo avesse fatto presagire, restò per Sandro un mistero. Tutti i suoi tentativi per ripristinare il dialogo interrotto naufragarono nel nulla e, alla fine, l'un8ca spiegazione plausibile rimase la stessa nella quale altre volte si era imbattuto in situazioni simili. Passato l'entusiasmo dei primi momenti, quando il trascorrere del tempo e la forzata lontananza spengono le speranze di uno sbocco positivo, l'inutilità di percorrere strade che si perderanno inevitabilmente nel nulla, si manifesta in tutta la sua evidenza e la conclusione è sempre la stessa. Un copione scontato, recitato ogni volta che aveva tentato di mettere in piedi un rapporto affatto aleatorio con donne incontrate durante i suoi viaggi. In fondo, era la cosa più naturale del mondo, dato che, per quanto se ne dica, l'amore, al pari dell'amicizia, che ne è il parente più prossimo, devono per potersi sviluppare disporre di un terreno adeguato che, in assenza di contatto, le parole di per sé non sono in grado di costituire. Parole scritte, s'intende, troppo statiche per avere la forza di mantenere in vita l'interesse fra due persone, oltre un limite che si potrebbe definire fisiologico.
Una frase pronunciata, o anche semplicemente taciuta guardandosi negli occhi, una mano tesa, un sorriso, una lacrima, valgono molto di più di qualunque epistolario, ancorché vergato con mano sapiente e trasfuso di affetto; ancora una volta i fatti erano lì a dimostrarlo. Neppure la storia con Ada, pur nella sua unicità, condensato di tante promesse, aveva fatto eccezione alla regola. Aveva dovuto accettarlo, ma, a differenza di precedenti esperienze, non era stato in grado di cancellare la ragazza dai propri ricordi, fors'anche per l'impulso culturale che ne aveva ricavato e che lo aveva successivamente spinto ad approfondire la conoscenza di quello straordinario continente.
A seguito di ciò, negli anni che seguirono e via via che ai suoi occhi si andavano dispiegando i tanti aspetti di quella complessa realtà, lo sforzo di penetrarne l'essenza storica, umana e sociale non fu più in lui disgiunto dal ricordo della persona che aveva contribuito a fargliela scoprire.
Le storie degli antichi imperi, dei conquistadores prima, dei leggendari libertadores e dei feroci tiranni poi, degli spietati genocidi, alcuni dei quali ancora in atto, che avevano rischiato di cancellare una parte così preziosa della storia della umanità, erano, anche a distanza di anni, rimaste indissolubilmente legate alla manciata di giorni, nei quali insieme ad Ada, aveva cominciato a percorrere quelle strade sino ad allora sconosciute. Una piazza, un monumento, una cattedrale, il semplice nome di una via, ritrovate in seguito nelle opere degli autori, che delle tradizioni di quei popoli, della verità storica che li riguardava, non avevano mai cessato di salvaguardare la memoria, per ricordare ad una umanità disattenta e fortemente condizionata dalla agiografia dei vincitori, anche le ragioni dei vinti.
E se la breve, improvvisa fiammata, nata nel casuale incontro con quella tenera creatura, non aveva avuta la forza di trasformarsi in fuoco destinato a durare nel tempo, era stata tuttavia in grado di produrre frutti, in virtù dei quali la sua vita era uscita arricchita, incanalandosi lungo i sentieri nuovi di un impegno diverso sul piano umano, sociale e politico, impensabile senza lo spunto iniziale, del quale l'amore per Ada aveva delineato i contorni.
Un capitolo chiuso ormai, come la vita di mare, abbandonata da tempo; ricordi lontani di esperienze vissute intensamente e che avevano lasciato un'impronta profonda e tale da influenzarne tutta la vita successiva.
Così, un giorno, trovandosi a passare per la piccola città, dove era avvenuto l'incontro con la cugina di Ada, non aveva resistito alla curiosità di conoscerne la sorte. Ricordava Ina come una ragazza piena di vita e ricca di ambizioni, decisa a seguire un suo autonomo percorso fuori dalle angustie del piccolo centro, dove sembrava non avvenire mai niente. Figlia di un uomo di mare, aveva persa la madre all'età di quindici anni, i fratelli, marittimi anch'essi, poteva godere della massima libertà, in virtù delle prolungate assenze cui la loro professione li obbligava. Privilegio di non poco conto per una ragazza di provincia, che però aveva finito per costituire l'ostacolo maggiore alla realizzazione dei suoi sogni di evasione. A contrastarli pesava probabilmente la mancanza di un'altra figura femminile che, in famiglia, costituisse per gli uomini di casa il naturale punto di riferimento al ritorno dopo ogni imbarco.
Una responsabilità sentita con forza e che l'aveva frenata, ogni volta che sembrava sul punto di abbandonare una condizione, pur sempre subordinata, in un paese che le andava stretto, per conquistarsi una propria indipendenza. Nodo che, all'epoca in cui Sandro aveva fatto la fugace apparizione nella sua vita, non aveva ancora avuta la forza di sciogliere.
Pur non avendone mai parlato esplicitamente, Sandro aveva in seguito maturata la convinzione che, forse proprio da lui, ella aveva sperato scaturisse la motivazione per rimuovere i dubbi che le impedivano dar corso alle proprie aspirazioni. Chissà se alla fine vi era riuscita e con quali risultati; spinto da un simile interrogativo, aveva consultato la guida telefonica, nell'im-probabile di riceverne una qualche conferma. Sorprendentemente, nome e cognome di lei figuravano sulla guida e, ancor più singolare, allo stesso indirizzo di allora.
Quella voce proveniente dal passato doveva averla turbata non poco, a giudicare dalla reazione al telefono e Sandro ebbe modo di constatarlo in modo diretto nell'incontro che, subito dopo, seguì a casa di lei.
La prima nota che colse, nell'apparente cordialità di un colloquio fra vecchi amici, fu di amaro risentimento verso l'uomo che, a distanza di venti anni, le ricompariva davanti, come niente fosse accaduto. Sandro era preparato agli inevitabili cambiamenti che il tempo doveva aver prodotto in lei, mai, tuttavia, avrebbe potuto immaginare tale devastazione, non tanto nell'aspetto, appesantito, irriconoscibile, quanto nelle condizioni di spirito, quelle di una persona alla quale la vita niente ha concesso, senza futuro, se non un lento trascinarsi verso l'epilogo finale, atteso come una liberazione. Si era ben presto pentito dell'impulso che lo aveva spinto a rivangare quel lontano passato, tutto sommato, di scarsa importanza, se non per il fatto che quella donna era stata il tramite per la conoscenza di Ada.
Infatti, questa si era subito lanciata in un vero e proprio atto d'accusa nei suoi confronti, dimostrando con ciò che ben diversa per lei era stata l'importanza attribuita a quel fugace rapporto.
Ne ascoltò perciò con pazienza i rimproveri per non averle fornito l'aiuto sperato e di essere per di più scomparso senza una parola di spiegazione. Per quanto apparisse chiaro che le responsabilità di quel fallimento non potevano essere addossate esclusivamente a lui, nondimeno la sua sensibilità ne fu turbata. Non c'era rabbia nelle parole della donna, solo amarezza infinita; niente in lei che ricordasse la brillante, esuberante ragazza, le sue ambizioni di potere un giorno diventare indossatrice o fotomodella, e i numeri non le sarebbero mancati, il sogno di una nuova libertà, fuori da quella casa, da quel paese amato - odiato, che si erano col tempo trasformati in una prigione per lei senza scampo. Una prigione priva di sbarre, ma non per questo meno opprimente, all'interno della quale la sua vita si era trascinata stancamente nella vana attesa di qualcosa che non si era verificato e che aveva assistito uno dopo l'altro al crollo dei suoi sogni più ambiziosi. Infine la rivalsa, meschina quanto naturale reazione nei confronti dell'uomo che, dopo aver sollevato tante speranze, se n'era andato senza lasciare tracce, senza neppure avere avuto il coraggio di motivare quella che a lei era apparsa come una vera e propria fuga. A distanza di vent'anni, gliel'aveva sbattuta in faccia senza perifrasi, facendosi vanto della punizione inflittagli al solo scopo d'impedire che ad altri fosse dato di godere quanto a lei era stato negato.
" Conosco la gente di mare, ci ho vissuto in mezzo da sempre e non avevo dubbi che, prima o poi, saresti tornato da me. Un marinaio ha più di altri bisogno di punti di riferimento, di approdi sicuri a cui tornare al termine dei suoi viaggi. Non potevo però immaginare che mia cugina potesse interferire nel nostro rapporto ed ero anzi contenta che in un Paese così lontano ci fosse qualcuno del mio stesso sangue a tener vivo l'interesse che provavi per me.
Ma, quando dopo tanti prolungati silenzi, Ada prese a scrivermi regolarmente, quasi ogni settimana, ho capito che le cose sarebbero andate diversamente. In modo casuale dapprima, poi con sempre maggiore frequenza, apparve chiaro che eri tu l'argomento principe di quelle lettere, tuttavia ho continuato a sperare che, date le distanze, la cosa non avrebbe avuto sbocchi e si sarebbe per forza di cose chiusa in tempi brevi. Invece la vicenda prese una piega diversa da quella che mi aveva fatto comodo immaginare e Ada mi confidò l'amore che provava per te e della certezza che fosse da te contraccambiato. Un amore importante a tal punto che, non riuscendo più a tollerare la separazione da te, aveva presa la decisione di raggiungerti in Italia, in concomitanza con le tue vacanze.
Dovevo far qualcosa se non volevo perderti: Ada era indubbiamente più attraente di me, le sue disponibilità economiche erano notevoli e, i soldi, si sa, rendono sempre tutto più semplice. Mi era costato molto prendere la decisione; un gesto meschino, fors'anche puerile, ma non avevo scelta ed alla fine ho agito. Le ho scritto cioè che tu eri legato a me da una precisa promessa, anche se non era vero; ho fatto in modo di metterti in cattiva luce, manifestando ogni possibile dubbio sulla tua affidabilità ed ho colto nel segno. Di certo le ho procurato sofferenza, non poca, vista l'enfasi con cui mi aveva prospettato il roseo futuro che vi attendeva, ma, alle sofferenze si fa l'abitudine, nessuno meglio di me lo può affermare. Dopo un paio d'anni, ho saputo del suo matrimonio con un professionista di Lima e, a giudicare dalle notizie che di tanto in tanto mi pervengono, sembra che tutto proceda nel migliore dei modi. "
Le parole della donna, sollevando il velo sui motivi che erano stati alla base dell'improvviso silenzio di Ada, avevano messo in luce quello che mai si sarebbe sognato di sperare e, a dispetto degli anni trascorsi, ne era rimasto sconvolto. Non era stata un'allucinazione, Ada lo aveva realmente amato, a tal punto che alla fine aveva deciso con il progettato viaggio oltre oceano di verificare se e come la loro vicenda sentimentale era destinata ad avere un seguito. Purtroppo, si era scelta come confidente la persona meno adatta, una donna ferita nell'orgoglio e delusa per sentirsi frodata dalla opportunità nella quale aveva profuso tante speranze. La sua risposta, una lucida vendetta, quella che aveva appena finito di gettare in faccia a Sandro.
Il quale, passata la prima reazione di sdegnato stupore, si rese conto di non provare alcun rancore per l'artefice di quella che, al momento, non riuscì a definire se non una canagliata. Inutile per di più, poiché Ina non poteva non sapere che quel lontano incontro, nato casualmente e per pura attrazione fisica, non avrebbe avuto alcun futuro e pertanto, da quell' azione non avrebbe tratto alcun vantaggio.
Ed il sentimento prevalente nei confronti di una creatura che, nonostante gli errori commessi, meritava sicuramente di più dalla vita, di quanto non avesse nella realtà avuto, cioè meno che niente, fu invece di pietà.
Si congedò da lei con dolcezza, procurando di minimizzare il male arrecatogli; a giochi fatti, la ruota del destino aveva girato in quel modo e nessuno poteva modificarne gli esiti. Chissà, se poi, anche senza l'intervento di Ina, quel sogno, così a lungo carezzato, si sarebbe nei fatti realizzato. Nessuno poteva dirlo e non esisteva possibilità di riprova. Una cosa sola era certa: quell'amore fiorito senza produrre frutti andava ad aggiungersi alle altre, tante occasioni perdute lungo la via.
Il destino segue sempre strade tortuose ed imprevedibili; forse, come ha scritto un poeta persiano:
Una mano si muove sulla pagina bianca della nostra esistenza
e ne traccia il percorso.
Non esite fede o saggezza che possa cancellarne anche un solo tratto di ciò che è stato scritto.
Non ci sono lacrime sufficienti a lavarne una sola parola.
Il corso di due esistenze era stato sul punto di cambiare: un nulla era stato sufficiente ad impedirlo.
Poche righe tracciate con mano nervosa su di una lettera che aveva traversato l'Oceano.
L’ETICHETTA
Avvenne così che nessuno parlò più e sul Paese calò un profondo ed incontrastato silenzio. Le ragioni dell’inconsueto evento si erano perse nel tempo e, solo molti anni dopo il ritorno all’uso della parola, un gruppo di studiosi, che si era prefisso di ricostruire la vicenda che aveva reso muti gli abitanti di ***, giunse non senza difficoltà alle seguenti conclusioni.
Il livello d’istruzione ormai consolidato e diffuso grazie anche all’affermazione delle nuove tecnologie dell’informazione, aveva fornito ad ogni cittadino, quale che fosse il suo ceto sociale, una padronanza linguistica esauriente e completa. La lingua parlata o scritta sembrò non avere più segreti per nessuno e, a seguito dell’insperata conquista, si fece strada in ognuno la convinzione di avere acquisito una illimitata capacità d’espressione. Un’arma questa ritenuta indispensabile per sostenere le proprie ragioni, diffondere le proprie idee, lanciare i propri messaggi.
Ma, com’era ragionevole immaginare, quest’arma si dimostrò ben presto priva di qualsiasi efficacia, per il semplice motivo che, dal momento che ognuno si sentiva in grado di parlare di tutto in modo compiuto e corretto, non rimaneva più nessuno che si prendesse la briga di ascoltare ciò che gli altri dicevano. Una sola voce mantenne intatta la capacità di presa sulla gente e fu quella onnipresente ed onnicomprensiva della televisione, i cui messaggi continuarono ad andare regolarmente a segno, per cui, nella babele imperante di un logorrea asfissiante e fine a se stessa, gli abitanti di *** continuarono a lasciarsi docilmente guidare nella scelta degli abiti da indossare, del sapone con cui lavarsi, delle bibite con cui dissetarsi, e così via…
In assenza di ascoltatori, l’ondata oratoria si esaurì in breve tempo, anche perché essa si era venuta ad inserire in una condizione ormai esistente da anni e cioè la mancanza di occasioni. Fu allora che al presentatore di una seguitissima rubrica televisiva venne la brillante idea di lanciare un concorso che premiasse il silenzio. Il successo fu immediato ed il numero di partecipanti superò ogni previsione; nelle abitazioni dei concorrenti vennero installate complicate apparecchiature in grado di captare e selezionare il benché minimo rumore e quindi contabilizzare le ore di effettivo silenzio. Dai dati così rilevati scaturiva una graduatoria che costituiva la base per l’assegnazione dei premi. Semplici le modalità di partecipazione, consistenti nell’abbinare alla domanda l’ordinazione di una quantità prestabilita di prodotti dello sponsor della trasmissione, la qual cosa garantiva automaticamente l’ammissione alla grande lotteria. L’adesione da massiccia divenne totale e, nonostante gli organizzatori si trovassero di continuo nella necessità di aumentare il punteggio minimo di accesso alla zona premi, il numero dei premiati continuava a salire a ritmo vertiginoso, togliendo al concorso qualsiasi forma di competitività. Non che questo interessasse granché ai concorrenti, per i quali tacere non rappresentava poi un grande sacrificio, ma il costo dei premi non bilanciato da significativi incrementi nella vendita dei prodotti in un mercato ormai saturo, condusse lo sponsor e con questo l’emittente televisiva sull’orlo del fallimento. A quel punto il Governo, che aveva positivamente apprezzato l’omologazione del rassicurante silenzio e temeva qualsiasi fattore suscettibile di ricondurre il Paese alla caotica condizione di prima, si preoccupò vivamente per le conseguenze economiche di tale tracollo ed ancor più per i risvolti politici che un ritorno generalizzato all’uso della parola avrebbe potuto determinare e decise prontamente di intervenire per porvi rimedio.
”Un salto nel buio, gravido di conseguenze imprevedibili, che nell’interesse del Paese non possiamo permetterci e che giustifica il sacrificio che siamo costretti a chiedere alle nostre laboriose popolazioni.”come ebbe responsabilmente ad affermare il Primo Ministro, nel portare all’approvazione il Decreto Legge che vietava a tempo indeterminato qualsiasi tipo di rapporto verbale fra gli abitanti di ***. La legge, che risolse in modo brillante ed insolito la difficile situazione, previde tuttavia una serie di eccezioni in grado di garantire, anche in queste condizioni, l’ordinato sviluppo produttivo del Paese. Il divieto infatti non aveva effetto sui mezzi di comunicazione di massa; fu inoltre consentito il ricorso alla parola, beninteso scritta, nell’ambito dei rapporti fra Autorità e cittadini e delle transazioni di affari, a condizione che venissero usati appositi moduli predisposti all’uopo dalle stesse Autorità. I timori di chi si attendeva reazioni per quel che appariva come un vero e proprio colpo di mano del Potere, furono ben presto fugati. Infatti la drastica decisione non incontrò resistenze degne di nota, anche a seguito del fatto che i pochi intellettuali rimasti, gli ultimi di una specie in via di estinzione, sebbene ancora carica di prestigio, furono sollecitati a schierarsi dalla parte dell’ordine costituito, non prima però di essersi assunti l’incarico lautamente retribuito di formulare adeguato supporto ideologico alla legge. La qual cosa essi fecero in tempi brevi e con inusitata capacità di persuasione. Essi affermarono in sintesi, con sottili e pertinenti argomentazioni, che l’uso non controllato della parola senza il sostegno del necessario livello di riflessione, aveva col tempo introdotto gravi e pericolosi elementi di turbativa nei rapporti sociali e politici. Di conseguenza il provvedimento legislativo, di cui si evidenziava il carattere di provvisorietà, si poneva come unico scopo di far recuperare ai cittadini questa importante qualità, venuta meno col diffondersi di una verbosità eccessiva.
Ora è a tutti noto come la quantità di verità contenuta in un’asserzione di qualsiasi genere e la comprensione degli argomenti che la sostengono, siano raramente determinanti ai fini della sua capacità di convincimento, in quanto ciò che più colpisce la pubblica opinione è quasi sempre la concomitanza di almeno due fattori che, con l’asserzione stessa hanno poco a che vedere: la notorietà del personaggio cui è affidato il compito di asserire e il momento scelto per farlo. Nel nostro caso ambedue le condizioni furono rispettate; nessuna meraviglia quindi, che gli abitanti di *** prendessero per buone le argomentazioni succitate, adeguandosi con sorprendente rapidità al nuovo corso che si andava instaurando. I mutamenti introdotti dalla Legge, per il modo in cui nel Paese si svolgevano le attività essenziali, non dettero pertanto luogo ad inconvenienti di rilievo. Infatti:
-Nel campo della istruzione pubblica, con l’estendersi di una informatizzazione diffusa e capillare, era stato reciso il sottile filo che ancora legava in una parvenza di dialogo alunni ed insegnanti, questi ultimi ridotti ormai ad una sparuta schiera con compiti del tutto marginali ai fini dell’insegnamento.
-Negli uffici e nelle fabbriche, resi pressoché deserti dai processi di automazione, risultava sempre più difficile trovare interlocutori cui poter rivolgere la parola.
-Stessa condizione nelle campagne, sottoposte a coltivazione intensiva completamente meccanizzata; fra l’altro la nuova generazione di tecnici dell’agricoltura non aveva perso la peculiarità caratterizzante i contadini di una volta, apprezzati ovunque come uomini di poche parole.
-Per le strade delle città, meglio ancora delle aree metropolitane, intensità e rumorosità del traffico costituivano di per se stesse una barriera fisica a qualunque tipo di comunicazione verbale, mentre le piazze usate esclusivamente come parcheggi, avevano da tempo perso ogni capacità di attrazione come luoghi d’incontro.
-Le esigenze culturali e di svago venivano assicurate da una molteplicità di canali televisivi, che garantivano programmi ventiquattrore su ventiquattro. Negli intervalli, sempre più frequenti, essi provvedevano inoltre alle più svariate forme di vendita a domicilio, integrando con rapidità ed efficacia il commercio tradizionale, praticato ormai esclusivamente negli enormi Shopping Centers.
-Lo sport, superate con l’ausilio della Legge le intemperanze verbali che ne avevano svilito il carattere di sana disciplina fisica, recuperò in tal modo i classici valori di pura competizione.
-Ancor minori i problemi all’interno delle famiglie, dove i fenomeni d’incomunicabilità avevano raggiunto un tale livello, che l’imposizione del silenzio non fece altro che sancire uno stato di fatto largamente consolidato.
-Alle piccole minute esigenze della vita quotidiana, delle quali la parola era stata supporto indispensabile, si riuscì ad ovviare sviluppando originali forme di gestualità, per la cui acquisizione determinante fu il ruolo dei modelli televisivi. Ma non mancarono iniziative di diversa origine, tese a migliorare l’abilità mimica di ognuno, per renderla sempre meglio rispondente alle alle più diverse necessità.
Fino a questo punto la ricostruzione degli avvenimenti fu abbastanza completa; gli studiosi però non furono in grado di stabilire con esattezza l’effettiva durata del grande silenzio, anche perché la desuetudine alla conversazione aveva inevitabilmente comportato la scomparsa quasi totale di documenti scritti. Tuttavia, la pur scarna documentazione disponibile, consentì di determinare tale periodo in un arco di tempo di circa un secolo. Né fu possibile ottenere notizie attendibili circa l’esistenza o meno di movimenti organizzati d’opposizione all’assetto dominante e, meno che mai, da chi e in che modo fosse stato avviato il processo di ritorno all’uso della parola. Fu così accantonata ogni ulteriore ricerca e della questione non si parlò più, se non per annotarla come uno dei tanti misteri, che, da che mondo è mondo, attendono ancora di essere risolti.
Questa tornò a galla in occasione di un convegno di studi sui sistemi di alimentazione del periodo antecedente l’avvento del silenzio. Fra i molti reperti presi in esame nella fase preparatoria del convegno, il contenuto di alcune bottiglie, rinvenute casualmente durante i lavori di demolizione di un vecchio fabbricato. Le bevande alcoliche, questo il contenuto delle bottiglie, non avevano segreti per la scienza dell’epoca. Di esse, sia che si trattasse di vino, cognac o champagne, si conosceva tutto: composizione chimica, processi di lavorazione, produzione e loro influenza sullo stato fisico dei consumatori. Per quanto l’alcool fosse stato generalmente ritenuto dannoso per la salute dell’uomo, esso forniva alcuni benefici terapeutici marginali, che però lo sviluppo della farmacopea aveva consentito di ottenere con maggiore efficacia ed a costi minori. Cosicché, al termine di una incalzante campagna contro l’alcoolismo , ne era stato vietato il consumo a fini alimentari e per l’alcool non era rimasta altra forma di utilizzazione che quella di additivo non inquinante dei combustibili per la trazione a motore. C’erano tuttavia in queste bevande particolarità, cadute presto nel dimenticatoio e che nessuno si era mai curato di valutare, ma, come fu chiaro in seguito, esse finirono per diventare l’elemento determinante ai fini della comprensione dei motivi che avevano restituito alla comunità l’uso della parola.
Il relatore ufficiale, nonché organizzatore della manifestazione, il professor Barozzi, aveva incaricato un giovane assistente, il dottor Bedini, di compiere sui reperti uno studio approfondito, i cui risultati avrebbero costituito materia per una specifica relazione nel corso di una delle tante tavole rotonde, di cui il programma del convegno era denso. Un lavoro destinato a sicuro insuccesso e che niente avrebbe potuto aggiungere a quanto già conosciuto in proposito; almeno così si augurava il professor Barozzi, che contava proprio su questa eventualità per mettere in difficoltà un collaboratore non gradito come il dottor Bedini. Egli infatti, come tutti gli uomini ritenuti importanti, viveva circondato da uno stuolo di adulatori, sempre pronti a mettere in evidenza i suoi meriti e perciò trovava intollerabile l’atteggiamento riservato e schivo di quest’ultimo, che egli scambiava per superbia e presunzione. Inoltre, non gli aveva mai perdonato il fatto che, alcuni mesi prima, avesse avuto l’ardire di contraddirlo e, per di più, di fronte al pubblico dei suoi estimatori. Non si era quindi lasciata sfuggire un’occasione tanto ghiotta e adesso attendeva, con malcelata impazienza, di prendersi la dovuta rivincita.
Il giovane sulle prime non si avvide del tranello tesogli e si mise subito all’opera con grande lena, non scevra di una forte dose di preoccupazione. Era la prima volta che gli veniva affidato un incarico che avrebbe potuto avere rilevanza esterna e, sebbene le prospettive apparissero più che mai incerte, confidò ugualmente in un risultato positivo dal quale avrebbe tratto vantaggio per la sua, sino ad allora, tutt’altro che brillante carriera. Da una cosa era però letteralmente terrorizzato e cioè, che, comunque fosse andata, i risultati del suo lavoro avrebbero dovuto essere presentati in pubblico, ripresi addirittura in diretta dalla TV. Figuriamoci cosa significasse questo per uno come lui, che si trovava in grandissimo imbarazzo ogni volta che doveva rivolgersi a non più di una o due persone contemporaneamente. Guido, così si chiamava, si procurò per prima cosa tutta la documentazione reperibile sull’argomento e insieme alla dottoressa Ramelli, sua collaboratrice, esaminò con metodo, prendendone puntigliosamente nota, ogni elemento suscettibile di fornire spunti interessanti per il suo lavoro. Passò quindi all’analisi chimica del contenuto di ogni singola bottiglia e sottopose l’insieme dei dati così ricavati alla elaborazione del calcolatore. Fu un impegno notevolissimo che si protrasse per alcuni mesi, durante i quali niente venne trascurato ed egli e la sua aiutante non si concessero un attimo di tregua. Lo sforzo prodotto e la tensione accumulata risultarono per Guido ancor più pesanti a causa della vicinanza della donna, verso la quale nutriva segretamente da tempo una forte attrazione. Ma le opportunità offertegli dal lavoro comune, anziché spingerlo, come sarebbe stato naturale, ad esternare i propri sentimenti, lo aveva ancor più bloccato, facendolo divenire sgarbato, irritabile, decisamente insopportabile per chiunque avesse la ventura di stargli vicino. Per di più i risultati di tanto impegno furono sconcertanti, sia sul piano storico che su quello più propriamente scientifico. Cioè, niente di più che una pedissequa conferma di quanto in materia era abbondantemente noto da tempo. Il futuro si colorò di tinte ancor più cupe ed egli precipitò in uno stato di prostrazione e disperazione profondi.
Nei giorni che precedettero l’inizio del convegno, dopo un ennesimo, vano tentativo di mettere in piedi una relazione che avesse un minimo di dignità, mentre rimuginava sconsolato sul proprio fallimento e nella sua mente cominciava a farsi strada la convinzione che il Barozzi gli avesse di proposito affidato un compito senza sbocchi e di nessuna utilità, sentì forte il bisogno di qualcosa che lo tirasse su. Trasse meccanicamente dalla tasca del camice la scatola di pillole antidepressive, cui sempre più spesso era costretto a ricorrere per recuperare la serenità necessaria a non soccombere alle difficoltà che lo assillavano. Si accorse con sgomento di non avere a portata di mano neppure un goccio d’acqua per inghiottire la compressa. Unico liquido disponibile nelle vicinanze, il contenuto di una delle bottiglie che aveva analizzato; senza riflettere, afferrò per il collo la bottiglia, ingurgitandone un’abbondante sorsata. Fu immediatamente scosso da un accesso di tosse che gli tolse il respiro e quasi lo soffocò. Sentì la gola e le viscere prendergli fuoco mentre una vampata d’intenso calore gli saliva al viso. Animato da rinnovata lena, si alzò in piedi, ma non prima di essersi concessa un’altra abbondante porzione del liquido miracoloso. In quel preciso momento, la figura familiare di Laura, questo il nome della sua collaboratrice, si stagliò netta in controluce nel vano della porta dello studio. Il giovane fece uno sforzo per mettere a fuoco l’immagine; ne riconobbe i tratti delicati del viso, l’invitante profondità degli occhi che l’osservavano sorpresi ed intimoriti dal suo aspetto inconsueto; ne apprezzò la morbida linea del corpo, mentre l’ansimare del petto tradiva in lei l’affanno procuratole dalla breve ma ripida rampa di scale che dal laboratorio conduceva allo studio. L’inattesa visione contribuì rapidamente a schiarire la vista di Guido; questa volta però, a differenza di tante altre, quando i suoi occhi si erano dimostrati incapaci di sostenere lo sguardo della donna, non si schernì e restò fermo a fissarla, quasi con spavalderia.
La sottile stoffa della camicetta dai colori vivaci, abbozzava un’esigua quanto inadeguata barriera alla prepotente superbia di un seno ben modellato, il ventre morbido e piatto (quante volte nelle sue fantasticherie lo aveva immaginato fremere sotto l’appassionata carezza delle sue mani) ed i larghi riposanti fianchi, inguainati nel soffice tessuto della gonna, appena al di sopra del ginocchio, dalla quale spuntavano esaltate nella loro perfezione le splendide gambe. La vista tornò ad annebbiarglisi, mentre il cuore sembrava scoppiargli in petto. Tentò con tutte le forze di convincersi che quella visione non poteva essere reale, bensì il parto della sua fantasia. Né il suono della voce di lei, augurante la buona notte, riuscì a smuoverlo dalla condizione paralizzante che si era impadronita di lui. Ella si avvicinò allora preoccupata e, presolo per mano, tentò di scuoterlo per ricondurlo ad una condizione più naturale. Il profumo delicato di lei ed il tocco leggero di quelle mani ebbero sul giovane un effetto sconvolgente e le parole cominciarono a fluire dalle sue labbra con la veemenza di un fiume in piena.
Fu un diluvio di parole, di sentimenti espressi con violenza, accompagnati da un senso di profonda liberazione, man mano che il suo cuore si alleggeriva del peso troppo a lungo sostenuto, come chi, per la prima volta, trova il coraggio di forzare la gabbia dei propri timori più nascosti, per affrontarli a viso aperto e sconfiggerli, traendo dal proprio animo tutto ciò che sino a pochi istanti prima, aveva avuto paura di rivelare, anche solo a se stesso. Un coraggio inusitato per un uomo avvezzo più a tacere che ad esprimersi, un coraggio che, per il modo inaspettato con il quale si stava manifestando, colse Laura impreparata. Ne ebbe da prima timore, ma ciò che si faceva strada piano piano nell’incalzare delle parole, le infuse quasi subito una sensazione di piacevole sicurezza, che andò mutandosi in dolcezza e trasporto, di pari passo con il veemente desiderio dell’uomo. Qualcosa si sciolse dentro di lei nel percepire la forza di quel che si agitava nel cuore di Guido e le sue mani ne cercarono il viso, nell’istante stesso in cui egli, traendola a sé, la baciò a lungo appassionatamente. Le parole non servirono più e da quel momento tutto divenne più facile.
I giorni che seguirono, pieni di magia, fecero passare in secondo piano tutte le preoccupazioni che avevano assillato il giovane, ma, alla vigilia del simposio, le angosce tornarono a farsi vive più forti di prima e Guido cadde nuovamente in uno stato di depressione, che neanche la dolcezza di Laura riuscì più a fugare. La mattina del giorno fatidico, l’espressione dell’uomo, seduto al tavolo del lavoro in attesa di recarsi a prendere posto nella grande sala delle conferenze, invasa da un groviglio di fili, riflettori e telecamere, sembrava quella di un condannato sul punto di essere condotto al patibolo. Il pensiero di sottrarsi con la fuga all’ingrato compito gli attraversò la mente, subito fugato però dal suo innato e spiccatissimo senso del dovere. Il disastro verso cui si sentiva trascinato appariva inevitabile e senza possibilità di scampo. Riandando con la memoria all’esperienza dei giorni passati, non trovò altra soluzione che quella di far ricorso alle straordinarie virtù del liquido, che ancora era rimasto in abbondanza dopo le tante ed infruttuose analisi alle quali era stato sottoposto. Si sentì rinfrancato e confuso nel medesimo tempo e, prendendo il coraggio a due mani, si avviò verso la sala. Nel mettervi piede, la sua vista annebbiata per effetto dell’alcool, registrò non senza sforzo la situazione che si presentava davanti a lui, mentre un solerte funzionario della emittente incaricata della trasmissione gli si faceva incontro e lo accompagnava a prendere posto al tavolo, dietro il quale sedevano i suoi interlocutori. Contemporaneamente gli vennero impartite le ultime istruzioni sul corretto modo di affrontare le telecamere. Si sedette e, per darsi un contegno, rassettò meccanicamente gli scarni risultati delle sue fatiche. Nel frattempo, intorno a lui, tutte le luci, ad eccezione dei proiettori rivolti verso il tavolo, si spensero e sulla telecamera puntata verso di lui una luce rossa cominciò a lampeggiare. Si udì la voce del presentatore che, dopo una breve introduzione sull’argomento oggetto del dibattito, presentò uno per uno gli intervenuti, quindi, rivolto a lui, lo invitò ad aprire la discussione. Per alcuni attimi fu sopraffatto dal panico; subito dopo però, il sangue tornò a pulsargli nelle vene e, spinto da una forza sconosciuta, strappò letteralmente di mano il microfono al presentatore. Il freddo contatto con lo strumento stretto nella mano, lo riportò alla calma e, dopo essersi schiarito la voce, prese a parlare scandendo lentamente le parole. Il tono usato aveva un piglio provocatorio e se ne accorse subito dopo aver iniziato, ma la cosa che maggiormente lo meravigliò fu l’essenza di quello che andava dicendo e lo stupore, che vide dipinto in viso ai suoi interlocutori, non fece che confermare questa impressione.Contemporaneamente si rese conto, ma la sua volontà non era più in grado di impedirlo, che il suo dire era tutt’altra cosa rispetto al contenuto degli appunti. Non se ne dette per inteso; ormai era partito e nessuno per il momento appariva in grado di poterlo fermare.
« Gentili signore e signori, illustri colleghi, cari telespettatori, » - Egli disse - « L’argomento di cui oggi dovremmo discutere davanti a tanta qualificata presenza, è rappresentato dai sistemi di alimentazione in auge nei lontani anni di quella che è da tutti conosciuta con il nome di Società post-industriale. Più semplicemente dovremmo parlare di come e cosa mangiavano e, naturalmente, bevevano i nostri simili cento anni fa, poco più, poco meno. Prima di entrare nel vivo di una tale questione, la cui importanza penso, non sfugga a nessuno, dobbiamo però tutti insieme riprendere dimestichezza con il significato di un verbo, oggi quasi completamente dimenticato e che, tuttavia, ha avuto tanta parte nella storia dell’uomo. Mi riferisco al verbo e di conseguenza all’atto del mangiare: oggi infatti nessuno mangia più, limitandosi la maggioranza dei nostri contemporanei a sorbire, succhiare, inghiottire, assumere. Credo però che, se forzate la vostra memoria ed in questo io cercherò di aiutarvi, sarete certamente in grado di ricordare. Mangiare, nel senso comune della parola, significava introdurre nella propria bocca delle sostanze chiamate alimenti, che servivano appunto all’alimentazione, e poiché molte di tali sostanze non potevano essere semplicemente buttate giù come una normale compressa, dovevano essere masticate sino al punto di potere essere inghiottite. A tale scopo si usavano quelli organi chiamati denti, non importa se veri o posticci, che tutti noi possediamo, ignorando i più tuttavia, che la funzione del masticare si assommava a quella ben più nota e celebrata di fornire una superficie su cui strofinare uno spazzolino ricoperto di dentifricio, allo scopo di rendere più smagliante il proprio sorriso. L’atto della masticazione aveva anche un’altra importante funzione, pure dimenticata, quella cioè di comunicare al possessore dei denti una piacevolissima sensazione, in virtù del fatto che le sostanze alimentari erano caratterizzate da un sapore, il più delle volte gradevole. Mangiare , poi, faceva parte di un rituale collettivo, nel quale la gente dell’epoca ricavava altre forme di piacere, per il solo fatto di sedere intorno ad un tavolo, comunicando l’un l’altro in serena allegria. Il progresso ci ha successivamente fatto capire (e guai a noi se non tenessimo conto delle preziose indicazioni che esso ci offre) che si trattava solo di una inutile perdita di tempo, che fortunatamente siamo riusciti ad eliminare. Detto per inciso, alcune delle sostanze commestibili potevano arrecare danni all’organismo e non sempre erano in grado di fornire al corpo quanto gli era necessario per vivere e svilupparsi. Via allora tutto ciò che in esse vi era di inutile o dannoso e, una volta individuati gli elementi essenziali, è stato sufficiente condensarli in pillole, compresse, fiale od altro, ingurgitabili ovunque, per strada, in auto, in ufficio e fare così a meno del faticoso e superfluo compito di masticare.
Scusate!» Guido fece una breve pausa. « A pensarci bene, più che del mangiare, avrei dovuto parlare del bere. Però, io non l’ho mica capito bene il motivo di questo convegno. Chissà poi perché alla gente comune dovrebbe interessare se e come, nella loro arretratezza, gli uomini di tanti anni fa si divertivano a perdere il loro tempo. Tutto lascia pensare invece che questa cosa sia molto importante, non fosse altro a giudicare dalla qualificatissima presenza a questo consesso, per non parlare della TV. Pensate che, per mandare in onda questo programma, hanno dovuto rinviare di ben due ore la duemillesima puntata del teleromanzo Passione cosmica.»
Con la coda dell’occhio avvertì strani movimenti alla sua sinistra e d’improvviso la luce rossa sulla telecamera si spense, segno che qualcuno aveva pensato bene di por fine alla trasmissione. Il diversivo non smorzò affatto la sua foga, anzi lo spinse a continuare. Così, rivolgendosi verso il settore dove riteneva fosse seduto il professor Barozzi, scaricò addosso all’auditorio esterrefatto quello che mai, prima di allora dato il suo ruolo subalterno, aveva avuto la possibilità o il coraggio di esprimere, picchiando duro su tutto quanto l’ambiente, nel quale per anni aveva anonimamente operato, considerava sacro ed indiscutibile. Al suo insigne superiore riservò un trattamento di tutto riguardo, elencando una per una tutte le malefatte, gli errori, le debolezze, le viltà di cui era stato primo attore e, confutando con logica stringente ognuna delle false certezze sulle quali l’uomo aveva edificato fama e fortuna. Gli ricordò brutalmente le tante dignità calpestate per giungere dove si trovava, l’intrallazzo continuo che aveva caratterizzato ogni sua azione, l’appoggio dato e ricevuto dai potenti a copertura di favori reciproci. Un elenco di accuse che sembrava non aver fine, che però ebbe l’impressione scivolassero via, senza lasciar segno alcuno su quest’uomo, che nella sua vita era riuscito a rintuzzare ben altri attacchi.
Un brusìo sommesso, che col trascorrere dei minuti aumentava d’intensità, gli confermò di aver colpito nel segno, ma lo convinse anche che, tra i colleghi presenti, non ci sarebbero stati alleati per lui. Si sentì ugualmente soddisfatto ed in pace con se stesso; qualunque cosa fosse successa in seguito, era certo che le acque di quello stagno, così apparentemente tranquillo, avevano cominciato a muoversi e da esse ben presto sarebbero saliti odori tutt’altro che gradevoli e non tutti ce l’avrebbero fatta a turarsi il naso.
Fu in quel preciso momento che comprese per la prima volta, lui che ne aveva sempre fatto così scarso uso, il valore della parola, di quest’arma straordinaria nelle mani di chiunque fosse stato in grado di adoperarla, un’arma capace di colpire nel profondo con effetti devastanti. Immaginò anche la gelosa custodia che di essa avevano fatto, negli anni del silenzio, gli ignoti eroi di quella strana storia ancora tutta da scrivere. Ne ebbe ammirazione e rispetto, per la caparbia tenacia con cui erano riusciti a farla riemergere dalle nebbie di un forzato oblìo, conservandola intatta in tutta la sua forza primitiva. Ma da cosa potevano essi aver tratto la forza e la costanza necessaria per un impegno tanto prolungato quanto arduo? Ecco che il mistero di questa miracolosa resurrezione tornava ed una risposta ancora non c’era. Certo, l’utopia, lo slancio ideale, la natura stessa dell’uomo che non può sopravvivere a lungo senza poter comunicare con i propri simili….. Ma, da soli, potevano bastare? Mai come allora si era sentito tanto vicino alla verità; ma sì, come poteva non averci pensato prima?
E come un velo si squarciò d’improvviso davanti ai suoi occhi: l’etichetta di quelle bottiglie, che per tanto tempo erano state un incubo per lui e l’immagine che in essa erano raffigurate. Quante volte le aveva prese, se l’era rigirate fra le mani nello sforzo di dare uno sbocco al proprio lavoro. Un’immagine tanto familiare quanto distante dai suoi pensieri, che neppure per un momento aveva preso in considerazione: un vecchio ed un giovane, seduti tranquillamente al tavolo di un’osteria, intenti a bere. Invece stava proprio lì la chiave di tutto, in quei bicchieri stretti nelle mani dei due, nella bottiglia al centro della tavola, nel rossore sulle loro guance, nell’espressione serena dei visi, come di chi sta facendo la cosa più naturale del mondo.Non ci sono dubbi, pare quasi di sentirli, stanno parlando, magari sottovoce per timore di essere uditi. Perché allora non pensare che è forse da quel liquido così noto e nel contempo imprevedibile, che essi traggono la forza per accettare la vita, per mantenere accesa la fiamma che riscalda e tiene vive le aspirazioni più profonde, il coraggio infine per resistere sino all’alba di tempi nuovi, riuscendo a sopravvivere all’oscurità di una notte che sembra non aver mai fine.
Esausto per lo sforzo sostenuto e per l’effetto dell’alcool, Guido sentì la pugnace temerarietà trasformarsi rapidamente in una specie di torpore, che gli annebbiò la mente e gli tolse ogni residua energia. Il microfono, fino a quel momento brandito come un’arma, scivolò via dalle sue mani, mentre il filo, come animato da vita propria, lo trascinava nell’ombra, lontano.
Il capo reclinato sul tavolo, le braccia penzoloni e senza vita, come una marionetta cui sono stati tagliati i fili, si sentì inghiottire lentamente nel nulla, vuoto, dolce, definitivo, rassicurante.