Da Giardino d’inverno:

Candelora

Avanza ormai la sera,
sereno attendo della notte
il segnale puntato di stelle.
Già brilla, davanti a me,
nel cielo, Vespro con il suo
tremolare d' incerta fiamma.
S' allontanano i rumori.

Avanza e m' avvolge il buio.
Intorno deboli luci limitano gli spazi
con ombre sempre più marcate.
Così lenta s' accende e cresce,
in me, la fiamma del ricordo.
I ceri, benedetti oggi alla Candelora
saranno accesi nel giorno della morte.

Come quel giorno,
di festa era quel giorno,
solo rimasi al bordo della via.
Gli altri bambini al cinema,
o lontano eran tenuti,
per non far rumore.
Io non capivo, ma non domandavo
perché con me nessuno si fermava.
Poi venne il prete e, con fare strano,
forte mi strinse la spalla con la mano,
e la vicina mi condusse via.

Dopo nessuno parlò più di mio padre,
di come andava la sua malattia.

 

Ombre di sera.

E verso sera appare, indaffarata
fra carte unte, sparse sopra il prato,
china, guardinga, a volte spettinata.
Traffica in borse di plastica sgualcite.
Parla da sola e chiama l' animata
schiera di ombre variegate,
con tenui schiocchi di labbra un po' appassite.
Dietro la siepe un poco sta appartata,
poi s' allontana, furtiva, la gattara.

 

Nati nel dopoguerra.

Si ripeteva, mentre salivano le faville
dal camino acceso, il racconto dei tempi
in cui la guerra aveva attraversato
la vita dei nostri padri.

Stupiti, non capivamo la fortuna
di essere nati dopo il passaggio del fronte.
Ma soffrivamo perché i fratelli più grandi,
in fondo, erano come figli di madri diverse.

 

Giardino d' inverno.

Un giardino d' inverno:
sterpi sparsi e foglie
secche stanno intorno,
sul prato e sulle soglie
abbandonate, dal giorno
delle nubi ormai figlie
dell' autunno brumoso,
e di muschi odoroso.

Di tornarci, io penso,
nella prossima estate
e un vagheggiare intenso
m' allieta le serate
di mille sogni denso,
d' idee già meditate.
Sento che al mio ritorno
cercherò il nuovo inverno,

e non saprò carpire
il pieno suo fiorire.

 

Da Arcani:

Gli amanti

Veloci tortore s’inseguono nel volo,
ampie figure disegnano nel cielo,
mentre l’azzurro, nel fresco del mattino,
si sovrappone al bianco dell’aurora.

Leggere trovano appoggi sulle cime
dei pini, mosse da lieve vento.
Ossessionante ripetono il lamento
che mi stordisce, come cantilena.

Alzano il capo più volte e lo riabbassano,
e tutto il corpo ora s’assottiglia
ora s’ingrossa seguendo il movimento.

E poi di nuovo ancora ad aleggiare
a scatti rapidi, dritte sulla pineta.
Di amanti intrepidi, in gara spensierata,
si scambiano i richiami nel volare.

 

La temperanza

Alata donna intenta a riversare
da brocca a brocca l’acqua della vita,
che lenta scorre ma sempre troppo presto
cessa come lo spirito che incarna la materia.
Come quel fiore dal calice leggero
che, lambito dall’ape laboriosa,
si curva appena nel sole mattutino.

 

Il mondo

Come per gioco ritorno a immaginare
Il tempo dell’infanzia in questi luoghi,
di nuovo sento, squillanti, degli amici
le voci ripetute, risuonare.

Amati giochi che iniziano alla vita:
le costruzioni fatte col meccano,
e i legni verdi, azzurri o colorati
di rosso vivo, servivano a imitare
i castelli da fiaba dei racconti.
Soffici bambole, dalle guance rosa,
lucidi gli occhi sotto ciglia nere,
con un lieve belare al movimento,
imitavano a stento un tenue pianto.
E si giocava ad essere gli adulti,
ai mestieri di sempre, ed a ripetere
le frasi con i gesti che osservavi.

Di giorno in giorno la maschera
s’è impressa, così, nel volto,
e senti tuo, quel posto che ti è dato.
Tu non lo avverti ma cambia la tua pelle,
finché non sai far altro che quel gioco.

 

Il fante

La divisa, il moschetto ed inastata
la baionetta in cima sulla canna.
Le munizioni contate e una granata
rotonda come un frutto che per gambo
ha una lunga spoletta da sganciare,
e l’ordine preciso di lanciare
lontano, lassù contro il nemico,
dove s’attacca il lichene sulla roccia,
come ruggine porosa sulle spine
del fil di ferro del reticolato.

Ancora adesso rimane abbandonata
sul pascolo tra il caglio che fiorisce
in mezzo all’erba, al limite del prato,
la stessa bomba che quasi fu posata,
da mano stanca per l’arrampicata,
nel repentino balzo, allo scoperto.
Così quell’attimo divenne il tempo eterno,
e venner meno le forze del soldato
non solo per la corsa sul pendio,
ma per un segno tracciato all’improvviso,
un po’ più scuro, un rivolo di sangue
lungo il braccio e inavvertitamente,
il lancio si fermò, e fu per sempre.
Ed eccola sull’erba la granata
pronta allo scoppio. Non fu dimenticata
da chi si soffermò per un riposo,
ma là rimane, caduta dalla mano
di un fante di montagna all’arrembaggio.

 

Da Canti gioiosi:

Viene il momento di dover partire.
I sentieri dei padri hanno portato
lacrime ai cimiteri militari.

I fratelli più grandi sono andati
a cercare lontano la fortuna,
finché un giorno non sono più tornati.

Faremo delle spade i nostri vomeri,
e le lance taglienti, come falci
saranno usate nei giorni delle messi.

 

*

Nell’atrio dietro a quel portone
noi delle prime con le madri accanto,
e la cartella robusta di cartone,
con i quaderni a scacchi e la matita,
e nella scatola, ben allineati,
dodici colori che odorano di legno.

Rapido scorre l’appello dei maestri
e ognuno la sua classe per le scale
quindi conduce all’aula di quell’anno.
Qualche bambino cede all’emozione,
si lascia andare a un pianto sconsolato.
Gli altri, con un sorriso intimorito,
stanno orgogliosi di non aver ceduto.

Ma quante volte, come in quella scuola,
s’avverte impercettibile del giorno
o di un evento lo svolgersi cruciale.
Da quell’istante senti la tua vita
che non riesce ad esser come prima.

 

*

Nel mese di giugno la sera,
finita in fretta la cena,
correvo veloce al richiamo
degli altri bambini da fuori.
E già sulla porta di casa,
che con noncuranza sbattevo,
al loro s’univa il mio fischio,
finché tutto il gruppo formato
vicino al lampione correva
e subito un gioco iniziava.
Ma poi tutt’intorno scoprivi
l’alterno brillar delle lucciole
nei prati e lontano nei campi.
Così all’improvviso accadeva
che il gruppo veniva distratto
da ciò che faceva, e d’un tratto
le lucciole ormai rincorreva.
«Lucciola lucciola vien da me»,
come in coro si ripeteva.
«Ti darò pan da re»,
e più buio ormai si faceva.
«Ti darò pan da regina»,
e la lucciola ormai vicina
tra le mani veloce prendevi,
e strana la luce vedevi
brillarti in mezzo alle dita.

 

*

Asfodeli bianchi in mezzo al verde
sui pascoli pietrosi stanno in file
sbilenche e diseguali a non finire.
Fioriscono a fine primavera,
s’innalzano sui ciuffi delle foglie
tanto che li distingui da lontano.
Lieve stamane l’aria li accarezza
e gira attorno ai grappoli di fiori.

 

*

Ginestre al sole cocente,
dorate brillavano intorno,
e gialla la resina l’oro
splendente dei fiori specchiava
sui tronchi dei pini odorosi.
Così nella notte le lucciole,
con l’intermittente richiamo,
sembravano fiori gioiosi.
Quell’anno le nere cicale
noiose, sembravano pazze,
col loro frinire ossessivo,
dai rami contorti e rugosi.
L’estate bruciava i falaschi.
Solo la pianta dei carbonai
striava di verde i calanchi.

 

Festa della Madonna di Loreto

Ecco che affiora rapido un ricordo
come il fuggire lesto del ramarro
che scorgi appena sparire nella siepe,
e in quell’istante c’è solo la paura
per il fruscio veloce del falasco.
Dieci dicembre, Madonna di Loreto,
un lampioncino di carta col lumino,
che si accendeva per la processione
fra le navate del duomo, se pioveva.
Mia madre sulla panca era al mio fianco,
ed intonava i canti della Chiesa.

 

*

E dell’amore giunsero i segnali
come le prime rondini di marzo
che appaiono volando sopra i campi,
e non sai mai da quando sono lì.
Poi venne quel pensiero dominante
che sopraggiunse, come all’improvviso,
in un crescendo via via sempre più forte,
che niente d’altro lascia intorno a sé.
Così d’estate gli stridi dei rondoni,
con balestrucci e rondini nel cielo
non cedono più spazio agli altri voli.