Dall’opera: La strada bianca

Apocalisse nascente

Non databile il giorno
la scure falciò l’ultima memoria
Si spalancò la luce
Estasi di silenzio
L’infinito avanza e già è
Scintillio mirabile di stelle
dentro e fuori
Apocalisse nascente

 

La strada bianca (aprile 1994)

Narro la strada bianca
e il risveglio
ed il fascio di luce che si snoda
e riannoda nel punto più alto.
Narro il cerchio della perenne consunzione
e oltre lui l'Aperto
e la grande distesa dell'infinito spazio.
E ho visto in sogno
eteree figure sollevarsi
passi lievi come in volo
vestite di bianco.
Ed ho visto me stessa
camminare leggera
su dune quasi d'aria
ed ascoltare musiche celesti.
Le ho udite
nell'aria notturna eppure chiara
mentre strumenti tecnici
risultavano incapaci di produrre melodie.
Ho visto la testa dell'uomo
entrare in un enorme contrabbasso
per catturare suoni.
Ho visto l'inutile tentativo
di un'angusta ragione.
E ho udito il canto giungere
inatteso
dal cielo
senza corde e strumenti
in diretta sintonica
la sinfonia celeste
sopraggiungere

 

La tua voce splendente

Se il tempo si fermerà ancora
non saprò più aspettare che riprenda
il conto dei minuti

La tua voce splendente
voglio udire ancora
poi si fermino pure gli orologi
e il mondo smetta la sua folle corsa

Tu sei anima
Tu sei infinito
Ma la tua voce voglio udire ancora

 

Genova, 25 febbraio 1989

A due a due
Non più l’attesa
È iniziato il viaggio nell’infinito
A due a due saliamo
nel nuovo mondo
Ed il nuovo è già qui
nel nostro andare
consapevole ormai
del nuovo senso

Genova, 28 febbraio 1989

Da: L’infinito e il suo sogno

CIÒ CHE SCRIVO ACCADE
È ACCADUTO ACCADRÀ

Mentre scrivo
il pensiero si libera
e un nuovo mondo sta nascendo
i piedi hanno bisogno
di ali per percorrerlo
tutto sembra all’inizio
ma nulla è soltanto da ora
tutto cambia ed è da sempre
ma anche niente è mai stato
Tutto è nell’ora del mutamento
quando i limiti
stanno per oltrepassarsi
e non c’è più il prima e il dopo
e il tempo è il punto
che c’insegue
ma anche sta davanti
e noi siamo già al di là
Noi siamo nel qui dell’ora
nell’ora del qui
dove non c’è più morte né tempo
Ciò che scrivo accade è accaduto accadrà
Ora chi parla è il pensiero
da cui tutto viene ed a cui tutto ritorna
E la parola è pura origine
e compiersi dell’evento
in cui alfa e omega coincidono
E nel silenzio la parola cadde nel pensiero
e volò oltre gli spazi e i cieli
come goccia sui capelli
si disegnò sulla tua fronte
e riemerse
dai tuoi occhi
che ancora sorrisero

Genova, 1996

 

L’INFINITO E IL SUO SOGNO

Il sole si specchia nel mare
Brevi onde
lentamente viaggiando
lo infrangono.
Ora è uno scintillio di luci
dove gabbiani giungono
a sfiorare la superficie
appena mossa.
E l’infrangersi dell’onda
sugli scogli
annulla il tempo.
Ma tu Kelly
guardi il sopraggiungere
di figure
sulla strada della scogliera.
Io sono
dove non c’è che l’infinito
e il suo sogno
smarrito nell’indifferenza
dove talvolta voci più che umane
destano ancora il cuore
Così ti ho incontrato
nell’infinito mare dell’essere
così ho cullato le tue stelle
nella notte
Ma tu continui a brillare
sempre più lontano
Non odo più il tuo pianto

 

PRIMA CHE L’ARIA…

Me ne andrò verso il mare
sulla riva di San Giuliano
dove sostano i gabbiani
e attendono la grande onda
Qui resterò finché l’alta marea
spazzi ogni pietra
e traccia di umana presenza
e mi riporti l’argentea calma dell’acqua
quando il silenzio è solitudine
ed ha il senso dell’abbandono
quando tu puoi riprendere
la tua forma più lieve
e il sorriso è a un passo
ma lo intravedi ancora
quasi in lontananza
Solitudine senza storia
Non orme di un passaggio sulla terra
Necessità perduta dell’incontro
come morire senza più ragione
come smarrire il senso della vita
e dell’amore
come agonia dell’essere
prima che le strade
ritrovino il rumore del suo passo
prima che l’aria ripercorra
la velocità del suono
e la sua voce terrestre
giunga a cercarmi ancora

Genova, 1996

 

L’AMORE VERO

L'amore vero è l’amore incarnato
L'amore vero è tensione verso l’altro
è reciprocità dialogica
è paziente attesa
è silenzio

Genova, 1996

 

PARAGGI

Non dire che mi ami
Lo leggo nel sorriso dei tuoi occhi
E torna la magia che ci apre
all’invisibile
Tu giochi
e questa notte è luna piena
A Paraggi un solo attimo
e la spiaggia può essere infinita
Infinito il tuo passo sulla sabbia
Infinita la tua allegria
che maschera tristezza
e solitudine
Non dire che mi ami
È la tua voce di stasera
che si dona come un gioco
infinito
come un’allegra danza
Genova, ottobre 1995

 

SOLO CANTO

E lascerò che lo sguardo dall’alto
mi aiuti a ritrovare quella forza vitale
che viene dall’istinto e dall’amore
Intelligenza delle cose
è sapere il tormento
e lasciarsi soffrire
fino a morirne
e poi come soffio
rinascere nel vento
non più dolore o storia
solo canto

Genova, 1996

 

Da: Nella città della luce e del sogno

Nella città della luce e del sogno

Ed erano le sue strade
che percorrevo ogni giorno
chilometri di asfalto
sotto i miei piedi
Ed era il suo mare
che sospendeva
il mio corpo leggero
E il canto delle voci
dei bambini nel vicolo
e dai caruggi gridi di donne
negli interni
o affacciate alle finestre
dove gatti sostavano indifferenti
come sospesi
con occhi assorti e lontani
gatti quasi umani
sembravano lanciare un S.O.S.
alla sordità del luogo
E poi nel porto
le petroliere in sosta
e l’allegria dei negozi e dei colori
nel sole di Sottoripa
mentre tu sei con me
sconosciuto ancora
eppure amato come da sempre
Io e te nella città della luce e del sogno
guidati da mani invisibili
ci amiamo come due fanciulli
E poi anche tu sei stato qui con me
nell’assordante stridio
degli autobus in manovra
tu sotto i portici di Caricamento
più leggero di un sogno
mi hai dato la tua mano
senza neppure un gesto
Ed è così che ho visto
nel tuo sorriso
l’altro volto
di questa stupenda città

Genova, 1995

 

Prima che il volo li alzi verso il cielo

Le stelle della notte
hanno lasciato il cielo
Il mare è un’eco
di ricordi e di pianti
La tua voce è come un’onda
che scavalca il muretto di cinta
della spiaggia
vi gridano gabbiani
che tentano il ritorno
prima che il volo
li alzi verso il cielo

Potrai far udire ancora
la tua dura e tenera parola
senza restarne ferito
senza vederla ricadere
come lama sui tuoi occhi?
Dolcissimo amico della notte e delle stelle
dammi ancora una volta la tua mano
e lasciati cullare
Io sono “il mare che culla le stelle”

Genova, 1996

 

Da: Nell’attimo eterno - L’amore che non morirà

SPAZIO CONCEPITO

Spazio concepito
Grido
Perché ti ho creato
dall’impalpabile fondo
buio-luce/anima-terra
Perché ti ho sentito
coinvolgimento supremo
lucido sguardo
magnete terrestre
calcare orme inesistenti
orme sognate
esistenti perché create
e raggiungere l’opacità
e progettare col fuoco
unico mezzo
la trasparenza
Spazio concepito
Trasparenza
Sei tu l’attrazione suprema
l’Essere
fuoco elementare
che ci tocchi con mani d’amore
e ci fai vedere con occhi che sentono
Sei tu l’Universo
di cui sono stata derubata
Privazione dell’Essere
traboccante e infinito
succhiato e divorato
da fameliche bocche senza denti
respinto e quasi non visto
da miriadi di occhi brancolanti
in cerca di un nulla-tutto
non-so-che
e per questo nullificanti
Sei tu che mancando
ancora sei presente
e mi getti tu il Pieno
verso la voragine dell’assenza
affinché il riassorbito riassorba
e il diverso unifichi
e ciò che è diviso ricongiunga

24 novembre 1978

 

“SE ABBIAMO VISSUTO
QUALCOSA INSIEME”

Se abbiamo vissuto
qualcosa insieme
ci travolsero i nostri occhi
le nostre intelligenze
E tu non più tu
Ed io non più io
assaporammo il senso
delle strade che si interrompono
delle luci
che si rincorrono e impallidiscono
Noi le vedemmo
con i fuochi accesi sopra la pelle
Noi li sentimmo
e non trovammo corrispondenza
Erano forse
luci gettate a noi dall’infinito
in un momento di grazia
o forze occulte
di una natura turbinosa?
Non lo sapremo mai
E forse è questo il nostro vuoto
Il pianto della nostra intelligenza

 

CI TROVEREMO UN GIORNO

“Ci troveremo
un giorno
sulla piazza
con volti nuovi
occhi pieni di sole
come bambini
nei mattini d’oro
“Il tempo è precipitato”
dirà l’amica che mi visse accanto
con mani che toccavano l’abisso
Ci rincorreva il tempo
sulle strade
all’aperto
nelle stanze
e noi ci adombravamo
per non esserci potute incontrare
Non sapevamo dei mattini d’oro
“Il tempo più non esiste”
sarà piena coscienza
sui nostri corpi trasparenti l’anima
nel tempo inutilmente dissepolta
Ma il tempo
sarà per questo dimenticato?
Il tempo
che ci conobbe
nelle mille forme
di gioia e di dolore
che ci vide innamorati
a contemplarci
a perderci
corrosi dall’impossibile
a ricercarci
tra rovi accesi
e valanghe di ghiaccio
con mani troppo piccole
ad abbracciare il mondo
con occhi che perdevano sangue
a scrutare in vicoli ciechi
miraggi incandescenti
Noi che scordammo
la nostra lingua
coniando parole che dicessero l’anima
e perdemmo la voce
nel ritrovarci allucinate
sui volti di coloro che ci ascoltavano
potremo vivere senza memoria
l’eternità?

 

QUANDO L'UNIVERSO SI FARÀ PAROLA

"Quando l'universo si farà parola"
Ecco è giunto il momento
ora che l'universo si è fatto parola
ora che siamo al di là del passato
e del futuro
nel punto momento
in cui si dà l'incontro
attraversati dalla Grande Luce
come su quella spiaggia sognata
davanti al grande mare
nel battesimo dell'acqua
oppure ancora in volo
nel battesimo dell'aria
grazie dei giorni bui e vuoti
grazie delle disperazioni
che ci hanno indotti alfine
al grande salto
dal lungo sonno
ora oltre il battesimo del fuoco
in cammino finalmente insieme
nella perenne trasformazione

21 gennaio 1987

 

RADIOSITÀ

Se un mattino dal mare
salisse il tuo rossore
e tingesse quel rosa d’oltremare
sì che l’azzurro e il rosso si unissero ………
Come potrei lasciarti
volgermi altrove nel consueto andare
Come potrei trascendere il colore
se il colore è il pensiero che m’inebria
la luce dell’eterno movimento
nell’infinito andare
Se una sera dal mare tu mi chiamassi
sarebbe la tua voce voce del cielo…
Se una notte dal cielo incontrassi una stella
saresti tu mia luce infinita

Era la radiosità che emanava radiosità
Ovunque ne percepivo l’essenza
che si ricreava e ritrasmetteva
nella sua inesauribile pienezza
ero radiosità che traboccava interminabile luce
era l’essere puro che vedeva e amava
nell’abbraccio totale indistruttibile
era l’eternità sempre nuova
dell’esistere infinito traboccante luce
ero la quintessenza ritrovata
progettata da prima che io fossi
che sempre avevo saputo
che ora mi si ripresentava
nella sua libera presenza
Sono ciò che fu progettato a mia insaputa
e che ora consapevolmente abbraccio
Per questo ti ho amato in ogni volto
in ogni sguardo d’amore
d’amore perché lì ti ho ritrovato
lì eri tu a infrangere la ripetitività
nel gesto inconsueto
a dare inizio al divenire
Così là dove tu eri io ero
là dove tu sei io sono

Genova, 29 ottobre 2001

 

LUCE DEL PENSIERO

Mentre il sole chiudeva
il suo stanco occhio
e la sera abbracciava
la buia notte…
Fu allora che vidi
nell’oscurità totale
illuminarsi la più splendente stella
Luce del pensiero
stella del non-più-tramonto

Genova, 2000

 

ZERO

Fin dalla giovinezza
tentai di fare connubi di pensiero
tra coloro che amavo e non si conoscevano
In me uniti, erano già
una sintesi compiuta
Perché tentare sposalizi esterni?
Ma se un’unione è vera e reale
non può che testimoniarsi
dentro e fuori
Così ho fatto sfidando l’anatema
Per utopia, per amore o destino
per disegno divino
Però non ho mai chiesto né voluto
il riconoscimento dell’altro
neppure quello di Dio
Dio è lo Zero assoluto
il niente se non parla già in noi
L’uomo è il pieno
del tempo dello spazio dell’infinito
l’immanenza e la trascendenza
la consapevolezza del tutto
il superamento del limite
Così oggi, nel silenzio del gazebo
nelle voci del mio giardino,
ho visto, come Kaplan, Lorenz Oken
percorrere la Bahnhofstrasse
e filosofare con improvvisa meraviglia
di Dio e dell’uomo
dello Zero e del tutto
e sono rimasta assorta
concentrata nella mia sintesi reale
che non separa più Dio dall’uomo
la materia dallo Spirito
l’Essere dal non-essere
ed ho sentito la voce di Silvia volare
– immanente-trascendente –
volare nel vento oltre l’universo
per le strade dell’infinito
e l’infinito è qui nell’occhio concreto
e nuovo della figlia di Hegel
e dello Spirito Vivente
ed ho pensato che anche Kaplan
anche Oken lo “sanno”
o lo sapranno un giorno concretamente
consapevolmente

Genova, 2004

 

Dal Dio di Luce

E già sento ora battere l’eterno

Tu
mentre tocchi
con mani mutevoli
il caro cuore della terra
e piangi dentro
i nostri eterni limiti di creature
mi vieni incontro
con occhi di sorriso e dolore
Con noi giocò l’assurdo
che abbraccia nel silenzio l’universo
l’estasi
l’incanto del mattino
la morte
Ancora viviamo
la lucida nostra ragione
piange ora l’impossibile
Ancora ci consuma
con denti implacabili
la già corrosa coscienza
di dover
per troppa presenza
mancare
L’amore grida sempre
eternità dalla terra
Eternità
sarà la chiarezza dei pensieri
di tutto l’inesprimibile decifrato
Eternità l’amore
E già sento ora battere l’eterno
Nulla ho dimenticato
neppure il silenzio
neppure l’urlo
che scava nelle ossa
scricchiolii inutili di sangue
il nostro sangue sparso
su ogni centimetro di strada
di aria di cielo
Al sangue si attacca la vita
ed il futuro rotolerà con sé
tutto il passato e il presente
Nulla possono dimenticare
i miei occhi
che hanno lacerato volti
dove caddero ancora vive
le maschere
l’indifferenza che protegge i cuori
troppo vulnerabili
le mie mani vi hanno scorticato
fino al sangue
e aspettano qui l’eterno
E già qui
l’eternità sembra avermi raggiunta
la compresenza infinita dell’esistere
anche se il tempo continua a battere
con incessanti rulli di martello alle tempie
come macigno
Qui piango in eterno inferno
l’infinito
il principio e la fine che verranno
finalmente
in unità di amore e di chiarezza

Parma, 23 settembre 1966

 

Ma gli occhi

Fermiamo l’aria
Era bagnata e grigia
e il cielo era coperto
Vedo ancora i tuoi occhi
girarsi dolci ed immobilizzarsi
su naufragi svelati
irrimediabilmente
Nel gioco ancora
non sapevi fingere
non lo volevi più
mentre mostravi un volto sorridente
dipinto d’impossibile felicità
Tu
legata dalle ombre
in una vita che non poteva essere chiarificata
eri sommersa
Ma gli occhi
laghi immensi
che mutano colore
come il cielo
che si spalancano sull’invisibile
gli occhi potevano rivelarti
d’assalto
e questa nostra voce
come un grido strozzato
che si chiude
sotto un cielo privato di colori
in notti chiare
in giorni moribondi
Resta questo mistero d’ogni cosa
Resta quest’aria che non possiamo fermare
Restano questi soli scorticati
e noi restiamo
esuli
su una terra capovolta
abbagliati
in silenzio
20 Dicembre 1965

 

I volti addosso

Li avete visti
mentre si guardavano appena
si toccavano le mani
si straziavano le carni?
Abbiamo recitato
lo stesso falso dramma
dimenticato le parole vere
per rubare ridendo
una parte fittizia
Abbiamo riso e pianto
come per nulla
i nostri occhi
tagliavano diamanti
In croce
Cristo ci gridava il suo sangue:
un amore di sangue
Ma come potevamo
ritrovare la forza
Intatto niente rimane
Ora chi ha più il coraggio
di guardarci?
Ora che Cristo insanguina le strade
e il suo sangue
è attaccato ai nostri volti
e il suo grido
è bloccato dalle lance?
Come possiamo
rivestirci a nuovo
ora che Cristo è morto
nel sepolcro?
Ora che non c'è più resurrezione?
Così restiamo soli
ad aspettare
un altro Cristo
che ci dica la strada
e andiamo a capo chino fra la gente
senza vedere i sassi che tocchiamo
gli abissi aperti
seminati ovunque
Ma i volti addosso
sulla nostra pelle
i volti addosso
seminati ovunque
i volti addosso
senza più memoria
di quando erano insieme
sulla croce
17 Febbraio 1966

 

Ho cercato per te

Ho cercato per te
parole vere
battito oscuro della nostra vita
Ho trovato
domande senza risposta
e sui tuoi passi
un grido che mi vince
“Non posso essere sola
Non posso amarti
Dio
sotto questi macigni
ora non posso”
Ho visto le tue notti senza sogni
e le tue mani aperte
che si stringono
mani che tentano l'infinito
Tu volevi fermare l'impossibile
Anch'io grido di notte
il tuo nome adorato
e nei tuoi occhi
il sole vorrei bloccare
cancellare dalla tua fronte
il taglio
amaro taglio d'ironia
che vi scolpirono
come in una scherzosa mascherata
polvere e sangue
sulla tua persona
E tu
Dio del mistero
perché ci hai dato le mani
se non possiamo tenere nulla
perché ci hai dato la voce
se non sappiamo trovare parole
e questi occhi
perché
se li vince la luce?
Siamo stanchi di aspettare
risposte che non verranno
amori che si nascondono
L'eternità deve venire adesso
su queste pietre tremanti
d'aria notturna
nei suoi occhi senza più lacrime
prima che altra polvere
si accumuli
altro sangue
altro silenzio
e far cadere il gesso dalle facce
abbattere queste statue
che siamo diventati
rompere le città fortificate
sono fortezze tenui che si spezzano
al passaggio di fiori
su fiumi colmi d'acqua
Non possiamo più attendere
noi che da secoli aspettiamo
la tua terra promessa
Non possiamo più attendere
Ma tu
perché non rispondi?
Dove sei
Dio
in questa nostra straziante Apocalisse?
Dove sei?
Perché non vieni?
Dove sei?
Nel tuo libro sta scritto
“Vengo … presto”
Forse questo … l'amore?
Forse … questo?

Parma, 16 marzo 1966

 

Quasi un sussurro

Parlavi
Quasi un sussurro
la tua voce
incendio d'aria e luce
“l'infinito fa piangere”
voce di spazi verdi
di tramonti insanguinati
Ancora verde
Ancora echi di pianto
Chissà quante altre primavere
vedremo
quante lacrime ancora
quanto lutto
“La verità raddoppia le distanze
irraggiungibile
ora che abbiamo
occhi velati d'ombra”
“Ho paura delle voci dei bimbi
diventano tristi
dopo un attimo di riso
dei loro volti
se hanno un'espressione lontana
Sotterrano gli entusiasmi
le voci dei grandi
se hanno chiuso le domande
con risposte
che sanno tutto e nulla
I significati si scontrano
ci tocca la vertigine
d'infinite contraddizioni
Stritola
il dinamismo del pensiero
ogni forma
La ragione indietreggia”
Così le parole
Tu restavi trafitta
ombra immensa
riversa sulla terra
Carboni accesi
gli occhi
mi lanciavano addosso
fiamme ardenti
Restavi immobile
ancora
la testa reclinata
abbracciando qualcosa che non so
Come impossibile
allora
appariva
vederti
Come d'un altro tempo
Come altro spazio ci teneva
Ora l'espressione ci manca
Scarnificati moriamo
su un piccolo spazio
soffocati da tutti gli eccessi
Ancora l'infinito fa piangere
Urla il silenzio

Parma, maggio 1966

 

Stagioni passavano

Stagioni passavano gelide
Le notti risplendevano di spettri
Il sole ci batteva sulle tempie
al mattino
Guardavamo sorgere l’alba
con occhi incandescenti
S’udiva il tempo
nel suo ritmo inesorabile
Forse eravamo bambini allora
e già ci smarriva
il rosso il verde il bianco
il nero
che copriva ogni colore
Ritrovo i colori veri dell’autunno
quando t’incontrai la prima volta
Impazziva nella strada
il tuo volto
l’inabissava la luce
Sarebbe stato bello morire così giovani
inchiodati ai primi segni dell’amore
Stagioni passavano gelide
L’amore moltiplicò i suoi volti
Corrosi
non ci trovammo più
tra quelle stanze alte
nelle case di pietra
sui gradini delle chiese
Non persi più i tuoi occhi all’infinito
il tuo cuore travolto
Lui venne
Non seppi mai
se fu vita o morte
il suo nome
Stagioni passavano gelide
ci tolsero gli ultimi incanti
Abbarbicati alla terra
ci destiamo
fiorenti di ruggine
con addosso scheletri di sogni
Tu no!
Tu no!
Che nessuno osi toccarti ancora
Ma forse ci consuma
un’aria troppo forte
ci vince
un interminabile silenzio

Parma, 30 giugno 1966

 

Qui è il nostro tempo

La leggevamo
sui volti dei bambini
smarriti di stupore
agli angoli in ombra di vecchi vicoli
abbandonati
nelle strade di periferia
dove troppa distanza separa i caseggiati
nelle risate tremanti
dove rimbalza urlando l’ironia
“Sono stanca
stanca di tutte queste voci
che non sanno più ascoltarsi
e rimbalzano dentro infinito silenzio
stanca di tutte le solitudini”
“Non senti il tempo come ci lascia
corre il tempo corre
deve incontrarsi con il nostro avvenire
corre
anche se noi restiamo qui
bloccati a un passato sempre presente
Qui è il nostro tempo
straziante e disperato”
“Perché non torniamo
nel paese verde dell’infanzia
mobile di colli
fresco di fiumi
chiaro di luce
dove le notti erano sempre stellate”
Ma noi fummo sempre nomadi
ed il nostro paese è solo un sogno
un desiderio sognato inutilmente
Ogni paese diveniva nostro all’istante
e poi all’istante rapito
La terra il nostro paese
bagnata da tutte le acque
Terra senza confini
oltre la luna e gli astri
anche se noi restiamo qui
confinati ad un punto
Senza confini il punto

Parma, novembre 1966

 

Le strade se ne vanno da sole nella luce

Le strade se ne vanno da sole nella luce
come stelle striscianti
Le hai viste anche tu forse
questa mattina
mentre il nostro passo restava uguale
come fosse un giorno qualunque
Tu sola queste cose puoi capirle
così
ad un fuggevole cenno
senza soccorso di parole
Tu sai
mentre ti sporgi dall'alto
di queste nostre giornate
oltre l'abisso come da rupe
quanto sia difficile tornare poi ai vivi
dentro il mondo visibile
Pochi si sporsero così
e quasi tutti perirono
Ma senza traccia fu la nostra strada
e necessaria per noi
come destino
E non sappiamo se ha un senso
il nostro rischio
né se qualcuno ci proteggerà ormai
in questa eclissi del tempo
in questo spazio che vien meno
dove soltanto un gorgo
sembra attenderci al varco
oltre la rupe e il buio
nel pericolante equilibrio
Se ne vanno da sole nella luce
le strade
ed anche noi andiamo
come stelle striscianti
senza compagnia di parole
con le visioni tremanti
e i ricordi
e l'amore impossibile

Parma, 4 agosto 1968

 

Questo sole è già stato

Questo sole è già stato
questo rumore sotterraneo di sorgente
questo silenzio di memorie acceso.
Sul mare, fermo, un volo di gabbiani
(anche l’oceano aveva gabbiani
sulla spiaggia di Santa Cruz
un sentore lontano di morte
all’infrangersi dell’onda
unico suono in quello spazio immenso)

E qui fu con me un giorno
l’amica delle ore indimenticabili
Colori uguali nel crepuscolo
Ho guardato la balconata
e l’ho vista
lo sguardo perduto nell’azzurro
“Cos’avete fatto” – chiederanno –
e non crederanno che siamo rimaste
tutto il giorno a parlare

A San José passavo le giornate
a scrivere lettere
la televisione sempre accesa
nel silenzio sapevo solo piangere

La morte era il tempo delle ore separate
ed il sole tramontava ogni sera
sul campo da golf
Disperazione era sapere
questo schianto perpetuo del tempo
della vita
allo specchio dell’assenza
Sono rimasta così a lungo
“Le front aux vitres comme font
les vielleurs de chagrin”
la fronte ai vetri
cercando una ragione
per continuare la giornata che finiva
la fronte ai vetri
come bambina assorta ad un ritmo
invisibile
la fronte ai vetri
(sulla strada germinava
una vita indistinta e assordante
- tanti anni fa -
frotte di ragazzi uscivano dalla scuola
il loro passo fulmineo
richiamava le corse nella valle
suoni dispersi della natura
inconsapevole pienezza dell’esistere
che fu nostra al tempo
degli slanci irresistibili)
Ho guardato la collina
ed ho pensato all’usignolo
che rapiva l’amico partito
per l’isola di Manhattan
Ho visto i suoi occhi
eterna domanda che traluce
in un volto rugoso di ragazzo
Ho guardato la casa di fronte
non ancora finita
e la gru verde – splendida –
ed ho risentito la mia voce di allora
“Quando la casa sarà finita
sentirò la mancanza della gru”
(Karin mi guardava in silenzio
incerta se dare alle mie parole
un senso)
Ed ho visto mia madre venire avanti
curva alla terra
senza che parola o sorriso
l’accompagnasse
mani tremanti ed occhi muti
Brillava un tempo la sua figura
e nelle foto antiche
era la vita turbinosa danza
Son rimasta così a lungo
la fronte ai vetri
cercando un segno per continuare
la giornata che finiva
come fossi davvero trapassata
ad un fuggevole al di là
tra i fantasmi di un tempo
terminato
protesa sull’unico infinito dell’assenza
la fronte ai vetri
sprofondata su immagini
che sembrano ultime
e sono invece segni brevi
sull’ampia cavalcata dell’esistereù

Genova, 16 novembre 1970

 

Da: Mi chiederai di nascere

La bambina di luce

Quando solleverò la tenda di luce
Come potrò comunicare il senso
Della mia vita trascorsa
Il senso della vita e della morte
La luce fitta e l’ombra?
Come venire nei vostri pensieri
E snodare la bambina di luce
Per incontrarci ancora
Tra le stelle di Igea
Senza più mappe o telefoni
O numeri perduti?
Forse soltanto nel pensiero
Il pensiero
Come un sapere nuovo
Al di là della memoria
Il pensiero
Come dirsi infinito
Più carne della carne

Genova, 1 Aprile 1994

 

Come se niente

Ora che la trasparenza
ha smesso i suoi occhi
di rugiada
e la parola è trapassata
nella purezza della luce
il silenzio e il pensiero
si uniscono
nell’eterno abbraccio
e noi ascoltiamo
la voce in ogni sua forma

Ma tu tornerai
a destarmi
Parola non udita
voce non detta
mi chiederai di nascere
al nuovo giorno

Tutto sarà
come se niente fosse
Ed io ti leggerò
in uno sguardo muto
nell’inatteso
nel fluire eterno

Genova, 10 giugno 2008

 

Nozze

Azzurri cinerini trasmutavano
in bianchi argentei
rosa arrossavano verdi ingiallivano
La spumeggiante erica
ondeggiava nel caldo mattino
sibilava nel vento
maestosa
e tu compivi l’avverar d’un sogno
come ti fossi a un tratto risvegliato
Pensieri e sensazioni di pensieri
si univano
onde mosse dal vento di consapevoli emozioni
intrise di memoria e trapassate
a nuove forme
Oltre lo schermo della sensazione
nel puro pensiero
l’inattesa coniunctio
univa le nostre voci: “È la felicità
l’inverarsi di un sogno”
“È l’inatteso”
“È l’eterno qui e ora” “Sempre”
Amanti pensanti
pensanti amanti
ci allontanavamo ancora
forse per mai più incontrarci
se non oltre il dialogo
delle vane parole
nell’unione
sempre perfettibile
dell’essere

Genova, aprile 2003

Da L’incontro

Attimi infiniti

Quante volte
tornando a guardare
istantanee scattate per caso
da viandanti incontrati
sul cammino
ovunque io fossi
o tu o altri
perse tra vecchi quaderni
dimenticati
mi sono chiesta chi fosse
o dove e quando
e poi
lasciando le urgenti
cose quotidiane
il tempo usciva dalla stanza
e mi lasciava in un luogo
o in un tempo
apparentemente dimenticato
quante volte
abbandonandomi a emozioni
indicibili
ritrovavo
ciò che credevo
perduto per sempre

Così trascorrevano
paradossalmente in me
attimi infiniti:
Entravano e non volevano
lasciarmi
e poi
lo squillo di un telefono
o una voce nella stanza
mi riconducevano
all’ora presente:
Tutto riprendeva
la consueta forma
anche se l’eco di loro
ancora mi parlava
di pensieri
di vita
di amore
spalancava una luce
da un lontano richiamo
di pensieri senza parole
da parole intrise
di vita mai detta
e tutto splendeva
nel silenzio
in un solo battito
attimi
attimi di luce
irripetibile
ritrovata
in modo inatteso
nel silenzio
attimi
attimi infiniti

Genova, 6 gennaio 2009

 

È il paradosso dell’anima

Queste parole che scrivo
sono nate per te
per chi non crede
di comprendere
la poesia.
Per te ho scritto
in modo diverso
e anche questa è poesia
Poesia nata per te
da te
per coloro
e da coloro
che pensano
che la poesia
sia letteratura

Ma la poesia è vita
è pensare dentro
il pensiero
più puro più reale
più nascosto
più manifesto
È il paradosso
dell’anima
che dice di sé
nel pensiero
come nell’amore
Siamo noi
Siete voi
È il dono più grande
di Dio
che ci ha dato
parola e amore
parola e pensiero
è vita che in un solo attimo
dice la sua eternità
È lo sguardo di Dio
in noi
È il nostro rinnovato
eterno grazie
che mai si ripete
neppure ripetendosi

 

Sapendo ascoltare

Ho conosciuto
sapendo ascoltare
E il verbo
si è fatto carne
e la carne si è fatta verbo
La mia parola
non è mia
la tua parola
non è tua
La parola
non è dicente
se non scende
nel più profondo
nel qui dell’attimo

nell’ora non più ora
dell’eterno

 

Un lampo di eternità

Ora che il canto
si è manifestato
come fanciullo
radioso
tu dài la mano
al tempo
e danzi
oltre la memoria
Le stagioni ci lasciano
e il dialogo
ha inizio
In questo
Noi siamo
Un lampo di Eternità
ci ha coinvolto
Dio è il cammino
l’Avventura
l’Inizio
la Fine
l’Oltre che ci attende
l’Infinito che già è


L’incontro

L’attimo della gioia
è giunto
e non è passato
Come se la luce
ci sfiorasse
e indugiasse
per essere più vera
come se il sogno
si sposasse al reale
e lo riplasmasse
Nulla è
veramente passato
Tutto è
Eternamente

avanza e ritorna
con un più di luce

 

Da: Luce del silenzio

Il poeta è colui che è toccato nell’essenza
Soltanto nel dirsi dell’essenza che lo tocca
egli è
Quando l’essere si dona nella parola
soltanto allora la parola diviene dicente:
L’essenza stessa entra nel movimento
e rischia nel suo stesso volere-non volente
ma essente
la sua stessa essenza
nel dirsi al di là della protezione
al di là della natura
nello specifico del pensiero

Il poeta è in dialogo continuo
con l’essere che l’ha toccato: il linguaggio
È lo stesso linguaggio
che spesso oscura la voce
che in lui parla più liberamente
e profondamente nel silenzio
come approdo della luce
che lo abita e lo muove
verso un dirsi sempre più essenziale

Grazia Apisa Gloria, 27 aprile 2009