Adriana Messina

DUE

Viveva in un tempo lontano, ai margini di un bosco, una solitaria creatura.
I tratti delicati e i lunghi capelli nascondevano il suo segreto.
Nessuno riusciva mai ad avvicinarla.
La sua voce risuonava tra gli alberi e gli arbusti, sfiorava i prati delle valli circostanti.
All'alba con suoni melodiosi accompagnava il sorgere del sole.
Di notte, il profondo suo richiamo saliva fino al cielo.
Se brillava la luna, questa particolare creatura usciva dal suo rifugio e solo a quell’astro pallido svelava il suo tormento.
Una notte tra i rami delle altissime piante si insinuò il vento che catturò le amare parole di Due - così questa creatura si chiamava - e le portò con sé, lontano, sulla cima di un colle.
Il vento bussò ai vetri di una finestra, in alto, in cima ad una torre del bellissimo castello di Namaglio.
Lì viveva Nadira,una giovane donna,anch'essa solitaria e silenziosa per natura. Passava il suo tempo prigioniera di quelle mura, in perenne attesa che un soffio di vento le portasse un messaggio.
Il suo sguardo intenso e assorto accarezzava il paesaggio che si offriva generoso di colori,di vallate e colline fino a scoprire uno spicchio di mare azzurro. Lì spesso Nadira si portava con il suo sogno. Da lì spesso iniziava il suo viaggio pur senza partire.
Queste le parole che in quella notte di luna piena giunsero fino a lei:
-Mi chiamo Due, non posso scindere la mia essenza; non so scegliere: sono uomo e sono donna. Non sopporto di non essere accettato per intero, disprezzo il mio vivere un giorno da uomo ed uno come donna.
Io sono un essere speciale solo quando posso essere nella mia completezza. Intero! - Due.
Nadira decise così di allontanarsi dalla sua torre e andò a cercare Due.
Quando lo raggiunse, questi si mostrò a lei, una donna, nelle sue sembianze femminili e si piacquero moltissimo.
Due sentì che con Nadira avrebbe potuto aprire il suo cuore e svelarle il suo segreto. Temeva però di non essere compreso.
La giovane intuì le intenzioni della strana creatura al suo cospetto e pensò di sostenerla e incoraggiarla con queste parole:
-Si dice che con un miracolo ebbe inizio il genere umano. Dal nulla, dalle tenebre nacque la vita. Si comprese poi che proprio miracolo non fu. Niente fu semplice e ogni conquista per ciascun essere vivente fu il frutto di grandi sacrifici e rinunce.
Infatti l'uomo guardò alla donna come “proprietà”. Questo non poteva essere...
La donna dal canto suo pensò: “Posso vivere da sola!”
Io invece- aggiunse Nadira - credo un'altra cosa...
“Un uomo, una donna,
son giostre di pensieri,
silenziosi,
a volte muti,
inascoltati.
Si perdono tra folle
di parole,
su schermi luminosi.
Il pensiero non è
Donna,
non è Uomo.
E' solo libero o prigioniero.
Insegue sogni,
o soddisfa bisogni.
E' un anello.
Unisce due catene
e ne fa una sola collana.
Un gioiello.
Il pensiero è
di quel mosaico,
l'ultimo tassello.
Manca all'uno.
e all'altra avanza.
Non esiste verità
che non abbia il suo contrario.
Esiste solo una perfetta
alchimia
che fa di donna e uomo
analogia.”-
A quelle parole Due comprese che Nadira l'avrebbe aiutato a vivere quel suo doppio stato e con un gesto fiero scosse il capo e i lunghi capelli scoprirono il suo volto maschile. Nadira se ne innamorò e chiese che le venisse concesso di amare lui senza perdere lei.
Non fu una storia facile da vivere, ma da quel momento Due iniziò spontaneamente a separare le sue diverse entità.
Per questa ragione ancora oggi è difficile mettere d'accordo Uomini e Donne.
L'uomo infatti da sempre ha relegato la donna ad attività circoscritte, ha maturato la convinzione che a quella differenza fisica , innegabile, che la contraddistingue, debba corrispondere una inferiorità intellettiva.
Per dimostrare il difetto di questa convinzione,la donna ha commesso l'errore di pretendere di essere uguale all'uomo,se non in alcuni casi, migliore.
Donna e Uomo non devono essere uguali. La loro più grande qualità sta proprio in quella loro diversità.


 

IL GIOSTRAIO

Ricordo con emozione il Luna Park che ogni anno,nei primi giorni di Giugno, si stabiliva nella piazzetta sotto casa mia.
Che aria di festa,che musica,quanti colori!
Che bello sbirciare nella vita dei giostrai che trascorrevano la loro vita nelle roulottes.
Tornando da scuola, in quel periodo, l’ultimo dell’anno scolastico, già assaporavo il profumo del mare e la gioia delle vacanze estive.
Dall’autobus, quando imboccava la via Garibaldi, spingevo lo sguardo fin dove potevo scoprire i tendoni colorati delle giostre ed il cuore cominciava a battere forte.
Giunta alla fermata scendevo e per raggiungere il portone di casa dovevo fare la gincana tra giostre, bancarelle, roulottes e fili volanti che portavano la corrente elettrica.
Tutto questo guazzabuglio condito di voci, suoni e l’abbaiare di qualche cane, mi
provocava una strana eccitazione. Salivo velocissima le scale, mangiavo in pochi minuti, poi mi posizionavo alla finestra di camera mia per sognare ad occhi aperti un mondo sconosciuto che mi incuriosiva.
Rubavo brani di vita tra quelle persone così diverse da me.
Era bello immaginare la loro vita itinerante, senza radici forse senza meta.
La mia curiosità però mi portava ad osservare con maggiore attenzione una delle roulottes; dalla sua porta entrava ed usciva un ragazzo di poco più grande di me.
Non era bello, ma particolare. Mi piaceva. Me ne innamorai.
Mi piaceva il suo volto non bello, i capelli lunghi, mossi e chiari.
Mi piaceva il suo modo di portare la camicia, spesso colorata, appena abbottonata che lasciava intravedere il torace forte ed abbronzato.
Ricordo i suoi jeans mai troppo ordinati,le sue scarpe di tela chiara.
Scoprii inoltre che la sua giostra era un “batti-batti”come noi chiamavamo l’autoscontro.
Cominciai ad andare spesso a quella giostra.
Quando arrivavo a salire la pedana di legno, il mio cuore batteva all’impazzata.
Lui era spesso alla biglietteria o in giro sulla pista.
Naturalmente mi aveva notato anche lui, perché anche se allora non lo sapevo, a quattordici anni ero carina.
Avevo un’aria un po’ smarrita, data dalla mia timidezza, i capelli scuri e lisci, portavo spesso jeans e scarpe basse. In quel periodo amavo molto portare un ciondolo al collo; era un medaglione con il simbolo della pace, appeso ad un cordino di cuoio.
Per tutto il periodo che le giostre rimasero sotto casa ci scambiammo poche parole e molti sguardi.
Scoprii che si chiamava Silvano, mi regalava molti gettoni, costringendomi così a passare molto tempo alla sua giostra.
Però i giostrai si sa, non hanno radici e spesso partono.
Così arrivò il giorno in cui si smontarono giostre e tendoni ed il Luna Park era pronto per partire.
Ci salutammo, e inaspettatamente mi chiese: “Mi regali il tuo medaglione?”
Me ne liberai con dispiacere perché mi piaceva molto, ma fui felice di regalarglielo.
Così in un colpo solo persi due amori!
Grande l’emozione che avevo vissuto, forte da restarmi nel cuore per sempre.

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