Nicola Bietolini

                                                                                  GEORGE SAIKO

                                                                                   DAI RACCONTI

                                                                                LO SCOPO FINALE

Improvvisamente, notò che il giornale gli tremava tra le mani. Inequivocabilmente: dall’alto in basso, dall’alto in basso. Non riusciva a venire a capo della situazione con una rapida riflessione: “Da cosa dipende mai questo?”, si chiedeva a mezza voce. Era lievemente spaventato, mise via il foglio e distese la mano dritta davanti a sé con tutta la forza. Tremava. Rimase ad osservarla per un tratto assorto nei pensieri e poi si applicò esitante alle “nomine dell’ufficio”.
I suoi occhi, grigi, annacquati e minuscoli, spuntavano dietro i cerchi degli occhiali arrotondati come bersagli di un tiro a segno.
Si avvertiva la presenza del fumo per via del carbone e della carta bruciata. Nonostante la finestra aperta si percepivano la nebbia, l’umidità, il sentore delle foglie marce. Un frettoloso sole al tramonto si levava pallido sopra il pavimento scolorito a forza di strofinamenti come una passatoia sbiadita. Le mele arrosto di Lincke si trovavano già nel forno d’acciaio e emanavano un buon odore.
Dall’angolo opposto, da dietro un terrapieno polveroso, proveniva con penoso accanimento un profondo grugnito o brontolio sordo, che dalle pratiche strappava via una densa nube. Da un pustoloso volto giallognolo sporgevano in agguato due occhi maligni…
Schneider leggeva e rifletteva. Perché gli tremava la mano? Non si poteva certo imputare l’età: solo una coincidenza. Si andava continuamente tranquillizzando: dopo tutto non sono ancora vecchio… “Ridicolo”, disse con voce stentorea. Sopra ogni altro aspetto emergeva in lui l’abitudine di parlare con se stesso. Mentre penosamente si sforzava di concentrarsi, ecco che con uno scossone sobbalzò in alto. Il suo volto fremeva. Gli occhi trapassavano il foglio, traboccanti di bramosa insistenza. Un prodigio aveva pescato da questo torbido stagno luminose scintille. Si accostò alla finestra. “Ah!”. Suonava conciso e consapevole. Mentre drizzava la testa, tirò su i polsini all’altezza delle mezze maniche sporche. Il suo sguardo era già ritornato di nuovo disinteressato e ottuso come un vetro, sul quale scorre la pioggia.
L’altro uomo balzò dalla parte opposta e fece irruzione dimenandosi come un cane bastardo.
La sua barba era grigia e ispida.
“Mi congratulo di cuore per la meritatissima promozione”, profferì “meritatissima” e poi si inchinò profondamente, “Signor Cancelliere Capo!”, disse con voce che esprimeva una gioia sconfinata.
La stretta di mano era vigorosa e schietta; il Cancelliere Capo si riprese a poco a poco:
“Dunque lei sa?”
L’altro indicò un foglio spiegazzato sul tavolo. La sua voce si sdilinquì per la dolcezza.
“Naturalmente, il Signor Consigliere mi ha fatto recapitare la lettera con due giorni di anticipo. Io intendevo mettere in serbo la sorpresa. Così sarebbe stata più bella… e la gioia…” Il Cancelliere Capo si incurvò. Il suo volto era corrugato da profonde pieghe longitudinali. Ira o amicizia. Allungò ancora una volta la mano per stringerla. Il nuovo superiore, però, lanciò un’occhiata di circostanza alla parete e ordinò:
“Mi porti subito…”
“Il Signor Cancelliere comanda che si presenti alle tre”, il cancelliere gli rovinò la soddisfazione.
Erano per l’appunto le tre e il Capo Cancelliere si stava affrettando ad uscire. Quando era all’altezza del lavabo, annunciò che le cose sarebbero dovute andare diversamente.
“Lincke, rimetti subito le mele nel forno! Questo è insopportabile.” E, mentre se la squagliava in tutta fretta, soppesava il saluto del subalterno.
L’intera portata del cambiamento si schiarì nella mente di Schneider per la prima volta, non appena il signor Consigliere gli spiegò: “ A questa promozione è anche legato un aumento di stipendio di 20 corone al mese.”
“Ma come lo ha detto” – pensava Schneider sulla via del ritorno-- con una tale… con una tale… nonchalance. Si, nonchalance è il termine più giusto.” E rideva felice.
Si fermò davanti ad un ristorante nella periferia della città. In fin dei conti se lo poteva permettere oggi di arrivare in ritardo per la cena. La solita tavolata, però, era ancora vuota. Non una volta che il padrone fosse lì presente. Pertanto decise, non senza esitazione, di fare la comunicazione confidenziale al cameriere.
Sulla strada era attorniato da oggetti, senza che se ne avvertisse la presenza. Automobili, uomini, animali, rumori—un confuso groviglio di frastuono, luce, movimento, ombre. Lui, però, rideva felice e assorto. Ad una profondità, nella quale anche i ricordi più recenti solo di rado si avventuravano a tastoni, si schiuse con forza una porta che si affacciava su immagini cupe e miserevoli. Ecco la casa in affitto grigia: la facciata di uno squallore assoluto, da restare di sasso. Il passaggio che immetteva nello scantinato, era perennemente invaso dal brusio in toni smorzati dei chiassosi dirimpettai. Nella sua angusta oscurità scoppiettava la ronzante fiamma del gas, che con il suo bianco chiarore punzecchiava gli occhi. Ecco nel vago albore scintillare fiocamente la stanza del seminterrato, con le pareti perennemente umide. Scorgeva distintamente il tavolo di legno, che di anno in anno diveniva sempre più traballante. E i volti immersi nel fumo della cucina economica , con i loro sembianti giallognoli. Poco a poco erano aumentati fino ad una buona dozzina. Enormi bocche che conducevano in stomaci di enormi dimensioni. Gli si avvicinava per toccarlo il padre, che si faceva vedere solo di sera e qualche volta al mattino per un breve istante, mentre divorava la colazione con aria afflitta, in silenzio e frettolosamente. La madre faceva la spola tra il tavolo e il forno con un’andatura grottesca, straziante: piegata in avanti con i fianchi rigidi, fiaccata dalla fatica del parto e del lavoro.
Si sorprese del fatto che oggi stava pensando quasi con voluttà alla sua infanzia. In quel momento un profondo iato si produsse tra lui ed essa. Tra lui e il mondo intero. Del resto il mondo aveva le sue occupazioni; eppure, egli poteva dire al Signor Cohn (che occupava per intero il primo piano), quando lo accompagnava al mattino per un tratto, all’angolo della strada: “Lei adesso va al negozio, io devo recarmi al mio dicastero”. E il Signor Cohn (che occupava per intero il primo piano) si scappellava istintivamente con maggiore enfasi.
Schneider avvertiva distintamente e irrefutabilmente di appartenere ad una forza, che faceva circolare il fluido della sua peculiarità su ampia scala. La radice e le sottili fibre della sua adamantina essenza, che, in un altra persona traboccante di arrovellata insicurezza, spesso, nelle tormentose battaglie per valicare impegnativi ostacoli, potevano spingersi ad occupare solo angusti territori, in lui erano dispiegate nella sfera spirituale e sentimentale propria del suo stato. – Ma non era forse il Signor Hofrat quell’uomo che stava sopraggiungendo? Schneider si levò il cappello in segno di saluto: con deferente intimità. Ammiccava persino un po’ con gli occhi. Portava sempre lo stesso abito da lavoro verde: per la precisione, mancava il bavero sgargiante ed era logoro; la gobba scintillava come un anonimo sole coperto. Copiava i documenti, e nel farlo storpiava ogni nome a mo’ di ghirigoro. Una lunga familiarità, però, sistemava, invisibilmente, tutte le crepe.
Era adirato che la sua carriera ora si fosse realizzata compiutamente. Ma no, non realizzata , urrà: il meglio deve ancora venire. Ridacchiava di nuovo. Recava con sé il segreto di un miracolo, che era in procinto di compiersi. Respirava con agitazione, a scatti. Un uomo non è una bestia da lavoro, ha delle mete, dell’ambizione. Desidera elevarsi: o, sì, elevarsi… Istintivamente, si stiracchiò e proseguì oltre. La salita oggi non gli sembrava poi così alta. In questo momento la sua carriera era compiuta: rimase fermo in piedi a sorridere della cosa: forse si poteva salire ancora più in alto. Addirittura alla vetta suprema… Tremava al pensiero. Magari poteva toccare ad uno che portava proprio il suo nome! Urrà…
Alla finestra dello stretto corridoio attendeva la moglie. Era grassa, bionda, l’opposto del tipo sentimentale, con i suoi fianchi orripilanti ed i suoi movimenti grossolani. Lei lo riconobbe e scomparve dietro la porta , dopo averla sbattuta con fragore.
Lui si accomodò a tavola senza una parola e con aria depressa. Dalla cucina proveniva il vigoroso frastuono di lei che sfaccendava. Sentiva ancora con dolore il suo sguardo maligno addosso. Come due spilli, che trafiggevano la sua coscienza… in continuazione, senza fare rumore. Se soltanto lei avesse parlato, lo avrebbe assillato con le domande. Gli sembrava singolare il fatto che avesse potuto perdere così bruscamente la sua aria gongolante e sicura e la sua posizione dominante. Allora ricordò e il suo coraggio aumentò. Gli spilli punzecchiavano con minore impeto. Naturalmente, si sarebbe subito riconciliata con lui, quando le avesse detto...
In effetti, lei trasalì nella sua esultanza. I suoi occhi straboccarono di bonomia. Si accomodò accanto a lui davanti al tavolo circolare. Una placida felicità scintillante affluì, insieme al pallido chiarore serotino, nella stanza. Egli fissò a lungo la culla di Alfred, che era situata tra i due letti. Brontolò che la stanza sarebbe diventata troppo piccola se loro avessero allontanato i letti dalla parete e li avessero riuniti… Ma era indispensabile. Sua moglie intercettò il suo sguardo. “Oggi sono precisamente undici anni e sette mesi”, disse con voce lacrimosa.
Egli rifletté su quanto fossero stati felici, all’epoca in cui era morto il loro figliolo. Sprofondò la testa con aria mesta e colpevole. Il cibo aveva smesso di colpo di essere gustoso. Strano, proprio oggi. “Il magro stipendio, i doveri e gli obblighi di rappresentanza”, disse ad alta voce, rivolgendosi alla moglie.
“Sì, si deve pur vivere”, gli fece capire lei.
Sul tavolo giaceva un album fotografico. Egli contemplò a lungo l’immagine di Alfred. Un frugoletto grassoccio e bianchiccio, tutto accovacciato nel letto. Ma gli occhi, gli occhi. “Sarebbe pronto per il Ginnasio adesso”, disse la moglie, in tono pensoso.
La testa dell’uomo si inabissò in avanti, schiacciata dal senso di colpa. Dunque Alfred avrebbe naturalmente frequentato il Ginnasio per sua iniziativa. Naturalmente sarebbe stato il più bravo. Lo si intuiva chiaramente che sarebbe arrivato in cima in un battibaleno. Ma quanto in alto, chi poteva saperlo? Forse… D’altra parte, ci sono casi di ogni sorta nella vita. Rimasero seduti in silenzio. Se soltanto Alfred fosse ancora vivo! Adesso non sarebbe stato un peso. Lo stipendio è aumentato, e i risparmi… A che scopo si risparmia? Era, inconsapevole e oscura, la lieve, fiduciosa speranza in un nuovo Alfred… Chi avrebbe dovuto portare a termine lo scaltro piano, che lui aveva rimuginato sulla via del ritorno? C’era bisogno di Alfred!- Schneider prese una profonda boccata d’aria e sorridente fece l’occhiolino alla moglie. Il pensiero non lo spaventava, proprio per niente. Al contrario: lo rendeva felice e allegro.
Quella notte rincasò tardi. Tentò di intonare una canzone con una penosissima voce baritonale e, non appena la moglie si svegliò, la prese per le spalle e le gridò in faccia: “Agnes, ehilà, ascoltami, domani riuniamo i letti- domani!”

I giorni sorgevano nel cielo grigio, diffondevano le loro grigie ore in una pigra monotonia e tramontavano nel cielo grigio. La nebbia rimaneva appesa ai rami scuri come un corredo funerario. – Eppure questo autunno era diverso da tutti i precedenti. Il volto del Capo Cancelliere Schneider risplendeva di tanto in tanto, come se tutta la misera luce di questo giorno polveroso fosse contenuta nei suoi occhi a fessura. Nessuno mai avrebbe potuto sospettare un prodigio simile in quel sudicio stagno, tutto circonfuso dalla luce, circondato da sterpaglia bianca e nera. Nella sua anima si dibatteva vorticosamente una afflitta inquietudine. Essa gli pompava sangue nella testa con una tale potenza che lui avvampava. A volte gli faceva salire il sangue bollente fino agli occhi. Adesso stava camminando più diritto, rigido persino. Il suo volto raggrinzito aveva sempre l’espressione lontana di un uomo che anela qualcosa, che lo colmi di esultante agitazione e tormentosa felicità. Era sempre rasato ed il suo abbigliamento era accuratamente stirato. I colleghi lo attribuivano al nuovo rango. I suoi movimenti, però, erano detestabili, inficiati da continue sbadataggini e trepidazioni. Già per due volte si era dovuto procedere a sottoporgli nuovamente un documento. Anche nelle più alte sfere, pertanto, si prendeva atto del suo mutato contegno. Qualche volta la penna che scivolava sulla carta con solerzia si arrestava di colpo, indugiava in una posizione irrigidita, contratta… per minuti interi. Fino a quando un’improvvisa reviviscenza di attività balenava nella sua condotta e la penna ricominciava la sua corsa a precipizio. L’inchiostro, però, si era asciugato e la punta d’acciaio raschiava la carta, senza produrre alcun segno. Il direttore, in via confidenziale, espose la questione a Lincke. “ Ehm… Schneider sta diventando sempre più inaffidabile. Io credo che non sia un fatto transitorio”.
Lincke, che stava consumando le sue mele al forno crude dall’epoca della proibizione, dubitava se non fosse per lui il caso di ingoiare il boccone che stava masticando. Alla fine si decise a sputarlo nel fazzoletto. Si assicurò con infinita compassione che la sbadataggine del suo superiore fosse veramente sconfinata.
“Io vedo il mio lavoro raddoppiato a causa del precedente…” Tacque in modo significativo. “Sì, il vecchio.”, intendeva dire, in atteggiamento di impaziente attesa.
Il direttore disse: “Mi adopererò affinché Schneider per il nuovo anno venga accantonato.”
Dopo questa conversazione Lincke si prodigò per accaparrarsi l’amicizia del suo superiore. Faceva così bene la parte che Schneider si lasciò andare ad una conversazione amichevole. In particolare alla abituale tavolata. Schneider parlava di bambini. Egli aveva già dato nell’occhio degli altri commensali.
“E, signori miei, che valore mai avrebbe la vita senza bambini”, giocò il suo atout più alto.
“Sì, che valore avrebbe mai la vita senza bambini!”, sospirò Lincke, che dal canto suo ne aveva una mezza dozzina.
Uno dei commensali diede dei colpetti sulla schiena a Schneider con aria confidenziale.
“Ah, ah, ma non parli proprio di altro. Intendi dire che con tua moglie- ah ah.”
Tutti scoppiarono a ridere. E smentirono tutti il sospetto.
“In questi anni, e, soprattutto, Schneider… escluso”, sentenziò il direttore in persona.
Schneider balzò in piedi di scatto. Adesso era molto nervoso. Ma riprese la padronanza di sé.
“Non è escluso, signori miei, proprio per niente! Al contrario!”. La voce gli diede nel falsetto. Il suo volto si contrasse. Gli altri gridarono a squarciagola. Il cameriere che dormiva accanto al forno si scosse dal suo sonno. Poi tutti si meravigliarono si felicitarono con Schneider. Egli li scansò via; aveva un’espressione di tormentata devozione, come se si stesse forzando a fare qualcosa.
“Con permesso, Signor Cancelliere Capo”, si avventurò a dire Lincke, con aria di scherno. “Sembra che neppure lei stesso ci creda ancora.”.
Durante la via del ritorno il suo contegno precipitò bruscamente. Si intrometteva di scatto, come un coltello a serramanico. Spesso si interrompeva. Il suo gemito era come un dolore insopportabile.
D’allora in poi, la sua condotta divenne ancora più strana. In ufficio già era oggetto di battute di cattivo gusto. E sua moglie si spaventava.
Lui la contemplava per minuti interi, fino a che lei, grazie al suo prodigioso sesto senso notava il fuoco del suo sguardo sul suo corpo. Avvertiva delle sensazioni davanti ad un vecchio ritratto: i suoi fluenti capelli biondi, lievemente ondulati sulla fronte, e scompigliati in tanti riccioli intorno alle orecchie, tutto questo conferiva allora alla sua testa un’apprezzabile rotondità perfetta. Scaraventò la fotografia per terra. Quanto era detestabile questa testa a punta. Brr… La ciocca di capelli che il pettine aveva solo minimamente allisciato… Pensava: quando siede, ha l’aspetto di un cono basso con una base troppo ampia.
“Tu ti trascuri miseramente”, le espose le sue obiezioni.
Lei ribatté:
“Ormai è acqua passata, alla mia età”, disse lei con voce strascicata e apparecchiò laboriosamente la tavola.
Egli spinse in avanti il piatto. Acqua passata, pensava. Era come un atto di rassegnazione soffocato dalla afflizione, come un canto represso: “Acqua passata.”
Rimuginò a lungo. Tutto quello che sentiva e che pensava era adesso come una rete che lo avvolgeva sempre più strettamente. Come un lento moto di raccapriccio, per il quale non esisteva nessuna ragione comprensibile all’intelletto.
Improvvisamente si riscosse, si raddrizzò e mangiò una generosa porzione del pasto.
Non gli riusciva, però, di staccare lo sguardo da lei. Contemplava il suo corpo con i fianchi grassi, dai quali voleva il dono di un bambino, con ripugnanza. Poi si spaventò e si costrinse a commutare il disgusto in simpatia. Il disgusto si ritirò dalla fronte, dal cuore al cospetto di questa irruente forza di volontà… e arse con il suo furtivo veleno nelle vene, in tutto l’organismo; nello spazio di alcuni sonnolenti istanti ascese repentinamente fino all’apice ed in un batter d’occhio ottenne il dominio.
Schneider ricordò che in passato baciava molto volentieri i capelli di sua moglie. “Questo succedeva vent’anni fa. Che cosa ne è stato di me?”, gli venne in mente. Una allarmata sensazione di paura si insinuava in lui sempre più di frequente, sempre più vicina. Cercò una figura ingiallita del passato e la paragonò con la sua immagine allo specchio. Certo: era diventato vecchio. Eppure, non c’era solo questo… Egli sentiva qualcosa di totalmente nuovo… e rimase a rimuginare su questa presenza incognita; divenne estraneo ed incomprensibile persino a se stesso. Per la prima volta percepiva, in modo oscuro e da una remotissima distanza, che la sua vita avrebbe potuto essere diversa: brillante, bella e grandiosa. Gli venne in mente, per giunta, il pensiero ancora più straziante del figlio, al quale questa vita era stata destinata.
Si accostò alla parete e premette la fronte sul vetro fino a farlo scricchiolare. La sua anima ardeva per il dolore, per la sfarfallante speranza e per il vago spettro della vanità, che si agitava dietro il suo desiderio.
La moglie si era preparata per uscire. Egli fece un calcolo mentalmente e scoprì che portava lo stesso soprabito già da sei inverni. “Li stupirò con uno nuovo.”, si propose. Trovò quindi il suo cappello ridicolmente fuori moda. Come se i suoi occhi avessero acquisito una nuova facoltà visiva. Tutto ad un tratto, ebbe la sensazione di dovere chiedere scusa a sua moglie per qualcosa. Disse con tono affettuoso e ben disposto:
“Noi abbiamo vissuto l’uno accanto all’altro come dei ciechi. Io penso, però, che le cose cambieranno.”
Lei lo scrutava con un sincero spavento negli occhi. Egli si fece addirittura sempre più circospetto. La cosa migliore è lasciarlo, pensava lei. Egli le passò accanto fino a sfiorarla e le prese la testa tra le mani. Lei vide con curiosità mista a terrore che lui le accostava la bocca ai capelli. Con gli occhi chiusi egli si immaginava di percepire la fragranza della folta capigliatura di un tempo. Poi si ritrasse repentinamente al cospetto di quel cuoi capelluto incolto. A titolo di scusa e in modo quasi innaturale, le stampò un bacio sulle guance.
Di sera si osservavano reciprocamente, l’uno di fronte all’altro, e arrossivano, se i loro sguardi si incrociavano accidentalmente. Oppure, carichi di ansioso nervosismo, conversavano di quisquilie insignificanti. Avevano un autentico bisogno di parlare, di abbattere con le loro voci il silenzio che li imprigionava inesorabilmente. Egli avvertiva come la presenza di un muro, che si ergeva senza impedimenti visibili tra di loro. Un’azione paralizzante e opprimente, che non lo lasciava mai libero. Quanto più imbelli diventavano le sue energie, tanto più accanitamente egli si difendeva.
Adesso rientrava a casa più tardi ogni giorno. Gli riusciva sgradito trovare la moglie che dormiva.
Il giorno seguente indossava soprabito e cappello. Il suo volto era raggiante. Lei trovava il cappello troppo variopinto e il soprabito troppo chiaro.
“Non sono più abbastanza bella per te. Una giovane la gradiresti certo di più.”, le scappò di dirgli con tono pungente.
“Perché non porti anche i pantaloni di fustagno… di tela sarebbero ancora più eccitanti.”, tentò lui di dire a mo’ di battuta.
Allora lei si mise seduta e pianse. Per un certo lasso di tempo lui la tempestò di parole di conforto, ma con scarsi esiti. Con uno sguardo di sfuggita sfiorò l’immagine del figlio, questa figura in atteggiamento di ammonire implacabilmente appesa alla parete, ed essa gli artigliò la gola senza che potesse opporre resistenza. Improvvisamente odiava sua moglie. Per un istante credette di doverle serrare le mani alla gola. Vacillava smorto dal terrore di se stesso: e si accasciò al suolo davanti a lei. Con l’impeto di un torrente tutto si contorceva liberamente. Parlava e l’impotenza del suo odio si discioglieva nel tormento; il tormento si discioglieva in lacrime. Mise la testa nel grembo di lei e sentì che lei si struggeva nella smania della sua avversione verso di lui, animata dall’impeto del suo stesso desiderio e trattenuta dal timore di un uguale fallimento. Per la prima volta da tanto tempo, dunque, erano una cosa sola.
“ E se semplicemente ora non fosse più possibile”. Mentre queste parole esitanti, frammentate dal loro singhiozzare, risuonavano nella stanza, nessuno dei due sapeva chi le avesse pronunciate. Lei continuava ancora a piangere. In tono molto sommesso. Come una giovanile voce di fanciullo che sembrava provenire delicata e tenera dal suo corpo.
Se i colleghi avessero assunto informazioni in merito alle condizioni di salute di sua moglie, pensò Schneider sorridendo con aria misteriosa e felice. Ma un’ansia spasmodica dipingeva la menzogna sul suo magro volto allungato. Con sempre maggiore frequenza se ne stava seduto in un inconsapevole stato di riflessione.
Il direttore lo colse di sorpresa.
“Lei ha l’aria di essere malato, mio caro. Al suo posto io me ne andrei in pensione”, gli soggiunse.
Schneider scattò in piedi. “Pensione?…” Certo non aveva compreso. Poi lo ascoltò ancora una volta: con rabbia pungente. Nella sua noncurante brutalità.
“Lei oramai è troppo vecchio!”. La parola lo colpì come un pugno. Si fissò con dita di acciaio nel suo cuore. Voleva articolare parola e notava che un autentico senso di asciuttezza gli bruciava la bocca. Girava la testa su e giù freneticamente, come se sentisse un serpente trinciargli il collo. Era consapevole del fatto che stava gridando a quell’uomo: “Mentitore”.
Ma produceva solo un suono tremulo e gorgogliante. Serrò il pugno e lo tirò in aria. In un istante seppe che aveva mirato scientemente al suo superiore. Ebbe l’impressione di trovarsi in una tempesta sconfinata. Un vortice di cerchi bluastri lo trascinò con sé in pianure di un colore giallo fiammante… Faticoso, faticoso, ma tanto soave.
Non appena ritornò in se, qualcuno disse: “Non è necessario mandarlo a casa. Per via di sua moglie. Non è necessario spaventarla adesso.”
Schneider si raddrizzò. Intorno a lui c’erano degli uomini. Delle voci si contrastavano le une con le altre. Qualcuno lo fece vestire. Voleva andare allo scrittoio, ma dovette adagiarsi sul divano in anticamera. Lincke gli rincalcò il cappello sul viso senza alcun riguardo e sogghignò. “Per l’anno nuovo lei sarà senz’altro accantonato.”, disse con aria irrispettosa; ma non sortì nessun effetto.
Schneider rimase sdraiato a lungo, a lungo. Non pensava a niente in particolare e si offriva al piacevole benessere che riscaldava il suo corpo.
Sulla via del ritorno ci fu un improvvisamente un collega che gli prese il braccio. Percorsero un tratto di strada. L’altro aveva un atteggiamento confidenziale, chiamava Schneider vecchio amico, e gli raccomandò una vacanza.
Schneider prese a rianimarsi:
“Perché ti vedo così di rado?”… Passi sempre accanto al mio tavolo… E io sono così solo…”. Quegli annuì significativamente in segno di approvazione: “Sì, così… solo.” E come se svelasse un segreto premette il suo corpo addosso a quello del collega. Delicatamente, ma con insistenza: “È spaventoso… in ufficio… spaventoso… così solo.”. “Solo.”; si attaccò a bere avidamente il succo di quella parola con risolutezza. L’altro lo assicurò che Schneider gli faceva pena.
“Perché?”, pensò Schneider. Ma il pensiero svanì subito al cospetto della sensazione di sicurezza che provava accanto a quell’uomo.
Parlarono della famiglia.
“Tua moglie in pochi mesi è proprio arrivata ad un punto tale che… Non è vero? Ti sei già preoccupato?”
“Moglie… preoccuparsi…”, Schneider ascoltava e scuoteva meccanicamente la testa. Poi, tutto ad un tratto in lui si accese la luce. Si arrestò e voleva dire tutto. Con un uomo così si poteva ben parlare. E già aveva formato il pensiero nel suo intimo: “Certamente si è… non si è ancora verificato—con mia moglie… non fino ad ora- Alfred! Ma adesso…”.
Quanta energia gli costava soprattutto parlare! Si stava proprio sfiancando.
L’altro disse:
“Su, vieni subito con me. Ti posso raccomandare qualcuno. Sono già tre volte che quella donna aiuta la mia.”
Schneider non prestava più ascolto. Si aggrappava solo più saldamente al braccio dell’accompagnatore. In effetti era un po’ debole. Una profonda indifferenza lo rendeva torpido e laconico.
Al cospetto di una donna piccola di statura e rotondeggiante, dal volto amichevole, che emanava dei rossi bagliori, ritornò cosciente. Dovette dichiarare il suo nome e il suo accompagnatore raccontò che la moglie del suo amico aspettava un bambino. La rotondeggiante signora a quel punto ventilò la sua visita.
“Domani nel pomeriggio. Preghi la sua signora di essere in casa.”
Schneider andò via, mentre l’amico stava ancora discutendo. Metteva meccanicamente un piede davanti all’altro. Improvvisamente si accorse che portava un bastone da passeggio. Ad un angolo di strada si fermò e rimase in piedi a lungo a riflettere sull’accaduto. Alla fine si ricordò che un collega d’ufficio gli aveva prestato il bastone da passeggio. Di lui non ci si fidava più che potesse camminare da solo. Ma che offesa, “Una vigliaccata”, disse con voce stentorea. Eppure gliela avrebbe fatta vedere lui. Non aveva bisogno di nessun bastone. Camminava ancora come un soldato. Scagliò il bastone davanti a sé con tale veemenza che barcollò e dovette sostenersi al palo di un lampione.
La sera calava sempre più bassa sulle strade. Schneider rabbrividì dal freddo. C’era una bottega lì vicino. Si poteva bere un cordiale. Come se questo potesse riscaldarlo.
“Ancora uno!”. Si trovavano lì anche persone con le quali si poteva parlare. “Ancora uno!”.
Era un posto così allegro. Tutto d’un tratto gli venne in mente sua moglie. Si fece taciturno e si mise a fissare un punto davanti a sé. I suoi occhi erano febbricitanti. Domani nel pomeriggio verrà la donna rotondetta dall’aria amichevole. E Agnes arrossirà, Agnes arrossisce sempre, quando il discorso cade su certi argomenti, e non comprenderà come il suo abbia potuto far scomodare quella donna a venire. “Ma è sempre tanto nervoso e strano… Specialmente negli ultimi tempi…”.
Poi ammetterà che non è tutto vero. E arrossirà ancora di più. Che loro desidererebbero tanto un bambino, ah, altro che se lo desidererebbero con tutto il cuore. Lei dirà: “Non mi sento così vecchia… Per cortesia… trentacinque anni! E Alfred è morto già da undici anni… Mio marito, però—
“Mio marito, però….”, non leggeva questa frase in ogni suo sguardo? Una nuova intuizione balenò in lui con la fiamma della chiarezza. Non era questo il muro che si erigeva sempre più alto… invisibile, silenzioso? “Ancora uno!” gridò ad un uomo con una blusa sporca che gli sedeva accanto. L’uomo sollevò a fatica il capo massiccio e ghignò in faccia a quell’ometto esile e sottile. Quindi sollevò la rossa mano carnosa alla stregua di una clava. Non fece partire il colpo. “Tu mi fai pena”, pensava con aria bonaria e bevve per rivalsa la grappa del suo vicino.
Schneider non ci badò. Gli era sorto un pensiero, così sconfinatamente audace che il sangue gli si avvampava. I suoi nervi vibravano. Lasciò il locale. La polvere e il fumo, mescolati dalla nebbia, gli mozzavano il respiro. Tossì, si sentiva forte, come fosse ancora giovane. La strada che produceva violenti schiamazzi, rumoreggiò ad un incrocio ancora più fragorosamente e rafforzò il suo coraggio. Esso cresceva a dismisura ed il freddo della notte al crepuscolo lo rendeva accorto e ardimentoso. Nei suoi occhi brillava con inalienabile felicità una risoluzione. La sua luce non proveniva dalle occasionali chiazze luminose che di quando in quando un lampione proiettava sul suo volto.
Nella strada, in cui Schneider abitava, entrò in un negozio di delicatezze gastronomiche. Si stupì della mancanza di riguardo con la quale respinse cuoche e commesse. Aveva l’acquolina in bocca per le variegate prelibatezze. Temeva che qualcuno ci tenesse a rimarcare che egli era entrato in un negozio simile solo estremamente di rado. Non lo contemplavano gli occhi di tutti con aria curiosa e meravigliata? Subito seppe che cosa doveva chiedere. “Gamberi”, disse con la voce più noncurante possibile. Si vide trionfare su tutta la linea. Non catturava gli sguardi di tutti? Non era scoppiata la gialla invidia negli occhi di tutti? Niente di meno che i gamberi… È il non plus ultra!, pensava. Nonostante non fosse in grado di chiamare per nome neanche una volta tutte le leccornie arrostite e bollite, il cui aroma, indicibilmente estasiante, egli percepiva in tutte le sue terminazioni nervose, non si tradì. Con un sorriso confidenziale indicava le svariate porzioni e pietanze: “Anche un po’ di quello, signorina. Naturalmente, non provi a dimenticarsi di aggiungere un po’ di questo!”. Quando in cambio di tutte le sue banconote ricevette solo pochi nichel di resto, non si meravigliò minimamente. Il prezzo elevato di quei generi alimentari risultava per lui assolutamente scontato. Radunò le sue mercanzie, premendosele addosso e le portò a casa come fosse un tesoro.
La stanza buia sembrava sussultare su e giù a causa del rantolante respiro della moglie. Schneider accese la luce. Le mani gli tremavano in una gioiosa tensione. Come avrebbe sgranato gli occhi lei!
Dopo che ebbe apparecchiato la tavola, gli sovvenne che sull’armadio si trovava un paralume colore verde chiaro. Lo sistemò sopra la lampada e svegliò la moglie con dei sonori baci. Lei socchiuse gli occhi nel verde crepuscolo, che confluiva tutto intorno alla tavola imbandita a festa. Non le lasciò profferire parola. Senza posa la baciò sugli occhi, sulla bocca e sui capelli; poi le allungò accanto i suoi vestiti scompagnati. Lei si diresse verso la tavola e incrociò le braccia. “Delle spese simili”; fissava il marito con aria ombrosa. “Ma ci stai con la testa…”, lei ebbe un violento attacco di paura. Quasi quasi gliela avrebbe cantata chiara. “Pazzo”, completò sorridendo Schneider e iniziò a servire il vino. Prese a conversare in modo sconnesso, con tono affrettato e confuso, di ogni sorta di argomento. Di Alfred, che era venuto troppo presto. Singhiozzando, con affettata afflizione, raccontò le piacevoli preoccupazioni che la crescita della famiglia avrebbe comportato. Circondò la moglie di gesti affettuosi, pieni di riguardo, come se lei in quel momento fosse già in cinta.
Lei osservò tutto senza dire una parola e pensò in tono propositivo: domani vado decisamente dal medico. Sta per diventare quasi allarmante. Non riconosceva affatto suo marito. Egli beveva, conversava, gesticolava, cantava, le spingeva il bicchiere fino alla bocca e minacciava di versarle il vino in gola. Gradatamente la curiosità la attanagliò. Con quanto calore scorreva il vino rosso nel suo corpo. Lei si risollevò: con un movimento quasi elastico. Fino ad allora non aveva ancora mai bevuto così tanto. Non attese oltre e assaggiò i cibi. Istintivamente prese ad usare il coltello e la forchetta nel modo convenzionale. Poi, però, arrivata ai gamberi, cominciò a mangiare con le dita. Bevve e divenne ancora più allegra. Ricambiò persino i suoi baci. Egli stappò una nuova bottiglia e la forzò a berla senza bicchiere. Ridevano in continuazione, con le labbra sporche e senza un motivo. La tavola, gli oggetti e loro stessi dondolavano in una vivace, allegra leggerezza nella calda, verde atmosfera della stanza; la moglie galleggiava sull’orlo dell’ebbrezza. Caddero l’uno nelle braccia dell’altro. Egli ricordò inaspettatamente e balzò in piedi di scatto. Voleva portarla a letto. Lei ricalcitrò, muovendosi debolmente. Egli, però, la prese con durezza, la strappò dalla sedia e la trascinò per alcuni passi. Inciampò, cadde, precipitò di sbieco sopra di lei. A fatica si rialzò. La sua coscia bruciava come una fiamma e sulla tempia scottava una chiazza incandescente dovuta all’urto. Per un tratto contemplò indeciso, come attraverso una cortina verde, il suo corpo, che giaceva immobile e cominciava già lentamente a riempire l’intervallo di tempo con ritmici rumori di sega. Notò che gli era preso il mal di testa. Un singolare mal di testa. Dalla macchia bollente alla tempia si irradiava una sorta di inesorabile sottile puntura di spillo che attraversava tutti le spirali della metà destra del cervello. Aveva l’urgentissimo bisogno di immergere la testa nell’acqua fredda. Non appena il raggio di sole picchiò sul suo volto, arretrò. La pelle era letteralmente arsa dalla febbre. Fu pertanto un piacevole oblio spruzzarsi su tutto il corpo l’acqua ghiacciata. Come se così si fossero congelati tutti i pensieri e tutto il dolore. Già mentre si asciugava si sentì di nuovo miserabile e vuoto. Una neutra vacuità vibrava in lui, mentre i suoi miseri infelici pensieri lo riconducevano a forza nella stanza, colmo di inquietudine.
La lampada emetteva una luce tremolante e proiettava strisce verdastre sul tavolo. Gli avanzi del pasto, che erano ammucchiati in ordine sparso, sudici ed in disordinato abbandono, avevano l’aspetto come di immondizia buttata via. I piatti consumati, la tavola imbandita distrutta, la bottiglia rovesciata, dalla quale promanava il flusso di liquido nero che si propagava dalla tovaglia allagata al pavimento- - tutto gli ripugnava. A lungo, a lungo, con un movimento degli occhi, che ondeggiava sempre più insicuro, impetuoso, sgomento, egli stette ad osservare la moglie, distesa lì accanto. Non aveva mai fatto caso con maggiore insistenza alla linea tozza e grossolana del suo corpo, alle sue detestabili forme. Quel voluminoso ammasso disteso per terra gli urlò tutto ad un tratto nella testa—in modo così convincente, così indubitabile—che tutto era vano: il suo desiderio e la speranza della sua vita. Di fronte a questa ossessione non c’era salvezza. Non era possibile tapparsi le orecchie. Nel suo intimo si levava un grido, proprio nella sua anima. Egli arretrò. Scorreva davanti ai suoi occhi una sorta di pittura liquida… ovvero di spettro. Si sporse molto in avanti con la testa. I suoi sguardi risultavano sgranati attraverso le lenti luminose degli occhiali, alla stregua di due serpentelli. Era ritornata di nuovo quella sensazione che già una volta gli si era presentata davanti, unitamente al terrore di se stesso, e lo aveva fatto indietreggiare barcollando.
“Chi è il colpevole?”, gridò con tanta forza che l’eco della sua voce, rimandato indietro dal silenzio notturno, si ripercosse su di lui in segno di scherno.
“Chi è il colpevole?”- Dai tu la risposta!”. Quello stesso terrore, misto ad una paura insensata, si impennò fino a raggiungere il culmine. Doveva fare qualcosa, sentire di essere vivo, mostrare alle grigie masse che si avvicinavano minacciose, con fare sospetto, da tutti gli angoli, che egli era lì presente. “Tu- tu-!”, gridò in preda ad una furia insensata e urtò con il piede la dormiente. Lei si girò, sistemandosi le coperte addosso, tutta dalla parte opposta, piagnucolò con voce insonnolita. Tentò di aprire le palpebre appiccicate e sollevò la mano in segno di difesa. Egli serrò il pugno davanti a sé. Lei a quel punto reagì. Chi era causa della sua disperazione, chi lo aveva defraudato dell’ultima speranza, chi aveva annientato l’ultima ambizione ed il misero orgoglio che ancora rimaneva alla sua età? Chi mai… chi? Egli doveva mettere a tacere la voce che gli gridava dentro e che lo sopraffaceva alla stregua di una impetuosa tempesta. “Tu-tu-tu- - !”, strepitò. Con entrambi i piedi le montò sopra. Avrebbe potuto schiacciarla fin nel profondo delle viscere. Come un forsennato la calpestò pesantemente... Lei emise un gridò più volte: stridulo, stentato e acuto. Le sue grida erano come lampi che si aggiravano per tutta la casa. Ebbe la sensazione di essere in procinto di venire disintegrato in minuscoli pezzettini da repentini colpi di spada. Si interruppe. Le mani gli si contrassero, come per difesa. Rimase in piedi in quella posizione per alcuni minuti. Poi avvertì una ineffabile stanchezza che si liberava a fatica dal petto e sprofondava plumbea nelle gambe. Si gettò su una sedia. La sua testa si riversò in avanti. Dagli occhi stravolti frusciava un sottile groviglio di pensieri. Egli non distingueva nulla fintanto che si raddrizzò in piedi tutto ad un tratto e tentò di pensare.
La lampada era sul punto ormai di spegnersi. A scossoni la fiammella rosso pallido diede dei guizzi in aria e virò bruscamente all’indietro. La stanza, pertanto, per uno spazio di secondi fu scarsamente illuminata e per uno spazio di secondi si riempì di una nera oscurità, che lo scagliò contro la parete: voleva spappolarlo. Una massa più scura giaceva lì, guizzava e brulicava; era immobile, a parte un debole alito di vento, e si dilatava senza emettere un suono…
La testa di Schneider ruotò tutt’intorno lentamente. La mandibola si era abbassata, gli occhi traboccavano di una pena smisurata. Dopo molti tentativi abbozzati, si levò in piedi di scatto.
Da sotto filtrava un accozzaglia di rumori attutiti. Egli non prestava loro ascolto. Penosamente riuscì ad arrivare alla finestra. La spalancò completamente. Un’ondata di aria notturna, umida e fredda si riversò dentro la stanza e spense la lampada. Schneider aspirò quella limpida frescura dentro di sé, con insensata voluttà. Percepiva solo una sensazione: di respirare!- di respirare…

 

                                                                                SCHEDA EDITORIALE

                                              Proposta di traduzione e pubblicazione di G. Saiko, Erzählungen.

Georg Saiko (1892-1962) scrittore austriaco di origine boema, attivo a partire dagli anni venti del nostro secolo, si è distinto per i romanzi, già pubblicati in Italia, Sulla zattera (1948; trad. it. 1963) e L’uomo nel canneto (1956; trad. it. 1960). Ha scritto numerosi racconti, raccolti nei due volumi antologici Giraffe sotto le palme (postumo, 1963) e Il ceppo sacrificale (postumo, 1963). Si tratta di narrazioni brevi di grande incisività espressiva e concisione stilistica che innestano ambigue e desolate vicende esistenziali tratteggiate a tinte forti sfumature su di uno sfondo realistico indicizzato in senso psicologico, con marcate ascendenze metodologiche freudiane. L’indagine condotta da Saiko sulle motivazioni dei suoi personaggi è minuziosa e scrupolosamente analitica, scevra di pesantezze e di pregiudizi moralistici. Lo scrittore opera un ampliamento della tematica narrativa verso la sfera del mito e dell’inconscio, inserendosi secondo una misura disincantata e dissacrante nel filone letterario che radiografa il tramonto della civiltà asburgica. Saiko si avvale di uno stile ed un periodare brevi e intensi, a volte tesi a riprodurre il flusso di pensieri che si agitano nell’animo esacerbato e scisso dei protagonisti, per descrivere percorsi esistenziali tormentati e frastagliati. Essi sono destinati in genere a concludersi col fallimento dei progetti di realizzazione e di riscatto elaborati faticosamente dai protagonisti, che vedono crollare le loro ambizioni o incagliarsi in una situazione di stallo, di fronte all’imperscrutabile fatalità degli eventi, interiori e esterni.

Il progetto consiste nel selezionare per la traduzione un numero di racconti variabile da quattro a sei e di proporli per la pubblicazione mirata a raggiungere un pubblico composito, formato da intenditori di letteratura in lingua tedesca, e mitteleuropea in particolare; studenti e professori universitari di materie umanistiche; semplici appassionati e lettori abituali di narrativa, che possono essere coinvolti dalla pregnante attualità delle situazioni e dalla vigorosa concentrazione dello stile descrittivo di carattere psicologico, oltre che dalle atmosfere asfittiche e desolanti, così conformi allo squallore anonimo della grigia esistenza quotidiana.
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