Recensione a:
Carnevali R., L’immaginario e il diavolo – Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi,
FrancoAngeli, Milano, 2003, pp. 206, € 20.
(in Gruppi, Vol. IX, N. 2, Maggio-Agosto 2007, FrancoAngeli, Milano).

 

Il testo di Roberto Carnevali si propone come un lavoro di rottura rispetto agli schemi analitici freudiani usuali per seguire un percorso esplorativo del tutto originale sulle funzioni dell’immaginario nella relazione analitica.
Carnevali non porta un’unica definizione di ciò che è immaginario o diabolico, ma ridefinisce questi termini a seconda dei contesti nei quali essi si estrinsecano e, in questo gioco di costante risignificazione semantica, introduce un concetto di fondo estremamente complesso come quello della dissonanza, estrapolato dalla metafora musicale.
La dissonanza, in campo musicale, diventa parte di una struttura onnicomprensiva attraverso il fatto che nella composizione vengono usate tutte le note della scala cromatica e non solo le sette note della scala tonale.

L’intreccio che ne deriva implica la perdita della centralità di una voce solista o di una melodia per articolare una tensione dialogante tra una voce o una struttura consonante ed una appunto non conforme.
Il trasferimento di questa analogia alla relazione terapeutica introduce automaticamente l’idea della perdita della centralità del terapeuta quale interprete del mondo interno del paziente per dare spazio all’idea di un processo relazionale basato su una costruzione narrativa della quale non vi è un unico autore o l’interprete principale.
Così come nell’opera Pirandelliana “Questa sera si recita a soggetto” lo scrittore perde la sua funzione nel momento in cui il testo incontra una regia, una scenografia ed un pubblico, la narrazione del paziente si trasforma a seconda del modello interpretativo dell’analista: relazionale o intrapsichico, individuale o gruppale, ma anche della risposta del paziente stesso.
Testo ed interpretazione si aprono in tal modo all’ipotesi e alla sua falsificazione e ad un campo basato sull’intersoggettività.
Se l’immaginario è genericamente definito come lo spazio di incontro tra rappresentazioni del mondo interno del, o dei, paziente/i e dell’analista (transfert e controtransfert), ovvero il luogo nel quale si riattualizzano nel qui ed ora della relazione analitica aspetti delle relazioni originarie con le figure parentali, il diabolico rappresenta la capacità dell’analista, o dei vari membri del gruppo, di scomporre le matrici interne del soggetto facilitando l’apertura di una nuova fase di simbolizzazione.
Fuori dalla relazione analitica, l’immagine del diavolo può nascere dalla rappresentazione di un Dio che non ammette confronti. Se il Dio( padre, madre interna dell’individuo) è il vertice, il diavolo costituisce colui che ribellandosi ne richiama l’intervento per ricostituire l’ordine costituito.
Il concetto di diavolo come sabotatore interno, emissario dell’invidia divina, costituisce in pratica una sorta di parte scissa interna al soggetto, interprete esclusivamente del genitore che non ammette una soggettività nel figlio, ovvero la possibilità di distaccarsi dal suo modello evolutivo, dalla sua dipendenza ed assoggettamento.
Il diavolo può costituire, però, anche un elemento evolutivo che consente l’uscita dal mondo circoscritto dal padre.
L’uscita dall’ Eden come i mitologici personaggi di Adamo ed Eva costituisce la ricerca di uno spazio vitale fuori dallo sguardo di Dio.
La possibilità di collocarsi fuori dalla giurisdizione paterna , o materna, può costituire un “tradimento” che apre la strada di una autentica soggettività. La possibilità di essere soli, fuori da uno spazio vitale già costituito, può essere vissuta come una “discesa negli inferi”nei quali si può rimanere intrappolati come in molti miti della genesi, o dai quali si può riemergere con un’identità nuova.
Carnevali evidenzia a questo punto il ruolo cruciale dell’analista in questa svolta individuativa ed il rischio di rimanere anche lui intrappolato nelle rappresentazioni vincolanti del paziente.
Certamente nel gruppo la molteplicità dei punti di vista ed i transfert incrociati offrono minori possibilità di adesione alle matrici originarie rispetto ai rischi insiti nella relazione duale tra analista e analizzato.
In ogni modo, in entrambi i casi il punto di svolta sembra giocarsi intorno a due aspetti già evidenziati da Napolitani, ovvero nell’alternanza tra idem, inteso come insieme di unità protosimboliche, che costituiscono parti istituenti il mondo interno del soggetto, e l’autòs come movimento germinativo di un nuovo modo di essere.
La rottura di certe unità immaginarie, in particolare nella relazione gruppale, sottolineata dall’autore, presenta molti punti di contatto con il concetto mitopoietico evidenziato da Gasseau rispetto all’evoluzione delle matrici archetipiche in un gruppo di psicodramma o da Kaës quando parla di passaggio da una fase fantasmatica, nella quale il gruppo è vissuto come un corpo materno ed è investito di proiezioni contrastanti, alla fase ideologica, caratterizzata da una marcata fusionalità tra i membri del gruppo, a quella figurativo-transizionale, nella quale ognuno sembra cominciare ad interiorizzare gli aspetti buoni del gruppo e a simbolizzare l’esperienza attraverso rappresentazioni di carattere figurativo, alla fase mitopoietica, nella quale i membri cominciano un processo di differenziazione individuale.
L’interesse di Carnevali non sembra, tuttavia, l’andare ad evidenziare le fasi di un processo, quanto un punto di svolta all’interno di una struttura incrociata di relazioni, nella quale l’analista si gioca come genitore biofilo o necrofilo.
L’analista per sostenere la differenziazione deve “fare un patto con il diavolo”. Deve, cioè, rilanciare un nuovo stile relazionale attraverso la capacità di introdurre dubbio dove c’è certezza e rassicurazione nell’esplorazione.
Per far ciò è necessario che egli comprenda quale ruolo dello scenario interno del paziente sta in quel momento assumendo e successivamente valuti attraverso quali risposte permettere al paziente di andare oltre il proprio copione.
L’azione diabolica dell’analista mira pertanto a rompere una ripetitività ed il termine dell’analisi coincide con il momento in cui analista o analizzato incontrano il rischio di scivolare in una fabbrica di maschere.

Angela Sordano, "Gruppi" n.2 - 2007, FrancoAngeli, Milano

Recensione a:
R. CARNEVALI e A. PRATELLI (a cura di)
PENSARE IL GRUPPO – Fondamenti e pratica del lavoro di gruppo nel dipartimento di salute mentale

ARPANet – MILANO – 2006 – PAGG. 240 - € 20,00
(in Gruppi, Vol. X, N. 2, Maggio-Agosto 2008, FrancoAngeli, Milano)

 

L’elemento “diabolico” rappresentato dall’analista e dal gruppo è, sul piano della relazione transferale terapeutica, il concetto che più mi ha incuriosito del libro curato da Roberto Carnevali e Alessandro Pratelli.
L’analista come “presenza diabolica” (p. 63), fa riferimento al concetto di immaginario come viene concepito in gruppoanalisi, come colui che attraverso la relazione transferale, dove il paziente tende a riprodurre una storia e una dinamica relazionale che è sempre la stessa, può, attraverso il recupero di un simbolico (sym-bàllein, ciò che unisce) e un diabolico (dia-bàllein, ciò che separa), portare a consapevolezza un contenuto che si è dato in un “là e allora” e si ripete nel “qui e ora”.

Per Carnevali, autore del capitolo in questione, la funzione diabolica dell’analista nell’interpretazione del transfert (sviluppata nel libro anche con un caso clinico di psicoterapia individuale) si esperisce “perché rompe una continuità rassicurante, inducendo un dubbio dove prima vi era una certezza”.
In altre parole, la “funzione diabolica” dell’analista è quella di collegare, attraverso l’interpretazione di una dinamica che il paziente vive nel relazionarsi con il mondo esterno (oggi), quella che viveva nella sua storia personale con le figure significative e rappresentativa del suo mondo originario (ieri), al transfert sull’analista (”qui e ora”).
Scrive Carnevali: “Anche con me in quanto suo analista, come coi personaggi del suo mondo, possono  nascere meccanismi collusivi, e il lavoro interpretativo consiste […] nel riconoscerli. Per questo diventa fondamentale l’analisi del controtrasfert” (p. 69).
Come questa funzione diabolica dell’analista può diventare funzione diabolica nel gruppo?
L’autore, dopo aver parlato della bipolarità immaginario (corrispondenza con il diabolico, che divide) e simbolico (che unisce), recupera un’altra bipolarità: idem (continuità) e autòs (rottura) del setting gruppale (concetto elaborato da Napolitani in Individualità e Gruppalità).
Nel setting gruppale “non solo l’analista […] ma anche ciascun membro del gruppo viene a configurarsi come un potenziale diavolo tentatore,  che  col  suo  racconto e  con  la  sua presenza consente agli altri di  affacciarsi  su mondi  sconosciuti,  magari dotati di un  fascino che il soggetto stesso, catturato in rappresentazioni vincolanti, non riesce a cogliere”.
Carnevali recupera una suggestiva metafora musicale, presa a prestito dal suo libro L’immaginario e il diavolo, quella di un’orchestra che si compone di “musicisti” o “musicanti” che prima hanno sempre suonato da soli o in un complesso musicale familiare, mentre ora dovranno misurarsi con stili, modi e tempi diversi, non solo dei singoli musicisti ma anche dei loro maestri.
In relazione al transfert abbiamo un passaggio da una prospettiva lineare a due (proiezione paziente-analista), ad una prospettiva “complessa”, un “intreccio di relazioni”, di “transfert incrociati”.
“[…] Il processo trasformativo nel gruppo può avvenire non solo attraverso le parole dell’analista, ma anche per la via del confronto dirompente fra più mondi, in ciascuno dei quali i singoli membri sono portatori di sofferenza ma anche rappresentanti di istanze diverse e foriere di scoperte vicendevoli”.
Una seduta di gruppo, riportata per esteso, evidenzia alcuni elementi esposti.
Questo capitolo è stato, per me psicodrammatista con poca esperienza nei servizi psichiatrici, la parte più significativa, ma il libro è anche, e forse soprattutto, il risultato di un lavoro da parte di operatori impegnati quotidianamente nella cura di pazienti gravi, che hanno approfondito la tematica del gruppo sia nei suoi aspetti teorici sia in quelli metodologici ed applicativi.
Pensare il Gruppo è un lavoro che Roberto Carnevali e Alessandro Pratelli hanno curato partendo dal materiale di due eventi formativi, aventi come tema il gruppo nella pratica del lavoro psichiatrico, del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano, in Lombardia.
Queste giornate, oltre a costituire una possibilità di approfondimento sulle tematiche gruppali, avevano lo scopo di favorire il confronto e la riflessione comune fra due diversi gruppi di lavoro (due Unità Operative) che si sono trovate a lavorare insieme dopo la creazione del Dipartimento di Salute Mentale. Due équipes con storie diverse e portatrici di diverse idee e metodi per quanto riguarda il lavoro psichiatrico. Una più orientata in generale verso un approccio di tipo psicodinamico, l’altra caratterizzata più da esperienze di tipo cognitivo-comportamentale, entrambe con un largo utilizzo nella pratica quotidiana del lavoro di gruppo.
Il libro le riporta suddividendole in tre sezioni.
Gruppi Terapeutici, dove viene proposta una visione panoramica delle varie terapie nelle quali si fa uso del gruppo; presentate con numerosi esempi, da quella gruppoanalitica a quella cognitivo-comportamentale, utilizzate sia nel contesto del Servizio Psichiatrico, sia in quello della Neuropsichiatria Infantile.
Gruppi Riabilitativi, ove sono raccolti contributi di vario tipo, accomunati dalla descrizione di diverse tecniche di gruppo, come l’arteterapia, la drammaterapia e i gruppi di auto aiuto, con pazienti generalmente portatori di una patologia grave.
Gruppi con le Famiglie, dove accanto alla terapia familiare sistemica, si incontra l’introduzione delle metodiche psicoeducative di stampo cognitivo-comportamentale applicate anche ai familiari dei pazienti. Sono presentate due esperienze molto diverse tra loro. Una che coinvolge in un lavoro eclettico gruppi di genitori di pazienti psicotici gravi. L’altra che racconta un modello di lavoro terapeutico che prevede la presa in carico di più famiglie (multifamiliare).
Un’ultima sezione è dedicata al confronto nell’èquipe.
La stesura dei capitoli è stata affidata agli operatori direttamente coinvolti nella conduzione dei gruppi e quindi a persone che hanno effettivamente potuto integrare la propria conoscenza teorica con quella pratico-applicativa maturata nel servizio pubblico.
La centralità del gruppo nella pratica clinica è ampiamente documentata nella sua funzione terapeutica utilizzabile in diversi contesti di cura.

Claudio Giacobbe

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