RECENSIONI
NUMERO DI APRILE 2009
 
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ANGELA BRUSA, IL COLORE DELLA VITA, Genesi Editrice 2004
La silloge è pubblicata da “Genesi Editrice”. È un’ampia raccolta di poesie – centonovantatré – che rivelano il suo estro poetico. Il suo sentire si altalena nella dicotomia sogno-realtà.
Anche se vive la sua vita nel reale, si astrae nell’immaginario: parla dei suoi viaggi concreti, ma anche dei propri cari ed ancora dell’amato bene nell’alterna vicenda, appunto, tra fantasia e vissuto. In tutte le poesie, in versi liberi, è presente una grande sensibilità poetica, che si estrinseca nella descrizione, o meglio osservazione, sia della sofferenza che della gioia. La sua è poesia autentica, vera, dalle forme lineari. La Brusa è alla sua prima opera, ama l’impressionismo francese e il novecento italiano. La raccolta ha come soggetto l’amore umano. Versi in rima, dove la rima viene usata per lo più per imprimere forza ai concetti.

IAGO, IL MOSAICO, Aletti Editore 2008
Pubblicato con Aletti Editore è un testo narrativo con una serie di undici racconti, tutti pieni di originalità e grande senso di umanità. A prima vista sembrano un po’ astrusi, ma a guardare bene si tratta di temi, di casi, di situazioni, di osservazioni quanto mai veri, anche se appaiono fuori della quotidianità. La forma è appropriata e molto piacevole a leggersi, la scrittura addirittura coinvolgente.

IAGO, IL DIFETTO, edizioni il Filo 2008
Il libro, pubblicato con Il Filo è costituito di 69 poesie. Queste sembrano molto particolari per la loro espressività un po’ originale ed isopsistica, ma contenenti profondi significati. In qualche lirica compaiono quartine, versi omosillabici, assonanze e metonimie, sinestesie che nulla tolgono all’ispirazione. Talvolta il poeta si immedesima nel serpente, altre beffa l’ipocrisia cui l’uomo non riesce a liberarsi, in un mondo basato sulla vacuità delle parole. La forma a volte si presenta tradizionale, aulica, altre si avvale dell’invenzione di nuovi neologismi. Il lavoro risulta molto simbolico ed avvincente. Non è nuovo nel mondo della letteratura per aver pubblicato svariati testi e per aver vinto vari premi letterari.



PASQUALE INDULGENZA, L’ORA OPPORTUNA, edizioni il Filo 2007
Indulgenza ha pubblicato la silloge con “Nuove Voci”, “Il Filo” e con il sottotitolo “Canti del cerchio ermetico”. È un gruppo di 75 poesie nelle quali viaggia nel mondo della mente e del cuore. In esse percorre tratti della sua vita in un immaginario cosmico di grande respiro, che si manifesta nell’evocazione delle visioni del mare ligure, S. Martino al Vomero, della propria terra, della madre e del padre, dei suoi trascorsi, dei panorami estivi. Nel fondo ogni poesia contiene osservazioni manipolate nel crogiuolo della riflessione filosofica. I versi sono senza rima, ma molto espressivi, anche se ermetici nel contenuto. “L’ora opportuna” è la sua terza opera in versi.


STEFANO LODI, QUALCOSA È CAMBIATO, Montedit 2005

Il poeta espone in un breve libro una raccolta di poesie in endecasillabi e settenari, dimostrando una sua erudizione classica, che plasma in versi musicali. Ama narrare le sue esperienze sentimentali di vita vissuta, spesso negative, in maniera poetica, ma anche accessibile a tutti, ottenendo un risultato molto apprezzabile nelle varie ripartizioni del testo. È la poesia del ricordare. I contenuti riguardano situazioni quotidiane, problemi di tutti i giorni, ma il suo scopo è quello di testimoniare quanto la poesia possa salvare la vita.

LUCIA MAZZARA, VOLO DI GABBIANI, Edizioni Mazzotta 2003

La poetessa intitola la silloge “Volo di gabbiani”, impostando le poesie sulla sensibilità, ma anche sulla psicologica visione della vita compenetrata ed analizzata in maniera delicata, abbinando i sentimenti al manifestarsi della natura, nelle persone e nelle meraviglie del mondo. È tutto un volo di fantasia, che si piega e spiega nelle riflessioni, le quali, anche se amare, sfumano in una dolce accettazione di tutto e nella trascendenza. Poesia vera e molto espressiva nel dipanarsi dei versi sciolti, scorrevoli, piacevoli ed armoniosi, poesia intuitiva. Lettura gradevole, che trasmette pacatezza e serenità. Il linguaggio
è chiaro e preciso.

ALFREDO TESOTTI, LEGGÉRE SCRITTURE, La Riflessione 2006
I brani sono raccolti in tre parti: “Dall’interno”, “Dall’esterno” e “Attorno”. La prima è relativa alle pieghe nascoste dell’anima, con i suoi dubbi, le sue sofferenze, le sue banalità, le sue rimembranze più o meno passionali ed astruse. La seconda si ispira alla nebbia, alla notte con le immagini che esse nascondono ed offuscano, evocando sensazioni molto personali. La terza si ritrova nell’esistenza vissuta nella sua pienezza, poi, magari, ripudiata per le sue assurdità. Le composizioni, una trentina, sono in versi liberi, con espressioni incisive e forti, impregnate di una certa sensualità.

LAURA TONELLI, MEDITO SPERANZA, Edizioni il Filo 2007

La poetessa è alla sua prima pubblicazione. Il testo si apre con la dedica all’amica Titti, scomparsa prematuramente. Sebbene la sua scrittura sia impostata sulla tristezza, è tuttavia addolcita dalla speranza sostenuta dalla fede in Dio, per cui anche nel dolore riesce a trovare pace e rassegnazione. La fede la sostiene, e anche se non può evitarle il dolore, la aiuta a trasfigurarlo. La silloge consta di 169 poesie in versi liberi densi di riflessioni, assolutamente non amare, sulla vita e su quanto avviene in essa, in una visione completa e complessa, usando un linguaggio piacevole e pieno di profonda dolcezza, nella consapevolezza della fragilità umana. È proprio la grande spiritualità e la certezza che nulla avviene senza un preciso scopo che le dà l’imput per andare avanti affidandosi a qualcosa di più forte e più grande.

A cura di Stefania Diamanti

GIUSEPPINA CRIFASI, METAMORFOSI, Aletti Editore 2008
Questa silloge poetica appare indubbiamente contrassegnata da un imput autobiografico che ne determina il corso. Non si tratta di un’autobiografia meramente fattuale né di banale cronistoria; quella di Giuseppina Crifasi è in primissima istanza un’autobiografia emotiva, filtrata e sublimata nella dolcezza del verso libero. Protagonista tout court è l’amore, di donna e di madre, di creatura che ama stare al mondo e, nel mondo, saggiare ogni istante d’esperienza, senza tema di assaporare il dolce e l’amaro che possa donare. Il tempo e lo spazio si profilano talvolta come universali illimitati che l’io non riesce a misurare, constatando la propria umana fragilità; amare si configura come il gesto che restituisce l’io alla certezza del suo sentire, riconsegnandolo a quel solo infinito che sempre saprà appartenergli, l’infinito della propria anima, l’infinito di uno spazio e di un tempo squisitamente umani, sebbene, nell’afflato del supremo abbandono, inclini a trascendere nell’assoluto. Il linguaggio nel quale si dispiegano queste liriche d’amore è denso di metafore e sinestesie che non ne intaccano l’immediatezza, arricchendone il mordente evocativo.
Un discorso a parte merita la sezione finale, L’angolo romanesco, che sembra attestare la versatilità dell’autrice, la quale in tale sede muta lingua e registro per offrire al lettore alcune poesie in vernacolo, correndo sul crinale di una vivifica tradizione letteraria. Laddove nella prima e più consistente, seguendo una logica prettamente quantitativa, sezione dell’opera, a dominare sono i toni dell’elegia amorosa, in questa sorta di piccola appendice poetica dialettale s’insediano l’ironia, la sagacia, il disincanto. Una vera e propria “metamorfosi” subisce la stessa versificazione: dal metro libero della prima sezione, assistiamo in quest’ultima ad una prassi poetica metricamente strutturata, corroborata dall’uso della rima. Una sorta di hapax nella raccolta è costituito infine da Roma, la cui maturità espressiva è sorprendente, in relazione all’età di composizione; con la freschezza dei suoi sedici anni l’autrice vi tesseva la sua dichiarazione d’amore alla città, sulla scia delle prime intermittenze
del cuore.

LEANDRO GHINELLI, PENSIERI E RIFLESSIONI, Argo 1998
Quel che più disarma nella lettura di questo singolare zibaldone è la molteplicità dei punti di vista possibili che vi albergano, testimoniando la mobilità del pensiero, il suo percorrere inesausto temi fondamentali, e d’indubbia complessità speculativa, senza conoscere forme di pigrizia dialettica, né momenti di stasi argomentativa. Una molteplicità che non mina l’idea di coerenza, solitamente cara al critico e forse sopravvalutata, a ben considerare la relatività che permea inesorabilmente il nostro mondo, caratterizzato dall’indubbio progresso tecnologico e da una altrettanto innegabile incertezza gnoseologica. Si tratta, ad ogni modo, di varianti prospettiche a fianco di pur innegabili costanti tematiche, di proposte d’analisi del reale nutrite da un desiderio di conoscenza che difficilmente si sazia, e ancor meno si ferma su quanto acquisito, ma di quanto acquisito fa il punto di partenza per nuovi itinerari meditativi. Ogni materia di riflessione, in quest’opera, è visitata più volte, in un moltiplicarsi di prospettive che in certo qual modo ci richiama all’accezione di polifonia, definizione che del resto si attaglia al profilo vario e screziato del contenuto. L’arte, e la critica di essa, la legge e l’ordine, l’amore e la bellezza, la religione e l’entropia del reale, la giustizia, la politica, sono soltanto alcuni fra i motivi declinati, a più riprese, nel testo. L’uomo sembra essere il primo e più difficile oggetto d’indagine, principio e finalità di quest’opera che all’uomo si rivolge, che intende stimolarlo, e – perché no – provocarlo. Una moralità sana ed aliena da sterili moralismi permea, quale minimo comune denominatore, questa raccolta di aforismi, nella quale è dato scorgere a tratti un’affinità con le sententiae senechiane, a tratti la più lontana eco dell’aforisma di Nietzsche – e del suo primo maestro, Schopenhauer -, sebbene il profilo intellettuale dell’autore non somigli, negli esiti di questa pluralità discorsiva, al profilo di questi due filosofi fieramente avversi alla religione cattolica. La religiosità dell’autore è, occorre sottolinearlo, avulsa da dogmatismi ed eccessivo rigorismo, è una religiosità sobria, che si nutre del vivifico confronto con la filosofia; ed è proprio attraverso quest’ultima che l’autore, per mezzo del pensiero balenante, si lascia guidare alla ricerca di verità – da intendersi, certamente, al plurale.

NINA LAVIERI, GUERRA, Compagnia dei librai 2006
Una voce che trascina il lettore in un’epoca - l’epoca che ha visto consumarsi il secondo conflitto mondiale - e ce ne restituisce, con la nitidezza di una fotografia virata seppia, le immagini. I frammenti lirici di questa sillogesono caratterizzati da una lingua poetica dotata di innegabile violenza espressiva, scevra di ridondanze e leziosità; una lingua che si staglia nella memoria, evocando quando serve e descrivendo, affidandosi a dettagli d’icastica efficacia, laddove l’evocazione non basta. L’autrice ci offre un’autobiografia della sua “infanzia di guerra”, nella quale lo sguardo dell’io narrante – adulto, consapevole, “oggettivo” - e l’occhio ingenuo della piccola orfana di guerra si confondono nella trama del verso libero. Partire dalla propria esperienza, in questo caso, costituisce non un limite ma la risorsa e ricchezza di quest’opera, il cui indiscutibile valore testimoniale si aggiunge al pregio letterario; il particolare si eleva ad universale, il vissuto personale scivola nella cronaca. Uomini – padri di bimbi - che saltano in aria, ponti fatti esplodere dalle bombe, l’odore del sangue, il rumore assordante delle armi da fuoco quale crudele leitmotiv di questo segmento temporale che a nessuno è dato dimenticare; nella bambina smarrita che ha perduto il padre non possiamo fare a meno di scorgere l’uguale destino di altri bambini, come lei vittime di questo conflitto. Bambini che avevano il diritto alla loro infanzia sana e felice, a mangiare gelato fino a scoppiare, e che si sono invece ritrovati soli, con l’eredità degli orfani: un mondo senza riparo. Sebbene a imperversare siano i toni cupi, brutali e scabri, a tratti mitemente struggenti, della tragedia, la prima lirica della raccolta, significativamente intitolata a suo padre, ci lascia intravedere, oltre la coltre di angosce, uno spiraglio di pacificazione, un’armonia perseguita, e infine, ritrovata. Ed è forse questo il senso ultimo della raccolta: rammentarci di perseguire l’armonia e la pace, vivere - e non solo pronunciare - quella parola che è “il grande assente” nel lessico di Guerra, e come ogni grande assente si fa sentire quasi fosse urlata: “amore”.

BENITO MARZIANO, DON AGOSTINO SALVÌA E ALTRI RACCONTI, Libreria Editrice Urso 2002; SISIFU – POESIE SICILIANE, Libreria Editrice Urso 2007
Nell’atto stesso della lettura di Don Agostino Salvìa…, ancora prima di avviarsi ad una più attenta e ponderata analisi testuale e di emetterne, in conseguenza, una valutazione critica adeguata, emerge un dato, palese e inoppugnabile: abbiamo a che fare con un narratore che conosce magistralmente il “mestiere” di scrivere; che poi non sia propriamente il suo mestiere poco importa, nella misura in cui questi racconti sanno catturare il lettore, avvinghiarlo al tessuto verbale e narrativo, trascinarlo in un orizzonte tematico molteplice. Ed è proprio la molteplicità a costituire un cardine del fascino di questo libro; molteplicità di stimoli, di suggestioni letterarie personalmente rielaborate – da Saramago a Pirandello, senza trascurare Camilleri -, ma soprattutto pluralità di registri stilistici e linguistici; dalle movenze dialogiche e monologiche di ascendenza saramagana del primo racconto, che dona il titolo all’intera silloge, ai registri colloquiali della varietà sicula dell’italiano, che vediamo manifestarsi nelle Tre storie saccensi, dove non si può fare a meno, fra l’altro, di avvertire l’eco del boccaccesco Decameron. L’autore sa adoperare, di volta in volta, la strategia narrativa peculiare e il modus scribendi efficace, pervenendo ad esiti letterariamente felici, attraversando in egual misura il dramma e l’umorismo (un umorismo di pirandelliana memoria). Lo spessore umano dei suoi personaggi e la rilevanza di problematiche sociali e questioni etiche trattate - dall’incomunicabilità all’emarginazione degli elementi socialmente “deboli”, dall’equivocità dell’esistenza alla solitudine – conferma quella primissima intuizione, precisandola: abbiamo a che fare con un narratore che conosce, e ama, il “mestiere” di scrivere. Le poesie siciliane attestano la versatilità di Marziano, che vi compie un’operazione di innegabile valore culturale, nell’epoca del livellamento linguistico, ove si rischia di perdere quell’inesauribile bacino d’invenzione e ricchezza espressiva costituito dagli idiomi vernacolari. Il netino diviene strumento di una prassi poetica volta a ripristinare il contatto vivo con le proprie radici – che sono anche le nostre, se è pur vero che la prima “scuola” poetica italiana è stata quella siciliana -; liriche di matrice autobiografica e memoriale si intercalano a componimenti civili, dall’intenso afflato speculativo, nei quali il pessimismo è sempre temperato dalla consapevolezza che la vita, fatta ri cosi bbelli e ccosi bbrutti, è essenzialmente sempre degna di essere vissuta.

MASSIMO PACETTI, LA RISALITA, Edizione del Giano 2007
Nel contesto di un panorama letterario nel quale troppo spesso le poesie proliferano a caso – ed a casaccio -, ed altrettanto casualmente vengono combinate, affastellate, assemblate in quelle che si potrebbero non a torto definire sillogi “disorganiche”, prive di qualsivoglia coerenza e coesione, sul versante tematico come sul profilo più squisitamente formale, accade talvolta di imbattersi in un progetto tout court, in quel che una silloge vorrebbe e dovrebbe essere: una sorta di armonico – o volutamente (dis)armonico - “puzzle”, in cui ogni singolo tassello vada a costituire, insostituibile e necessario, il frammento in sé compiuto di un disegno complessivo. Sebbene non sempre i titoli si rivelino efficaci segnali paratestuali, nel caso di “risalita” abbiamo a che fare con un vocabolo dotato di un’innegabile carica semantica; la risalita, difatti, ci conduce nel cuore di una poetica dell’ascensione di sapore odeporico, che, grazie al prefisso ri-, non può fare a meno di implicare una precedente discesa. Ed è proprio in virtù della discesa nel fondo, dopo aver esperito in ogni fibra una sofferenza privata, individuale, e dopo aver contemplato la sofferenza dell’altro da sé, amalgamando l’auto-confessione al discorso civile, la storia personale alla storia universale, soltanto dopo tale discesa è possibile, come il sommo poeta ci ha ben insegnato, tornare a “riveder le stelle”. Strumento ed al contempo risultato ultimo e conchiuso di questo movimento ascendente è la Poesia stessa; Pacetti è dotato di un’indubbia capacità di coglimento del reale, e di una sensibilità peculiare, che gli permettono di svelare il disagio che lo circonda, e parimenti il proprio disagio, distillandolo in versi. Una silloge che pone la “cognizione del dolore” – dolore dell’uomo e del poeta, ma anche e soprattutto dolore della Storia e nella storia, dolore della società e nella società, quale base di un itinerario verso una possibilità che solamente la coscienza, e la passione (in accezione pasoliniana del termine, del resto Pasolini potrebbe figurare quale nume tutelare di ogni poetica affine a quella che stiamo circoscrivendo in questa sede), possono forse riconquistare; la possibilità di riappropriarsi di valori segnatamente umani, per tornare a vivere da uomini, come ci rammentano i celebri versi del canto di Ulisse: fatti non siamo a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

ANGELA TORREGROSSA, PENSIERI E PAROLE, Kimerik edizioni 2008

L’itinerario poetico di Angela Torregrossa sembra volgere in direzione di una quiete perseguita e sfiorata, sebbene mai interamente posseduta; l’autrice ci consegna il frutto del suo sentire e del suo vivere nel mondo, tessendo un armonico contrappunto alle amarezze e ai disincanti cui la vita, troppo spesso, costringe l’uomo, in balia di se stesso e sovente vittima delle sue scelte. Per mezzo di un linguaggio che riesce a coniugare la fantasia evocativa all’impulso descrittivo, la poetessa canta l’amore e la bellezza del cosmo, declinata nei suoi multiformi dettagli. L’io lirico si abbandona all’esperienza di una realtà fenomenica cangiante; ogni stagione, ogni elemento naturale, dall’acqua alla grazia della minuscola libellula, si offrono quale filtro a proteggere lo sguardo dagli affanni del mondo. Tuttavia questo stesso sguardo che si nutre di tramonti e di albe, che sa riconoscere l’incanto del mare e del suo movimento inesausto, non approda all’estasi di una completa fusione panica, non può divenire un tutt’uno con l’universo naturale; troppo vicini i clamori del mondo “civilizzato”, troppo assordante l’eco delle guerre, delle umane sofferenze, di una natura inquinata e distrutta; un’eco che non vuole irrompere con la deflagrazione dell’urlo, preferendo affiorare nella maglia del verso libero con il fragore sottile della stonatura, con l’inquietudine accennata del presagio.
L’oggetto ed il soggetto sono dicotomie che si sfiorano, si fanno l’una specchio dell’altra, senza tuttavia giungere mai a risolversi. Del resto, a dare senso al viaggio non è la meta, il suo termine ultimo, l’approdo; a dare senso e ragione al viaggio è l’atto del viaggiare, il cammino intrapreso: a tale guisa l’autrice indica una strada e segue una traiettoria, la sua, forte di uno sguardo che sa posarsi sul reale scrostandolo da quell’abitudine che lo opacizza e svilisce, contemplandolo con dolcezza ed ingenuità volute, di pascoliana memoria.

PAOLO TRUCILLO, FINE A SE STESSO, OVVERO FUORI E DENTRO DI TE, Edizioni Marte 2008

L’esordio letterario di questo giovane autore campano si configura in certo qual modo come un “romanzo-zibaldone”; una vena marcatamente autobiografica si sposa ad un’altrettanto manifesta urgenza speculativa, determinando un’opera prima che si muove agilmente sul doppio crinale del frammento narrativo, di sapore indiscutibilmente diaristico, e del dialogo filosofico piegato alle istanze dell’intreccio. In un tempo sospeso fra memoria e presente, fra sogno ed iperuranica fuga da un mondo ovattato e incosciente, dominato dalla corsa all’avere e dalle frenesie dell’apparire, vediamo delinearsi l’esperienza amorosa, nucleo tematico dal quale si diramano infinite digressioni, quasi l’amore fosse il pretesto dell’io per un inesausto interrogarsi su se stesso e sul senso di quanto lo circonda. Un io che persegue, disvela ed afferma la sua identità per mezzo della scrittura, gesto fisico ed insieme astratto di auto-appartenenza, aporetico svolgersi di immanenza e trascendenza che la struttura ibrida di questo oggetto letterario non identificato, questo “zibaldone-romanzo”, sembra convalidare. Quel che vediamo consumarsi in queste pagine sature di furor scribendi è il sempiterno dilemma tra ragione e sentimento, messo in scena nei ripetuti scambi dialogici del raziocinante Paolo e della sua controparte emotiva, oloaP; l’insanabile dicotomia che conduce l’uomo a destreggiarsi in un labirinto di pulsioni irrefrenabili ed inamovibile logica, a giostrarsi fra passioni e desiderio di conoscenza, ad aeternum. Se l’estasi mitopoietica trascina l’autore, io narrante e protagonista nella luna di Astolfo, (non)luogo che accoglie i senni perduti in terra - prolungando la geniale invenzione fantastica del “Furioso”-, alla terra lo riconduce l’eros, forza motrice che sa parimenti sospingere e costringere alla stasi, che crea e distrugge senza posa. Laddove l’amore (di e) per una donna può vanificarsi esaurendo l’originario impeto di condivisione, resta, imperituro, l’amore per la scrittura.

A cura di Serena Grillo

ANTONIA IZZI RUFO, STRALCI DI VITA, L’Autore Libri Firenze 2008
Una raccolta di memorie che si lascia leggere tutta d’un fiato, con la stessa avidità con cui si sfoglia un album di fotografie in cui le immagini sono raccolte senza un ordine preciso e inaspettatamente fanno riaffiorare volti, luoghi e situazioni solo in apparenza dimenticati. La vena nostalgica dell’autrice fa trascolorare taluni ricordi, ma ne rende vividi altri che si susseguono con forza e vitalità, descritti con acuto spirito di osservazione. Gli “Stralci di vita” consentono all’autrice di mettersi a nudo con le proprie inespugnabili fragilità, speranze e fallimenti. Riflessioni a posteriori dettate da una serena consapevolezza di quello che si è diventati. La narrazione fa vibrare l’anima e si percepisce quasi un potere salvifico affidato alla parola scritta: esorcizza l’essere avanti con l’età e una romantica nostalgia per una giovinezza vissuta con semplicità, autenticità di costumi, assenza di forti emozioni, di poesia campestre che sapeva di pago, dolcezza e malinconia insieme, ma anche di miseria e sacrifici.

GUIDO LASTORIA, NEL PIENO DEL TRAMONTO ROSSO FUOCO, Ismeca 2008
Versi evocativi, paesaggi ameni, riflessioni estemporanee. Una poetica delicata e suadente. Guido Lastoria sa stupirsi, e stupirci, davanti alle bellezze della natura descrivendole con la rapidità e l’incisività di un pittore impressionista. Fissa sul foglio visioni suggestive e poetiche atmosfere: prati luminosi, ritratti delicati, scene di vita quotidiana di un tempo ormai passato. Intimismo e dolce malinconia ci conducono in atmosfere rarefatte, in luoghi solitari in cui raggi di sole si infiltrano tra nuvole nere cariche di pioggia permettendoci, così, di conoscere il fascino di una terra tanto cara al poeta: il Molise e la sua città natale, Civitanova. Spettatori distratti, questo siamo di fronte alla capacità dell’autore di saper cogliere e descrivere particolari della realtà circostante che inebriano e pervadono il lettore con i profumi, i colori e i suoni di un’Arcadia ritrovata.

FIORENZA ORNELLA MARINO, PASSIONI ARDITE E SOPITE, Montedit 2008
È un libretto di grande impatto, una raccolta intimista dalle situazioni indefinite, sature di infinita dolcezza e di partecipata sofferenza. Una poetica raffinata che consente all’autrice di urlare silenziosamente i tormenti intimi che caratterizzano la quotidianità contemporanea. Dai suoi versi affiora la voglia di colmare un grande vuoto esistenziale, abbandonandosi al vortice e al turbinio delle passioni, senza forza e volontà, completamente assoggettata allo scorrere della vita. Un filo sottile e logoro, la lega ad una passato fatto di baci, di carezze e di desiderio ardente che le ha permesso di amare sconfinatamente, tra contraddizioni e sconfitte, per poi ritrovarsi sola in un mondo pieno di amore e odio / invidia e gelosia, rancori e frustrazioni, / sola tra le onde dei ricordi.
La versificazione di Fiorenza Ornella Marino è leggera, lieve, entra nell’anima in punta di piedi, ci accompagna lungo un percorso contraddistinto da elementi naturali, da uno spazio infinito, etereo, lunare. Il lettore condivide con trepidazione la ricerca dell’Assoluto, della quiete, del silenzio proposte come uniche fonti di salvezza e purificazione. Le liriche nascondono una paventata voglia di vita, c’è speranza nelle parole: come una crisalide che aspetta di diventare farfalla, così l’autrice si crogiola, solinga ed immota, nell’attesa che qualcosa cambi e stravolga le regole del gioco della Vita.

SERGIO POLO, I CANTI DEL SACRO CUORE, F.lli Corradin Editori 2007
L’amore è il fulcro di questa raccolta di poesie. Un amore carnale, fatto di corpi voluttuosi, di istinti primordiali e di un velato romanticismo. I versi vibrano come echi nell’anima, come lamenti che squarciano cieli notturni, carichi di nebbia densa. Una poetica che rapisce i sensi e si appella ad essi per gustare i ricordi del tempo. L’animo del poeta è agitato e affamato di passione ed un senso d’inquietudine permea la narrazione: la bramosia della carne, la ricerca estasiante del piacere eludono, e forse nascondono, le paure più intime, quelle causate dalle sofferenze che l’amore può dare. Ogni poesia cela un diniego per la solitudine, descritta come naturale conseguenza di un rapporto amoroso consumato troppo in fretta. L’autore viene travolto dall’onda anomala dei ricordi che si infrange sulla riva di un vissuto dalle atmosfere oniriche in cui sogni, desideri, realtà si fondono e si confondono, amalgamandosi. L’opera lascia trapelare una devozione per i grandi poeti maledetti e come questi, Sergio Polo vuole scuotere coscienze con la sua sfrontatezza, la sua irriverenza e con i suoi versi intensi e taglienti.

MARICA RECCHIUTI, L’UNICORNO ALATO, Il Filo 2007
La silloge prende il nome del titolo della poesia che apre il volume e racchiude i temi che fanno da filo conduttore alla raccolta. Una versificazione visionaria, un mondo immaginato ricco di significati nascosti. Si rincorrono pensieri veloci, frammenti di vita, sentimenti. Una presenza ideale conduce per mano la poetessa in questo viaggio interiore, sospingendola versi orizzonti lontanissimi, verso la libertà e l’eternità. L’opera è invasa dalla vita quotidiana, da storie vere, da ricordi che emozionano e permettono al lettore di partecipare emotivamente, restando intrappolato nei versi di Marica; versi che commuovono ed elevano a sentimenti di compassione e di umiltà, alla filantropia. È una poesia che si apre al mondo circostante, un’invocazione ad una società che si faccia portatrice di valori di uguaglianza e di rispetto per l’altro. Il suo pensiero è sempre volto ai diseredati, pensiero illuminato dalla luce della fede, coltivata e ricercata con decisione. L’amore trova ampio spazio nella raccolta ed è analizzato criticamente, nel mistero che lo avvolge, in quello scontro emozionale tra amore e intelletto in cui non ci sono né vinti né vincitori. I versi, insieme delicati e irruenti, esprimono un’ansiosa ricerca di sentimenti veri e totalizzanti, esortano all’azione, a non esitare, a non sostare / a non restare / chiuso in quel ghetto. / Non sostare / mai e poi / mai.

GIANCARLO VECCI, STORIE E RITRATTI, Gei 2006
Il poeta ci regala una selezione di sonetti in vernacolo jesino dal carattere brioso e ironico. Giancarlo Vecci si fa divulgatore, racconta con la stessa verve della tradizione orale, situazioni, luoghi e persone che ha incontrato sul suo cammino. L’uso del dialetto ben si presta a colorire le descrizioni e rappresenta per l’autore la possibilità di “attingere ad un mondo popolare primitivo e colmo di risorse sanguigne di umanità vergine e schietta, con esiti di poesia veramente forti ed originali”. La raccolta è suddivisa in sezioni in cui si avvicendano fatti di storia, pezzi di vita, ritratti di donne, di uomini e anche di animali. Un excursus che emoziona, che fa riflettere, esecrando intonazioni auliche, preferendo un linguaggio spontaneo e diretto, mai grottesco, attraverso il quale vengono toccati temi importanti. Riflessioni che riconducono al sacro, scavando nella biografia e nell’animo dei singoli, narrando le cose di ogni giorno, gli affetti familiari e i ricordi di felici giorni del grande mistero / ch’era la vita, dove te buttavi / senza sapè che ne saresti uscito.

A cura di Valeria Terzi

FRANCA BACCHIEGA, IL SENTIERO DELLE UPUPE, Rocco Carabba, 2008
Percezioni al femminile che nascono da un’attenta osservazione del mondo intorno a lei che si rivela ai suoi occhi di donna proprio come una donna: misterioso, contraddittorio, eterno nel suo continuo riprodursi e sostanziale punto di riferimento costante. L’io poetico soggettivamente acquisisce l’essenza della quotidianità, ogni sguardo decodifica e amplifica la conoscenza, l’esperienza personale diventa confortante. Il senso del mistero permea tutta la poetica della raccolta, il verso si fa strumento di scandaglio, lungo un sentiero di incognite e impalpabilità, alla ricerca della realtà. Ecco come i paesaggi, l’immediatezza del vissuto, l’interazione con gli altri, il passato e i fatti storici diventano rivelatori più di ogni altra riflessione. È una poesia che si nutre di pensiero, ma che suggerisce immagini precise e indelebili.

GIANCARLO CECCHINI, CANTI GIOIOSI, QuattroVenti, 2008

Nostalgicamente il poeta torna alle antiche sere accompagnate dal suono delle campane, alle chiesette di campagna e alle madri affacciate in attesa del rientro. La fine di una nevicata che spegne lo stupore infantile, le ragnatele irrigidite da una brina ancora non disciolta che si spezzano al soffio della tramontana, i rami sparsi dei grandiosi alberi scossi dal vento notturno, radunati da vecchie ricurve che ne fanno fascine per la stufa. La felicità trovata nei viottoli della pineta, nei cespugli di ginestra e nei compiti di scuola. Un ricordo nostalgico che esplode poi in un canto di gioia coronato da miriadi di splendidi fiori e da numerosi uccelli abitanti dei boschi. Un ricordo che si fa tenero nel rievocare le festività dell’anno, incastonate nella memoria dell’infanzia e dell’adolescenza. Immagini pittoriche che si rivelano nel verso fluido che caratterizza l’intera raccolta.

SALVATORE COTENA, A MARIA (AMORE, POESIA E FANTASIA), Edizioni Cronache Italiane Salerno, 2007
I versi narrano una storia d’amore intensa e duratura. L’intera raccolta non è altro che un omaggio alla sua amata compagna di una vita, un suggello ulteriore di eterna testimonianza. Nell’alternarsi del bene e del male, l’unione salda e davvero voluta rivela la sua forza e la sua ragione di esistere e la poesia la trasforma in monito ed esempio positivo. Il mondo in cui viviamo tendenzialmente rifugge dall’amore, lo teme quasi, spesso lo considera un impedimento alla realizzazione individuale e necessita quindi di un’immagine alternativa, di un’opposizione valida e credibile. “L’amore vince tutto” sembra essere il vero leit motiv di ogni componimento, concepito come un assaggio gustoso di un banchetto nuziale. L’amore esiste e porta armonia, speranza, coraggio e passione. L’amore perdura emozionando, proteggendo, rassicurando e riscaldando l’anima. Dello stesso autore:
Il portiere (l’operatore condominiale). Io, proprio io, poeta per passione…portiere per
necessità,
Edizioni Cronache Italiane, 2008
Pastori, Presepi e Poesia. Da San Giorgio Armeno la Napoli del mondo, Edizioni
Cronache Italiane, 2008

MARCO ONOFRIO, UNGARETTI E ROMA, Edilazio, 2008
Il saggio mostra la complessità di un percorso tra vita e scrittura che ha come protagonista uno dei più grandi autori del Novecento europeo. Ungaretti si appropria della città eterna lentamente, si lascia conquistare in maniera direttamente proporzionale a quanto egli stesso riesce a percepire e a prendere con convinzione. Solo dopo alcuni anni riesce a sentirla vicina e accogliente custode della sua emotività. La familiarità arriva solo in un secondo momento, ma resterà per sempre. Roma è un luogo di sovrapposizioni e stratificazioni, di mescolanza di stili architettonici e situazioni culturali, è sfuggente e frammentaria. La volontà del poeta di possederla è però più forte del disorientamento che essa provoca e lo conduce fino al totale abbandono. Il suo è un abbandonarsi consapevole delle conquiste fatte verso una maggiore conoscenza dell’umano.

MARIA GRAZIA PETTOROSSI, TRACCE D’OMBRA SEGNI DI LUCE, Edizioni Pendragon, 2005

Una poetica della quotidianità orientata all’efficacia comunicativa diretta e semplice. La poetessa sceglie un verso limpido e leggero, abbandonando completamente quella pesantezza accessoria che potrebbe ostacolare una comprensione immediata. Una voce poetica sommessa e discreta attraversa l’intera raccolta e la rende carezzevole. L’ordinario viene qui eletto a soggetto poetico e la coscienza del reale si estende, abbracciando ogni oggetto o fenomeno, anche quello che apparentemente può sembrare più banale. L’anonimato dei fatti e dei dati si risveglia arricchito di senso e di parole. Il rapporto viscerale con la realtà è rivelato da versi che generano l’idea di un fermo immagine accattivante ed esplicativo, volto a raccontarne l’essenzialità, in un tentativo appassionato di ritrovare se stessi ovunque nel mondo e a manifestarsi attraverso esso.
Della stessa autrice:
Viaggi di ritorno, Edizioni Pendragon. 2008

LUCIA PINTO, AMARE, NULL’ALTRO, Lietocolle, 2008

Il fuoco della terra mediterranea accende il verso sanguigno che riversa la sua forza lungo tutta la raccolta. “…versi…ri-versano in me / con l’impeto dell’assalto…vorrei cantare / con la mia nota incerta / in linfa prepotente / la sensazione / dei fiori accarezzati”. La scrittura si fa qui liberazione di un’energia interiore propulsiva e portavoce di pensieri incandescenti che impegnano la mente. Il dubbio soprattutto attanaglia e consuma: “È forse questa oscura luce / l’allegoria malata di un poeta? / L’informe di un artista improvvisato? / L’onirica visione di uno stolto?”. Nonostante l’intensità prepotente del verso, l’autrice genera una poesia di speranza e di amore. Non solo il fuoco, quindi, ma anche l’elemento acqua è presente e costante nell’immagine del mare che è simbolo di movimento incessante, di rigenerazione, di grandezza, calma e abbandono.

ENZO SANTESE, CENNI E SILENZI. NEI RITMI DELLA POESIA, La Nuova Base Editrice, 2007
Un gioco di parole e colori, un insieme amalgamato di versi e arte grafica, una commistione tra poesia e pittura che si fa portavoce di un disagio condiviso e dolente. Un linguaggio fatto di sfumature e variazioni che danzano fra tematiche individuali e sociali allo stesso tempo. In una civiltà alienante e massificata, conformista e indifferente, l’appello è quello all’autenticità, alla semplicità che predispone al dialogo, alla comprensione e all’amore per se stessi e verso gli altri. Amore, sensualità e condivisione: un’alchimia che può trasformare una giornata come una vita intera. Il poeta afferra la mano di un’umanità smarrita e cerca di accompagnarla attraverso l’impervio sentiero della società odierna. L’incomunicabilità genera frustrazione che diventa campo fertile per la falsità e allora solo il silenzio può fare da cornice ad un mondo snaturato che anela alla libertà.

LUIGI SIMONE, IL VENDITORE DI URAGANI, L’Autore Libri Firenze, 2007
Ombre e silenzi minacciano l’anima del poeta, segretamente impaurito, che dissemina parti di sé lungo il cammino del tempo che scorre inesorabile. Stati d’animo incastonati in versi come messaggi in una bottiglia, imprigionati come “tra grate universali di cui si è persa la chiave” è imprigionata la libertà del poeta che “vive negli spiragli ciechi dei sogni erranti”. Nonostante la speranza dell’illusione, il senso di chiusura e di limitazione permane e il poeta si trasforma con i suoi versi in un trapezista che fa meraviglie, volteggiando verso l’alto e che, allo stesso tempo, fa i conti con la naturale attrazione verso il basso. L’illusione più grande è quella dell’assenzadella morte che si aggrappa a ricordi lontani, offuscati dagli anni. Solo la poesia può tirarlo fuori da questo torpore esistenziale, illuminando la mente e sfuggendo per sua natura alle leggi del perire umano.
Dello steso autore:
Armonia di voli, Libroitaliano, 2002
Fiori di luna, Cultura Duemila, 1994
Sognando Samuel Beckett, La morte di Satana, Il morto è vivo; Montedit, 1993

MAURIZIO TOJA, UN’IDENTITÀ PERDUTA, Ismeca, 2006
“Ove non sia l’amore che risvegli tutte le forze è impossibile intraprendere qualcosa… e per amore si intende quell’irresistibile fervore che scuotendo le viscere trasforma l’uomo, anche se egli tenta di resistere”. Di questo amore è stato improvvisamente privato il poeta che racconta, con versi lancinanti, la sua agonia emotiva nella solitudine non voluta. “Ora non c’è luogo ove riposi o possa agire, ove porre il cuore od il pensiero”, il baratro è profondo e il mondo non gli offre nessun appiglio. La strada che percorre è buia e non consola la sua anima fratturata, sfaldata e dissociata, tanto da arrivare a concepire un equivoco nella genesi stessa del poeta. La primavera lo esorta da lontano, ma l’inverno del suo cuore è troppo rigido, costringendolo in una morsa paralizzante e l’ “orrore sale dalla consapevolezza”.

GERARDO VACANA, L’ORTO, Psiche e Aurora Editore, 2008
L’amore per l’orto nasce da un’esperienza diretta e voluta, fatta di lavoro impegnato e costante. Un impegno quotidiano attraverso il quale l’autore scopre la forza poetica della semplicità e gliene rende omaggio con questa raccolta. La verità della campagna corrisponde, in un parallelismo quasi metafisico, alla verità della poesia. E allora il verso adotta un linguaggio e un ritmo semplici e naturali, ma nello stesso tempo è minuzioso e attento, a tratti ironico, nonché drammatico: una vera e propria metafora di vita. Versi inaspettati quindi, nei quali riecheggia discretamente una tradizione classica e moderna che ricorda gli antichi fasti di una poesia ormai sopita e respinta. L’insegnamento è profondo, quasi filosofico, e riporta all’essenzialità del vivere secondo natura e, di conseguenza, all’essenzialità del verso poetico
stesso.
Dello stesso autore:
Taccuino greco e altri versi/Cuaderno griego y otros poemas, Ediciones El otro el
mismo, 2007

A cura di Alessia Tavella

FRANCESCO CANFORA, GIOBBE, Pagine 2008
“Ho scelto, come titolo, “Giobbe” per questa raccolta di brevi racconti, perché Giobbe nella Bibbia e in tutto il pensiero occidentale è il simbolo dell’uomo che soffre, che si interroga sul suo destino e che si affida a Dio, al quale però chiede anche il perché delle sue sofferenze. Questi temi, insieme a quelli dell’invito all’umiltà, alla comprensione di se stessi e degli altri e al riconoscimento dell’amore di Dio, visto come padre misericordioso di ogni uomo in ogni circostanza, che chiama e attende paziente il ritorno dei suoi figli, costituiscono la traccia che attraversa la maggior parte dei racconti. In alcuni di questi ho anche immaginato, con un gioco di fantasia, il ritrovamento di antichi documenti contenenti testi sconosciuti dei primi anni del cristianesimo o di epoca medioevale”.

MARCELLA FALCONE, ALI SPIEGATE, Pagine 2009
Se la poesia traccia pennellate di parole per restituire emozioni, Marcella Falcone in questo eccelle. I suoi testi appaiono meditati, lavorati con cura, limati, accoppiati e scoppiati con arte, diversi dall’incontenibile profluvio di versi che caratterizza il poeta nelle caricature e nell’immaginario collettivo. La poesia è l’arte di usare, per trasmettere il proprio messaggio, tanto il significato semantico delle parole, quanto il suono ed il ritmo che si imprime alle frasi. Il testo poetico ha in sé alcune qualità della musica, trasmette emozioni e stati d’animo in maniera più potente di quanto possa fare la prosa.

MILA MURZI, FEMMINILE PLURALE, Pagine 2008
“Femminile Plurale”, scritto in prima persona, inizia da un punto della vita della protagonista Loredana che, in quel giorno, non segue il suo uomo per mare ma resta a casa in attesa della visita di una vecchia fiamma. E nell’attesa ripercorre le tappe della sua vita di bambina quando, in mezzo ai molti agi di una vita borghese, veniva notando ed annotando nella sua mente comportamenti ambigui e inquietanti della coppie che le rotavano intorno tra i fiori profumati che traboccavano dai vasi e dalle aiuole dei giardini delle ville a lei familiari dell’Argentario. E sullo sfondo la bellezza cangiante di quel mare amico tanto amato. “È un racconto scritto col cuore”, ci dice la Murzi. “E con la consapevolezza che soltanto quando il velo che avvolge i personaggi si squarcia e ci appaiono a nudo come sono realmente, possiamo riprendere il cammino più forti, perché più consapevoli”.

RITA PETRICCA, NUVOLE DI CARTA, Pagine 2008
“Magiche foglie caduche, / nude e silenti, / angeli in volo senza nome. / Verdi gabbiani stanchi, / riposano leggere sui volti dimenticati”. Sono pensieri che producono emozioni rare, quasi sconosciute oggi, quasi desuete. Ma non antiche, perché quella vena di erotismo e di follia leggera, quel senso di freschezza riportano a terra, indicano una strada, un viottolo sconnesso ma esistente, simile a quel sentiero che Rita da molti anni spazza con cura in Via Margutta, accatastando le foglie marroni e sollevando polvere. Se c’è una poetessa nelle parole e nelle ore della giornata, aggiungo nello sguardo e nella voce quella è Rita.

A cura della Redazione

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