IQBAL MASIH

Fu vita? Debordaron violenze
Nei brievi sospiri di libertà
E fu quasi ancestrale il soffio
Che il viso sfiorò ma
Man prava ignota deturpò

 

PANTEISMO

Poesia è legge che
Mille brividi d’emozioni regola

Poesia è diversità
Travolge il pregiudizio

Poesia è potere
Smuove la filosofia

Poesia è moto
Desta l’anima

 

L’ERA DEI PROFONDI GHIACCI

Solo son certo che certo è niente
Pare d’essere un segreto muto
Tra gli ultimi veli delle ninfe pure morenti

 

AMORE DI FILOSOFIA

Sillogismo vivi in pensieri miei
Mentre il mondo in sofismi si perde

Tu sola agiti
-col calore delle mani cha si poggian sul cuore-
L’atarassia

L’ecpirosi degli occhi tuoi segna
Il limite d’ogni mia volontà

E do alle chine del pneuma alle discese
Le gioie irrequiete

 

CHIESA

Pure il peccato
Nell’almo porto approda
Spinto da deboli carni

 

LA MIA ESISTENZA

Il seme brulicante di peccati
Traccia la strada del destino;
consapevole del cristallo
che splende, discendo nelle tenebre,
Ogni passo segna l’aumento
Del pesante delirio.

Anche adesso giungerà
La quiete dopo la tempesta?
Il mostro lacera l’anima mia e
Alla deriva giace la mia rabbia.

Quel folle pensiero distrugge
I meandri della ragione.

E il tempo nella sua incolmabile corsa
Ruba gli aneliti più profondi.
Colse l’anima, addormentatasi
Nelle sordità delle vivificatrici
Scintille di dissapore,
l’immonda bestia.

Ma tra i tanti demoni
Che attanagliano il cuore
Ce n’è uno che strazia le membra,
molesta lo spirito senza addentare,
satura le mie urla: il tedio.
Ad un passo dall’abisso sospiro,
come un primaverile fiore
in assenza di vento!

M’incammino verso profondi cunicoli,
ed un salvifico sussurro dall’abisso.
Sempre martirizzata è l’anima.
Nel girotondo di aride esistenze
L’inferno pare lontano.
Ma vivere nella confusione è inferno.

Un’oscillazione di onde vitali
Mi sconvolge.

 

UNA FARFALLA IN VOLO

Leggiadro bacio d’ali
Che pensieri di volo all’eterno
schiude

 

MAGARI

Pietra
Così
Incontaminata
Sorda
Muta
Funestata

Ma
Membra
Così
Contaminate
Vive
Esortate
Mote

 

VICINO AL FUOCO

Il calore m’inebria d’inverno,
era novembre.
Segna il passo la neve.

 

LA SOFFERENZA DI ODISSEO

Eravamo soli angeli senza ali.
I proci insidiavano il tuo cuore,
mentre piangevo sul nostro amore.

La nostra unione fu il più elevato delirio:
io l’intrepido viaggiatore
tu la fedele spettatrice.
Non ho ali per volare, continuo a navigare
Nel mio patire.
Varcavo la soglia della lontananza e
Mi colpiva l’ennesima reminescenza.

Eravamo soli angeli senza ali.
I proci insidiavano il tuo cuore
Mentre piangevo sul nostro amore.

Il rovello segnava il tuo nome in questo mare
Di sventura gioia compagni e battaglia.

Hanno insidiato il nostro amore i proci
Ora voltati! Sono qui!
O mia fonte
A cui attingo per riemergere
Dal mio patire.

O mia Penelope dovetti partire
Perché fatto non fui per viver
Come bruto, ma per seguir virtude e conoscenza.

 

LA LETTERA DI OSCAR WILDE

Vittime dell’ottuso tempo.
Tacciamo le verità
Per timore del giudizio.
Così fui così sono e sarò!
Per il bacio dannato mi
Ritrovo a vorticar tra
Quattro spesse mura.
O quanto fango sul nome
E sull’arte, mio amor!
Nella melma il nostro figlio
Che la natura partorì
Si fa strada;
e sempre si farà strada
finché lo vorrai lo vorrò.
Mi strugge la tua assenza,
ripensando ai nostri
attimi di fuoco,
ardo…ardo
al sol pensiero di perderti!
O mio amor!
Non lacrime ma sangue dagli
occhi miei.
I tuoi battiti rendono
lievi questi grandi massi.

 

SGUARDO D’INSIEME PRIMO

Di mali trame
Si fittiscono in animo
Da angosce di sempre
Mensurate

Benigne trame
Si fittiscono in animo
Da pienezze vane
Mensurate

E monotonie di
Di tempi di grigio
Sfumati

 

ABRUZZO: 06/04/09

Scosse inondavano ricordi
Devastati ormai.
Ma in un tulipano appassito
andava morte
e caldo sole veniva.
Intano del dolore il tanfo
Si spendeva tra le macerie.

 

ISPIRAZIONE

Un lampo che ogni dove e quando
Coglie e realtà in mirabile miraggio Strazia
Divien sibilo e dal mar trabocca

 

EVOLUZIONE

Il mondo con articolate macchine va

Ma nei cuori semplici
Il battito dell’infinito

Lucenti vie del lontano

Ma nei cuori semplici
Il battito dell’infinito


MORTAL FERITA

In balzo maligna tigre
Le verità che in cuor mio risiedon
Addenta
Ed il ruggito scuro
Zittisce l’idilliache ore di pace
Di nuovo un balzo nel sangue
Che casca dai feriti versi

                                                                 SUPERBIA

Quante belle curve sinuose adornano il mio corpo perfetto! Da fare invidia a Cleopatra, che per combattere il tempo si spense, io non ne ho bisogno: lo strazio io il tempo, non mi lacererà!
Lo specchio ritrova il suo splendore nel mio riflesso! I refoli esaltano la mia bionda chioma, le mie esili e nobili carni, inneggiano al colore blu dei miei occhi: sono l’immagine archetipica della perfezione! Io sono!
Nulla più respira se io non voglio: sono la vita e la morte: sono il termine fisso d’equilibrio in quest’universo di follia!
Lavoro in banca, ho denaro in quantità, ho il motore immobile che smuove tutto!
Quant’è stolta tutta questa gente che cerca sogni, fede, e si ritrovano sempre a strisciare come elminti nel fango della povertà!
Meglio che mi distenda, l’ora è già tarda!.

Eccomi a te, cara mattina, decantate all’unisono la mia bellezza, volatili di poco conto!
M’inebrio di sole mattutino!
Da tempo immemore, Luciana si crogiolava nella culla delle sue vanità.
Una volta, narro di dieci anni fa, era una scrittrice di successo; ma la tentò il tedio, che pose fine ad ogni stravaganza della’anima sua: divenne un umanoide, un essere per metà umano e per metà composto di banconote. Il cuore le batteva per inerzia.
Eccola lì, dal profumiere, sempre in cerca dell’oggetto più esoso.
Caro profumiere, di cosa disponi oggi?
Veramente, signora, il mio tempo si è esaurito nei consueti problemi di famiglia…
Cosa vorresti dirmi?
Vorrei dirle che…insomma, non ho potuto effettuare nuovi acquisti nel corso della settimana, e non ho nuovi articoli da proporle…ecco tutto!
Profumiere da poco conto, ignobile, vile, uomo immondo. Ma quale stupido nume ancora ti tiene in vita?
Così, diede congedo al povero profumiere, mortificato ed imbarazzato al tempo stesso: non tanto per le parole che ella gli rivolse, ma per la presenza di altri clienti.
Ora, lei, in strada, passeggiava libera da ogni sguardo, poiché delle sue amicizie rimasero solo poche tracce. Eh si! Nei suoi occhi pulsavano i versi della felicità divina qualche anno fa, ma rimasero solo le divinità prosaiche!
Aveva persino dimenticato l’arte dell’amore, non aveva nulla più nel cuore, tranne l’indifferenza verso l’umiltà.
Arrivano le nubi dai paesini limitrofi, pioverà sicuramente. Devo ripararmi, altrimenti quest’irriverente temporale rovinerà la mia splendida chioma! Saranno sicuramente state quelle vipere delle vicine ad evocare le nubi tempestose!
Con tali pensieri, immondi, si avviò verso la sua dimora.
Le trascorrevano negli occhi le luci delle auto, gli sguardi dei barboni, l’innocenza delle povere creature saltellanti d’ingenuità! Eppure anche ciò le era indifferente, incredibilmente indifferente!
Giunse presso la sua dimora, e giunsero pure gli ultimi chiarori della sera ad illuminare le ultime vanità di Luciana; la quale decise di recarsi in uno di quei locali lussuriosi, ove si esibiva in danze invereconde da diversi mesi: perché? La solita smania di voler mostrare delle sue onde tumultuose, in cui gli sguardi libidinosi del popolo maschile si perdevano senza ritengo e senza pudore: d’altronde il suo corpo ormai era privo di veli che potessero rischiarare le sepolte scintille di castità ancora presenti in lei.
Trascendevano il cosmo gli anni, i lustri ed i decenni: oramai affioravano le prime rughe sul corpo un tempo perfetto della non più giovane donna.
Un giorno come tanti, avvertì un malore di natura ignota, mai una simile ombra l’aveva addentata: si sentì mancare, come se il vento, invece di carezzarla, la portasse con sé , le rubasse le forze! Tutto decadeva, all’interno ed all’esterno! Tutto sembrava divenire vacuità.
La donna prese il partito di andare a sottoporsi ad una visita:
Dottore, allora cosa sa dirmi?
Come le devo dire… non saprei…
Cosa è successo?
Dagli accertamenti è emerso che…
Cosa dottore? La scongiuro, parli subito o non risponderò più dei miei moti!
Allora, io ho rilevato la presenza di un carcinoma, ecco tutto!
Beh dottore, oggi si può guarire da queste patologie, vero?
Si, ma il problema è che la sua massa tumorale è in uno stato avanzato… sarebbe una follia tentare una qualsiasi cura, ci sarebbe voluto qualcosa di propedeutico! Ma purtroppo…
Oh no! Quanto mi resta da vivere ancora?
Credo, meno di una settimana… mi dispiace molto!
Cosa?!
La donna cadde in un baratro di lacrime: tutto le pareva vorticare, vedevano i demoni dell’inferno danzare attorno a lei con fare minaccioso, le pupille del dottore si fusero con le sue.
Il sole la penetrò veementemente, senza pietà, si sentì nuda, priva di fragranze ossequianti che saturassero la sua vanagloria!
Da quell’istante, i minuti celebrarono la loro corsa: arrivò in tono solenne il suo ultimo dì di vita: fece chiamare il parroco, affinché esplicitasse tutti gli onori funebri.
Dimmi figliola, cosa chiedi a l Signore nostro sul punto di morte?
Di farmi sedere accanto a lui in paradiso, ché gli angeli dovranno contemplare anche il mio sarcofago regale!
O figliola, il delirio ti pervade! Chiedi perdono per la tua superbia prime che sia troppo tardi!
Anima dannata fallo! Non aggiungere altri peccati ai tuoi macigni!
Ma Luciana, andò via così. Portandosi la leggera gravità della sua vanità, che l’aveva resa schiava di un corpo oramai logorato e baciato dalle labbra di Belzebù!

 

                                        LA SOFFERENZA INSEGNA A GIOIRE

Un rantolo improvviso. Chi mai s’aggirava in quel giardino a quell’ora tarda?
Gertrude si amalgamò come presa da un profondo stupore, la cui causa fosse celestiale. Chi mai s’attardava in quel luogo? Forse, la sua mente, con l’avanzare dell’età, difettava nelle percezioni.
Un miagolio di felino furente oscillò presso il suo udito.
Intanto la pioggia fitta accecava e modulava i suoni minimi, quindi era ancor più attanagliata da sgomento.
Si destò all’alba: il sole inondava le ultime tenebre ed i chiarori trascendevano i vuoti tra i sogni sordi e nascituri, intanto le nubi nitide e frastagliate s’appressavano al cielo, ancora madido di notte: lei contemplava l’idillio d’indicibile bellezza, si destava ogni mattino trenta minuti prima che incominciassero i suoi uffici, affinché le pupille potessero celebrare la libertà in quei piccoli sprazzi d’immoto. Prima di prepararsi si recò in giardino ove vide profonde orme, probabilmente due felini o altri animali simili si erano scontrati: come nella sua anima si battevano le malinconie per giungere alla quiete.
Ora abbandonava la sua dimora mentre i suoi dieci fratelli ancora ronfavano. Era una donna alta, pareva della Caria, con i suoi capelli chiari che esaltavano la face dei suoi occhi azzurri, che ardevano nel ricordo del marito (perso in un incidente automobilistico). Il suo corpo esile era costretto ad essere sottoposto a lavori estenuanti in una zolfara dalla morte dell’amato coniuge. Lei era la sola colonna portante della famiglia: i genitori erano oramai troppo senili per faticare, mentre, le tre sorelle ed i sette fratelli erano troppo pigri.
Il suo sogno era laurearsi in lettere, ma non poté. Il tempo volava inevitabilmente.
Oltre lei, altri sei uomini lavoravano nella stessa miniera. I pregiudizi era infinitamente immondi: si ritirava sempre con il cuore accecato dal dolore! Eppure, per amore dei suoi cari, devastava anche gli spasmi abnormi.
Appena giunta sul posto, non vi trovò nessuno: il luogo era desolato. Senza che la sua volontà desistesse, prese gli arnesi da adoperare e si mise al lavoro: era completamente assuefatta agli sforzi estremi.
Quel giorno, però, v’era qualcosa d’insolito nell’aria, aleggiava un odore d’inquietudine. D’improvviso, si sentì stringere da due mani forti all’altezza delle spalle, poi una bocca carnosa si posò sul suo corpo, la chioma ignota carezzava la cute tenera della donna, le gambe maschili e villose lambivano i suoi polpacci: il contatto l’alterava. Tentò di svincolarsi, invano.
Altre due mani le strapparono le vesti e lei rimase nuda come un fiore di loto sullo stagno. Così, i polpastrelli incominciarono a trascorrerle lungo le curve, fino ad infuocare i suoi sensi femminili, da tempo assopiti. Piangeva, ma il suo pianto fu sommesso agli orgasmi delle fiere che la deturpavano. La prigionia durò dieci minuti, dopodiché si trovò sola e nuda, senza vestiti né dignità né pudore: era un lombrico che strisciava nel peccato (se colpa fu, dato che lei fu solo l’oggetto dell’atto e la sua volontà era assente).
Riuscì ad alzarsi solo dopo molte ore di svenimento. Si raccolse e si posò nei pressi di un masso enorme, lì s’abbandonò al sonno, non tornò a casa. Come avrebbe potuto disonorare la sua famiglia con tale notizia? L’avrebbero cacciata e si sarebbe trovata a vivere lungo i marciapiedi, senza niente di cui cibarsi. Come fare allora?
Pensò forte: ” No non dirò nulla continuerò a lavorare dopotutto il lavoro è tutto ciò che di buono posso fare nella vita spero solo che questa ferita sani subito”.
Ritornò a casa, giustificando la sua assenza con degli straordinari inaspettati.
Con più rabbia in corpo del consueto e l’indifferenza dei suoi familiari, seguitò il continuo vorticare della routine quotidiana.
Il giorno lavorava, tornava la sera: il tedio dell’impotenza imperava incontrastato nella sua anima. Non v’era soluzione a quei fugaci attimi di delirio. Eppure, sentiva che avrebbe potuto trovare una fuga: avrebbe voluto fuggire da quella realtà che non le apparteneva, che non rispecchiava la sua brama (ormai appassita) di crescere. Ma non sapeva come. A quarant’anni già si crogiolava nelle braccia della resa.
Decise finalmente. Prese partito senza riserve o false ipocrisie.
Lasciò l’abitazione, avvolse in un fazzoletto tutti i suoi cenci. Andava via! Dove? Non si sa! L’essenziale era scappare!
Così si ritrovò sola. Nell’arsura del crepuscolo assetato di sogni che facessero da sottofondo per le stelle imminenti alla venuta.
Ma nel suo cuore non v’erano sogni, né pensieri benigni, né riflessioni profonde che la ergessero dalla sua condizione. Era incatenata dalle forze della miseria, perché la fantasia non fiorisce negli spiriti umili, ma in quelli feraci!E la sua non era certo sull’orlo della nascita, purtroppo! S’era arresa!Non sperava più!
Tutto era volato via!
Lei sola rimaneva di un tempo avido.
Corrose la sua vita (o quel che ne restava) viaggiando per il mondo. Il danaro? Lo ricavò elemosinando e lavorando nelle varie miniere delle diverse città o improvvisandosi lavavetri o svolgendo pulizie nelle case delle famiglie agiate.
Si! Visse! Assaporò l’essenza, la sentì sulle sue labbra!
La libertà fu il dogma della sua vita.
Dopo anni di sofferenze, spuntò il sole sui continui tramonti delle sue idee.
Venne l’alba.

 

                                                                     INVIDIA

L’uomo ha sempre nutrito, nelle profonde viscere, la brama di elevarsi al di sopra della comparazione. Da sempre. Ogni essere cerca di superare il proprio limite: spaziale o temporale che sia. Tutto inevitabilmente è stagliato dal limite, persino Dio (per certi versi): infatti, noi suoi figli non riusciamo ad essere consapevoli della Sua essenza, quindi non riusciamo a vivificarlo nel pensiero terreno, e Lui non può esistere pienamente in esso. Non può farLo nella pienezza dell’Essere, perché siamo semplicemente infimi.
Taluni uomini, però, si sono mossi con doti eccezionali, varcando le soglie dell’immensità spirituale o corporale . Ed altri, hanno continuato a respirare mediocrità, invidiando chi fu colpevole solo di estro.
Caro lettore, per intenderci meglio, voglio narrarti una breve favola:

C’era una volta una cornacchia, che voleva volare alto, sopra ogni cosa, anelava di sovrastare le futilità terrene. Il motivo? Essere denominata principessa dei volatili.
C’era pure una rondine, piccola, esile, con le ali che non riuscivano sostenerla controvento. Essa era tremendamente invidiosa della cornacchia, che volava nettamente più in alto . Decise un giorno di sfidarla per placare la sua invidia.
“ Dimostrami quanto vicino al sole sai volare!”- le disse la rondine astutamente. Così, la cornacchia si elevò ad un’altezza indicibile, tanto che un raggio di sole le trafisse gli occhi, perciò perse i sensi e precipitò su una rupe e morì.
Morale della favola: Talvolta, l’invidia,se accompagnata da stupidità o arroganza, non uccide chi la coltiva, ma chi possiede la dote desiderata.

Ora m’intendi meglio?
La vita è così: le doti vanno mantenute strette, non sperperate in inutili dimostrazioni: per essere non si necessita di apparire!