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NUMERO DI APRILE 2009
ANGELA BRUSA, IL COLORE DELLA VITA, Genesi Editrice 2004
La silloge è pubblicata da “Genesi Editrice”. È un’ampia raccolta di poesie –
centonovantatré – che rivelano il suo estro poetico. Il suo sentire si altalena
nella dicotomia sogno-realtà.
Anche se vive la sua vita nel reale, si astrae nell’immaginario: parla dei suoi
viaggi concreti, ma anche dei propri cari ed ancora dell’amato bene nell’alterna
vicenda, appunto, tra fantasia e vissuto. In tutte le poesie, in versi liberi, è presente una grande sensibilità poetica, che si estrinseca nella descrizione,
o meglio osservazione, sia della sofferenza che della gioia. La sua è poesia
autentica, vera, dalle forme lineari. La Brusa è alla sua prima opera, ama
l’impressionismo francese e il novecento italiano. La raccolta ha come soggetto
l’amore umano. Versi in rima, dove la rima viene usata per lo più per
imprimere forza ai concetti.
IAGO, IL MOSAICO, Aletti Editore 2008
Pubblicato con Aletti Editore è un testo narrativo con una serie di undici racconti,
tutti pieni di originalità e grande senso di umanità. A prima vista sembrano
un po’ astrusi, ma a guardare bene si tratta di temi, di casi, di situazioni,
di osservazioni quanto mai veri, anche se appaiono fuori della quotidianità.
La forma è appropriata e molto piacevole a leggersi, la scrittura addirittura
coinvolgente.
IAGO, IL DIFETTO, edizioni il Filo 2008
Il libro, pubblicato con Il Filo è costituito di 69 poesie. Queste sembrano
molto particolari per la loro espressività un po’ originale ed isopsistica, ma
contenenti profondi significati. In qualche lirica compaiono quartine, versi
omosillabici, assonanze e metonimie, sinestesie che nulla tolgono all’ispirazione.
Talvolta il poeta si immedesima nel serpente, altre beffa l’ipocrisia cui l’uomo non riesce a liberarsi, in un mondo basato sulla vacuità delle parole.
La forma a volte si presenta tradizionale, aulica, altre si avvale dell’invenzione
di nuovi neologismi. Il lavoro risulta molto simbolico ed avvincente.
Non è nuovo nel mondo della letteratura per aver pubblicato svariati testi e
per aver vinto vari premi letterari.
PASQUALE INDULGENZA, L’ORA OPPORTUNA, edizioni il Filo 2007
Indulgenza ha pubblicato la silloge con “Nuove Voci”, “Il Filo” e con il sottotitolo “Canti del cerchio ermetico”. È un gruppo di 75 poesie nelle quali
viaggia nel mondo della mente e del cuore. In esse percorre tratti della sua
vita in un immaginario cosmico di grande respiro, che si manifesta nell’evocazione
delle visioni del mare ligure, S. Martino al Vomero, della propria
terra, della madre e del padre, dei suoi trascorsi, dei panorami estivi.
Nel fondo ogni poesia contiene osservazioni manipolate nel crogiuolo
della riflessione filosofica. I versi sono senza rima, ma molto espressivi,
anche se ermetici nel contenuto. “L’ora opportuna” è la sua terza opera in
versi.
STEFANO LODI, QUALCOSA È CAMBIATO, Montedit 2005
Il poeta espone in un breve libro una raccolta di poesie in endecasillabi e
settenari, dimostrando una sua erudizione classica, che plasma in versi musicali.
Ama narrare le sue esperienze sentimentali di vita vissuta, spesso negative,
in maniera poetica, ma anche accessibile a tutti, ottenendo un risultato
molto apprezzabile nelle varie ripartizioni del testo. È la poesia del ricordare.
I contenuti riguardano situazioni quotidiane, problemi di tutti i giorni,
ma il suo scopo è quello di testimoniare quanto la poesia possa salvare la
vita.
LUCIA MAZZARA, VOLO DI GABBIANI, Edizioni Mazzotta 2003
La poetessa intitola la silloge “Volo di gabbiani”, impostando le poesie sulla
sensibilità, ma anche sulla psicologica visione della vita compenetrata ed analizzata
in maniera delicata, abbinando i sentimenti al manifestarsi della natura,
nelle persone e nelle meraviglie del mondo. È tutto un volo di fantasia,
che si piega e spiega nelle riflessioni, le quali, anche se amare, sfumano in
una dolce accettazione di tutto e nella trascendenza. Poesia vera e molto espressiva nel dipanarsi dei versi sciolti, scorrevoli, piacevoli ed armoniosi,
poesia intuitiva. Lettura gradevole, che trasmette pacatezza e serenità. Il linguaggio
è chiaro e preciso.
ALFREDO TESOTTI, LEGGÉRE SCRITTURE, La Riflessione 2006
I brani sono raccolti in tre parti: “Dall’interno”, “Dall’esterno” e “Attorno”. La
prima è relativa alle pieghe nascoste dell’anima, con i suoi dubbi, le sue sofferenze,
le sue banalità, le sue rimembranze più o meno passionali ed astruse.
La seconda si ispira alla nebbia, alla notte con le immagini che esse
nascondono ed offuscano, evocando sensazioni molto personali. La terza si
ritrova nell’esistenza vissuta nella sua pienezza, poi, magari, ripudiata per le
sue assurdità. Le composizioni, una trentina, sono in versi liberi, con espressioni
incisive e forti, impregnate di una certa sensualità.
LAURA TONELLI, MEDITO SPERANZA, Edizioni il Filo 2007
La poetessa è alla sua prima pubblicazione. Il testo si apre con la dedica
all’amica Titti, scomparsa prematuramente. Sebbene la sua scrittura sia
impostata sulla tristezza, è tuttavia addolcita dalla speranza sostenuta dalla
fede in Dio, per cui anche nel dolore riesce a trovare pace e rassegnazione.
La fede la sostiene, e anche se non può evitarle il dolore, la aiuta a
trasfigurarlo.
La silloge consta di 169 poesie in versi liberi densi di riflessioni, assolutamente
non amare, sulla vita e su quanto avviene in essa, in una visione
completa e complessa, usando un linguaggio piacevole e pieno di profonda
dolcezza, nella consapevolezza della fragilità umana. È proprio la grande
spiritualità e la certezza che nulla avviene senza un preciso scopo che
le dà l’imput per andare avanti affidandosi a qualcosa di più forte e più
grande.
A cura di Stefania Diamanti
GIUSEPPINA CRIFASI, METAMORFOSI, Aletti Editore 2008
Questa silloge poetica appare indubbiamente contrassegnata da un
imput autobiografico che ne determina il corso. Non si tratta di un’autobiografia
meramente fattuale né di banale cronistoria; quella di
Giuseppina Crifasi è in primissima istanza un’autobiografia emotiva, filtrata
e sublimata nella dolcezza del verso libero. Protagonista tout court è l’amore, di donna e di madre, di creatura che ama stare al mondo e,
nel mondo, saggiare ogni istante d’esperienza, senza tema di assaporare
il dolce e l’amaro che possa donare. Il tempo e lo spazio si profilano talvolta
come universali illimitati che l’io non riesce a misurare, constatando
la propria umana fragilità; amare si configura come il gesto che restituisce
l’io alla certezza del suo sentire, riconsegnandolo a quel solo infinito
che sempre saprà appartenergli, l’infinito della propria anima, l’infinito
di uno spazio e di un tempo squisitamente umani, sebbene, nell’afflato
del supremo abbandono, inclini a trascendere nell’assoluto. Il linguaggio
nel quale si dispiegano queste liriche d’amore è denso di metafore
e sinestesie che non ne intaccano l’immediatezza, arricchendone il
mordente evocativo.
Un discorso a parte merita la sezione finale, L’angolo romanesco, che sembra
attestare la versatilità dell’autrice, la quale in tale sede muta lingua e registro
per offrire al lettore alcune poesie in vernacolo, correndo sul crinale di
una vivifica tradizione letteraria. Laddove nella prima e più consistente,
seguendo una logica prettamente quantitativa, sezione dell’opera, a dominare
sono i toni dell’elegia amorosa, in questa sorta di piccola appendice poetica
dialettale s’insediano l’ironia, la sagacia, il disincanto. Una vera e propria “metamorfosi” subisce la stessa versificazione: dal metro libero della prima
sezione, assistiamo in quest’ultima ad una prassi poetica metricamente strutturata,
corroborata dall’uso della rima. Una sorta di hapax nella raccolta è
costituito infine da Roma, la cui maturità espressiva è sorprendente, in relazione
all’età di composizione; con la freschezza dei suoi sedici anni l’autrice
vi tesseva la sua dichiarazione d’amore alla città, sulla scia delle prime intermittenze
del cuore.
LEANDRO GHINELLI, PENSIERI E RIFLESSIONI, Argo 1998
Quel che più disarma nella lettura di questo singolare zibaldone è la molteplicità
dei punti di vista possibili che vi albergano, testimoniando la mobilità
del pensiero, il suo percorrere inesausto temi fondamentali, e d’indubbia
complessità speculativa, senza conoscere forme di pigrizia dialettica, né
momenti di stasi argomentativa. Una molteplicità che non mina l’idea di
coerenza, solitamente cara al critico e forse sopravvalutata, a ben considerare
la relatività che permea inesorabilmente il nostro mondo, caratterizzato
dall’indubbio progresso tecnologico e da una altrettanto innegabile
incertezza gnoseologica. Si tratta, ad ogni modo, di varianti prospettiche a
fianco di pur innegabili costanti tematiche, di proposte d’analisi del reale
nutrite da un desiderio di conoscenza che difficilmente si sazia, e ancor
meno si ferma su quanto acquisito, ma di quanto acquisito fa il punto di
partenza per nuovi itinerari meditativi. Ogni materia di riflessione, in quest’opera, è visitata più volte, in un moltiplicarsi di prospettive che in certo
qual modo ci richiama all’accezione di polifonia, definizione che del resto
si attaglia al profilo vario e screziato del contenuto. L’arte, e la critica di
essa, la legge e l’ordine, l’amore e la bellezza, la religione e l’entropia del
reale, la giustizia, la politica, sono soltanto alcuni fra i motivi declinati, a
più riprese, nel testo. L’uomo sembra essere il primo e più difficile oggetto
d’indagine, principio e finalità di quest’opera che all’uomo si rivolge, che
intende stimolarlo, e – perché no – provocarlo. Una moralità sana ed aliena
da sterili moralismi permea, quale minimo comune denominatore, questa
raccolta di aforismi, nella quale è dato scorgere a tratti un’affinità con
le sententiae senechiane, a tratti la più lontana eco dell’aforisma di
Nietzsche – e del suo primo maestro, Schopenhauer -, sebbene il profilo
intellettuale dell’autore non somigli, negli esiti di questa pluralità discorsiva,
al profilo di questi due filosofi fieramente avversi alla religione cattolica.
La religiosità dell’autore è, occorre sottolinearlo, avulsa da dogmatismi
ed eccessivo rigorismo, è una religiosità sobria, che si nutre del vivifico
confronto con la filosofia; ed è proprio attraverso quest’ultima che l’autore,
per mezzo del pensiero balenante, si lascia guidare alla ricerca di verità
– da intendersi, certamente, al plurale.
NINA LAVIERI, GUERRA, Compagnia dei librai 2006
Una voce che trascina il lettore in un’epoca - l’epoca che ha visto consumarsi
il secondo conflitto mondiale - e ce ne restituisce, con la nitidezza di
una fotografia virata seppia, le immagini. I frammenti lirici di questa sillogesono caratterizzati da una lingua poetica dotata di innegabile violenza
espressiva, scevra di ridondanze e leziosità; una lingua che si staglia nella
memoria, evocando quando serve e descrivendo, affidandosi a dettagli d’icastica
efficacia, laddove l’evocazione non basta. L’autrice ci offre un’autobiografia
della sua “infanzia di guerra”, nella quale lo sguardo dell’io narrante – adulto, consapevole, “oggettivo” - e l’occhio ingenuo della piccola
orfana di guerra si confondono nella trama del verso libero. Partire dalla
propria esperienza, in questo caso, costituisce non un limite ma la risorsa e
ricchezza di quest’opera, il cui indiscutibile valore testimoniale si aggiunge
al pregio letterario; il particolare si eleva ad universale, il vissuto personale
scivola nella cronaca. Uomini – padri di bimbi - che saltano in aria, ponti
fatti esplodere dalle bombe, l’odore del sangue, il rumore assordante delle
armi da fuoco quale crudele leitmotiv di questo segmento temporale che a
nessuno è dato dimenticare; nella bambina smarrita che ha perduto il padre
non possiamo fare a meno di scorgere l’uguale destino di altri bambini,
come lei vittime di questo conflitto. Bambini che avevano il diritto alla loro
infanzia sana e felice, a mangiare gelato fino a scoppiare, e che si sono invece
ritrovati soli, con l’eredità degli orfani: un mondo senza riparo. Sebbene
a imperversare siano i toni cupi, brutali e scabri, a tratti mitemente struggenti,
della tragedia, la prima lirica della raccolta, significativamente intitolata
a suo padre, ci lascia intravedere, oltre la coltre di angosce, uno spiraglio
di pacificazione, un’armonia perseguita, e infine, ritrovata. Ed è forse
questo il senso ultimo della raccolta: rammentarci di perseguire l’armonia e
la pace, vivere - e non solo pronunciare - quella parola che è “il grande
assente” nel lessico di Guerra, e come ogni grande assente si fa sentire quasi
fosse urlata: “amore”.
BENITO MARZIANO, DON AGOSTINO SALVÌA E ALTRI RACCONTI, Libreria
Editrice Urso 2002; SISIFU – POESIE SICILIANE, Libreria Editrice Urso 2007
Nell’atto stesso della lettura di Don Agostino Salvìa…, ancora prima di
avviarsi ad una più attenta e ponderata analisi testuale e di emetterne, in
conseguenza, una valutazione critica adeguata, emerge un dato, palese e
inoppugnabile: abbiamo a che fare con un narratore che conosce magistralmente
il “mestiere” di scrivere; che poi non sia propriamente il suo
mestiere poco importa, nella misura in cui questi racconti sanno catturare il
lettore, avvinghiarlo al tessuto verbale e narrativo, trascinarlo in un orizzonte
tematico molteplice. Ed è proprio la molteplicità a costituire un cardine
del fascino di questo libro; molteplicità di stimoli, di suggestioni letterarie
personalmente rielaborate – da Saramago a Pirandello, senza trascurare Camilleri -, ma soprattutto pluralità di registri stilistici e linguistici; dalle
movenze dialogiche e monologiche di ascendenza saramagana del primo
racconto, che dona il titolo all’intera silloge, ai registri colloquiali della varietà
sicula dell’italiano, che vediamo manifestarsi nelle Tre storie saccensi,
dove non si può fare a meno, fra l’altro, di avvertire l’eco del boccaccesco
Decameron. L’autore sa adoperare, di volta in volta, la strategia narrativa
peculiare e il modus scribendi efficace, pervenendo ad esiti letterariamente
felici, attraversando in egual misura il dramma e l’umorismo (un umorismo
di pirandelliana memoria). Lo spessore umano dei suoi personaggi e la rilevanza
di problematiche sociali e questioni etiche trattate - dall’incomunicabilità
all’emarginazione degli elementi socialmente “deboli”, dall’equivocità
dell’esistenza alla solitudine – conferma quella primissima intuizione, precisandola:
abbiamo a che fare con un narratore che conosce, e ama, il “mestiere” di scrivere. Le poesie siciliane attestano la versatilità di Marziano,
che vi compie un’operazione di innegabile valore culturale, nell’epoca del
livellamento linguistico, ove si rischia di perdere quell’inesauribile bacino
d’invenzione e ricchezza espressiva costituito dagli idiomi vernacolari. Il
netino diviene strumento di una prassi poetica volta a ripristinare il contatto
vivo con le proprie radici – che sono anche le nostre, se è pur vero che
la prima “scuola” poetica italiana è stata quella siciliana -; liriche di matrice
autobiografica e memoriale si intercalano a componimenti civili, dall’intenso
afflato speculativo, nei quali il pessimismo è sempre temperato dalla consapevolezza
che la vita, fatta ri cosi bbelli e ccosi bbrutti, è essenzialmente
sempre degna di essere vissuta.
MASSIMO PACETTI, LA RISALITA, Edizione del Giano 2007
Nel contesto di un panorama letterario nel quale troppo spesso le poesie
proliferano a caso – ed a casaccio -, ed altrettanto casualmente vengono
combinate, affastellate, assemblate in quelle che si potrebbero non a torto
definire sillogi “disorganiche”, prive di qualsivoglia coerenza e coesione, sul
versante tematico come sul profilo più squisitamente formale, accade talvolta
di imbattersi in un progetto tout court, in quel che una silloge vorrebbe e
dovrebbe essere: una sorta di armonico – o volutamente (dis)armonico - “puzzle”, in cui ogni singolo tassello vada a costituire, insostituibile e necessario,
il frammento in sé compiuto di un disegno complessivo. Sebbene non
sempre i titoli si rivelino efficaci segnali paratestuali, nel caso di “risalita”
abbiamo a che fare con un vocabolo dotato di un’innegabile carica semantica;
la risalita, difatti, ci conduce nel cuore di una poetica dell’ascensione di
sapore odeporico, che, grazie al prefisso ri-, non può fare a meno di implicare una precedente discesa. Ed è proprio in virtù della discesa nel fondo,
dopo aver esperito in ogni fibra una sofferenza privata, individuale, e dopo
aver contemplato la sofferenza dell’altro da sé, amalgamando l’auto-confessione
al discorso civile, la storia personale alla storia universale, soltanto
dopo tale discesa è possibile, come il sommo poeta ci ha ben insegnato, tornare
a “riveder le stelle”. Strumento ed al contempo risultato ultimo e conchiuso
di questo movimento ascendente è la Poesia stessa; Pacetti è dotato
di un’indubbia capacità di coglimento del reale, e di una sensibilità peculiare,
che gli permettono di svelare il disagio che lo circonda, e parimenti il proprio
disagio, distillandolo in versi. Una silloge che pone la “cognizione del
dolore” – dolore dell’uomo e del poeta, ma anche e soprattutto dolore della
Storia e nella storia, dolore della società e nella società, quale base di un itinerario
verso una possibilità che solamente la coscienza, e la passione (in
accezione pasoliniana del termine, del resto Pasolini potrebbe figurare quale
nume tutelare di ogni poetica affine a quella che stiamo circoscrivendo in
questa sede), possono forse riconquistare; la possibilità di riappropriarsi di
valori segnatamente umani, per tornare a vivere da uomini, come ci rammentano
i celebri versi del canto di Ulisse: fatti non siamo a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
ANGELA TORREGROSSA, PENSIERI E PAROLE, Kimerik edizioni 2008
L’itinerario poetico di Angela Torregrossa sembra volgere in direzione di
una quiete perseguita e sfiorata, sebbene mai interamente posseduta; l’autrice
ci consegna il frutto del suo sentire e del suo vivere nel mondo, tessendo
un armonico contrappunto alle amarezze e ai disincanti cui la vita,
troppo spesso, costringe l’uomo, in balia di se stesso e sovente vittima
delle sue scelte. Per mezzo di un linguaggio che riesce a coniugare la fantasia
evocativa all’impulso descrittivo, la poetessa canta l’amore e la bellezza
del cosmo, declinata nei suoi multiformi dettagli. L’io lirico si abbandona
all’esperienza di una realtà fenomenica cangiante; ogni stagione,
ogni elemento naturale, dall’acqua alla grazia della minuscola libellula, si
offrono quale filtro a proteggere lo sguardo dagli affanni del mondo.
Tuttavia questo stesso sguardo che si nutre di tramonti e di albe, che sa
riconoscere l’incanto del mare e del suo movimento inesausto, non approda
all’estasi di una completa fusione panica, non può divenire un tutt’uno
con l’universo naturale; troppo vicini i clamori del mondo “civilizzato”,
troppo assordante l’eco delle guerre, delle umane sofferenze, di una natura
inquinata e distrutta; un’eco che non vuole irrompere con la deflagrazione
dell’urlo, preferendo affiorare nella maglia del verso libero con il fragore sottile della stonatura, con l’inquietudine accennata del presagio.
L’oggetto ed il soggetto sono dicotomie che si sfiorano, si fanno l’una
specchio dell’altra, senza tuttavia giungere mai a risolversi. Del resto, a
dare senso al viaggio non è la meta, il suo termine ultimo, l’approdo; a
dare senso e ragione al viaggio è l’atto del viaggiare, il cammino intrapreso:
a tale guisa l’autrice indica una strada e segue una traiettoria, la sua,
forte di uno sguardo che sa posarsi sul reale scrostandolo da quell’abitudine
che lo opacizza e svilisce, contemplandolo con dolcezza ed ingenuità
volute, di pascoliana memoria.
PAOLO TRUCILLO, FINE A SE STESSO, OVVERO FUORI E DENTRO DI TE,
Edizioni Marte 2008
L’esordio letterario di questo giovane autore campano si configura in certo
qual modo come un “romanzo-zibaldone”; una vena marcatamente autobiografica
si sposa ad un’altrettanto manifesta urgenza speculativa, determinando
un’opera prima che si muove agilmente sul doppio crinale del frammento
narrativo, di sapore indiscutibilmente diaristico, e del dialogo filosofico
piegato alle istanze dell’intreccio. In un tempo sospeso fra memoria e presente,
fra sogno ed iperuranica fuga da un mondo ovattato e incosciente,
dominato dalla corsa all’avere e dalle frenesie dell’apparire, vediamo delinearsi
l’esperienza amorosa, nucleo tematico dal quale si diramano infinite
digressioni, quasi l’amore fosse il pretesto dell’io per un inesausto interrogarsi
su se stesso e sul senso di quanto lo circonda. Un io che persegue, disvela
ed afferma la sua identità per mezzo della scrittura, gesto fisico ed insieme
astratto di auto-appartenenza, aporetico svolgersi di immanenza e trascendenza
che la struttura ibrida di questo oggetto letterario non identificato,
questo “zibaldone-romanzo”, sembra convalidare. Quel che vediamo consumarsi
in queste pagine sature di furor scribendi è il sempiterno dilemma
tra ragione e sentimento, messo in scena nei ripetuti scambi dialogici del
raziocinante Paolo e della sua controparte emotiva, oloaP; l’insanabile dicotomia
che conduce l’uomo a destreggiarsi in un labirinto di pulsioni irrefrenabili
ed inamovibile logica, a giostrarsi fra passioni e desiderio di conoscenza,
ad aeternum. Se l’estasi mitopoietica trascina l’autore, io narrante e
protagonista nella luna di Astolfo, (non)luogo che accoglie i senni perduti in
terra - prolungando la geniale invenzione fantastica del “Furioso”-, alla terra
lo riconduce l’eros, forza motrice che sa parimenti sospingere e costringere
alla stasi, che crea e distrugge senza posa. Laddove l’amore (di e) per una
donna può vanificarsi esaurendo l’originario impeto di condivisione, resta,
imperituro, l’amore per la scrittura.
A cura di Serena Grillo
ANTONIA IZZI RUFO, STRALCI DI VITA, L’Autore Libri Firenze 2008
Una raccolta di memorie che si lascia leggere tutta d’un fiato, con la stessa
avidità con cui si sfoglia un album di fotografie in cui le immagini sono raccolte
senza un ordine preciso e inaspettatamente fanno riaffiorare volti, luoghi
e situazioni solo in apparenza dimenticati. La vena nostalgica dell’autrice
fa trascolorare taluni ricordi, ma ne rende vividi altri che si susseguono con
forza e vitalità, descritti con acuto spirito di osservazione. Gli “Stralci di vita”
consentono all’autrice di mettersi a nudo con le proprie inespugnabili fragilità,
speranze e fallimenti. Riflessioni a posteriori dettate da una serena consapevolezza
di quello che si è diventati. La narrazione fa vibrare l’anima e si
percepisce quasi un potere salvifico affidato alla parola scritta: esorcizza l’essere
avanti con l’età e una romantica nostalgia per una giovinezza vissuta con
semplicità, autenticità di costumi, assenza di forti emozioni, di poesia campestre
che sapeva di pago, dolcezza e malinconia insieme, ma anche di miseria
e sacrifici.
GUIDO LASTORIA, NEL PIENO DEL TRAMONTO ROSSO FUOCO, Ismeca 2008
Versi evocativi, paesaggi ameni, riflessioni estemporanee. Una poetica delicata
e suadente. Guido Lastoria sa stupirsi, e stupirci, davanti alle bellezze della
natura descrivendole con la rapidità e l’incisività di un pittore impressionista.
Fissa sul foglio visioni suggestive e poetiche atmosfere: prati luminosi, ritratti
delicati, scene di vita quotidiana di un tempo ormai passato. Intimismo e dolce
malinconia ci conducono in atmosfere rarefatte, in luoghi solitari in cui raggi
di sole si infiltrano tra nuvole nere cariche di pioggia permettendoci, così, di
conoscere il fascino di una terra tanto cara al poeta: il Molise e la sua città
natale, Civitanova. Spettatori distratti, questo siamo di fronte alla capacità dell’autore
di saper cogliere e descrivere particolari della realtà circostante che
inebriano e pervadono il lettore con i profumi, i colori e i suoni di un’Arcadia
ritrovata.
FIORENZA ORNELLA MARINO, PASSIONI ARDITE E SOPITE, Montedit 2008
È un libretto di grande impatto, una raccolta intimista dalle situazioni indefinite,
sature di infinita dolcezza e di partecipata sofferenza. Una poetica raffinata
che consente all’autrice di urlare silenziosamente i tormenti intimi che
caratterizzano la quotidianità contemporanea. Dai suoi versi affiora la voglia
di colmare un grande vuoto esistenziale, abbandonandosi al vortice e al turbinio
delle passioni, senza forza e volontà, completamente assoggettata allo
scorrere della vita. Un filo sottile e logoro, la lega ad una passato fatto di baci,
di carezze e di desiderio ardente che le ha permesso di amare sconfinatamente,
tra contraddizioni e sconfitte, per poi ritrovarsi sola in un mondo pieno
di amore e odio / invidia e gelosia, rancori e frustrazioni, / sola tra le onde dei
ricordi.
La versificazione di Fiorenza Ornella Marino è leggera, lieve, entra nell’anima
in punta di piedi, ci accompagna lungo un percorso contraddistinto da elementi
naturali, da uno spazio infinito, etereo, lunare. Il lettore condivide con
trepidazione la ricerca dell’Assoluto, della quiete, del silenzio proposte come
uniche fonti di salvezza e purificazione. Le liriche nascondono una paventata
voglia di vita, c’è speranza nelle parole: come una crisalide che aspetta di
diventare farfalla, così l’autrice si crogiola, solinga ed immota, nell’attesa che
qualcosa cambi e stravolga le regole del gioco della Vita.
SERGIO POLO, I CANTI DEL SACRO CUORE, F.lli Corradin Editori 2007
L’amore è il fulcro di questa raccolta di poesie. Un amore carnale, fatto di
corpi voluttuosi, di istinti primordiali e di un velato romanticismo. I versi
vibrano come echi nell’anima, come lamenti che squarciano cieli notturni,
carichi di nebbia densa. Una poetica che rapisce i sensi e si appella ad essi
per gustare i ricordi del tempo. L’animo del poeta è agitato e affamato di
passione ed un senso d’inquietudine permea la narrazione: la bramosia
della carne, la ricerca estasiante del piacere eludono, e forse nascondono,
le paure più intime, quelle causate dalle sofferenze che l’amore può dare.
Ogni poesia cela un diniego per la solitudine, descritta come naturale conseguenza
di un rapporto amoroso consumato troppo in fretta. L’autore
viene travolto dall’onda anomala dei ricordi che si infrange sulla riva di un
vissuto dalle atmosfere oniriche in cui sogni, desideri, realtà si fondono e
si confondono, amalgamandosi. L’opera lascia trapelare una devozione per
i grandi poeti maledetti e come questi, Sergio Polo vuole scuotere coscienze
con la sua sfrontatezza, la sua irriverenza e con i suoi versi intensi e
taglienti.
MARICA RECCHIUTI, L’UNICORNO ALATO, Il Filo 2007
La silloge prende il nome del titolo della poesia che apre il volume e racchiude
i temi che fanno da filo conduttore alla raccolta. Una versificazione
visionaria, un mondo immaginato ricco di significati nascosti. Si rincorrono
pensieri veloci, frammenti di vita, sentimenti. Una presenza ideale conduce
per mano la poetessa in questo viaggio interiore, sospingendola versi orizzonti
lontanissimi, verso la libertà e l’eternità. L’opera è invasa dalla vita
quotidiana, da storie vere, da ricordi che emozionano e permettono al lettore
di partecipare emotivamente, restando intrappolato nei versi di Marica;
versi che commuovono ed elevano a sentimenti di compassione e di umiltà,
alla filantropia. È una poesia che si apre al mondo circostante, un’invocazione
ad una società che si faccia portatrice di valori di uguaglianza e di
rispetto per l’altro. Il suo pensiero è sempre volto ai diseredati, pensiero illuminato
dalla luce della fede, coltivata e ricercata con decisione. L’amore
trova ampio spazio nella raccolta ed è analizzato criticamente, nel mistero
che lo avvolge, in quello scontro emozionale tra amore e intelletto in cui
non ci sono né vinti né vincitori. I versi, insieme delicati e irruenti, esprimono
un’ansiosa ricerca di sentimenti veri e totalizzanti, esortano all’azione,
a non esitare, a non sostare / a non restare / chiuso in quel ghetto. / Non sostare / mai e poi / mai.
GIANCARLO VECCI, STORIE E RITRATTI, Gei 2006
Il poeta ci regala una selezione di sonetti in vernacolo jesino dal carattere
brioso e ironico. Giancarlo Vecci si fa divulgatore, racconta con la stessa
verve della tradizione orale, situazioni, luoghi e persone che ha incontrato
sul suo cammino. L’uso del dialetto ben si presta a colorire le descrizioni
e rappresenta per l’autore la possibilità di “attingere ad un mondo
popolare primitivo e colmo di risorse sanguigne di umanità vergine e schietta,
con esiti di poesia veramente forti ed originali”. La raccolta è suddivisa
in sezioni in cui si avvicendano fatti di storia, pezzi di vita, ritratti di donne,
di uomini e anche di animali. Un excursus che emoziona, che fa riflettere,
esecrando intonazioni auliche, preferendo un linguaggio spontaneo e diretto,
mai grottesco, attraverso il quale vengono toccati temi importanti.
Riflessioni che riconducono al sacro, scavando nella biografia e nell’animo
dei singoli, narrando le cose di ogni giorno, gli affetti familiari e i ricordi di
felici giorni del grande mistero / ch’era la vita, dove te buttavi / senza sapè
che ne saresti uscito.
A cura di Valeria Terzi
FRANCA BACCHIEGA, IL SENTIERO DELLE UPUPE, Rocco Carabba, 2008
Percezioni al femminile che nascono da un’attenta osservazione del mondo intorno
a lei che si rivela ai suoi occhi di donna proprio come una donna: misterioso, contraddittorio,
eterno nel suo continuo riprodursi e sostanziale punto di riferimento
costante. L’io poetico soggettivamente acquisisce l’essenza della quotidianità, ogni
sguardo decodifica e amplifica la conoscenza, l’esperienza personale diventa confortante.
Il senso del mistero permea tutta la poetica della raccolta, il verso si fa strumento
di scandaglio, lungo un sentiero di incognite e impalpabilità, alla ricerca della
realtà. Ecco come i paesaggi, l’immediatezza del vissuto, l’interazione con gli altri, il
passato e i fatti storici diventano rivelatori più di ogni altra riflessione. È una poesia
che si nutre di pensiero, ma che suggerisce immagini precise e indelebili.
GIANCARLO CECCHINI, CANTI GIOIOSI, QuattroVenti, 2008
Nostalgicamente il poeta torna alle antiche sere accompagnate dal suono delle campane,
alle chiesette di campagna e alle madri affacciate in attesa del rientro. La fine
di una nevicata che spegne lo stupore infantile, le ragnatele irrigidite da una brina
ancora non disciolta che si spezzano al soffio della tramontana, i rami sparsi dei
grandiosi alberi scossi dal vento notturno, radunati da vecchie ricurve che ne fanno
fascine per la stufa. La felicità trovata nei viottoli della pineta, nei cespugli di ginestra
e nei compiti di scuola. Un ricordo nostalgico che esplode poi in un canto di
gioia coronato da miriadi di splendidi fiori e da numerosi uccelli abitanti dei boschi.
Un ricordo che si fa tenero nel rievocare le festività dell’anno, incastonate nella
memoria dell’infanzia e dell’adolescenza. Immagini pittoriche che si rivelano nel
verso fluido che caratterizza l’intera raccolta.
SALVATORE COTENA, A MARIA (AMORE, POESIA E FANTASIA), Edizioni Cronache
Italiane Salerno, 2007
I versi narrano una storia d’amore intensa e duratura. L’intera raccolta non è altro
che un omaggio alla sua amata compagna di una vita, un suggello ulteriore di eterna
testimonianza. Nell’alternarsi del bene e del male, l’unione salda e davvero voluta
rivela la sua forza e la sua ragione di esistere e la poesia la trasforma in monito ed esempio positivo. Il mondo in cui viviamo tendenzialmente rifugge dall’amore,
lo teme quasi, spesso lo considera un impedimento alla realizzazione individuale e
necessita quindi di un’immagine alternativa, di un’opposizione valida e credibile. “L’amore vince tutto” sembra essere il vero leit motiv di ogni componimento, concepito
come un assaggio gustoso di un banchetto nuziale. L’amore esiste e porta
armonia, speranza, coraggio e passione. L’amore perdura emozionando, proteggendo,
rassicurando e riscaldando l’anima.
Dello stesso autore:
Il portiere (l’operatore condominiale). Io, proprio io, poeta per passione…portiere per
necessità, Edizioni Cronache Italiane, 2008
Pastori, Presepi e Poesia. Da San Giorgio Armeno la Napoli del mondo, Edizioni
Cronache Italiane, 2008
MARCO ONOFRIO, UNGARETTI E ROMA, Edilazio, 2008
Il saggio mostra la complessità di un percorso tra vita e scrittura che ha come protagonista
uno dei più grandi autori del Novecento europeo. Ungaretti si appropria
della città eterna lentamente, si lascia conquistare in maniera direttamente proporzionale
a quanto egli stesso riesce a percepire e a prendere con convinzione. Solo
dopo alcuni anni riesce a sentirla vicina e accogliente custode della sua emotività.
La familiarità arriva solo in un secondo momento, ma resterà per sempre. Roma è
un luogo di sovrapposizioni e stratificazioni, di mescolanza di stili architettonici e
situazioni culturali, è sfuggente e frammentaria. La volontà del poeta di possederla è però più forte del disorientamento che essa provoca e lo conduce fino al totale
abbandono. Il suo è un abbandonarsi consapevole delle conquiste fatte verso una
maggiore conoscenza dell’umano.
MARIA GRAZIA PETTOROSSI, TRACCE D’OMBRA SEGNI DI LUCE, Edizioni Pendragon, 2005
Una poetica della quotidianità orientata all’efficacia comunicativa diretta e semplice.
La poetessa sceglie un verso limpido e leggero, abbandonando completamente
quella pesantezza accessoria che potrebbe ostacolare una comprensione immediata.
Una voce poetica sommessa e discreta attraversa l’intera raccolta e la rende carezzevole.
L’ordinario viene qui eletto a soggetto poetico e la coscienza del reale si
estende, abbracciando ogni oggetto o fenomeno, anche quello che apparentemente
può sembrare più banale. L’anonimato dei fatti e dei dati si risveglia arricchito di
senso e di parole. Il rapporto viscerale con la realtà è rivelato da versi che generano
l’idea di un fermo immagine accattivante ed esplicativo, volto a raccontarne l’essenzialità,
in un tentativo appassionato di ritrovare se stessi ovunque nel mondo e
a manifestarsi attraverso esso.
Della stessa autrice:
Viaggi di ritorno, Edizioni Pendragon. 2008
LUCIA PINTO, AMARE, NULL’ALTRO, Lietocolle, 2008
Il fuoco della terra mediterranea accende il verso sanguigno che riversa la sua forza
lungo tutta la raccolta. “…versi…ri-versano in me / con l’impeto dell’assalto…vorrei
cantare / con la mia nota incerta / in linfa prepotente / la sensazione / dei fiori accarezzati”.
La scrittura si fa qui liberazione di un’energia interiore propulsiva e portavoce
di pensieri incandescenti che impegnano la mente. Il dubbio soprattutto attanaglia
e consuma: “È forse questa oscura luce / l’allegoria malata di un poeta? /
L’informe di un artista improvvisato? / L’onirica visione di uno stolto?”. Nonostante
l’intensità prepotente del verso, l’autrice genera una poesia di speranza e di amore.
Non solo il fuoco, quindi, ma anche l’elemento acqua è presente e costante nell’immagine
del mare che è simbolo di movimento incessante, di rigenerazione, di
grandezza, calma e abbandono.
ENZO SANTESE, CENNI E SILENZI. NEI RITMI DELLA POESIA, La Nuova Base Editrice, 2007
Un gioco di parole e colori, un insieme amalgamato di versi e arte grafica, una commistione
tra poesia e pittura che si fa portavoce di un disagio condiviso e dolente.
Un linguaggio fatto di sfumature e variazioni che danzano fra tematiche individuali
e sociali allo stesso tempo. In una civiltà alienante e massificata, conformista e indifferente,
l’appello è quello all’autenticità, alla semplicità che predispone al dialogo,
alla comprensione e all’amore per se stessi e verso gli altri. Amore, sensualità e condivisione:
un’alchimia che può trasformare una giornata come una vita intera. Il
poeta afferra la mano di un’umanità smarrita e cerca di accompagnarla attraverso
l’impervio sentiero della società odierna. L’incomunicabilità genera frustrazione che
diventa campo fertile per la falsità e allora solo il silenzio può fare da cornice ad un
mondo snaturato che anela alla libertà.
LUIGI SIMONE, IL VENDITORE DI URAGANI, L’Autore Libri Firenze, 2007
Ombre e silenzi minacciano l’anima del poeta, segretamente impaurito, che dissemina
parti di sé lungo il cammino del tempo che scorre inesorabile. Stati d’animo
incastonati in versi come messaggi in una bottiglia, imprigionati come “tra grate universali
di cui si è persa la chiave” è imprigionata la libertà del poeta che “vive negli
spiragli ciechi dei sogni erranti”. Nonostante la speranza dell’illusione, il senso di
chiusura e di limitazione permane e il poeta si trasforma con i suoi versi in un trapezista
che fa meraviglie, volteggiando verso l’alto e che, allo stesso tempo, fa i conti
con la naturale attrazione verso il basso. L’illusione più grande è quella dell’assenzadella morte che si aggrappa a ricordi lontani, offuscati dagli anni. Solo la poesia può
tirarlo fuori da questo torpore esistenziale, illuminando la mente e sfuggendo per
sua natura alle leggi del perire umano.
Dello steso autore:
Armonia di voli, Libroitaliano, 2002
Fiori di luna, Cultura Duemila, 1994
Sognando Samuel Beckett, La morte di Satana, Il morto è vivo; Montedit, 1993
MAURIZIO TOJA, UN’IDENTITÀ PERDUTA, Ismeca, 2006
“Ove non sia l’amore che risvegli tutte le forze è impossibile intraprendere qualcosa…
e per amore si intende quell’irresistibile fervore che scuotendo le viscere trasforma
l’uomo, anche se egli tenta di resistere”. Di questo amore è stato improvvisamente
privato il poeta che racconta, con versi lancinanti, la sua agonia emotiva nella
solitudine non voluta. “Ora non c’è luogo ove riposi o possa agire, ove porre il cuore
od il pensiero”, il baratro è profondo e il mondo non gli offre nessun appiglio. La
strada che percorre è buia e non consola la sua anima fratturata, sfaldata e dissociata,
tanto da arrivare a concepire un equivoco nella genesi stessa del poeta. La primavera
lo esorta da lontano, ma l’inverno del suo cuore è troppo rigido, costringendolo
in una morsa paralizzante e l’ “orrore sale dalla consapevolezza”.
GERARDO VACANA, L’ORTO, Psiche e Aurora Editore, 2008
L’amore per l’orto nasce da un’esperienza diretta e voluta, fatta di lavoro impegnato
e costante. Un impegno quotidiano attraverso il quale l’autore scopre la forza poetica
della semplicità e gliene rende omaggio con questa raccolta. La verità della
campagna corrisponde, in un parallelismo quasi metafisico, alla verità della poesia.
E allora il verso adotta un linguaggio e un ritmo semplici e naturali, ma nello stesso
tempo è minuzioso e attento, a tratti ironico, nonché drammatico: una vera e
propria metafora di vita. Versi inaspettati quindi, nei quali riecheggia discretamente
una tradizione classica e moderna che ricorda gli antichi fasti di una poesia ormai
sopita e respinta. L’insegnamento è profondo, quasi filosofico, e riporta all’essenzialità
del vivere secondo natura e, di conseguenza, all’essenzialità del verso poetico
stesso.
Dello stesso autore:
Taccuino greco e altri versi/Cuaderno griego y otros poemas, Ediciones El otro el
mismo, 2007
A cura di Alessia Tavella
FRANCESCO CANFORA, GIOBBE, Pagine 2008
“Ho scelto, come titolo, “Giobbe” per questa
raccolta di brevi racconti, perché Giobbe
nella Bibbia e in tutto il pensiero occidentale è il simbolo dell’uomo che soffre, che si
interroga sul suo destino e che si affida a
Dio, al quale però chiede anche il perché
delle sue sofferenze. Questi temi, insieme a
quelli dell’invito all’umiltà, alla comprensione
di se stessi e degli altri e al riconoscimento
dell’amore di Dio, visto come padre misericordioso
di ogni uomo in ogni circostanza,
che chiama e attende paziente il ritorno dei
suoi figli, costituiscono la traccia che attraversa
la maggior parte dei racconti. In alcuni di questi ho anche immaginato,
con un gioco di fantasia, il ritrovamento di antichi documenti contenenti
testi sconosciuti dei primi anni del cristianesimo o di epoca
medioevale”.
MARCELLA FALCONE, ALI SPIEGATE, Pagine 2009
Se la poesia traccia pennellate di parole per
restituire emozioni, Marcella Falcone in questo
eccelle. I suoi testi appaiono meditati, lavorati
con cura, limati, accoppiati e scoppiati con
arte, diversi dall’incontenibile profluvio di
versi che caratterizza il poeta nelle caricature e
nell’immaginario collettivo. La poesia è l’arte
di usare, per trasmettere il proprio messaggio,
tanto il significato semantico delle parole,
quanto il suono ed il ritmo che si imprime alle
frasi. Il testo poetico ha in sé alcune qualità
della musica, trasmette emozioni e stati d’animo
in maniera più potente di quanto possa
fare la prosa.
MILA MURZI, FEMMINILE PLURALE, Pagine 2008
“Femminile Plurale”, scritto in prima persona,
inizia da un punto della vita della protagonista
Loredana che, in quel giorno, non segue
il suo uomo per mare ma resta a casa in attesa
della visita di una vecchia fiamma. E nell’attesa
ripercorre le tappe della sua vita di
bambina quando, in mezzo ai molti agi di
una vita borghese, veniva notando ed annotando
nella sua mente comportamenti ambigui
e inquietanti della coppie che le rotavano
intorno tra i fiori profumati che traboccavano
dai vasi e dalle aiuole dei giardini delle
ville a lei familiari dell’Argentario. E sullo
sfondo la bellezza cangiante di quel mare amico tanto amato. “È un racconto
scritto col cuore”, ci dice la Murzi. “E con la consapevolezza che
soltanto quando il velo che avvolge i personaggi si squarcia e ci appaiono
a nudo come sono realmente, possiamo riprendere il cammino più
forti, perché più consapevoli”.
RITA PETRICCA, NUVOLE DI CARTA, Pagine 2008
“Magiche foglie caduche, / nude e silenti, /
angeli in volo senza nome. / Verdi gabbiani
stanchi, / riposano leggere sui volti dimenticati”.
Sono pensieri che producono emozioni
rare, quasi sconosciute oggi, quasi desuete. Ma
non antiche, perché quella vena di erotismo e
di follia leggera, quel senso di freschezza riportano
a terra, indicano una strada, un viottolo
sconnesso ma esistente, simile a quel sentiero
che Rita da molti anni spazza con cura in Via
Margutta, accatastando le foglie marroni e sollevando
polvere.
Se c’è una poetessa nelle parole e nelle ore
della giornata, aggiungo nello sguardo e nella
voce quella è Rita.
A cura della Redazione
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