da IL RITORNO DEL POPPANTE
SAGGIO

Amore tra le differenze

Dov’è rimasta in tutti questi anni
la terra che sporcava le mie dita,
tra i sassi della chiesa, logorati
dai giochi di un’estate ormai finita?

Dov’è rimasto in tutti questi anni
l’odore della sabbia sull’asfalto?
Ed il profumo d’erba di montagna
che sentivo salendo lassù in alto?

Ma se risento il suono di campane
che un tempo mi diceva ch’era sera,
capisco che non è come una volta;
non è più l’ora della mia preghiera.

E tu mio amor sei qui, sempre con me,
pur venuta da lidi a me lontani.
Scorre la vita e, tra le differenze,
solo con te io vedo il mio domani.

E mi ricordo il buio, quella neve,
camminando per giunger fino a te,
le luci che vedevo da lontano
di quel locale un poco fuori mano.

E mi ricordo quando siam fuggiti
lontano dalla gente, e tu parlavi…
Ti guardavo, son corse via le ore,
la sera in cui è nato il nostro amore.

E ora, se ti guardo, se mi parli,
se vivi questa vita condivisa,
nel crescere di questo sentimento
raccolgo la magia d’ogni momento.

 

da RITORNO DALLA PREISTORIA

Sera a Varese

Mi vuoi dire cosa cerchi
nelle insegne luminose
di questa città
che non c’entra proprio niente?
Perché dici che quest’aria
a te sembra così strana?
È soltanto un po’ più fresca,
si respira un po’ di più.
E tu già corri lontano...
Un viale, tanta gente,
stiamo andando al ristorante,
camerieri, tanto lusso,
gente che ti guarda e va.
Sali in camera, hai paura,
morirai certo stasera;
viene il sole, e per un giorno
riesci a non pensarci più.
Non voglio che venga la sera.
Una chiesa, ci fermiamo,
com’è bella dal di fuori,
ho paura, ho peccato,
Dio, perdonami, ti prego.
Ce l’ho fatta, ho detto tutto,
sarò certo perdonato,
via da me, brutti pensieri,
sono in grazia, io lo so.
Per oggi sarò molto buono.
Un vestito tutto nuovo,
fuori il sole, il cielo azzurro,
i parenti tutt’intorno,
la medaglia prenderò.
Tutti vanno, è già finita,
rimanete ancora un poco,
com’è vuota questa stanza,
s’è riempita di fantasmi.
Non voglio che venga la sera.
Ma perché mi parli sempre
con quell’aria così strana
e fai tutte quelle cose
non sapendone il motivo?
Perché vuoi tirarmi dentro
nel tuo mondo tenebroso?
Sei riuscita! Sei contenta?
Ora non respiro più.
Non voglio restarti vicino.
Mi vuoi dire cosa cerchi
nelle insegne luminose
di questa città
che non c’entra proprio niente?
Perché dici che quest’aria
a te sembra così strana?
È soltanto un po’ più fresca,
si respira un po’ di più.
Ma di’, perché non mi ascolti?

 

Cose di sempre

Strada
che percorro ogni giorno,
nell’attesa che qualche
cosa cambi in me,
dimmi,
dimmi cos’è successo
al bambino che un giorno
passava di là;
dimmi,
tu lo vedi tornare
a cercare qualcosa,
ma cosa non sa.
A te
sembra strano
che voglia
ricordare.
Casa,
con i muri ormai freddi,
con l’odore di sempre,
che soffoca un po’,
dimmi,
dimmi cos’è successo
al bambino che un giorno
giocava da solo;
dimmi
perché adesso non vuole
restare neppure
un momento con te;
e poi,
la notte,
ha paura
di te.
Notte,
tu, la grande nemica
di chi sogna i fantasmi
che vivono in te,
dimmi
perché ancora ti temo,
perché vedo la morte
negli occhi tuoi;
dammi
il tuo sonno pesante
che per qualche ora
mi porti con sé,
anche se
non è questo
che voglio
da te.

 

Senza parlare

Ci guardiamo
senza parlare,
non sappiamo
che cosa dire,
ma io so cosa pensi
e tu lo sai di me.
Ora dici
parole strane,
sembra quasi
che tu non sappia,
ma io so che soltanto
non ci vuoi pensare.
Ma io ti amo,
te lo voglio dire;
lo voglio gridare,
anche se tu
vorresti non sentire.

 

Guardando il mare

Sole, dove sei?
Splendi su di noi!
Brucia sempre più
questa gioventù.
Brucerai la mia terra;
i ricordi miei cancellerai.
Splenderai da lontano
per un uomo che non troverai.
Vento, tu mi vuoi
freddo più che mai.
Porta via con te
tutto, e anche me.
Soffierai da lontano
sabbia delle spiagge di laggiù.
Porterai via lontano
qualche uomo che non vive più.
Pioggia, bagnerai
sempre gli occhi miei.
Pioggia, piangerai
sempre su di noi.
Prenderò nelle mani
le tue gocce che cadranno giù.
Guarderò nelle mani;
saran vuote, non ci sarai più.

 

Prima sera

Il buio tutt’intorno
la quiete della sera,
e io che camminavo per venire fino a te.
Ricordo tanta neve,
le luci da lontano
di quel locale un poco fuori mano.
I soliti discorsi,
le nostre prime frasi,
la musica, un ballo,
il primo ballo mio con te.
Ricordo, siam fuggiti
lontano dalla gente,
giocavi con la neve e mi piacevi.
Il buio tutt’intorno,
la quiete della sera,
e io che ti guardavo ed ero giunto fino a te.
Guardarti era bellissimo,
son corse via le ore…
e quella sera è nato il nostro amore.

 

da IL POPPANTE SAGGIO

I

In quest’autunno giunto troppo tardi,
col suo freddo pungente, ma sincero,
succede che d’intorno ora mi guardi,
ma l’animo non è più battagliero.
L’estate troppo a lungo si è distesa
su vacanze che stentano a finire,
e il consueto afflato alla contesa
cede il passo a un insolito dormire.
Ma no, l’impulso a vivere c’è ancora
non è sopita l’energia vitale!
Solo la dolce attesa dell’aurora
accoglie di Morfeo l’antico strale.
Pungente strale che chiamiamo sogno,
che titilla le menti addormentate
sconvolgendo degli animi il bisogno
di pace, fra lenzuola rimboccate!
Nelle notti degli occhi spalancati,
in cerca di passioni stimolanti,
quanti sogni possibili stroncati
per paura di mostri orripilanti!
Grande madre che presto tutto inghiotti
nelle fauci mostruose e accattivanti,
coi tuoi fianchi sinuosi, ma corrotti,
a te seduci i dolci e inermi infanti.
Grande madre che vegli senza posa
per controllare il minimo vagito,
sei tu la nera notte misteriosa
da cui per tanti anni son fuggito?
Eppure sono amico della notte,
della veglia, da cui so partorire,
della vision di veneri ottentotte
dai bei glutei, con cui poter gioire,
degli scritti, che nascono fluenti
a seguito d’eroico furore,
che ripropongon mille contendenti
ai quali dimostrare il mio valore.
Ma l’amicizia nasce dall’intesa
che là dove comincio tu scompari,
e resti sottofondo d’un’impresa
che attinge a vecchi regni millenari.
Soltanto come simbolo sbiadito
che accende finti orrori di contorno
mi concedi l’avvio di un viaggio ardito
che mi dà la certezza del ritorno.
Ma oggi, che l’autunno si rinnova
nel mio naso, che stranamente inspira,
privo d’una secchezza che lo muova
a quella rimozione che m’attira,
oggi che mi compiaccio dolcemente
d’una nuova, corposa umidità,
t’invoco, vieni, sogno, lentamente,
di te voglio cibarmi a sazietà!

 

IV

È una mattina buia, un po’ brumosa.
Come i giorni di festa, da bambino,
m’avvio per la parentesi noiosa,
che restringe la gioia del mattino.
Parentesi noiosa ora la dico,
forse allor mi pareva e non osavo.
Trascorso è il tempo, e adesso, ch’è più amico,
mi dà sentor di quello che provavo.
Nella chiesa di Santa Teresina,
santuario d’indomite virtù
si celebra la messa mattutina;
ricordi, mamma, dove stavi tu?
Ti mettevi d’appresso a quella grata,
custode di reliquie consacrate,
in ginocchio, rapita da beata
memoria di rinunce sopportate.
Ma nel mio sogno il posto tuo è diverso,
anche la chiesa non è più la stessa:
le panche son disposte in altro verso,
in una forma d’arco, ch’è convessa
verso l’abside, concava alla porta,
e tu, seduta al centro, con la schiena
verso l’altar, non hai la faccia assorta;
l’espressione che hai nello sguardo è piena
di gioia malcelata per l’offesa
che all’altare tu rechi con il dorso,
e verso noi ch’entriam tu sei protesa
ad aprire un amabile discorso.
Ti vedo come mai t’ho vista, attenta
a ciò che faccio e dico, con amore.
Mi beo dell'espressione tua contenta,
come fossi io stesso vincitore.
Vincitor di battaglie combattute
in forme pure loro malcelate,
nel mondo di sarcastiche battute
sulle tue debolezze confessate.
Ti sento un po’ vicina nel momento
in cui mi guardi in faccia, e col sedere
dispregi quell’altare, monumento
di passioni costrette e non sincere.
Perché soltanto in sogno questo accade?
Perché sempre di là ti sei rivolta?
Vorrei con te percorrere le strade
d’una vita vissuta un’altra volta.

 

V

Adiacente alla vecchia cattedrale
gotica, d’una Francia misteriosa
(archi rampanti e un grande portale
inciso con pazienza minuziosa),
la sagrestia s’affaccia in una volta
sotto la qual mi trovo con Marina.
C’era nebbia, ma adesso si è dissolta,
dispersa da una brezza vespertina.
Alla porta bussiamo, e ci risponde
un energica voce di megera:
“Che volete?”, e il tono ci confonde,
contrasta con la quiete della sera.
“Che volete?” ripete, e noi chiediamo
di parlar con un vecchio porporato
che ora risiede qui, noi lo sappiamo
nelle stanze che furon del curato.
Con gli occhi fissi sopra i nostri visi
e la bocca che ostenta il suo disgusto
la vecchia spegne i nostri due sorrisi,
e c’introduce al tempio di quel giusto.
Tempio dico perché la sagrestia
sembra essa stessa un’altra cattedrale.
Io penso che quest’atmosfera sia
ieratica espression del cardinale,
che di sacralità pervade il mondo
che lo circonda, con i gesti alteri
che di finta umiltà senso profondo
offrono ai nostri spiriti sinceri.
Alto, bianchi i capelli, adunco il naso,
ci sorride beffardo e seducente.
Su poltrone sediam di rosso raso,
lui parla, e la sua voce non si sente.
È coperta da un grido disperato,
come d’anime chiuse nell’inferno.
Il volto, che ora s’è trasfigurato,
sembra scolpito, immobile, un eterno
testimone d’autorità assoluta.
Di cera sembran ora i lineamenti,
ma certo è la sua vita dissoluta
che tiene sotto, digrignando i denti.
Ora è scomparso, piu non lo si vede,
ci troviamo dispersi fra le porte.
Ciascun di noi per un momento crede
l’anticamera, questa, della morte.
“Che facciamo?” “Cerchiamolo!” rispondo,
anche se di fuggir sono tentato.
M’attira e mi respinge questo mondo
sacro e perverso, torbido e incantato.
S’apre una porta, e di colpo vediamo
l’uomo e la donna presso ad un lettino,
lei triste, lui stupito, e ci guardiamo
mentre fuori sorgendo sta il mattino.
Entra il sole, e nell’angolo più oscuro,
nel letto cui la coppia sta d’appresso
un raggio luminoso, caldo, puro,
scaccia il buio, prendendone possesso.
Dalla luce del sole illuminato
vediamo un corpo vivo che ci osserva.
Pulsante, gli occhi fissi, sta adagiato
trattenuto con forza dalla serva.
La parte superiore della testa
non si vede, la copre il cardinale.
Ci sta armeggiando su, come a una festa
quando il cuoco apre il ventre di un maiale.
Verso di noi si gira, e con orrore
vediamo che il cervello è aperto in due;
per ogni dove scorre il rosso umore,
e ne grondano pur le mani sue.
Il fascino è scomparso, la paura
risolto ha il mio conflitto ambivalente;
sento solo bisogno d’aria pura,
mi soffoca l’odore dell’ambiente.
Corriamo e lui ci insegue, concitati
verso l’uscio d’ingresso ci affrettiamo.
Nei nostri sguardi spenti, stralunati,
un’immagine orrenda conserviamo:
quell’uomo vile, orribile, mostruoso,
che con le braccia avanti, a bocca aperta,
con un urlo indicibile, furioso,
condannare ci vuole a morte certa.
Purtroppo questo orror non è finito.
Mentre usciamo quei due stanno arrivando.
Riesco ad uscir, ma lo sguardo smarrito
di Marina, che un poco sta indugiando,
resta sull’uscio mentre mi ridesto.
Voglio chiudere il sogno a lieto fine:
nel dormiveglia grido: “Su, fa’ presto!
Supera questo spazio di confine!
Vieni fuori con me, devi salvarti!”.
Marina esce, è salva e mi sorride.
Ma chissà mai qual è delle due parti
in ciascun di noi quella che decide!

 

VI

Un sotterraneo tetro e silenzioso,
profumato d’incenso e d’olio cotto,
percorro con un ansimo affannoso,
in un moto continuo, ininterrotto.
La mia corsa è di fuga, io lo so bene,
so chi m’insegue, sono dei soldati.
Di pallottole han le cinture piene,
da capo a piedi tutti son armati.
Hanno le ghette bianche, ed un elmetto
che mi riporta al tempo mio passato;
all’amata vision d’un giornaletto
da molto tempo ormai dimenticato.
Si parlava lì dentro della guerra
d’indipendenza americana, e v’era
l’eroe che difendeva la sua terra
con anima focosa e battagliera.
Nei corridoi di casa le mie corse,
le poste, tra i divani del salone,
eran da simil fremito percorse,
calate nella stessa situazione.
La mia fuga d’un tratto mi conduce
ad una porta aperta, che m’immette
in uno spazio, ove una fioca luce
di veder quel che c'è non mi permette.
Forse una chiesa antica, o un padiglione,
deposito di rimembranze strane?
Ma cos’è mai ora questo vago alone
che le cose vicine fa lontane?
Lo spazio si dilata, le mie mani
non possono afferrar nulla d’intorno.
Come miraggio a me pare il domani,
ed agognando invoco il nuovo giorno.
Invece questa notte pare eterna,
come il fuggir che più non mi dà pace;
ma tra le mani scorgo una lanterna
che illumina l’immagine fugace
d’un contorno, che presto prende forma,
occupando massiccio quell’ambiente
(d’inseguitori entrando sta la torma;
mi terrorizza il suon di tanta gente!).
La forma d’un indian pare il profilo,
un Grande Capo, steso giù supino.
Sentendomi sospeso ormai ad un filo
su per la forma quatto m’incammino.
Entro in anfratti, pieghe dei vestiti
dell’immobil gigante, che mi cela
ai soldati, che guardansi smarriti
al debole baglior d’una candela.
Sono scampato, e tosto mi risveglio
riportando un’immagin di salvezza,
ma se mi chiedo invero cos’è meglio,
rispondere or non posso con certezza:
combattere la guerra anche da solo,
fuggendo di continuo a chi ti caccia,
o rifugiarsi là, nell’altro polo,
a nasconder nel sen la propria faccia?
E chi è mai quel gigante che, giù steso,
immobil nelle pieghe mi protegge?
Combattere dovrò, di contro al peso
d’un sacrario che impone la sua legge.

 

 

VIII

Ricordo quanto volte, da bambino,
nelle gite dei giorni soleggiati,
con la macchina, via, di buon mattino,
cercavam luoghi poco frequentati.
La mamma allora aveva un po’ di vita,
e si poteva starle in compagnia,
per cui desideravo andare in gita,
e tutto si riempiva d’allegria.
Chi rompeva le uova nel paniere
era nonna Maria, che, quando c’era,
mutava tutti i “gloria” in “miserere”,
spegnendo il giorno in una fredda sera.
Questo è il clima del sogno, ed anche il posto
è quello delle vecchie passeggiate:
vicino al lago, un angolo nascosto,
due panchine dai rami riparate;
più in là un capanno, forse una casetta,
dove alberga un pacifico custode.
Per entrare passiam per una stretta
porta, e chiamiam qualcuno che non ode.
Suoniam, pestiamo i piedi, ci adiriamo,
finché il vecchietto sembra averci udito.
Però quando ci vede ci accorgiamo
che si spaventa, e fa segno, col dito
poggiato sulle labbra, di tacere.
“Non fate chiasso!” dice bisbigliando,
e scosta un po’ la tenda, per vedere
un uomo corpulento che, ringhiando,
fuor della porta sta, qual sentinella,
ruotando a destra e a manca occhi di fuoco.
Fatti muti, a una scena come quella,
comprendiamo che questo non è un gioco.
“Ma perché proprio noi lui sta cercando?”
chiedo al custode, e lui non sa che dire.
Dal modo in cui con gli occhi sta fissando
il volto mio, mi sembra di capire
che la risposta sa, ma non può dirla,
frenato da uno strano impedimento,
e che, se voglio, io posso intuirla,
se mai ricordo un qualche tradimento.
Tutto mi è chiaro, esco dalla porta;
non è me che lui cerca, l’ho capito;
e infatti il mostro con me si comporta
come se non m’avesse visto e udito.
Il luogo è un po’ mutato, ora è una strada
con ciottoli per terra, levigati;
è caduta una pioggia rada rada,
ed ora splende il sol, che li ha asciugati.
Sulla strada un carretto, lentamente
procede, ed una bara reca sopra.
Chi è intorno sembra far finta di niente.
Come avendo paura che io scopra
chi mai dentro la cassa sta rinchiuso,
vogliono ch’io rimanga ben lontano.
Da questo atteggiamento un po’ confuso
mi fermo, e lor procedon, piano piano.
“Sarà la nonna?” penso, e ad accodarmi
m’accingo quando sento, ben distante,
dietro di me nonna Maria chiamarmi.
Mi volto, ora la vedo, e in un istante
il dubbio che credevo aver risolto
ritorna a martellarmi nella mente.
Voglio la bara aprir, vedere il volto
di chi viaggia nel carro, lentamente.
Ma il tempo in cui mi sono soffermato,
ormai perso, non so recuperare;
il carro s'è ormai molto allontanato,
lo spazio non potrò riguadagnare.
Nonna Maria m’ha invece ormai raggiunto,
tiene mamma a braccetto, e dopo poco
giunge mio padre, in auto, e a questo punto
mi sento preso dentro, come in gioco.
Tutti quanti mi sembrano d’accordo
a volere ch’io faccia qualche cosa.
Salgo in macchina, e sono cieco e sordo,
soltanto la mia mente non riposa.
L’ultimo atto viene poco dopo:
nonna Maria ha un attacco di colite;
avvolta in un mantello grigio topo
si scarica al riparo di una vite.
Nulla si vede, solo un gran boato
ed un odore intenso e disgustoso
invadon la campagna, amor negato
che scoppia in un istante, fragoroso.
Con lo stesso fragore esplode un tuono,
cade la pioggia, ed io, che sono fuori,
ascolto il gocciolio, splendido suono
che in me cancella i precedenti orrori.
Mi bagno il capo, e quando in auto rientro
papà per asciugarmi mi dà un panno.
Ho goduto la pioggia, ma ora, dentro,
m’asciugo, per non prendermi un malanno.
“Che strano panno” — dico — com’è unticcio!”
mentre asciugo la testa, poi, ad un tratto,
colto sono da un grande raccapriccio,
capisco, e allor lo getto via di scatto:
il panno che m’ha dato è, quale orrore,
come purtroppo ormai posso vedere,
intriso di quel fetido liquore,
la merda ripulita dal sedere.
Papà, tu ben lo sai quanto t’ho amato
ed io so che tu molto m’hai capito.
Ma quello che ricordo, sopportato,
ma mai in fondo davvero digerito,
è il tuo subir passivamente, in nome
del viver quieto, come tu dicevi,
soprusi enormi che, non si sa come,
dalla nonna e dagli altri ricevevi.
Qualche volta purtroppo pure in vita
e non soltanto in sogno ti è accaduto
d’uscirtene sconfitto a una partita
perché fin dall’inizio eri battuto.
E qualche volta che tu hai ripulito
un culo, ad evitare una tempesta,
quell’immondo liquame è poi finito,
non per tua volontà, sulla mia testa!

 

 

X

Mi trovo tra pensiero e sentimento,
tra amor che s’abbandona e amor frenato:
la Ragione che erige un monumento
a se stessa, di marmo congelato,
od un affetto nudo e sensuale
che calpesta quel piano di freddezza,
proponendosi immagine reale
che spoglia d’ogni orpello la bellezza?
Io forse proprio qui potrò trovare
qualcosa che da tempo sto cercando,
in questo mio sentir, che può portare
a scioglier nodi a cui solo pensando
credevo di trovare soluzione.
E mi soffermo ancor per un istante
sui molti errori fatti, e l’attenzione
con rimpianto rivolgo a quelle tante
volte che, nel momento ch’è più vero,
nell’affrontare un nodo aggrovigliato,
mi son rinchiuso in sterile pensiero
che tutto ha ulteriormente complicato.
L’autunno (quanto tempo è già passato?)
anche quest’anno tarda ad arrivare.
Nell’umido, che a volte mozza il fiato,
scorgo la fine… vado a incominciare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AL DI LÀ DELLA MORTE

I

Entrai per la prima volta in casa Carli quando ancora ero un bambino. Avevo conosciuto Felice Carli in casa di mio cugino, e benché avesse un paio d’anni più di me (e da bambini due anni di differenza sono tanti), dimostrò subito di provare simpatia nei miei confronti. Così poco tempo dopo Felice volle farmi conoscere alla sua famiglia. Credo che per quasi tutti i bambini sia una grande gioia far conoscere un amico ai propri genitori; è una gioia molto vicina a quella che si prova qualche tempo dopo, quando si “porta in casa” la fidanzata per la prima volta.
Già allora amavo conoscere gente nuova, e, senza rendermene conto, accumulavo un’esperienza che di volta in volta mi serviva per le mie conoscenze successive. Non ero certo in grado di compiere degli studi psicologici, però ricordo che già possedevo una strana capacità di cogliere, solo a livello di sensazioni, tutto ciò che era stranezza, nevrosi, squilibrio, e se anche era affascinato da certi modi di comportarsi “originali”, provavo al tempo stesso un senso di profonda amarezza e paura, che non riuscivo a spiegare, ma che si rivelava sempre come un valido segno premonitore.
Appena entrato in casa Carli provai questa sensazione, ma forse la credetti un effetto della mia timidezza.
La famiglia Carli era composta da sei persone. Carlo Carli, padre di Felice, primogenito della sua generazione e figlio viziato e coccolato come molti primogeniti, era un uomo grosso che sprizzava bonarietà e mediocrità da tutti i pori, anche se nella sua stretta di mano e nel suo sorriso c’era qualcosa di untuoso che anche in seguito me lo rese sempre misterioso. Nunzio Carli, suo fratello, era esattamente il suo opposto; magro e scavato in viso, appariva chiaramente come un essere che vive in perenne tensione, e nei suoi occhi vi era, di quando in quando, uno sguardo disperato, che sembrava chiederti supplichevolmente un po’ d’affetto, anche se una rassegnazione altrettanto disperata ti faceva capire che ciò che lui cercava era la tempo stesso ciò da cui fuggiva timoroso.
Cesira Carli, la sorella, era molto più simile a Nunzio che a Carlo, anche se in lei il bisogno degli altri non era represso, ma anzi manifestato con la stessa intensità con cui Nunzio la reprimeva.
Margherita Palma in Carli era la moglie di Carlo, ed era grossa e bonaria come lui, ma con uno sguardo più franco e, al tempo stesso, più intelligente.
Felice, il mio amico, era un bambino solitario e taciturno, ma capace, come aveva fatto con me, di instaurare con chi gli andava a genio un rapporto molto sincero.
E sopra tutti aleggiava la nonna, Maria Carli, una donna dotata di una straordinaria energia che, sommata ad una autorità che rasentava i limiti della dittatura, faceva di lei l’indiscussa padrona della casa. Vi era però una strana dolcezza che rivestiva ogni suo gesto, e che la faceva apparire ad un osservatore superficiale come una donna mite e squisitamente gentile. Solo dopo averla conosciuta bene si poteva capire come riuscisse a fondere così mirabilmente questi attributi così dissonanti, al punto che ancor oggi non saprei dire quale avesse la prevalenza, e sono per di più certo che tutte le sue azioni non erano dettate da un calcolo, ma anzi improntate alla più schietta spontaneità.
Quel giorno fui trattato da bambino (in fondo lo ero) ma in un modo tale da darmi molto fastidio. Sembravano degli dei venuti a contatto con un misero mortale, che per di più era un bambino. Felice, che pur essendo una persona intelligente non fu mai, neanche negli anni che seguirono, dotato di grandi capacità introspettive, non colse il mio disagio, ed anzi lo accentuò, superandomi (come era logico, essendo più vecchio e più dotato fisicamente di me) in tutti i giochi che facemmo, e vantandosene, pur senza malizia, con i suoi, fino al momento in cui non dovetti tornare a casa. Bastò però il saluto, pieno di amicizia, di Felice, per farmi considerare quello come un bel pomeriggio, e per farmi diventare, per tutti gli anni che seguirono, un assiduo frequentatore di casa Carli.

II

Negli anni che seguirono ebbi modo di approfondire la mia conoscenza della famiglia Carli, e benché non abbia mai fatto discorsi impegnati con nessuno di loro, eccetto naturalmente Felice, riuscii a penetrare, credo piuttosto profondamente, nell’animo di ciascuno.
Innanzitutto raccogliendo notizie qua e là riuscii a ricostruire la loro storia familiare, e questo mi aiutò a capire la posizione di ognuno di loro in seno alla famiglia stessa. Il padre, signor Damiano, era morto all’immediato dopoguerra, per una malattia che lo tenne inchiodato al letto per più di un anno. Da come ne parlavano i figli capii che dovette essere un uomo scarsamente energico e scarsamente intelligente, però capace di incaponirsi su cose futili, pretendendo in quel caso immediata soddisfazione dei suoi bisogni. Le redini della casa erano dunque chiaramente in mano alla signora Maria, ed era lei che prendeva sempre le decisioni importanti. Carlo aveva un carattere molto simile a quello del padre, e, come lui, si faceva dominare completamente dalla madre. Essa prese dunque a benvolerlo, e a stimarlo proprio per la sua mancanza di energia e per la sua sottomissione, che facevano di lui un bambino buono ed obbediente. Il guaio è che rimase tale per tutta la vita. Nunzio invece si rendeva conto di come la situazione della sua famiglia fosse balorda, ma la sua ribellione durò pochissimo, anzi forse non venne neanche messa in atto, e rimase nella mente del povero Nunzio come un desiderio inappagato; ed egli si chiuse in un mondo che veniva creando giorno per giorno, riempiendolo di fantasmi ed alzando una barriera sempre più alta fra se stesso e gli altri. E gli altri lo lasciarono in disparte, offrendogli solo una specie di pietà mista a compatimento, che solo persone scarsamente introspettive come i Carli potevano confondere con l’affetto.
Cesira si era sposata poco tempo dopo il mio ingresso in casa Carli, e questo l’aveva aiutata a non diventare la copia al femminile di Nunzio. La sua infanzia era stata caratterizzata da fobie e bizzarrie di vario genere, dalle quali era in parte uscita, ma che avevano lasciato in lei un’impronta forse indelebile. È per questo che l’incontro con il marito, un uomo intelligente e risoluto, capace di vivere molto intensamente cogliendo gli aspetti più veri della vita, le aveva straordinariamente giovato, sottraendola per tempo all’influenza malsana della madre, alla quale essa si era sottomessa facendo violenza contro la propria natura, tutt’altro che docile.
Ma il fascino che usciva dalla personalità della signora Maria era tale che Cesira uscì di casa solo ufficialmente, mentre il suo cuore rimase in mezzo a quei muri, che furono sempre i soli che le diedero un senso di vera sicurezza. Cesira dunque non si era accorta di come le facesse bene stare lontano da quella casa, e tornò sempre a cercare la pace nel luogo che per lei era la maggior fonte di tormenti. L’effetto benefico del matrimonio però ci fu, perché per fortuna Ettore, il marito di Cesira, era sempre molto preso dal lavoro, e non poteva portarla dalla madre, che abitava abbastanza lontano, altro che alla festa. Cesira non si rese mai conto del fatto che proprio ciò che più le dispiaceva (il non poter vedere spesso la madre) era ciò che aveva salvato la sua esistenza, trasformando una strada che sarebbe stata piena di ostacoli insormontabili in una via impervia ma non impossibile da percorrere.

III

Pur essendo sostanzialmente molto simile a Nunzio, Cesira aveva manifestazioni spesso opposte a quelle del fratello. In particolare tanto lui era chiuso quanto lei amava confidarsi con gli altri, raccontando a volte anche fatti molto personali.
Si sforzava sempre di apparire giovane, perciò amava stare coi giovani, e prese a benvolermi, e quindi a confidarsi con me, dato che affetto e confidenza per lei andavano sempre a braccetto.
Una volta provai molta tenerezza nei suoi confronti, a causa di un particolare fatto della sua infanzia che mi raccontò.
Ero stato con Felice a casa di un suo zio che possedeva una graziosa vecchia casa in campagna. Io amo le cose vecchie, e rimasi affascinato da quella casa e da quella gente, che sembrava essere uscita vittoriosa da un’assurda lotta contro il tempo, e in seguito ne parlai con Cesira. “Per molti anni – mi disse Cesira – quella è stata la mia casa. Mia mamma, poverina, doveva badare al negozio, e non aveva tempo di guardarmi. Così per sei mesi all’anno io abitavo in campagna, a casa della zia Francesca, che adesso è morta lasciando la casa al figlio. Pensa che tutte le domeniche la zia Francesca, vedendomi triste, mi diceva che la mia mamma sarebbe venuta a trovarmi, e io mi mettevo il vestito più bello, e mi sedevo sotto il portico, ad aspettare. Appena sentivo arrivare il treno, aprivo il cancello, e correvo verso la stazione, per andarle incontro. E questo si ripeteva ad ogni treno, fino a sera, perché la mia mamma, poverina, era troppo indaffarata, e non poteva venire a trovarmi. Ma non per questo perdevo la fiducia. La domenica successiva ero ancora lì, pronta ad ogni treno. E pensa che la mia mamma, poverina, malgrado avesse tanto da fare, ogni tanto veniva davvero. Mi è cara la casa della zia Francesca, perché mi ricorda quand’ero bambina.”
“Povera signora Cesira”, le dissi, e non potei fare a meno di abbracciarla.
Ma forse non capì perché lo feci. Mi carezzò la guancia, abbozzandomi una specie di sorriso, che mal celava lo stupore per questo mio gesto improvviso e, ai suoi occhi, forse anche eccessivo. Capii però che l’aveva gradito, e che perlomeno aveva compreso di avermi detto qualcosa che mi aveva profondamente colpito.

IV

In seguito ripensai a lungo al discorso della signora Cesira. Oltre alla pena che provavo per quella povera bambina, immaginando l’ansia e lo sconforto  che per tanto tempo dovettero essere per lei dominanti, e che certamente avevano contribuito a regalarle il carattere insicuro che ora si ritrovava, provai dello stupore per l’atteggiamento della signora Cesira di fronte al fatto che mi aveva raccontato innanzitutto perché ricordava l’infanzia come un periodo bello, mentre, anche per altri racconti che mi fece, sono portato a pensare che dovette essere un periodo perlomeno angoscioso, e poi per il suo assurdo modo di giustificare in ogni modo il comportamento della madre. Qual è quella madre che è tanto indaffarata da non poter andare alla domenica a trovare la propria figlia? La signoria Maria aveva una panetteria, e a quei tempi i panettieri lavoravano anche la domenica, ma per badare al negozio c’erano il marito, che non svolgeva nessun’altra attività lavorativa, e i figli, i quali, alla festa erano a casa dal lavoro, e per amore della sorella avrebbero potuto fare un piccolo sacrificio. Ma c’è di più: non riesco a capire nemmeno perché la signora Maria non avrebbe potuto tenersi la figlia a casa, come ogni madre di questo mondo, con o senza negozio. Invece la signora Cesira trovava giusto tutto ciò che sua madre faceva, anzi, non si poneva neanche il problema che fosse giusto o no. Accettava supinamente, come priva di capacità di giudizio. Questo fatto dipendeva certamente dall’autorità della signora Maria, e al tempo stesso faceva in modo che questa autorità crescesse continuamente; infatti, ricevendo sempre e soltanto lodi e giustificazioni per il proprio operato (solo Nunzio ogni tanto si scagliava contro di lei, ma veniva subito accusato di crudeltà, e ritornava come un reietto nel suo cantuccio, con un motivo in più per disperarsi), la signora Maria si convinceva sempre di più di essere una superdonna, e di poter fare ciò che le saltava in mente a suo piacimento. Arrivava, a volte, persino al punto di agire appositamente in maniera sconclusionata, e di pretendere poi che tutti le dicessero che era giusto ciò che faceva, perché era lei a farlo. E regolarmente i miseri mortali osannavano la loro dea, e, fatto ancor più grave, essa si veniva convincendo di aver fatto una cosa sensata.
Nei figli questa deificazione materna produceva una sempre maggiore insicurezza, e una tendenza ad inibire la propria capacità di giudizio, per non correre il rischio di poter pensare che un’azione della madre fosse in qualche modo imperfetta. Essi non avevano più dunque una scala di valori, alla quale rapportare le azioni di chiunque; al massimo, se essa c’era, era applicabile solo agli estranei, mentre per le azioni che contavano veramente per loro, e cioè quelle che li riguardavano da vicino, il metro di giudizio veniva fissato arbitrariamente dalla signora Maria, e poteva mutare a seconda delle circostanze, e dell’umore della suddetta.
Appare chiaro come vi fosse nei Carli una dipendenza totale dalla signora Maria (anche in Nunzio, perché la sola alternativa al suo isolamento era seguire il comportamento degli altri, della famiglia, quindi tutti i suoi contatti con il mondo erano mediati dalla presenza della madre, che anche per lui era diventata dunque indispensabile), e come tutti quanti si adagiassero sulla sua persona, dandole un motivo in più per essere orgogliosa di sé. Le personalità di tutti erano dunque fortemente inibite, e nessuno di loro era  in grado di prendere decisioni da solo.
Tutto ciò mi fece pensare, qualche tempo dopo, a come dovesse essere per tutti loro inconcepibile che la signora Maria potesse morire, fatto che invece presumevo non eccessivamente lontano, visto che aveva già superato gli ottant’anni, e già da tempo aveva manifestato i primi sintomi di un decadimento fisico e psichico. Coll’andar del tempo si era infatti parzialmente rammollita,e la sua autorità era come indotta dall’atteggiamento sottomesso dei figli. Essi si comportavano come chi, appoggiato ad un muro pericolante, non si accorge di sostenerlo, e pensa che sia invece questo a sostenere lui, e si abbandona sempre più, finché non cessa di essere un sostegno e non crolla rovinosamente con esso. Questo temevo; che alla morte della madre i figli Carli si sentissero totalmente sperduti e incapaci di agire.
Non potevo però fare niente per loro, perché qualsiasi mio tentativo di aiutarli a prendere coscienza di sé avrebbe toccato per prima cosa il loro orgoglio, e non avrebbe potuto andare più in là. Così dovetti rassegnarmi ad essere un semplice spettatore.

V

Prima di continuare il racconto, ritengo sia meglio aprire una parentesi, e parlare un poco della signora Margherita e del signor Ettore, i quali, sposando rispettivamente il signor Carlo e la signora Cesira, erano entrati a far parte della famiglia Carli.
La signora Margherita, come già dissi, era molto simile, d’aspetto, al marito. Appariva però più aperta, più leale, e più intelligente. Bastava stare una mezza giornata in casa Carli per rendersi conto di come la signora Margherita si sentisse frustrata; dal suo viso pacioccone uscivano spesso espressioni di collera, ed era capace di discutere per ore su delle inezie, visto che solo su inezie le era concesso di discutere.
Da giovane essa aveva viaggiato parecchio, ed aveva sempre amato e ricercato le cose belle, sentendo in modo particolare il fascino delle grandi città, e di tutti i fattori esteriori ad esse connessi. Credo che le luci, le insegne, le strade affollate, la gente di città che “sa” di città, il centro, i negozi eleganti e raffinati, esercitassero su di lei un’attrattiva così forte da farle dimenticare tutti i disagi che la città comportava. Era insomma una donna fatta per vivere in città. Purtroppo il signor Carlo le offrì una vita di casalinga di periferia, e la città rimase per la signora Margherita come l’unica periodica evasione dalla sua vita forzatamente scialba.
In più si trovava a dover dividere la casa con una suocera che certo non faceva molto per venirle incontro. Nelle controversie che nascevano fra lei e la signora Maria il signor Carlo dava sempre ragione alla madre, e la povera signora Margherita si ritrovava sempre in minoranza.
Ma anziché piantare tutto ed andarsene, la signora Margherita cercò di adattarsi alla situazione, e ci riuscì in maniera brillante, anche se il suo sistema nervoso chiaramente ne risentì. Lei, che da ragazza era stata alquanto coccolata dai genitori, e che non aveva idea dei problemi connessi alla gestione di una famiglia, divenne in breve tempo un’eccezionale donna di casa, facendo in modo che non mancasse mai niente a nessuno. In questo modo riuscì ad incentrare su di sé gran parte degli aspetti della vita di  famiglia, ma questo potè avvenire solo dopo che anche lei, come tutti, ebbe riconosciuto la sovranità incondizionata della signora Maria. Finché il suo atteggiamento fu di ribellione, dunque, si trovò tutti contro, marito compreso; quando cominciò a sottomettersi, iniziò nel contempo ad acquistare potere. Questo era uno dei fatti più sconcertanti di casa Carli: in ogni caso, e in qualsiasi campo, il potere derivava solo dalla signora Maria. Al di fuori della sua sovranità potevano esistere soltanto le fantasie autistiche di Nunzio, e gli incubi notturni di Cesira. Nulla di ciò che apparteneva al mondo sensibile poteva sfuggire ala sua giurisdizione.
Il signor Ettore era il solo componente della famiglia ad essere quasi totalmente libero, a livello personale, dalla signora Maria. Innanzitutto non viveva con lei, ed anzi aveva sottratto Cesira alla sua presenza. In più era un uomo colto, laureato, attivo, e capace di stare in piedi da solo. La sua personalità avrebbe  dunque dovuto cozzare con quella della suocera, ma da parte di lei c’era una certa ammirazione per quest’uomo così diverso e così solido, e da parte di lui c’era un grande amore per Cesira, che faceva in modo che egli spesso sorvolasse su tante cose, perché non nascessero in lei nuovi conflitti. Egli capiva quanto Cesira fosse legata alla madre, ma, non vedendo la gravità della cosa, anziché adoperarsi per un ridimensionamento della situazione, cercava di assecondarla, pensando che, se si fosse opposto a questo legame, o anche soltanto avesse cercato di renderlo meno stretto, Cesira si sarebbe trovata in una situazione insostenibile, incapace come era di mettersi contro la madre.
La dipendenza del signor Ettore, dunque, era solo indiretta, e non investiva la sua persona, ma esisteva ed era molto forte. Anche Ettore dunque, anche se senza molta convinzione, aveva dovuto piegare il ginocchio al cospetto della regina di casa Carli.

VI

…E giunse in casa Carli il giorno della tragedia. La signora Maria cadde malata. Dopo ottant’anni di piena salute quest’essere che pareva immortale era crollato di schianto. L’atteggiamento della famiglia nei confronti del fatto fu contraddittorio. Da un lato essi temevano che la malattia fosse grave ed agivano di conseguenza, dall’altro ne parlavano come se la guarigione fosse certa, e tendevano in ogni discorso a minimizzare le cose. Capita spesso che, in presenza dell’ammalata, e in particolare parlando con lei, si cerchi di rincuorarla dicendole che non è niente, che passerà presto, e altre cose di questo genere, per cui non mi meravigliai quando, sapendo che il male della signora Maria era piuttosto grave, sentii Cesira farle discorsi di quel genere. Mi meravigliai invece quando mi accorsi che anche fra loro i Carli parlavano su questo tenore. Avevo già notato che per una forma di superstizione tendevano ad evitare discorsi che riguardassero in qualche modo la morte, ma ora non solo non prendevano neanche in considerazione l’eventualità che la signora Maria potesse morire, ma cercavano pietosamente di convincersi l’uno con l’altro che la guarigione fosse prossima. Cosicché avvenne che quasi tutti i conoscenti dei Carli credessero che il male della signora Maria fosse leggero, e addirittura si meravigliassero che i figli si dessero così tanto da fare per una cosa da poco. Soltanto quei pochi che, come me, frequentavano assiduamente la casa, potevano rendersi conto che le cose stavano diversamente; la signora Maria si stava lentamente spegnendo. Ettore, che era molto amico del medico di casa, e che era l’unico ad essere rimasto in equilibrio di fronte agli eventi, mi disse che ormai il problema era solo di cercare di prolungare la vita della signora Maria di qualche mese, un anno al massimo, ma niente più. Mi pregò di non dire niente a Cesira né a nessun altro della famiglia, perché la cosa sarebbe stata troppo forte per loro, che non erano preparati.
La signora Maria giaceva nel suo letto, in una posa statutaria e ancora marziale, ma il suo sguardo era vuoto, assente, e dell’energica donna di una volta non era rimasto niente. Sembrava quasi che i suoi lineamenti fossero contraffatti, tanto la sua espressione attuale era lontana da quella di poco tempo prima. Come già dissi, è vero che da un po’ di tempo dava segni di decadimento, ma, nei momenti in cui esso si manifestava, non appariva mai come una vera disfatta. A volte anzi le conferiva quella dignità di chi, lentamente, va avviandosi verso il sonno del giusto, e ogni tanto si assopisce per un momento. Ora invece questo crollo improvviso e inesorabile avrebbe fatto nascere dei ricordi troppo duri da sopportare. Perché purtroppo è difficile, quando qualcuno muore, ricordarlo come era nel momento migliore della sua vita; si tende a divinizzarlo, ma in fondo il ricordo che rimane più forte è quello degli ultimi giorni, e se verso la fine la sua mente non funziona più, passerà parecchio tempo prima che noi riusciamo a ricordarlo come qualcosa di più di un vecchio rimbecillito.

VII

Mi sentivo in dovere di fare qualcosa per salvare i Carli dalla disfatta. La visione che mi si prospettava della famiglia Carli dopo la morte della signora Maria era a dir poco catastrofica. Ero convinto che nessuno di loro avrebbe compiuto gesti disperati come il suicidio, però certamente le loro vite sarebbero diventate di un peso difficilmente sostenibile. Nessuno di loro aveva una forza e un coraggio sufficienti per risollevarsi e caricare su di sé il peso che per troppi anni era stato sulle spalle della signora Maria. E per fortuna la malattia della madre occupava tutti i loro pensieri, altrimenti si sarebbero resi conto del fatto che la presenza della signora Maria era ormai solamente simbolica, e che qualcuno avrebbe già dovuto raccogliere la sua eredità. Ed era probabilmente anche per questo che i Carli tendevano a dare un carattere transitorio alla malattia della madre. In pratica essi non attendevano altro che un ritorno della signora Maria alla sua vita di prima, in modo da poter lasciare ancora per un tempo indefinito il fardello di tutte le responsabilità sulle sue spalle.
Decisi di parlare con Felice, dicendogli quelle cose che da anni avrei voluto dirgli, senza mai trovare il coraggio di farlo.
Era uno di quei pomeriggi che sembravano fatti apposta per i discorsi intimi, un pomeriggio di tardo autunno, con una nebbia e un freddo tali da farti apparire quattro chiacchiere in un locale riscaldato, davanti a una tazza di tè, come uno dei sommi piaceri della vita.
Da quando sua nonna si era ammalata era la prima volta che avevamo l’occasione di parlare tranquillamente e da soli. Era infatti piombato in un mutismo quasi totale, e si era chiuso a tutti, anche a me, che ero stato il suo confidente per così tanti anni. Questo fatto mi dispiaceva, tanto più che anche per questo incontro avevo dovuto insistere moltissimo, quasi che lui non tenesse affatto a parlare con me. Quando l’ebbi convinto, gli dissi che preferivo che il nostro dialogo avvenisse in un bar, dove si potesse stare un po’ più appartati, perché dovevo dirgli qualcosa che riguardava la sua famiglia. In quel momento lessi nei suoi occhi un po’ di gratitudine per questa occasione che gli offrivo di uscire dal suo isolamento, cosa che forse, senza la mia spinta, non avrebbe avuto il coraggio di fare.

VIII

Dovetti chiacchierare un po’, come se niente fosse, prima di poter venire al dunque. Sembrava infatti che Felice, pur desiderando in cuor suo di aprirsi, cercasse in ogni modo di rimandare di qualche momento il discorso, come se il toccare certi argomenti lo spaventasse moltissimo.
Mi feci forza e di botto troncai ogni preambolo.
“Non so” gli dissi “fino a che punto tu mi conceda la tua intimità, e non vorrei che tu pensassi che voglio intromettermi in fatti che non mi riguardano, ma, se me lo permetti, vorrei dirti francamente quello che penso della situazione della tua famiglia”.
“Parla pure liberamente!” mi rispose ostentando una finta tranquillità. “Sono entrato in casa tua” proseguii “parecchio tempo fa, e credo di essermi fatto un quadro di coloro che ci abitano, che non deve essere molto lontano dalla verità. In particolare ho notato il rapporto assurdo che tutti hanno con tua nonna. Si appoggiano totalmente a lei, in ogni cosa. Questo fatto già appariva grave quando era in piena salute, ma adesso che sta per morire, addirittura, diventa un fatto drammatico. Resteranno tre bambini ultracinquantenni, con le loro famiglie, disorientati, a vivere solo di rimpianti e…”
“Mia nonna non morirà. NON MORIRÀ!”. Felice si era fatto rosso in viso, aveva sbarrato gli occhi, e parlava quasi meccanicamente, ma con energia, scandendo le sillabe. Poi il suo volto si distese, come se si fosse liberato da una sorta di ipnosi. Mi guardò tristemente, e mi disse: “E io cosa posso farci!? Lo so, dovrei andare da mio padre e parlargli, anzi avrei già dovuto farlo da un po’, da molto. Dovrei dirgli ‘Guarda, papà, in tutti questi anni sei stato un uomo senza spina dorsale, sei stato un finto uomo, un burattino senza volontà, un eterno bambino incollato alle gonne della propria mamma. Sono anni ormai che lei non è più niente, ed è inutile che tu continui a chiudere gli occhi, a far finta di non capire, ad appoggiarti ad un cadavere, AD UN CADAVERE! Fra poco tempo, forse domani, oggi, fra un’ora, la nonna sarà morta, e tu sarai solo! solo! SOLO!’”. Il nostro tavolo era piuttosto isolato, ma Felice parlava a voce così alta che qualcuno si era voltato ad osservarci. Felice se ne accorse, e rimase imbarazzato. Poi si rimise calmo e proseguì: “Questo dovrei dirgli, lo so, ma tu conosci abbastanza me e lui per sapere che non lo farò mai. Anzi lascerò che lui trascini me dalla sua parte, e mi convinca che è giusto così. E tutte le sere ci riuniremo attorno all’oracolo per conoscere il nostro futuro”:
“Ma tua nonna sta morendo, ti rendi conto di quello che vuol dire?”
“Mia nonna non morirà mai, non può, glielo impediremo”.
“Ma è assurdo quello che stai dicendo. Chi può vincere la morte?”
Non mi rispose. Guardò lontano per un po’, con l’occhio fisso di chi guarda senza vedere, poi si alzò. “Si è fatto tardi, disse, è meglio che vada”.
Fece qualche passo, poi si voltò, mi guardò con uno sguardo sconsolato e mi disse: “Lo so che hai ragione tu, ma credimi, non posso fare niente. Ormai faccio parte di questa macchina terrificante, e se tento di cambiare il meccanismo riesco solo a guastarla completamente”.
Mi fece uno strano sorriso, che voleva dire troppe cose perché potessi coglierle tutte, e se ne andò lasciandomi l’amarezza di non aver potuto fare niente.

IX

Nei mesi che seguirono non ebbi più alcun contatto con la famiglia Carli. Si erano chiusi in uno strano isolamento. Avevano fatto sapere in giro che la signora Maria non avrebbe potuto sopportare nessun tipo di emozione, e che dunque, dato che l’arrivo in casa di chiunque fosse estraneo alla famiglia avrebbe potuto esserle fatale, tutti gli amici e conoscenti erano pregati di non recarsi in visita. A tempo opportuno si sarebbero fatti vivi loro. La cosa mi parve strana, ma anche in questo caso non potevo fare niente.
Dopo quasi un anno di questo isolamento, finalmente ebbi notizie dei Carli. Un amico d’infanzia mio e di Felice mi disse che la signora Maria era completamente guarita, e che anzi appariva ringiovanita, e accoglieva di buon grado tutti i vecchi amici.
Rimasi stupito, e anche un po’ contrariato, per non essere stato avvertito direttamente dai Carli, ma non per questo mancai di far loro visita.
E fu l’ultima volta che varcai quella soglia, che per tanto tempo mi fu così cara.
C’erano tutti ad accogliermi, e la prima cosa che fecero fu accampare miliardi di scuse per non avermi avvertito personalmente, ma mi accorsi che erano tutte false. La verità era che mi temevano. Lessi paura negli occhi di tutti, anche se non capivo ancora perché.
Ma mi bastò stringere la mano della signora Maria per capire tutto. Avevano fatto un lavoro quasi perfetto, e avrebbero ingannato tutti, ma non me. Quella non era la signora Maria! Riuscii a stento a frenare un grido di stupore e di orrore al tempo stesso. Rimasi per un po’ a guardarla, e intanto fra me pensavo alle cose incredibili che avevano dovuto fare per trasformare un’altra persona in una copia della signora Maria, e per autosuggestionarsi al punto di credere tutti quanti che essa fosse realmente chi rappresentava. La  mia presenza stava quasi per far crollare tutto, e capii che era meglio che me ne andassi, e non tornassi mai più. Salutai tutti con calore, e con una specie di amara commozione. Felice mi accompagnò alla porta, e stingendomi la mano lesse nei miei occhi che avevo capito tutto.
“Sai” mi disse “in una macchina, per balorda che sia, se si rompe l’ingranaggio principale, l’unica cosa che puoi fare è sostituirlo con uno nuovo. E dopo un po’, quando l’ingranaggio si è adattato bene, non ti accorgi quasi neanche che è nuovo. Ti sembra che sia lì da sempre”.
Uscendo vidi il signor Ettore che stava entrando, con Cesira. Gli lanciai uno sguardo interrogativo, come per chiedergli come avesse potuto anche lui accettare questa orribile finzione. Arrossì, e, cercando di evitare di incrociare i miei occhi, strinse Cesira sotto il braccio, con un gesto rabbiosamente affettuoso.
Da lontano sentivo la voce del signor Carlo che parlava con la “mamma” con il tono di sempre, e un brivido mi percorse tutto il corpo.

 

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