Tiziana e le sue origini
Tiziana, impegnata in un dottorato di ricerca all’Università di Catania, riceve un telegramma dal notaio Roberto Consoli del suo paese natìo. Si deve procedere alla lettura di un atto, deposto da Francesca Patti, sorella del papà di Tiziana presso il suo ufficio notarile.
Tiziana si ritrova unica erede dell’antico palazzo dove sono vissuti i suoi antenati, dal trisavolo in poi. Quella casa era rimasta alla zia Francesca perché nubile. Lì si riunivano tutti i parenti per i pranzi natalizi e pasquali e la zia ne approfittava per mettere in mostra le tovaglie di lino con il pizzo di Cantù e con ricami pregiati e i servizi di piatti di fine ceramica. Apriva il salone con il soffitto, affrescato da un prestigioso pittore, con un salotto a stile impero e con vetrinette dove esponeva i soprammobili che i suoi genitori avevano ricevuto in regalo per le loro nozze e tutta l’argenteria di famiglia.
Quella casa le è familiare. Lei era l’unica nipote e a lei la zia aveva rivolto tutto il suo affetto.Le aveva parlato degli antenati e delle origini della loro famiglia. Erano racconti lunghi e appassionati, ma non le aveva mai mostrato una foto o un documento. Tiziana , spinta dalla curiosità, inizia così a guardare e trova indumenti molto diversi da quelli attuali, che la fanno sorridere, anche se ritiene che siano molto belli. Continua le sue ricerche e in un cassetto scorge una scatola di latta, dipinta e legata da un nastro verde. Incuriosita, la apre, ci sono delle vecchie foto ed inizia così a guardarle attentamente.
Sono quei documenti storici che cercava. Nella parte posteriore di ciascuna foto c’erano scritti i nomi e le date. Ecco la foto dei due fratelli, Angelo e Salvatore, che avevano abbandonato un lontano paese delle Madonie per trasferirsi in un paese dei Nebrodi in cerca di fortuna. In quella foto Angelo e Salvatore erano imponenti, sicuri e dall’aspetto fiero e cavalcavano due giumente.
Dai racconti di zia Francesca aveva appreso che i due fratelli possedevano un gregge, cinquecento cavalli ed una mandria e che avevano un’azienda agricola molto estesa. Davano lavoro a molti, portando benessere in quel piccolo paese dei Nebrodi.
Erano rispettati da tutti per la loro generosità, per la loro saggezza, per la loro intelligenza e intraprendenza ed erano considerati un buon partito per tutte le ragazze di quel paese.
Salvatore scelse come sua sposa, Rosa, ragazza di ottima famiglia, molto fine ed intelligente.
Tiziana continua a guardare tutte quelle foto con ammirazione, ma ad un tratto si commuove. Ecco tra le sue mani l’incantevole foto delle nozze dei suoi bisnonni e dei loro invitati con i costumi dell’epoca.
Che meraviglia quando trova la foto delle nozze dei suoi nonni, Giovanni e Serafina ! Continuando, guarda con gioia la foto dei nonni con zia Francesca piccolina e suo padre ragazzino. La nonna indossava un vestito lungo elegantissimo con uno scialle di seta ricamato, il nonno un vestito nero di velluto, la zia Francesca aveva le treccine con due fiocchetti e suo padre era vestito come un ometto.
Guardando questa foto, ricorda la triste disavventura di nonno Giovanni, preso di mira dai briganti, uomini terribili, che sconvolsero la sua vita e quella dei suoi cari.
Erano come belve feroci, senza coscienza. Un brutto giorno legarono il nonno e tre operai al tronco di un maestoso albero e gli rubarono il gregge e la mandria. Rimasero legati per un giorno ed una notte e furono liberati dai parenti, preoccupati della lunga assenza del nonno. Non contenti, i briganti continuarono a derubarlo e stavano per lasciarlo sul lastrico.
Così il nonno disperato, preso tutto il suo coraggio, andò a denunziarli perché conosceva bene chi erano i suoi aguzzini. Due di quei maledetti, a viso scoperto, andarono di notte a minacciarlo in modo perentorio. Se non avesse ritirato la denunzia, sarebbero scomparsi lui e tutta la sua famiglia e sarebbe scomparsa anche lei, la sua dolce nipotina, che era la sua vita e la pupilla dei suoi occhi.
Così quel galantuomo del nonno fu costretto a vivere con quel poco che quei maledetti gli lasciarono, pur di salvare i suoi figli e la sua nipotina.
La zia Francesca le aveva sempre parlato di questa triste storia della loro famiglia con amarezza e aveva sempre decantato con orgoglio l’onestà, l’intraprendenza e la laboriosità dei componenti della loro famiglia.
Avevano perduto tutte le loro ricchezze, ma non la loro dignità.
Ora Tiziana ha un impegno morale verso se stessa e i suoi antenati: conserverà quella casa così come l’ha lasciata la zia Francesca per far conoscere, un giorno, ai suoi figli la storia della sua famiglia di origine che con onestà ha saputo ricominciare e conservare l’antico rispetto nel suo paese.
Entrando nella stanza da letto, rivede la poltrona della nonna, divenuta paralitica all’età di cinquant’anni e poi man mano incapace di intendere e di volere.
Era un dramma la sua vita.
Nonno Giovanni, costretto a dormire nella stanza del figlio Alfredo, il papà di Tiziana, ogni mattina e ogni sera andava a salutare la moglie e a baciarla. Rimase sempre innamorato di lei e spesso l’ accarezzava con dolcezza, come se fosse una bambina.
Tiziana riapre le imposte della stanza di suo padre e in un armadione di legno massiccio intarsiato ammira i vestiti che indossava da giovane e scopre uno scatolone legato, per non dire quasi sigillato, dove erano ben custoditi: giocattoli , trottole di legno, cordicelle, fionde, quaderni e un diario e poi, in una busta, le lettere d’amore, scritte da sua madre a lui.
Sua zia Francesca era una donna meravigliosa: aveva custodito gelosamente tutti i ricordi di famiglia. Dopo aver percorso un lungo corridoio, Tiziana si ritrova in quella cucina stupenda e spaziosa con un grande tavolo di legno pregiato, adornato da un portafrutta in ceramica. Ci sono la cucina in muratura, rivestita in ceramica, un forno di pietra, appese ad un telaio pentole di rame, ben lucidate, di tutte le misure e una credenza, dove son riposte in ordine tazze, piatti, damigiane di creta, in cui venivano conservati olive bianche e nere, pomodori, peperoni, carciofi essiccati al sole e piattoni di creta smaltati e dipinti.
Quella cucina era il regno della nonna e poi della zia Francesca. Era veramente il focolare domestico della famiglia ed ora si potrebbe adibire a museo della vita quotidiana dei tempi antichi.
<< Perché no ? >> pensa Tiziana e questa idea viene rafforzata nella sua mente nel controllare tutto il pianterreno. Rimane a bocca aperta perché lì c’è tutta la storia della vita contadina dal Settecento in poi : vomeri, zappe, carriole, campane d’appendere al collo delle mucche e degli ovini, selle, alcune adornate da fiori e fiocchi di stoffa colorata, carrozze eleganti a due posti, altre a quattro posti, carretti siciliani molto belli, un antichissimo frantoio, oggetti in legno leggero, utilizzati per misurare cereali e farinacei, delle anfore in zinco, usate come misure di capacità, giare dove veniva conservato l’olio, botti per il vino, panieri in vimini e di canne e tant’altro.
Erano oggetti da conservare, anzi da esporre in un museo.
Un’idea grandiosa balena nella mente di Tiziana !
Lì c’è un patrimonio di grande valore da far conoscere ai giovani di oggi e a chi viene in Sicilia.
Quella sua casa diventerà un museo.
Un velo di tristezza
Il cielo di Milano è cupo, l’aria irrespirabile, il traffico caotico ed Ester pensa alla sua Sicilia, al suo mare, alle sue montagne verdi, al suo cielo azzurro con un sole splendente. Pensa alla sua casetta, al suo piccolo paese natio ai piedi dell’Etna, ammantata di bianco, ma sempre calda nelle sue vene e nel suo cuore.
Nella sua graziosa casetta ancora vive la sua mamma che, sebbene anziana, la tiene sempre linda, pulita e ordinata. Pensa a quel balconcino della sua stanzetta, ornato con piante sempre-verdi e con un bellissimo geranio rosso, dove lei se ne stava sempre, da piccola, ad aspettare il suo babbo che tornasse dal lavoro. Con lui si divertiva tanto: era il suo compagno di giochi. La chiamava principessina e la colmava di baci.
Un pomeriggio d’autunno quella felicità svanì nel nulla. Lei se ne stava lì, sul balcone ad aspettarlo, ma stranamente non arrivava. Il cielo diventò scuro e l’aria frizzante e la signora Giulia, la mamma, le propose di entrare a casa, ma Ester non volle e rimase lì ad aspettarlo. Intanto qualcuno bussò alla porta, la signora Giulia accorse e, dietro a lei, Ester, ma il babbo non c’era.
C’erano due carabinieri, che dissero : << Ci dispiace, signora, darle una notizia triste: suo marito ha avuto un brutto incidente. Purtroppo è deceduto>>.
La signora balbettò: << No, no, non è vero! Non è possibile>> e poi, come impietrita, rimase senza parole.
Ester era piccola, capì che qualcosa di terribile si era abbattuta sulla sua casa. Intanto fuori pioveva a dirotto e si scatenò un terribile temporale con lampi e tuoni. Anche il cielo piangeva così come la mamma e la sorella di Ester, Olga.
La sua casa si oscurò. Per tutta la notte non si dormì: arrivarono parenti ed amici.
Tutti cercavano di proteggere la piccola Ester, di distrarla in mille modi. Ester non capiva del tutto, pensava alle parole di quei signori in divisa, a tutte quelle stranezze, ma continuava ad aspettare il babbo e per giorni e giorni andò su quel balcone ad aspettarlo. Aspettava il suo papà, il suo amico papà per buttarsi fra le sue braccia, per stringerlo forte forte, per giocare con lui, per ricoprirlo di baci, per ridere.
<<Mamma, quando torna papà?>> le chiese Ester dopo un po’ di giorni e la mamma così rispose:
<< Papà non tornerà mai più: è in cielo. E’ un angelo e ti guarda da lassù>>.
Col tempo Ester capì che il suo papà angelo non sarebbe mai più ritornato, ma lo sentiva vicino al suo cuore.
Andava sempre nel soggiorno dove alla parete bianca era affisso un grande quadro con la fotografia del babbo e lei guardava i suoi occhi buoni, grandi, dolci, che la seguivano nei suoi giochi e nella quotidianità delle sue azioni. Il soggiorno era diventato il suo angolo preferito e al babbo raccontava le sue gioie e le sue difficoltà. Quel suo profondo sguardo ha infuso sempre coraggio ad Ester nelle sfide più difficili della sua vita.
La signora Giulia ha tenuto sempre viva la memoria del padre nella mente e nel cuore della figlia, raccontandole episodi e situazioni felici di vita familiare.
Le ha raccontato che suo padre era orgoglioso di lei perché somigliava tanto a lui, perché era una bimba bella e forte, perché, a volte, era un po’ goffa e di una innocenza unica con la sua vocina e le sue richieste.
Una volta, mentre Ester saliva la lunga scala della casa dei nonni, appoggiandosi con le mani, si ritrovò con una formichina su un dito e cominciò a urlare per la paura. Tutti non capivano il perché, lui la prese fra le sue braccia, e subito si accorse della formichina sul suo ditino, gliela tolse repentinamente e, per incoraggiarla, rise così tanto da far ridere anche lei.
Mentre era militare, da una lettera che gli inviò la moglie, apprese che la piccola Ester stava molto male. Tempestivamente rispose esortandola a provvedere con le migliori cure del caso, spendendo anche tutto il denaro che possedevano perché la sua bambina era il bene più prezioso della sua vita.
Ester l’ ha sentito sempre vicino a sé nei suoi successi scolastici e lavorativi e nelle sue scelte di vita.
Alla cerimonia delle sue nozze e ai festeggiamenti parteciparono tutti gli zii, ma lui non c’era e lei nel suo cuore aveva una felicità, velata di malinconia.
Son passati tanti anni da allora, Ester è diventata mamma di due meravigliosi bimbi, ma lui non ha potuto provare la gioia di essere nonno.
Lui dal cielo ha sicuramente vegliato su di lei e si è accorto che la sua prediletta figlia stava per abbandonare per sempre i suoi figli e il suo amato compagno. Ester è convinta di ciò perché ha sentito il suo angelo papà che ha guidato la sua mano per farle notare quel male e per spingerla a provvedere celermente.
Lui l’ ha salvata per lasciarla ancora vicina alle persone più care della sua vita, per lasciarla su questa terra meravigliosa, per poter ammirare l’azzurro del suo cielo e il verde dei suoi campi, per poter vedere ogni primavera rifiorire i mandorli e sentire il profumo di zagara che si spande nell’aria mite.
Ora Ester è cresciuta, ha percorso diverse esperienze nelle diverse tappe della sua vita, ma nella sua mente è rimasto impresso quell’incubo, che ha sconvolto la serenità della sua famiglia e nei momenti di gioia e di felicità un velo di tristezza riaffiora ancora nel suo cuore.
Mentre rievoca questi ricordi della sua vita, squilla il telefono.
Solleva la cornetta e chiede: << Pronto, chi parla?>> e subito giunge una voce dolce, ma stanca: << Sono la tua mamma>>.
E poi una richiesta: << Vieni, ritorna in Sicilia. Mi sento sola. La casa è vuota senza di te!>>.
No, non può più rimanere lontana dalla sua mamma che negli ultimi anni della sua vita ha bisogno di lei, del suo aiuto e del suo affetto; da quella deliziosa casa che il suo papà ha costruito con il suo duro lavoro e con tanti sacrifici per la sua famiglia; dal suo paese natìo, dai suoi parenti e amici più cari.
Prende così il primo aereo per rimanere per sempre accanto alla sua mamma e per rivedere gli occhi dolci e buoni del suo papà in quella fotografia, appesa alla parete bianca del soggiorno.
Sarà una scelta migliore per sé e per i suoi figli. Potranno respirare un’aria pulita in una terra dove il clima è sempre mite come in una perenne primavera, dove la vita è a misura d’uomo, dove potranno crescere con alti valori umani e sociali, che sono l’unica ricchezza che distingue l’ uomo in questa nostra società.