POETI SCELTI DA ELIO PECORA
 
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ROBERTO AIELLO

alla fine, confessiamolo, qualcosa non funzionò

alla fine, confessiamolo, qualcosa non funzionò
e non era in questione la nostra ignoranza
che poi sarebbe stata uno dei modi
dell’allegria, un’assurda libertà
di difendersi ed essere visibili

o la mole così uniforme della macchia,
il dedito starci nella tua domanda
antitetica a petto dei precedenti, ovvero
delle molte energie di cui
si sarà persa notizia
(per farne comunque misura alla vita,
un fenomeno chimico, e d’altronde
gli eventi hanno forme nuove
neppure sembrano disastri)

o la sequela dei corpi disattesi
che aspirano a sostanze critiche
di cui sei chiuso giudizio,
e neanche la fantomatica bellezza
con cui le ragazze
prendono possesso di improbabili
dettagli della mente. No, non è di questa fatta
la concretezza, né l’arte di stare fuori
dalla bella idea che ogni meta
non ti ha mai dato.

questo è il dono diseguale

questo è il dono diseguale
che non sa di diventare
ciò che per sbaglio è
un qualunque sentore di bicchiere
lo intuisco il tuffo lo schianto, come visitarmi
ormai che m’immagini
entrare nel tuo vino, avvicinarmi
fino a evitare
il fiele esanime delle parole
personale avviso a chi usura
la prigione dello spazio:
sembri, e sembri occhi
voragini di qualcuno che era
presto alla porta, qualcuno
certo perduto agli scoppi di risa
una qual urgenza di revocare
il ritardo. Quindi tardi.

Omissis per la tanta, la fremente massa,
ex post facto gli ordigni
che ci fanno di un unico
confuso silenzio:
poi da un luogo, non il nostro indefinibile,
parlami del torrente delle bestie
della noia dei grilli
dell’inutile maggese. Come comincia la città.
Parlami pertinente, senza silenzio
non sapendo, non capendo
che è come ieri, il nido stretto.
Dimmi di quello che non irrompe.

ANGELA ANGELOZZI

Ultimo

L’ultima iniquità è compiuta,
l’ultimo sberleffo alla mente
s’è consumato sotto occhi chiusi.
Restiamo attoniti, ma in silenzio,
immobili e impotenti, facendo finta
di non vedere.
Ecco il popolo che parlò di scelte,
che lesse il libro senza entrare
nella sua storia vera,
che imparò a memoria le parole
dei filosofi della nuova era, senza farle sue,
che mai comprese la forza della verità.
Eccoci qui, di fronte a questa gente,
che ci divora il tempo,
che ci scarnisce gli ideali,
che ci uccide il domani.
Questo è il popolo che parlò di libertà,
ma senza amarla,
temendola più di una tragedia,
voluta per sé e non per gli altri
e per questo si vestì di bandiere
senza patria.

L’altra luna

La vedo solo io
quell’altra luna.
Quella che traluce tra le foglie del balcone
quando m’affaccio per assaporare il mare.
La vedo già, mentre l’altra sorge,
travolta ancora del rossore terreno,
la vedo, luminaria nella mia notte,
penetrare il buio dell’ora tarda.
Nascere folli è la vera libertà,
la mia luna sorge dal calamaio cielo,
accesa già appena muore il giorno
ed io la guardo ormai senza trasalimento,
la vedo solo io, lo so,
quell’altra luna.

Stanze

Stanze dimenticate
ove attimi infiniti e persi
si sono consumati.
Stanze, ove ristagna
ignara la memoria,
e bello o brutto accadde.
Stanze, ormai chiuse
nel libro dell’anima
bagaglio pesante dei ricordi.

Bagdad

Sui monti d’ambra
ho lasciato il tuo cuore
come guscio di conchiglia vuota.
Il tuo silenzio inutile,
i perdoni mai concessi,
t’ho lasciato, amore,
per non farti morire,
facendo sì che inaridisse
la tua mano vuota.

Hanno ferito la notte,
portato via le case,
mentre dormivi, non c’è più gente adesso!
Ho lasciato anche la gente,
perché mi doleva vederla sparire,
i passi degli animali sul prato,
gli usci aperti nel silenzio di morte.
In che paese mi trovo,
ora che ti sto cercando,
non lo so, mi sento estranea,
senza il profumo del vento,
senza di te!

LUCIANA ARGENTINO

Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
- dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
*
Nessuno può negarmi la pace
e nulla può darmela
posso solo raccoglierla
all’imbrunire del canto
quando l’oscurità manda in frantumi la luce
e la stanchezza mi rende roca la voce...
*
Si somigliano il silenzio e il tempo
la domenica mattina quando i gerani stanno
pazienti contro il luccichio dei vetri
dove il senso dell’umano ristagna
e il concistoro di suoni e rumori
diviene un’unica voce...
Non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio di cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso.
*
Mi coglie di sorpresa il lento ritrarsi delle cose
alla strenua avanzata degli anni
il perdere di sapienza del corpo
per cui preparo un’intimità più attenta
che riconcili i gesti con l’assenza
e tengo per mano la fede mentre negozia la pace
con la realtà dei fatti.
*
Chi può dirmi chi sono
se lui non mi è più specchio?
Se di coraggio perso è il suo guardarmi
e di ritorni severi e di ritardi,
se nel suo sguardo disfatti vedo il tempo e me
me ridisegnata senza braccia.
*
Col tempo questo dolore sarà la misura
della mia pazienza, sarà la voce dentro
che tiene vigile lo sguardo, sarà la speranza
che ripara il destino forzato dalla mia testarda fede,
sarà la veglia del rimpianto – da tenere vivo – perché
triste è pure non avere nulla da rimpiangere.
*
Spezza i rami, increspa il cielo, sfilaccia le nuvole
il vento autunnale che percuote questa città
d’ali e di vibrisse. Sfoltisce i pensieri, dà tregua
al mio tormento, piega l’erba del rifiuto, sospinge
il tempo alla compieta di noi e di noi cancella ogni traccia...
E quando poi muta in bonaccia, frastornata e senza risposta
resta la domanda sulla sostanza che nutre la nostra distanza.
*
Se mi ospitasse in quel silenzio
che la sera un poco sfugge al suo parlare d’altro
starei come il cuore rintanato nel battito
ma somiglia a domani oggi...

da Diario inverso, ed. Manni

ALESSANDRO CETERONI

Tramonto con materia sugli occhi

La cameriera non fa che il mestiere
del non chiedere, bella
come un’ingenuità che si disegna.
Bambina per un terzo, e il resto è donna.

Ma l’happy-hour, te ne accorgi,
è un’ora che non chiede le pitture.
Nulla deve durare al suo delirio
garbato, che si chiude su se stesso.

Consumazione obbligatoria, un modo
di condividere il finale
astrattamente. Qui nessuno chiede
quale appetito stasera ti smuova,

se vera fame o un tetto che dà nausea.
Qui il senso del sentirsi libero
lo chiamano poter starsene soli
– e per tutti, lo stesso è il prezzo.

Eppure, non riesce a restituirsi
la materia degli occhi più preziosa
al tempo che registra le passioni

– la madre se lo cerca tutti i giorni
quel pancione scomparso al quinto mese –
non ha amore da offrirle il grande specchio:

fisionomie striate d’arancione
s’allungano sul vetro e disuniscono
i volti, che pare tutto un Picasso.

L’incompiuto esige il suo tramonto.
Perché, nuova, sia da baciare un’alba?
L’ora s’insegue come la spirale.

Nevica (per lei al risveglio)

Tu pure guardi cadere la neve,
ne sono certo, sporgendo le mani,
quasi bevessi a una fonte purissima,
al vuoto e all’inverno sospesi
sul mondo, al risveglio dei sensi.

Ti vedo, eccoti, sporgere il naso
ad occhi chiusi; scomposte le labbra
violacee, sveglie soltanto a metà,
sorridono e insieme si crucciano
al brivido bianco di un fiocco.

Ti vorrei, posso dirlo?, qui con me
a calpestare in giardino, un po’ più
del solito e poco meno che tutta,
le foglie cadute dal salice
spoglio, addosso e intorno la neve.

Insieme, caldi del letto e affamati,
pian piano ci fredderemmo all’aperto
senza più un tempo; le mani, le tue,
le mani, le mie, nostre mani;
nient’altro che nostre le mani.

Tu rientra, asciugati, un’ultima volta
stropicciati gli occhi, amo i tuoi occhi
così timidi e audaci; io finisco
il caffé, in silenzio, in attesa,
dall’altra parte della strada.

NICOLINO COZZOLINO

Incontri

Casa dolce casa
Sostanza della più disumana che si coagula in una faccia
Protuberanza del bugnato, riottosità
Del Marmo e del gatto
Sono come appaiono, la resistenza è nell’occhio
Che occupa un vuoto nell’oro.
Ma tutto questo si supera facilmente, basta
Spostare le tende come il ladro
Che entra vincendo la diffidenza.
Cineseria modesta, ikebana, madama
Dov’è? Potrò mai immaginarmela
La mia metà separata
Da una vera distanza e non dalla solita scala
Cancellare le impronte dell’incontro?

Metamorfosi

Per effetto della sorpresa scorrono
La lancetta e il cosmo
Collimando infine col crudo e il cotto
Per diventare il mondo
Come si vede. Non ci vuole niente.
È l’esperienza di tali vette a creare il pantheon
Di equivalenze, la roccia stolida
Che ogni corazza indossa.
Per la curiosità il muro
Rimane sconosciuto e intruso. Erbe
Invadono l’invadente
Giardino inglese
E anche sotto la lente
L’oscura figura ritrae innocente
Lo scemo del villaggio che vi si affaccia. Piano...

Volo radente

Allora guarda.
Nessun guizzo d’allarme turba la vita naturale.
L’aria fesa da incandescenza si è solo mutata in preda.
Ti distacchi.
L’oscura freccia proietta l’ombra della sua padronanza sopra la cosa.
Come un ronzio di rose che coniano alla parola un’ospite.
Non oscureranno certo i lati del cerchio promesso
Gli inchiostri indelebili di questa piccola macchia indistinguibile perché spaventata
Da una legge che detta il suo simulacro al corpo piegato
Il basso e l’alto legati da un filo indistinto cui le ali nemmeno contribuiscono.
Guarda
La tua lingua non sa più alzarsi da questo
Dall’agio dell’elemento cui ha sottratto un peso meno leggero del vento.
E il ruvido calco del tuo rifiuto si tramuta nell’urlo che lo riporta sopra
Perché l’ombra che sembra raduni sempre se stessa.
La penna appartiene ancora alla terra come l’errore alla leggerezza.
Nell’occhio può solo recuperarsi un obbligo.

Cabaret

Si sottrae l’asino alla sua saggezza
Impersonando un mese sul calendario. Sfrattato
Dalla struttura di classe di società avanzate
Il tabù degli asini decade
La formica e l’ape diventano il comportamento perfetto
Ma forse conservano le loro ossessioni dal punto di vista delle macchie del sole.
Se solo l’asino potesse cantare
Il contrasto cervello/mente che gli deriva da un bisogno impellente
O considerare la morte dell’anima come la cantatrice calva
Canta il male nella sua forma di toupet.
Tuttavia ripariamo. Con l’aria
Di chi decanta la bontà del morto.
Quando si assorbe ogni passato torto
C’è posto per nuove offese.

LETIZIA DIMARTINO

Sono pensiero

sono io
la notte rigiro il capo
nello spazio nero che perdura
si spande
così che l’ansia disvela
e si modella
finché il corpo è disfatto
e sento trilli, ambiguità
e rime disperanti tra respiri
e sovrastanti ombre.
*
Sospeso il pensiero di te
se ne va
quest’occhio chiaro
abbandonato nella stanza sola
“perché dici così?”
Comprendo poco il vivere lontano
d’immagini dormo
e tranquilla non sogno
del (tuo) sonno conosco
un tumulto di lenzuola
e quei capelli sparsi
a soffocare il respiro.
Ma sei lontana, e lo sai.
*
Dove abitavi non ricordo
né il numero sovviene
ma era strada oscura
città senza cartografia
vita orizzontale
lo vedi che traccio le righe
scordare è poca cosa
sei tu che lo vuoi.
*
C’è il saluto straniero
di quegli anni incrociati
sono giorni di somme
non inseguo il mistero
che ti arrossa le guance
e comunque io già annego – lo sai –
da più tempo
poi riabbassi quegli occhi
li conosco – non parlano –
silenzioso tuo sguardo
distaccato, galleggiante d’azzurro
quasi fuggo ma il corpo
è inchiodato in geografico viaggio.
*
Far poesia
è liquido piacere
lo sento improvviso
un possesso di me
del corpo ingessato
e poi giù di parola in parola
comprendimi
restandomi ora
la ben nota frenesia
del quando e del poi
pura o no
o forse non so più.
*
Mi consumo così, facilmente
con molto da sognare
senza che giunga mai una lettera
al mio indirizzo
mi vesto di gocce d’occhi chiari e capelli scuri
non è così facile, lo so.

da Oltre, Archilibri poesia

PIERA DUNOYER

acqua
sei dentro di me
attorno a me
sei con me ovunque.
mille volti...
tutti tuoi!
ascolto con gioia
lo sciacquio delle onde,
tremo quando
il tuo canto
diventa rombo e morte.
ti guardo danzare
allegra e sinuosa
tra i sassi del torrente
e sono certa
che anche tu
ami.
è affar mio solo
il saperti usare...

La sorgente

il sentiero che porta
alla sorgente dietro casa
oggi
ha indossato
l’abito della festa
di soffice muschio.
il cappello in tinta
di fronde verdi
lo rende tenebroso e magico
e là nell’angolo
proprio sotto
il muretto a secco
lei
mormora tra le felci, mentre
il ruscelletto
afferra e racchiude
schegge di sole.
la bimba di un tempo
avanza piano
con nelle orecchie
l’eco di voci lontane.
quante polente
si son fatte con la tua acqua!
mille minestre
tanti caffè!
la sensazione di disturbare è la stessa.
non osa, neppure oggi come allora
raccogliere le violette..
piccola importante sorgente!
nessuno più attinge
alle tue acque!
non servi più
ci sono i rubinetti ormai.
eppure tu sei ancora qui
a bisbigliare
tranquilla e
generosa e
costante.
*
mani
inquietanti,
mani plaudenti...
poche volte
ne condivido gli applausi.
basta!
a mani col dito puntato o
integrate totalmente
nella moda del momento
anelo
a mani solitarie
che ogni giorno si tendono
per stringerne altre
con idee diverse.

SILVIA GASPERINI

da Mythos

Come stormi in autunno;
e torna a scorrere la vita
che palpita di attese
fugando il buio
che troppo a lungo l’ha umiliata.
*
Insegnami a decifrare il codice dell’anima
la passione e il desiderio
il dolore della ferita che apre
e il modo di placarlo
il legame che imprigiona
i corpi e li disserra
al ritmo dell’onda sulla sabbia
quando l’alta marea cancella le orme del tempo.
*
Armonia
Crisalide, farfalla,
nell’abbraccio di una notte senza tempo.

Note sospese
penetrano l’anima
di sottile malinconia.
Il miracolo ancora si compie
e il dolore si scioglie
nel prodigio di un suono
che lo placa
che accarezza il cuore.

Sono sprofondata nell’abisso
per riemergere nell’iride di un giorno cristallino
che ha fugato la tenebra.
Ti ho preso per mano,
e camminato silenziosa
al tuo fianco

ripiegandomi sul mio stelo
quando tu mi hai respinto;
ho imparato a soffrire
nell’ombra di un affocato crepuscolo;
ho imparato ad amare
quando tu hai voltato altrove i tuoi occhi
ho conosciuto l’ardore di un fuoco che non si estingue.

Le dita sfogliano i segreti dell’anima,
lontano un’eco, un sussurro...
immagini sfocate dall’album dei ricordi:
la mia vita, un alzarsi, un precipitare,
sull’orlo del baratro che cela l’oblio.
Il dolore non lascia traccia,
solo un senso di vuoto, di tenebra.
Vorrei perdermi nel dolce abbraccio di un amore.

Solitudine nel gelo dell’anima:
Un risveglio senza alba,
Un rancore senza nome,
Un giorno senza tempo,
Uno sgomento senza risposta.

Ho carpito il tuo segreto
che conservo come una spiga
nel palmo della mano,
evanescente dolore
che gli occhi lasciano trapelare
in un bagliore muto.

È uno stupore senza fiato
quando spalanco gli occhi
sull’abisso dell’anima
che inonda di perle iridescenti
i pensieri migranti.

MAURIZIO FADDA

Nugoro

No, no est Sardigna
È sangue in rii asciutti
È dolore di granito
È cuore di Sardegna.

Non è felice
È serena con asprezza
È dura d’invidia
È orgoglio di appartenenza

Non è moderna
È futuro con piedi antichi
È tenores e binu nigheddu
È tradizione tessuta da generazioni

No, no est Sardigna
... Est Nùgoro!

Il tuo paese

Nuoro, ruvido rientro
incidendo il ritorno
sulla strada di casa
con lo scalpello del viaggio.

Ho visto Sardegne umide e diverse
angoli ameni e lontani,
lentischi dal vento
ricacciati nella terra,
torri Puniche
che impigliavano il vento,
gente che piange e sorride,
lacrime e pioggia
piangono su spiagge di conoscenza.

Ma casa... è casa.
Muri con pietre diverse
rocce con ricordi diversi
colori con odori diversi
gente che piange e sorride,
lacrime e pioggia
riempiono di rimpianti le certezze.

Breve lontananza
acume di comprensione
stimola visioni cieche
del tuo paese
che ti vive intorno
mentre tu ci passeggi dentro,
non devi capirlo
basta solo viverlo,
non devi amarlo
ridi nelle sue strade,
non devi ricordarlo
la tua mente sta appesa ai suoi muri.

Non rinnegare mai
dovunque tu sia
i pezzi della tua vita
caduti nelle spaccature dei marciapiedi
e germogliati come erbacce
nella tua terra
dove... ricordati
rimangono le tue radici o i tuoi semi.

LIANA BOLAFFIO LANZA

Quanto dura un momento?

Chiudi la strada della notte
in un recinto di vecchie intenzioni
prendi il sentiero che ti porta il giorno
a tutte le stazioni.

C’è gente che ti aspetta con speranza
sulla soglia di nuove informazioni
c’è gente che ha raccolto un fiore
della vita in ogni circostanza.

Per te ha serbato
in uno scrigno d’aria
foglie d’acanto
con riflessi argentei
rare parole rosee
e un arbusto spento
di luci che han brillato poco tempo.

Ma dimmi,
quanto dura per te un momento?

Chi o qualcosa

Guardo la strada là in fondo
e aspetto che arrivi qualcuno
ma non so chi

Guardo le foglie che si muovono
laggiù al fondo della strada
e aspetto che arrivi qualcosa
ma non so cosa

La mia solitudine è immensa
è dentro la testa, nel cuore
nelle mie braccia nello stomaco
negli occhi

So che nessuno è in arrivo
ma continuo a guardare laggiù
tra le foglie che danzano in fondo alla strada
e aspetto

Qualcosa si muove laggiù
tra le foglie in fondo alla strada
i miei occhi si sforzano per vedere meglio
la mia anima si sporge
quasi abbandona il corpo per andare incontro...
a quel nessuno che arriva.

Ed io sono qui
con una solitudine che riempie i miei capelli
le orecchie i piedi le mani le unghie
la triglia la briglia la chiglia e la conchiglia
son qui che aspetto
ma non so chi e non so cosa.

DOMENICO MARIANI

Mare

Un miscuglio di biancoceleste
un’infinita distesa illimitata
un estratto di iodio e salsedine
che dalla bocca e dal naso
scende sino alle viscere spaziali
un fresco eterno e giovevole
mescolato a un dolce caldo sabbioso
un’afa a picco sul capo meravigliato.

Senza titolo

Sorge da lontano
tra oleandri arabeschi
battuti dal vento
la sagoma del sentimento
perduto, ma poi
ritrovato
fra le intarsiate rocce,
dove si librano
a dismisura
le birichine onde
di un mare in tempesta.

Le nuvole

Non sono cavalli impazziti
quelle nuvole bianche
che solcano
il cielo terso e limpido
dopo la tempesta.
Sono i segni e i profumi
di tutto ciò che
ribolle nella nostra più intima
essenza indeteriorabile.

Esplosione nel silenzio

Nel silenzio della notte
mille gocce di cristallo
scendono lungo il capo
bagnato dalle
fantastiche idee di
un cavallo bianco che
scende lungo l’anima
e attraversa il cuore affaticato
del lungo giorno solare.
Si mescolano luci ed ombre
lungo l’enigmatico
percorso della via Lattea.
Un pugno nello stomaco
ed un profondo respiro
mi conducono verso
l’infinito sapere.

Il nostro tempo

Il fiume del tempo
non cancella
i ricordi che pesano
sul sentiero della memoria.
Tutto ciò che conta
muore lentamente
giorno dopo giorno
insieme alle cose
del nostro tempo.
da Il sole negli occhi, ed. Pagine

ANDREA MANZI

Stamattina Camillo puntava il sole,
avrà visto una palla di gomma
l’ha inseguita verso l’alto
alzando incerta la zampa
come fa se bypassa i dossi di terriccio
e i muretti delle aiuole
o se ostenta furia canina imperiosa
al micio trepidante del vicino
Il sole è grande per lui
e poi è più caldo della stufa
inaccessibile come la grondaia,
se il cancello è chiuso a chiave
Il sole a Camillo fa l’effetto amaro
degli scherzi di Giorgino
spia ne è il latrato brontolante

Camillo, lo avrete capito, è un cane
ed è un Labrador coi fiocchi (e il pedigrée)
Giorgio è suo fratello d’adozione, capriccioso
beagle reale

corsa a saetta e piglio tirannico
Divennero fratelli per decreto familiare
emesso da autorità irresponsabile
e mai impugnato per indulgenza muliebre
Camillo e Giorgio hanno un amico, Dindo,
Dindo, dal nome, sembrerebbe un cane, il terzo
(in questa storia le parole capovolgono attese
e razze): eh no, è invece un bambino biondo
Dindo, e quasi fulvo

il mio atroce e zuccheroso bambinello
Dindo dice dei suoi cani: sono i miei fratellini, e basta!...
perché io non ho fratelli veri. E ci crede, Dindo
che siede solenne sulla cattedra degli anni (sei,
e la saggezza del tempo la si coglie intera)

Io, Dindo, Giorgio e Camillo in giardino sotto il sole
Com’è ridicolo il sole su di noi.

*
La vita s’inclina
nell’albero maestoso del tempo
Il battello sfibrato avanza
in mari ribollenti d’ira
I flutti non oziano mai
Qui non fiorì mai occhio di gorgo
buio fitto d’abissi
Elea e Atene plaghe sommerse
con greppia di capanno
Soffiano energici venti d’acqua
d’intorno aguzze e smunte
lingue taglienti di profezie satiriche
È eterna la furia d’inverno
senz’ore né giorni squaderna vigore
Terrena autobiografia di dei

Il tempo rintana in tenui gusci
La vita approda all’embrione
e riedita miti spumosi in feritoie
costiere
Abbagli arcani oltre le secche

La riviera scorre aldilà
silvana acquatica quinta odorosa
distaccamento aforistico e plumbeo
lusinga di sepolte infanzie

Il mare sale e divora, verticale
vertigine
La riva è irsuto fotogramma
barbarico
Il mondo degrada in sedicesimi
e muore in furori effervescenti.

GIOVANNI MAURIZI
*
Rinchiuso nel Reparto
dalla porta serrata
ignoro se nell’oggettiva
indifferenza del giardino
ottobre s’arrossa
o rosseggia perché il punto
di vista è così sigillato
che la forma viva
è separata dalla forma morta
meno di quanto
è dato distinguere,
così vita e morte
si sovrappongono
e nell’istante privo di futuro
partecipo di entrambe,
senza principio né fine –
né fine.
*
Il sangue pulsa e rinnova la vita
ma non il tempo, voci brevi
s’insinuano fin dentro, dove
un lapidario sedimenta sussulti
e croste d’ombra.
Un angolo spezza sul soffitto
la sua duplice forma ortogonale
verso est verso nord giù
negli strati ingombri d’anime
che nessun sacrificio redime.
È la china di un imbuto mistico,
una fuga di sensi sovrapposti
che termina dove il corpo
si fonde con l’impronta.
*
Le bancarelle chiuse per la pioggia
improvvisa sotto teloni azzurri
e verdi diffondono nella piazza
la forma inquieta dell’inconoscibile,
non più gente che parla, a curiosare
tra robe vecchie, ma cippi funerari
per la piazza deserta

così spesso è il mio cuore –
quando dal riso passi al silenzio, amore.

Ricordo di un orto

Due piccioni becchettano sull’orlo
di poca terra, sparsa
delle foglie secche della magnolia,
di qua l’erba bagnata, malve ortiche
trifoglio, nella quale affonderei
le mani per cercarmi

è l’odore a inebriarmi,
la vista di un’ortensia dilavata,
il volo basso dei piccioni fermi
ora sul muro della grata, e tutto
chiede più vasta vita –
quale nel poco si mira l’universo.

La mia preghiera

La mia preghiera non mi incenerisce
ma un’ombra annera
uomini e cose
se guardo sulla foto il tuo profilo
e contro il cielo vuoto
si vanifica il cielo dell’Egeo.

Non ho scampo da te ma la tua luce
a te non mi conduce.
da Canti essenziali, ed. Manni 2006

ANTONIETTA ROSA RASO

Comprensione

In un mulinello di vento
due gocce il Caso
ha unito sulle verdi
vene di luna:
nella Comprensione di una poesia
l’incontro più tenero e astrale,
più duraturo
di un incontro d’amore
nella dolcezza serena
di un autunno di muschio
e di grigi capelli.
La Comprensione è il lampo
di un miracolo senza ragione
quando appare leggibile il cuore
e il tramonto è presago
di un’alba nuova:
è un nuovo libro aperto
su uno scrittoio antico.

Danza folle

Tra fiori di lievi cotoni
in bici tra nuvole stanche
incontri di maschere bianche
e abbracci e fugaci abbandoni
La vita è quell’avida gola
che ingurgita l’ore assetate
e sperde su sabbie assolate
quest’acqua che danza e che vola.
Perché “avere il tempo” è impazzire
(chi mai ci darà un’altra vita?)
sostare alla fonte infinita
per essere folli e morire.

Poesia

Ho nascosto il mio cuore
in un cespuglio di capperi:
lo ritroverò fiorito
di bianco e dolce viola
quando sarà passato
il tempo dell’addio
scandito dagli spruzzi
del mare in questo nuovo
lungo inverno che viene...
quando saran finite le parole...

Dolcezza

Dove il destino attende
tra ferite e il lamento
dei ricordi, fibrilla
e sfarfalla sul cuore
bassa marea silente
che accarezza ad una ad una
le conchiglie nascoste.
Fiumi carsici, vene
sulle mani rapaci
sulle tempie argentate.
Gli uccelli hanno beccato
i miei ultimi versi:
l’archeologia dei sogni
non mai dimenticati
è metafora di fuga
che rilegger non vuole
il libro della vita.
da I canti di Fonte Nuova, ed. Pagine

MARIA PIA SOZZI

Quando...

Quando l’inverno mi vestirà
col suo abito bianco
e il tramonto svanirà
oltre l’orizzonte
quando tutto questo,
come pietra,
colpirà il mio cuore,
correrò a rifugiarmi
nel granaio della fantasia
che oggi ho colmato
con i frutti dell’estate,
con l’azzurro del cielo,
con le segrete ricchezze
della notte.

Così... come sei

Sei acqua di ruscello,
sei vento che scuote.
Quanto m’è caro
quel bimbo
che è rimasto in te,
nascosto dentro
quella corteccia
a forma d’uomo.

Siamo fragili
ma felici... vivi...
anche se le nostre lacrime
bagnano l’anima.

Quando l’amore è nudo

Incontro di due mani:
cercano, sfiorano,
poi... accarezzano...
complice la notte.

Nel silente amore
dove tutto è oblio
cercano quell’attimo
ineffabile... eterno...

Morbidi tentacoli
che s’insinuano
nelle nudità dell’amore:
radici impregnate
di limpida passione.

Come una perla

Racchiusa
nella tua conchiglia
m’illumino
di trasparente luce.
Batti nel petto
come onda sullo scoglio
scotendo la mia anima
d’infiniti desideri.
Corpi serrati
profumati
da dolci balsami
d’invisibile passione,
si schiudono
ai sogni
di tesori nascosti.
da Complice il silenzio, ed. Pagine

FABRIZIO DI VASCO
*
Atteggio la faccia
gli occhi truccati
con l’ausilio della maschera
mi aggiro nei luoghi deputati.
Licenzio fiori di carta
illuminando fantasie
invano sazio le mie passioni
recidive fino a notte;
a un altro bacio
un’altra luce...
Spossato
alloggio le mie ossa
allo specchio
riversare
le mie guance incavate.
*
Un giorno bussò il tuo sguardo
Sul mio petto
lesto
ho chiuso al tuo cospetto.
Ma nell’ombra,
nell’ombra mi fantasticavo sorprenderti
coi miei segreti
al tuo corpo bagnato
da un bicchiere
nella mia mano amara.
*
I muri della città
ricordano la mia faccia
nel silenzio freddo
Fiuto eroina
In un vicolo
Azzoppato divano
cumuli d’immondizia
nelle prospettive.
*
Mi accoglievi
nel letto
più nudo
del tuo corpo
spigliato governava
la mia sete
nelle tue mani erranti
sorrisi arcani.
Dove
Qui
a Parigi,
ogni notte
abbracciavo la vita
nei tuoi spasmi.
*
Sorrisi, sorrisi, sorrisi
negli occhi.
Un fiore nel cuore.
Quando ci sei
abbraccio il mondo
mi scalda il sole.
E sono tanto tanto
tanto più felice
di ridere
con te.

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