Elena Bartone


Arcobaleni lunari

Calabria Letteraria Editrice


Prefazione
Arcobaleni lunari è, in ordine di tempo, l'ultima fatica di Elena Bartone e rappresenta una tappa importante del suo per- corso poetico e artistico. Dunque, per un approccio consapevo- le alle liriche di quest'ultima raccolta cerchiamo di evincere dal- le parole stesse e dalla struttura della silloge il senso più profon- do del messaggio poetico che nel linguaggio appunto si cela, co- me ci ricorda Heidegger nella sua Lettera sull'Umanesimo (Brief über den Humanismus): «Il linguaggio è la casa dell'essere. Nel- la sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora». Arcobaleni lunari consta di quattro sezioni di diversa misu- ra e consistenza: la prima (12 liriche), intitolata "L'Assenza", rappresenta la condizione da cui inizia il percorso poetico, cioè dall'assenza dolorosa di una presenza cara e familiare, assenza che origina la riflessione e l'approfondimento di sé attraverso un cammino spirituale personalissimo: «Aspettami, oltrepasserò / la linea dell'incerto / e arriverò da te, / là dove le Galassie / sfa- villano d'assoluto» (Aspettami, vv. 1-5). Questa prima sezione nelle sue parole-chiave disvela il cammino che la poetessa com- pie per allontanarsi da un «soggiorno terrestre» (Simmetrie di presagi, v. 31), connotato negativamente dagli aggettivi «ammu- tolito, asfittico, ansimante» (ivi, v. 14), per «spiccare il volo» (Quiete celeste, v. 19) verso «favolose bellezze / di universale so- stanza» (ivi, vv. 15-16). Ma la speranza dell'altrove è «vana va- nità, / il mio posto è qui, nell'incertezza del vivere, / nel non es- sere di pause / incandescenti...» (ivi, vv. 20-24). Il viaggio intra- preso è irto dunque di difficoltà, reso più aspro dai tentativi nau- fragati, come suggerisce già, a ben guardare, lo stesso titolo del- la silloge. Infatti gli arcobaleni lunari sono fenomeni non fre- quenti, perché possono essere visti solo nelle notti di forte luce lunare e sono percepiti come bianchi per le condizioni di scarsa luminosità che impedisce all'occhio umano di distinguerne i co- lori. E come non ricordare poi il valore metaforico dell'arcoba- leno, che nella Genesi (9,13) è segno del rinnovato patto tra Dio e l'uomo, dopo la punizione del diluvio, mentre nella mitologia greca rappresenta un sentiero tracciato da Iris tra terra e cielo. La seconda sezione, "Traiettorie esistenziali", è la parte più corposa, perché consta di venti liriche dove la poetessa narra di un viaggio verso la conoscenza, anche se parziale, attraverso l'er- rore e l'errare, dove spesso «La voglia di vivere / è nuvola sbia- dita che si perde / tra le vibrazioni del pensiero» (L'invincibile enigma, vv. 20-22), dove «Si dilegua la certezza del domani, / la vita scorre lenta, amara l'esistenza / lungo i binari / dell'invinci- bile enigma» (ivi, vv. 28-31). La poetessa ci parla del «male di vi- vere» che nella sua poesia si oggettivizza nella «parola», che «si fa morbida roccia, pietra levigata» (Certe sere, vv. 13-14), men- tre «l'attimo si fa macigno, sasso sepolcrale» (ivi, vv. 16-17). Tut- tavia, alcune presenze vive nel ricordo sono portatrici di positi- vità e di speranza, come la collina della lirica dedicata a Cesare Pavese, Sei la collina, come la Langa in Mormorio di Langa, e al- lora «il momento si fa poesia che corre lungo i rivoli dell'anima, / rincorre la parola nascosta / sotto i liquami di iridescenze / di cromie, tra segmenti / di sperdute aureole / di visioni angeliche» (Arcobaleni lunari, vv. 19-25). Sono attimi fuggenti, perché la consapevolezza è che: «La vita non è qui, / non è oggi, non è do- mani, / è in un magma invisibile, / in un alito di divinità» (La vi- ta non è qui, vv. 33-36). La terza parte, dal significativo titolo "La savana dell'ani- ma", è la più breve dell'intera raccolta (solo quattro liriche), ma decisiva nell'economia del macrotesto, perché rappresenta il territorio dell'anima nel quale si compie il superamento dello scacco; esso è il luogo di transizione dal quale prende avvio il processo evolutivo poetico verso l'assoluto, scaturito dall'esi- genza di guardare oltre, di superare i limiti dentro e fuori di sé. In questa sezione il tema dominante è quello dell'anima che pro- gressivamente si allontana dal «percorso scosceso del vivere» (Nella savana dell'anima, v. 7), «quando un brivido / di divino percorre / le membra addolcite / dal passo della sera» (ivi, vv. 29-32). Infine l'ultima sezione, quella intitolata "L'assoluto" che conclude questo cammino spirituale e testimonia la fede con- quistata che diviene «ragione segreta», «istinto vitale» che «effonde […] sfolgorii di avvisaglie /di altri mondi e tintinnii» (La ragione segreta, vv. 20-21). Qui, diversamente dalla lezione di Montale che fugge «l'Iddia che non s'incarna», Elena Barto- ne con umiltà accoglie i segni per lei inequivoci della presenza del divino, siano essi «perle d'assoluto», «silenzi di meste gio- cosità», «estasi ultraterrene» (Volgi lo sguardo, vv. 21-23). Dunque in Arcobaleni lunari la vita densa di dolore si ac- quieta nella percezione del divino «ad un tratto Ti trovo / e la mia inquietudine trova pace / nella Tua sostanza muta» (In un lampo perdo il contatto, vv. 31-33), ma vi è anche, insieme, una personalissima ricerca del senso del vivere che nella stessa pa- rola poetica sembra trovare risposta. Essa ne è il viatico. 

prof.ssa Giovanna Romanelli

già Sorbonne Nouvelle, Paris III
ora Università Cattolica di Milano




Palme di velluto

Palme di velluto è il titolo della quarta raccolta poetica di Elena Bartone, già nota al pubblico degli specialisti e dei cultori, ma anche a molti lettori attenti che della sua produzione apprezzano la forza espressiva coinvolgente, che le deriva da una lunghissima frequentazione del genere. Infatti è la Bartone stessa a ricordare il fascino che la poesia esercitava in lei fin dagli anni liceali e, con maggiore consapevolezza poi al tempo dell'università, quando sperimentò la solitudine e lo sradicamento in una regione e in una città assai diverse per molteplici aspetti da quella di origine, la Calabria. In quei giorni trovò conforto nella scrittura poetica, che divenne una pratica costante, una forma di conoscenza di sé e del mondo circostante, ma anche uno strumento per controllare la propria timidezza. Perciò la poesia rimase a lungo un'esperienza privata, privatissima, una sorta di antidoto allo studio della giurisprudenza, che sentiva poco affine alla sua sensibilità. Fu così che, conseguita la laurea in questa disciplina, provò l'urgenza di affinare gli studi umanistici, di dedicarsi infine a quella passione che aveva sempre nutrito nel proprio cuore e che aveva temuto di confessare a se stessa. Allora, caduto ogni impedimento, riprende a scrivere poesie, ma finalmente per scelta consapevole, incoraggiata e sostenuta da quanti

avevano scorto in quella giovane donna capacità non comuni e grande versatilità. Primo tra tutti va ricordato il poeta, di recente scomparso, Sirio Guerrieri, alla cui memoria Palme di velluto è dedicato. Egli con la generosità propria di un animo nobile sostenne e incoraggiò la poetessa a proseguire lo studio e la pratica della poesia, che nel tempo si arricchiva dei suggerimenti e degli stimoli di altri maestri, tra i quali non possiamo tacere la voce Maria Luisa Spaziani, celebrata da Montale col nome di Volpe . E non si può passare sotto silenzio il prezioso aiuto offerto dal professor Luigi Gatti, presidente del CE.PA. M., che fin dalle prime prove ha sostenuto la Bartone e l'ha incitata ad uscire dal privato e a presentare in pubblico la sua produzione.
   Al lettore attento non sfugge che le poesie della Bartone poggiano su saldi fondamenti, su modelli letterari in sé unici e irripetibili, amati con partecipata passione e fatti propri: solo per esemplificare ricordiamo Leopardi, Baudelaire, i simbolisti francesi e, in particolare, Cesare Pavese e Montale.
   Ma focalizziamo ora il nostro sguardo su questa nuova silloge "fresca" di pubblicazione. Palme di velluto è costituita da tre sezioni, diverse tra loro per estensione ed ispirazione; infatti la prima, che va sotto il titolo di Aritmie di nostalgie e contiene le liriche più numerose, trova il comune denominatore nella dimensione del ricordo e della nostalgia, nell'accezione più vera della parola, che si traduce in "desiderio del ritorno", non solo ritorno alle proprie origini, ma anche e soprattutto come ricerca del sé. Si pensi alla poesia intitolata Nelle acque dello Ionio, dove l'immersione nelle acque del mare natio cancella le ferite d'amore ed ogni senso di sofferenza è riscattato  dalla giocosità di atmosfere, dallo stupore di attimi e dalla luce impazzita del giorno che espande la sua gloria. E ancora ritorna il tema dell'amore in Fioriture d'immenso dove il dolore si trasforma in una magica aerea dissolvenza di pensieri che parlano di mobilità dell'essere, / sensazioni, fragranze, attese / e fioriture d'immenso.
   Colpisce in queste composizioni la grande attenzione riservata al lessico, prezioso, connotativo e tanto più poetico quanto più indefinito - qui la lezione leopardiana è fatta propria; ma anche la forza vitale del verso, espressione di un'umanità intensa e pacificata, vitalità che è portatrice di speranza e di luce, di solarità, quella solarità che in altri modi è cifra distintiva di parte degli Ossi di seppia di Montale, ma che qui si libera di ogni elemento negativo: Sinfonie di epoche remote / accolgono nostalgie che si tramutano / in ebbrezza d'anima / e vacillano solitarie / dietro minareti / rigogliosi di sole (Palme di velluto).
   Altro tema forte della prima sezione è quello del ricordo: La memoria si fa goccia / che scava negli scogli del presente / e alimenta soavità di respiri / ed estasi di incoscienza. / Sui minareti della fantasia / brulicano echi di ritorni / delle cose di ieri / e pezzi di vita / che sfidano l'oblio. (Il forziere dei ricordi)
   Qui la memoria non è nostalgico vagheggiamento del passato, perché diviene strumento di scavo interiore, che attraverso la scrittura, come una sorta di bisturi tra la carne dolente, strappa all'oblio e al non essere frammenti di esistenza.
   Elena Bartone ha assimilato bene la lezione dei poeti da lei amati e meditati e ciò è apertamente evidente in alcune liriche ispirate da Pavese, a partire da quella intitolata Gaminella e dedicata a Pavese. In questa composizione il paesaggio delle Langhe, con le sue inconfondibili vigne e i noccioli, non è sfondo ai pensieri, ma la fonte che li genera; la collina della Gaminella è percepita come presenza eloquentemente silenziosa dello stesso Pavese, e accompagna la meditazione della donna. Da questa e da altre composizioni affini, si pensi a Moncucco (È risalendo la cima / di questa collina / che oggi ti sento vicino) o a Sere d'inverno (Profumo di vigne impazzite di sole / si espande tra amuleti di ricordi / e negli alveari del mio domani) si evince che la poesia, come per Pavese, anche per la Bartone è un'attività sofferta (come non pensare anche a Baudelaire?), il poetare stesso «è una ferita sempre aperta», che porta in sé una forte carica etica.
   I modelli più amati e coltivati dalla Bartone sono menzionati nella seconda sezione di questa raccolta che va sotto titolo di E-mail, che per l'accostamento inconsueto a nomi di poeti lontani dal nostro tempo rappresentano una sorta di ossimoro dalla forte valenza poetica. Si legga, solo per esemplificare, la composizione E-mail a Pavese, dove il lessico diviene rarefatto, intellettualistico e geometrico, forse non estraneo alla lezione di Calvino. I luoghi unici della poetica di Pavese diventano qui sostanza in cui S'incarnano tra gli interstizi dell'enigma / perfezioni d'universo / e sillabe, squame di musicalità / e sinfonie di paesaggi mitici
   Infine l'ultima sezione della silloge, Dialoghi e mistero è la parte più spirituale di questo percorso poetico, è un viaggio dell'anima e della mente verso le rotte dell'Assoluto (Viaggio)  e del sublime inaccessibile (Il mio io è la mia croce) in cerca di risposte e di conforto, tra dubbi, smarrimenti e spiragli di luce. Ma diversamente da Montale che fugge «l'Iddia che non s'incarna», la Bartone trova risposte ai suoi interrogativi e il suo animo trova pacificazione in una dimensione metafisica che tocca l'ebbrezza dell'infinito: All'improvviso Ti ho incontrato. / Hai squarciato le tenebre / della mia anima e mi doni / ansia d'immenso, sinfonie / di infinito respiro (Divinità sospese). E queste parole nel nostro inferno quotidiano sono foriere di positività e di speranza.

 Giovanna Romanelli


 

L’Ora Blu, edizioni Helicon

La Poesia è l’arte di rappresentare in versi le cose, i fatti, i sentimenti con verità e bellezza.
Secondo alcuni filosofi dell’ottocento, la poesia è il luogo in cui conscio e inconscio, particolare e universale si incontrano.

Secondo Benedetto Croce grande storico, scrittore e filosofo della letteratura italiana, la poesia è un particolare talento, o un modo di recepire e dar voce alla realtà, più intenso di quello comune.

- La lirica, in particolare, è un genere di poesia che nell’epoca moderna comprende tutte le forme in cui si esprimono per sé gli affetti della propria anima, cioè canzoni, sonetti, ballate, ecc.-

Ho voluto introdurre il discorso con questi appunti di carattere generale che ci aiutano ad entrare nel mondo sublime della poesia, nell’ottica possiamo dire del poeta e in questo caso, della nostra poetessa di Torre di Ruggero Elena Bartone…Sono molto lieta di conoscerla anzi, se posso dire, di averla conosciuta prima attraverso la lettura delle sue poesie e poi di persona.

Leggendo le sue liriche il primo impatto è stato quello di avere di fronte una personalità sensibile e complessa in cui si mescolavano, si agitavano sentimenti di vario genere, a volte tra loro contrastanti. In un secondo momento, leggendola più a fondo e analizzandola ho imparato ad apprezzarne la bellezza, l’intensità e la profondità ed è per questo motivo che invito tutti voi a leggere le sue poesie e vorrei nello stesso tempo rivolgermi all’autrice ad Elena, dicendole di non fermarsi qui, di fare in modo che le sue poesie vengano ulteriormente divulgate su circuiti più ampi da quello regionale. Glielo auguro di cuore perché se lo merita.
Com’è la poesia di Elena, è prima di tutto una poesia molto sentita al di dentro, intimista. I versi delle sue poesie risultano essere modulati, vissuti, sentiti nel profondo dell’anima. E’ poesia spontanea, vera, da essa traspare la sua personalità sensibile che in un primo momento sembra essere arrendevole agli eventi della vita, alla realtà, fatta a volte di momenti di sofferenza e sofferta solitudine ma che subito dopo, può anche sfociare in speranza nella vita, nel futuro, nel domani, speranza che ha fatto superare all’autrice gli ostacoli che la vita stessa le ha posto d’innanzi.
Tuttavia, i ricordi dolorosi del vissuto, ritornano, si fanno comunque spesso presenti nella poesia di Elena e ciò accade soprattutto in momenti specifici della giornata e cioè alla sera, al crepuscolo, nel momento in cui il giorno finisce. E’ proprio alla sera, quando intorno si crea silenzio che: I pensieri rallentano la corsa danzano nella stanza muta, dice Elena, quindi tornano e si fanno tutti presenti.
Ecco perché io vorrei subito definire Elena la poetessa del crepuscolo, inteso qui proprio come aggettivo che connota la sera, e penso che non sia un caso che la raccolta di poesie che stiamo presentando si chiami proprio: “L’ora blu” dal titolo stesso di una lirica inserita a pag. 36, in cui è evidente come la sera: l’ora blu che arriva e si posa leggera rappresenti per Elena e per il mondo che la circonda, il momento forse più atteso, il momento in cui, il mondo esterno riposa, l’aria torna silenziosa e l’anima è protesa verso l’infinito dice Elena, quindi, è il momento propizio in cui essa può vagare libera, fuori da ogni regola e complicazione “dell’esistere”, protesa, senza catene. In un’altra poesia (p.49) Elena afferma: Nella notte quieta e solitaria…danzano sui fili del mistero i petali del pensiero…Io scrivo per dar voce alla mia anima, bella questa espressione: scrivo per dar voce alla mia anima…Chiedo al buio un colloquio con lo spazio per fermare la corsa del tempo. E ancora: Si ricompongono i pezzi della mente e si lanciano i pensieri come allodole nel mare calmo della sera. (p. 28 Sonagliere).
Quindi Poesia del crepuscolo, della sera e ancora in altre liriche afferma: Sale col crepuscolo la voce delle idee fatta essenza di vita e stupore di malinconia (pag. 21). La sera e ancor più la notte è intesa come momento propizio alla scrittura, come momento in cui l’anima si raccoglie, e La mano lenta si riposa sulla pagina bianca e ascolta gli intimi colloqui della memoria sepolta sotto la neve dei giorni, cioè sepolta dal frastuono del giorno; momento in cui Ritorna la voglia di sognare e dipingere gli specchi dell’anima, (p.15) ma anche momento in cui si fanno avanti i ricordi, Quali farfalle impazzite nel sole i ricordi svolazzano nei giardini dell’anima; in cui si ritrova il passato e affiora un po’ la malinconia.(pag. 23 - p. 52)… La sera tra le mie mani…Mi stringe nella morsa del suo pensiero riproducendo il passato del mio vivere. (p.22 Sonagliere).
Tra i ricordi di Elena ritornano spesso quelli legati alla sua terra. Il luogo natio ritorna nei versi di alcune liriche ed è più evidente in “Nei tuo occhi la mia terra” (pag. 62) dove ad un certo punto si legge: La mia Calabria è viva, palpita di luce e di lampare…Elena è una donna del Sud e, come tale, legata alle sue origini e ai ricordi di quanto vissuto qui. Essa è legata alle sue radici, alla sua gente. Nelle sue poesie ritornare con la mente al paese dal quale è lontana – per motivi di lavoro- a volte la rende malinconica e quest'onda di malinconia la si può riscontrare in tante sue poesie.
Quali sono gli elementi che distinguono la poesia di Elena: il crepuscolo, la solitudine che frena il vivere: La solitudine si increspa tra i crocicchi del mio giorno ed effonde l’ebbrezza viva del suo languore agli aneliti del vivere, ma anche la solitudine vista come momento in cui la mente divaga e crea, sviscerandosi, direi quasi, nei versi poetici, versi che la sua sensibilità, che la percezione delle cose, per quanto spesso ella le definisca mute, le dettano. Altri elementi: la sofferenza, sofferenza direi dell’anima che ella viva: Mi son chiesta tante volte, scrive, il perché della sofferenza inconscia e irrazionale che invade i pensieri quando gioco con la mia solitudine; troviamo poi i ricordi, o le rimembranze, ricordi della sua terra, di un amore vissuto, del passato, ricordi che tornano e rivivono nella mente: Si insinua sotto il portico dell’anima la nostalgia delle passate cose. (p.33). Oppure: Sonnecchiano dietro i gerani i ricordi ammuffiti di una patina di tempo. Li riconduco a nuova vita in un lampo. (p. 27 Sonagliere)
Tramite la sua poesia Elena materializza (e qui la poesia può essere vista come terapeutica) la sua sofferenza per esorcizzarla e per renderla meno dolorosa; materializza la sua percezione di quanto la circonda e la percezione dei ricordi del vissuto, questo perché ella ricerca un contatto autentico con la realtà, cerca di sondare, leggere il senso nascosto dell’essenza, come lei stessa scrive. La sua poesia ad un certo punto si fa contemporaneamente ratio, consapevolezza che il vivere è sofferenza ma nello stesso tempo, ella nutre speranza in un domani migliore…Risali la cima degli eventi e regala momenti di vita e risorse, di sogno e di speranza al tuo transito terrestre sotto arcobaleni trionfali di colori e concordia.(p.26). Quindi un messaggio questo, positivo che invita in sostanza a superare il dolore.
Elena manifesta tramite la poesia, le sue gioie e i suoi drammi interiori, le sue certezze positive e negative, i rimpianti, le sue riflessioni sulla vita e il suo percepire; l’ansia, i desideri, il certo e l’incerto, tocca tutti gli stati d’animo di una persona, lei conosce tutte queste fasi, è dentro la poesia dove troviamo le sue certezze, i suoi dubbi, le sue ansie, è una poesia vissuta nell’anima, nel pensiero. E’ come se attraverso la parola e il verso, realmente, i suoi pensieri, il suo sentire prendessero forma e assumessero una fisicità, un corpo. La Poesia è per Elena il suo rifugio intimo, momento in cui l’io, la persona tutta, si raccoglie in sé e si ritrova. Riflette sulle cose, pensa, quindi viene fuori l’io pensante, anzi l’anima pensante che nella poesia si manifesta e prende forma, il pensiero riflette. Una frase che colpisce particolarmente nella lirica: “L’anima del mondo”, presente nella prima raccolta, (p.16) è la seguente: “La parola è l’anima del mondo, nascosta tra pietre e cose mute in un mistico colloquio col silenzio”, ciò rivela l’importanza della parola e della poesia per Elena, dell’esternare attraverso lo scritto, la poesia quello che è il suo sentire, la sua anima.
Alcune liriche rivelano lo stanco trascinarsi della vita di ogni giorno. La delusione della vita in alcune liriche lascia però subito dopo, lo spazio alla speranza in un domani migliore. Tra sofferenza e noia essenziale da un lato e aspirazioni ideali dall’altro, spesso la nostra poetessa è in preda ad una ambivalenza emotiva. Tra gli elementi del mondo poetico di Elena, possiamo ancora cogliere l’inquietudine, compagna delle anime pensose che affiora nel verso e accompagna la sua percezione delle cose, la sua mente in lotta e in cerca della verità.
La solitudine, la memoria….si fondano in una dolorosa sinfonia di motivi che disegnano la realtà vista dalla poetessa, illuminano i movimenti dell’anima e le avventure dell’inconscio. I versi a volte sono carichi di amarezza, la lettura è spesso uno scorrere di percezioni e riflessioni amare, malinconiche ma a volte essa tenta una visione della vita che potrebbe offrire anche un po’di pace e serenità, aneliti di pace, soprattutto quando per un attimo lei ci porta nei tuffi dell’oblio, cioè quando per un po’ vuole dimenticarsi della sofferenza del vivere e in un attimo di pausa, pausa dal dolore, può anche rinascere la speranza: Rinasce la speranza tra le crepe dell’azzurro e il giallo di una mimosa.(p. 17 Sonagliere)
Elena si pone nello stesso tempo, quindi, in modo quasi contemporaneo, dentro e al di fuori della realtà del presente, con la particolare sensibilità che la contraddistingue e nello stesso tempo gli rende più difficile vivere la vita con le sue molteplici sfaccettature.
La poesia di Elena Bartone si colloca a mio avviso, tra realismo e simbolismo lirico. Per lei la realtà che la circonda, il mondo, osservato con gli occhi e l’anima del poeta, diventa teatro delle proiezioni interiori, della ricerca di autenticità, momento di pura e profonda percezione immediata delle cose e dell’esistere ma nello stesso tempo, momento di riflessione sulla vita, sul dolore e sul volerlo superare perché in ogni caso, la vita chiama dice l’autrice. Anche se spesso l’io, la sua anima vanno oltre la realtà o con la realtà diventano tutt’uno ma sublimandola, la coscienza e la memoria dell’autrice diventano poi le vere protagoniste, soprattutto la coscienza vigile e realistica.
Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nella poesia di Elena. In alcune liriche, un primo momento si notano le contraddizioni e i conflitti dell’anima, la fantasia porta a vedere tutto nitido ma L’io, fa vedere che in fondo è stato solo un momento di euforia dell’essere, l’anima vaga e divaga, si abbandona alla fantasia, rifugge da ogni pensiero che rattrista la mente, vive l’attimo sublime che ti fa cogliere l’assoluto, anche se è solo una folata di vento; (p.60), subito dopo subentra la ratio che fa vedere il disincanto e la disillusione dell’esistere, fa vedere la realtà cruda. Quindi, ad un certo punto, leggendo le sue liriche, notiamo che subentra in lei una certa consapevolezza, la consapevolezza dell’esistere e di non poter far nulla per cambiare le cose, per cambiare la vita.

In alcune poesie di Elena si nota anche la sua concezione su Dio o comunque sul mistico, sul religioso, che inizialmente non sembra essere ben definito o è contraddittorio, in alcuni versi si avverte incertezza sull’ esistenza stessa di Dio: Tace la mia preghiera chè non conosce un Dio, in altri invece, si ha la certezza: L’onda di una campana lontana mi ricorda che è domenica di Pasqua. L’anima si prepara a rinascere. A mio avviso Elena a suo modo, crede in Dio e vuole riporre in lui, speranza per il futuro e ciò lo si nota soprattutto nella poesia che chiude la raccolta e cioè in Laudes Francisco, una lode a San Francesco molto bella che vi invito a leggere e dove Elena sembra aver veramente trovato una luce, sul buio della vita e infatti scrive: “Sei luna che rischiara le tenebre della notte…addolcisci il mio passaggio…Dai vigore alle membra stanche e alito di nuova vita alla mia anima…Zattera del mio naufragio, doni pace al mio cuore e speranza di vita eterna.”
Nella poesia di Elena, non possiamo non notare la passione per il narratore e poeta italiano Cesare Pavese, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento, nato a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo nel 1908 e morto suicida a Torino nel 1950. Su Pavese la nostra autrice ha svolto la sua tesi di laurea in Lettere Moderne e gli rende omaggio in questa raccolta di poesie con la prima lirica dedicata alla sua tomba. Ella scrive: “…un giorno ci incontreremo in una dimensione di falchi che si innalzano alti nei cieli…Amarti è la mia gioia”.
Pavese ad un certo punto del suo percorso letterario capisce che il verso può divenire "strumento" del narrare ed Elena, soprattutto nella sua prima raccolta di poesie: “Sonagliere di corallo” fa uso proprio del verso per narrare ciò che la sua anima sensibile le detta, meditando o osservando quanto la circonda. Sono presenti negli scritti di Pavese motivi a lui molto cari e che per alcuni aspetti ritroviamo anche in Elena. Per esempio l'incombente senso di tormentosa delusione per l'esistenza,che Pavese cercò di nobilitare con l'immagine e il racconto; inoltre sono presenti in lui più stati d'animo, impressioni, momenti lirici ma anche momenti in cui si evidenzia il suo disperato soffrire, la vita vista come sofferenza, e il motivo della sofferenza nelle poesie di Elena, come abbiamo detto è spesso presente anche se nella raccolta si accendono echi di speranza, luci che sembrano aprire spiragli sulla concezione dell’esistenza.
Vorrei ricordare che in Pavese l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici «Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno», dice Pavese. Questo perché a mio avviso anche Elena si rispecchia in quanto scritto da Pavese a tale proposito.
Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Elena dal mio punto di vista, si colloca a metà tra la poetica del novecento e quella dell’ottocento, infatti in lei troviamo elementi della poesia novecentesca soprattutto per le tematiche, ma troviamo nello stesso tempo un certo linguaggio romantico simile per certi versi a quello di Leopardi e in alcuni momenti, come Leopardi, Elena anela all’infinito, ne avverte il bisogno, vive l’ansia dell’infinito lo evoca in alcune sue poesie: …Un sibilo di gioia raggiunge l’anima protesa verso l’infinito in cerca d’oblio… e ancora: …Sulle soglie della tua solitudine rincorro ritmi d’infinito... Inoltre a volte è presente in lei, come in Leopardi il senso della stanchezza e della delusione della vita, e del mistero insondabile che la pervade. Elena spesso manifesta nelle sue liriche la delusione, della vita, la paura perché ignara della sorte, è disincantata dall’esistere ma nello stesso tempo però la sua anima vuole creare.
Un’altra analogia vorrei farla, se Elena mi consente e penso la cosa le farà piacere, con un altro poeta che so essere a lei caro e cioè il poeta francese Charles Baudelaire, vissuto tra il 1821 e il 1867, personaggio unico nella letteratura europea per la complessità psicologica e artistica, riconosciuto da "simbolisti" e "decadenti" del novecento, come maestro e caposcuola.
Nelle sua poetica Baudelaire analizza il male fisico e psicologico, mettendo a nudo il profondo sentimento di disperazione che incombe sull’uomo e sul poeta… La sua poesia colpisce prima di tutto per la purezza e l’intensità delle emozioni...Egli, incline al dolore e alla solitudine, si è spesso dibattuto tra il bene ed il male tra Dio e Satana, tra l’aspirazione all’ideale, alla creazione e, di contro, la distruzione, il tenebroso.
Egli vive la propria amarezza con solitudine e introversione: emozioni pure e intense perchè il poeta vive acutamente nel mondo essendone allo stesso tempo dissociato.(Il poeta è sempre un pò colui che si distacca dal mondo).
Dopo Baudelaire l’uomo non può più ignorare di trovarsi in preda all’arbitrio di una legge dissimulata dalla menzogna e dalla violenza.
Lo “spleen”, (“Spleen” è una parola inglese che significa milza, l’organo che, nella teoria degli umori di Ippocrate, secerne la bile nera, responsabile del carattere malinconico); è male esistenziale e fisico assieme; in esso si fondono la noia, l’angoscia e i turbamenti profondi del poeta.
Anche in Elena ritroviamo purezza ed intensità di emozioni come in Baudelaire, ritroviamo il dibattimento interiore e il motivo della noia presente sia in questa raccolta, che nella precedente. Infatti ella la definisce: La nemica mortale e amica dei poeti…mi spinge negli abissi del nulla… dice Elena…La noia è la regina dei miei passi nell’insolito dipanarsi dei momenti…Nei vasti cieli dell’anima vagoli e nel mio cuore…ecc.

Per Baudelaire tra le cose esistono corrispondenze che solo il poeta può cogliere, per cui svelare il segreto messaggio delle cose rappresenta l’unica salvezza al grigiore del vivere quotidiano, ed Elena fa riferimento nella sua poesia al tedio dei giorni che passano, allo stanco trascinarsi della vita di ogni giorno, come abbiamo detto poc’anzi.
Grazie alla poesia, le realtà più banali della natura possono acquistare bellezza ed elevarsi al sublime, questi sono “i fiori” di Baudelaire, e sono elementi di ottimismo in Elena quando per esempio avverte la bellezza del paesaggio che la circonda, quando parla della sua Calabria, quando spera in un nuovo giorno, ecc.
La poesia di Baudelaire è fatta di un alternarsi di passioni contrastanti che ora lo spingono verso l'ideale, ora sprofondano nell'abisso dove si agitano il dolore, il tormento, l'opprimente noia che offusca l'anima e genera il disgusto, lo spleen.
Quindi anche in Elena troviamo egregiamente alcuni tra i motivi presenti in Baudelaire.

Vediamo ora Lo STILE DI ELENA
Se nella prima raccolta: “Sonagliere di corallo” la poesia della nostra autrice è più racconto, narrazione e soffusa malinconia, il verso è strumento del narrare, espresso in un linguaggio e in uno stile a volte più semplice e diretto ma non per questo meno efficace, in quest’ultima raccolta: “L’ora blu”, i versi diventano spesso colloquio con se stessa, riflessione, percezione, espressi in un tono ancor più elegiaco e con un linguaggio forse più ricercato, sublime, “alto”. Quindi prima era più diretta come linguaggio, ora è più evocativa, il linguaggio è, più letterario, d’altronde, l’intensità dell’ispirazione poetica determina la maturità espressiva e richiede un linguaggio adeguato ad esprimerla. Inoltre nella prima raccolta, alcuni concetti erano abbozzati, ora sono evidenti.
Prima di concludere, vorrei ricordare una suggestiva definizione di Cesare Pavese a proposito della poesia: “Comincia la poesia quando uno sciocco dice al mare ‘Sembra olio’. Questa frase, non è affatto una più esatta descrizione della bonaccia (della calma di vento e di mare, del sereno), ma il piacere di avere scoperto la somiglianza, il solletico di un misterioso rapporto, il bisogno di gridare ai quattro venti ciò che si è notato”.
E il poeta attraverso la poesia è proprio colui che NOTA, PERCEPISCE le cose in maniera spesso sublime.
E l’espressione di Pavese penso calzi alla perfezione per la nostra poetessa di Torre di Ruggero Elena Bartone, poetessa per gusto ma soprattutto per esigenza, perché la sua poesia nasce dalla sua anima dal suo essere ma anche dalla sua ratio, dalla ragione. Cosa sarebbe la mia vita senza poesia…dice Elena, …Mi sussurra parole d’infinito quando al crepuscolo si schiudono i gelsomini…Mi ricolma d’oblio quando nell’attesa del domani ricompongo le sconfitte delle sorti e riprendo il mio cammino...E con quest’ultima frase piena di speranza concludo.
Sono sicura che queste splendide poesie potranno regalare a quanti le leggeranno, attimi d’intensa riflessione.

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