Sulla poesia di Elio Pecora
di Mauro Ferrari
Che il Novecento sia anche, come osserva Alberto Toni nella recensione al volume di Elio Pecora “Poesie 1975-1995”, il secolo “dei grandi isolati, vere voci di quella modernità che davvero insegna qualcosa” , è affermazione senz’altro sottoscrivibile non appena si leggano con un minimo di attenzione le pagine di un poeta così chiaramente sottostimato proprio per la compostezza stilistica (ma anche etica) che traspare da una raccolta di straordinaria leggibilità; laddove il termine usato, non certo casuale, indica (ancora nelle parole di Toni) “non certo il facile dettato stilistico, ma quella leggibilità classica per cui si riconosce al poeta il dono di illuminare le cose”.
Sussiste infatti, dalla prima all’ultima pagina della raccolta una qualità nella scrittura di Elio Pecora che potrebbe essere definita “tonale” e che attiene precisamente alla voce parlante; nulla di nuovo, verrebbe da dire, e anzi questa caratteristica marca l’espressione di qualunque poeta che si innalzi anche di poco dalla mediocrità; sennonché le modulazioni di questa voce costituiscono la nota dominante del volume, in rapporto (come tenteremo di dimostrare) con l’individuazione poetica di un tempo e di un luogo che assume connotati realistici anche laddove la persona poetica non può trovare con essi alcuna sintonia praticabile in un singolo percorso di vita, e ne fa dolorosa esperienza di un paesaggio e un tempo reali stridenti con l’ideale. La mitezza lirica di Elio Pecora (ci si attenga provvisoriamente a questa definizione) si modula nei dintorni del pianissimo sbarbariano con echi penniani, e possiede un’aggraziata levità ritmico-sintattica quasi da Antologia Palatina, che non viene mai meno, neppure laddove lo stridio dell’impianto tematico appunto inarca, tende e quasi perfora la superficie del significante, il che non può non rimandare a un più generale atteggiamento etico.
Ci sembra quindi anzitutto necessario inquadrare l’ambito tematico in cui trova spazio tale dizione; si potrebbe parlare di decoro del poeta, se una lettura attenta non corroborasse altre interpretazioni: l’esigenza di levigatezza superficiale del significante sottende il senso globale di tutta la costruzione poetica di Pecora, tesa d’altro canto verso una densa unità tematico-espressiva all’interno della quale, anche grazie alle dislocazioni subite dai testi, più che di sviluppo si potrebbe parlare di svolgimento e approfondimento di un unico nucleo tematico ben individuabile fin dalle prime pagine, in questo, piuttosto in linea con i canoni della più autentica poesia lirica. Mentre però questa si dipana usualmente come fabula amorosa lungo l’asse incontro-perdita, Pecora solo in una sezione compie un percorso similmente canonico, preferendo per il resto concentrarsi per via paradigmatica sulla scrittura del tempo e del luogo che fanno da sfondo - appunto con evoluzioni e variazioni - alla figura di Ulisse; elemento, questo, che fornisce coerenza e coesione a tutto il volume e attorno a cui si coagulano altri mitologemi del complesso: partenza, viaggio, ritorno, nuova partenza, errare/errore eccetera.
Si tratta, a ben vedere, di una concezione per nulla statica del mito: il poeta non racconta né descrive, ma piuttosto mette in scena la tavola fissa della propria storia personale, come un tableau vivant, o al limite come stazioni di passaggio di un’avventura, e comunque sempre allo scopo di scavare, fra queste coordinate, nuove figurazioni personali: una versione dell’ulissismo novecentesco che, come vedremo, assume in Pecora connotati personalissimi proprio attraverso la funzione coesiva, quasi ossessiva, dello spazio e del tempo. Ulisse è l’uomo (Everyman) che si muove nella dimensione dell’inautentico, del frammentario, del menzognero, dell’illusoriamente fallace: all’interno di questo impianto, l’inconfondibile voce del poeta agisce da fulcro (Pound direbbe “basso continuo”) attorno a cui ruota una vicenda immutabile nella sua dinamica di figurazione mitica. Per questo Ulisse, detrito vivente approdato come per caso ai lidi dell’esistenza, il nostos è già compiuto e si è ormai fatto nostalgia di uno spazio e di un tempo edenico; il viaggio, con le sue esperienze miticamente autentiche, esperite in un a priori antecedente la scrittura, è il momento sottostante ad essa: il mitico tempo di prima e dell’innocenza, che ha originato le visioni che ossessionano fin dall’inizio la sua poesia:
Lo chiamo me stesso
questo uguale di tutti
. . .
che attende emissari
da regioni di luce
Arrivato a negare il paradiso
non m’è mai riuscito di cacciare
dalle mie basse camere
il fantasma di quella chimera.
La terra del ritorno alla vita quotidiana (in senso sia sociale che puramente biologico) è un “secondo tempo” dell’insofferenza e della sopportazione, degli idoli della mancanza e dell’attesa, con la consolazione di visitazioni angeliche ma anche di tentazioni; la nuova partenza, che chiuderà l’orizzonte della vita, sarà il ritorno oltre il confine e un chiudersi circolare del tempo del dopo sul tempo del prima. E allora la vita, come già anticipa la primissima poesia della raccolta, non sarà altro che paziente e spesso passiva attesa dei segni dell’altrove, con i suoi presagi da sopportare (nell’umano) e da esorcizzare (nell’artistico). Non è dato qui il coraggio di ritentare l’avventura del mare: il tempo restante sarà solo vigilia o, piuttosto, veglia funebre:
Tutto è avvenuto:
non altro che questa vigilia,
che l’infinito elencare
i motivi del mancamento.
Io, per mio conto,
siedo vestito di scuro
e attendo la telefonata che rinvii
a domani il mio problema.
Alla miseria del fare oppongo
il paradiso del sonno.
“Siedo vestito di scuro”: l’attesa, già nel vestito della morte, è la tentazione, più che della morte, dell’atarassia e del sonno, cui è contrapposta l’esigenza “eroica” di portare a compimento il percorso spazio-temporale della vita incontro al destino; vita che può configurarsi come sogno, incubo o caos dei segni, ma anche, specularmente, come tremenda veglia d’incubi, come illustra l’esempio seguente:
Codice dei sogni il subbuglio:
partenze, tradimenti,
il volto vicino assicura
un bene totale, mi lascia
e gli do appuntamento.
Non diversa la veglia:
stordimento, ebbrezza,
interrotti da un gesto
- lo sguardo all’orologio,
la mano ravvia i capelli,
il telefono chiama.
In un sistema di antinomie reso con tanta così coerenza (reale/ideale, viaggio/ritorno, sonno/veglia), ciascuno dei due termini è l’incubo dell’altro. Per quanto riguarda poi l’immagine di un io prigioniero in un mondo labirintico di mura e strade, così ricorrente in Pecora, è appena il caso di accennare a paralleli con Kafka, Gide e Kavafis. Si veda, solo a titolo di rapida esemplificazione, il seguente testo del poeta greco:
In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre (sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.
La condizione dell’esiliato porta con sé, tipicamente, anche i segni di una frattura dell’io: sapendosi reduce da visioni potenzialmente salvifiche (crollate almeno nell’immanenza della vita) e comunque destinato al ritorno (per premonizioni più che per fede) l’uomo non può che essere conscio di vivere di fronte a uno specchio che gli rimanda sia l’immagine reale della sua condizione presente (il corpo come detrito di una luce perduta, ad esempio), che l’ideale da cui è bandito, sempre costretta al là dello specchio, in absentia, da cogliere in flagrante come Montale sperava di cogliere il mondo voltandosi all’improvviso. È un’immagine che si fa spesso paradigmatica dell’umanità tutta in cui il poeta si rispecchia, uguale fra gli uguali (un termine con alta frequenza in Pecora). A sua volta, questo complesso riecheggia il trauma di Narciso e, in ultimo, richiama un’impossibile rivitalizzazione di Pan - nel senso di pienezza tributatogli ad esempio da Hillman. Ecco allora l’alta frequenza con cui appaiono l’immagine dello specchio e l’azione dello specchiarsi:
le pupille sorprese nello specchio
questo uguale di tutti
[che] si chiama allo specchio
guardarmi, nello specchio,
indifferente, muto,
rimandarmi il saluto
so che sto per partire,
che attendo ingressi, risvegli,
le testimonianze mai uguali dello specchio
Luogo dei luoghi
identico all’altro sognato:
cammino lo specchio
minutamente infranto
questa faccia che pure
sghemba e bugiarda
devo riconoscere mia
A questo elenco si potrebbero aggiungere le innumerevoli immagini che rimandano all’idea del riflesso, del rispecchiamento, che in sostanza rendono paradigmatica e quindi universale la situazione del singolo individuo che vede specchiato in altri il proprio destino: il che traspare sia da spie lessicali che dal valore reciproco di certe azioni, per trasformarsi, transitivamente ed eroicamente, in solidarietà umana; basti citare, al proposito, dalla sezione dedicata alla morte della madre:
So che dovrò varcare
la medesima porta
L’ennui o spleen, originati dalla condizione di esiliato dal luogo e dal tempo autentico e quindi frammentato, scisso da ogni altrove utopico, sfociano in un’assoluta e cosmica insoddisfazione: la brevità del frammento di vita concesso (o piuttosto imposto) come interludio fra la visione paradisiaca e il ritorno, e la conseguente risposta etica dell’atarassia, non permettono infatti alcuna fede nella possibilità di “rimettere ordine nelle proprie terre”, secondo la speranza del Re Pescatore eliotiano. Anche qui, i presagi non cedono al proprio status, di segno che rimanda alle cose: il ritorno, ancorché vago, non è stato esplicitamente promesso, e d’altronde la fiducia in esso implicherebbe la capacità di costruire una comprensione del tempo come sviluppo oltre il frammentario, laddove Pecora sembra categorico:
Consisto di questa brevità,
in essa respiro.
Di tutte le storie ho trascurate
quelle dell’orrore che risolve.
Dei tanti destini ho scelto
il più inerte e ansioso.
L’uguaglianza ancora mi delude.
La compagnia m’impoverisce.
Il cosmo è una scala sghemba
pencolante negli abissi
sotto cielo insicuri.
Il molto da cui venimmo è un punto minuscolo...
L’occhio, il piede, la mano, il molto, il niente,
chiusi nei segni di una mappa intricata
dove ruota e beccheggia un mondo dipinto.
La Storia stessa - razionalizzazione a posteriori di un percorso temporale, con tutte le sue utopie - rimanda a un inautentico tempo frammentario impossibile da riunificare, proprio per la sua condizione di frammento isolato in modo irreversibile dal tempo di prima e dal tempo del dopo. È statutario del frammento l’impossibilità a riconciliare i propri bordi con l’unità da cui proviene: qualcosa è andato perso al momento della separazione, e proprio in quell’interstizio si annida la tentazione all’ottimismo della speranza che Pecora rifiuta consapevolmente: scegliendo di vivere isolato in quel frammento di vita (“a name and a place” nella definizione shakespeariana) Pecora sceglie il rifiuto dell’utopia, per l’accettazione della perdita e del lutto. Ed è questa consapevolezza il dato centrale della sua poesia, che lo avvicina - sottolineate le dovute differenze - a un poeta come Edwin Muir, anch’egli alle prese con una “fable” da mantenere in vita e l’esigenza di risalire a ritroso la corrente del tempo:
Allora mi persi e fu l’uscita;
m’unii a luci, a erbe,
compresi di dove ero partito
dove dovevo tornare,
seppi le ragioni dell’ansia
. . . .
Quindi tornai
al mio corpo vestito,
ai miei fiati,
scorsi facce, mani,
udii richiami,
avvisi di sirene,
venni alle case, agli sguardi.
. . .
mai più m’accordai
con i passati disegni:
la partenza, l’approdo.
Quando la scintilla della speranza si accende, non è che per il godimento dell’attimo, ma sempre in presenza dell’acuta consapevolezza del senso globale dell’esistenza, che si direbbe il corpo e l’anima non riescono a dimenticare; è, anche, l’antinomia di luce e ombra, notte e giorno, realtà e sogno:
E qui restiamo ad attendere
di farci vuoti nel sonno,
quindi al mattino salire
da un’acqua fonda lustrale
verso una terra di inizi.
All’interno di questa costruzione, assume valenza decisiva il tema della vita come ripugnante attraversamento del caos:
Da qui, dai cortili, dalla foresta dei muri,
dal labirinto di mattoni
Per accostarmi, toccarmi,
devo passare per questi,
averne repugnanza e desiderio
Io compio l’avventura di restare.
Si tratta di un caos in cui l’immagine dei “piedi lenti” segna con alta frequenza le esitazioni e le sconfitte.
Questo coi piedi lenti
Abito fra i miei uguali,
parenti nella scontentezza,
complici nell’errore,
- respiri corti,
piedi lenti,
memoria infida.
Anche le sezioni già segnalate come apparentemente eccentriche rispetto a questa costruzione, non fanno in realtà che costituire dei corollari; il rapporto con i luoghi (si veda la sezione omonima di Interludio) sarà marcato dalla tensione fra presenza e assenza, che spesso prende le forme del dissidio fra presente e passato; nelle sezioni dedicate alle varie persone care o amate (“Figure e dediche”, “Nove poesie per la madre”, “Sedici poesie d’amore”, “Recinto d’amore”), ci sembra che la consapevolezza globale venga a bella posta a contatto con la sferza delle tentazioni e chimere della vita presente (e passata): gli affetti, con la crudele altalenanza di attrazione repulsione (libertà dei sensi e prigionia-recinto che il confronto impone), il sapore dolce-amaro della memoria, l’estasi che di continuo è smorzata dalla realtà, che pone la crudele impossibilità di viverla.
La qualità della voce, definita all’inizio come “mite”, è così inscindibilmente legata all’accettazione di un destino provvisorio, che si configura come supina attesa, detenzione del significato autentico della vita che verrà svelato in ultimo, al momento del passaggio dietro lo specchio. Più che rimandare all’escatologia cristiana, e comunque lungi da certo mitologismo new age, la poesia di Pecora si rifà ad un pensiero tutto materiale, circoscritto dalla e nella corporalità del tempo, in cui la costruzione del presente è l’unica oggettiva possibilità rimasta all’uomo, stante però la dimensione dell’attesa in cui si svolge. Il tempo assente, che abbiamo definito “edenico”, non ci pare avere, nel profondo, alcunché di cristiano: la vita, pur se esperita come esilio e transito tra un ideale di provenienza e uno destinale (ma di annichilimento) può solo permettere di captare segnali incerti e segni che non rimandano a significati precisi, proprio perché nessun agire garantisce un ritorno, ma solo una temporanea statica attività nella sospensione fra memoria del perduto e premonizione dell’inattingibile. L’impossibilità di un tono alto, in Elio Pecora, è giustificata sia dall’impossibilità dell’esaltazione speranzosa che dell’urlo pieno come espressione di un dolore che in sé rinserra tutto il proprio tempo