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Pietro Salmoiraghi
I In quanto produzione di irreale,
l'immaginazione - quintessenza del sogno,
presuppone comunque un luogo e un tempo:
cui poter ritornare.
II Vivere una pur vaga percezione
del cambiamento di stato
nel tempo dell'assenza:
passare dall'attesa del noto
alla produzione di ignoto.
III Sognare induce quindi un ‘disturbo’
nel reale. Ovvero una dimensione
di ambigua verità: in bilico
tra evidenza e illusione.
Sorta di mimesi immaginaria?
IV Sensazioni possibili: ma non
necessariamente congruenti col momento.
Spesso persino laceranti antinomie.
Il sogno fonda, al più, un possibile
entrare in risonanza con il reale:
non certo in coincidenza.
V L’immaginario è dunque, direi,
psichica produzione: basata sulla possibilità
di costruire una dimensione di ambiguità.
E di tollerarla.
Giuseppe Sanalitro
L’ultimo giorno d’estate
Ho visto mulinelli di acque accoglienti
srotolarsi senza noia tra grossi sassi lisci;
ad un assaggio di vento da nord
la salsedine svelarsi a velare vele
e barche a remi incontro alla Vergine
del faraglione Grande; imporsi
ancora calda sull’autunno inviso
l’ultima luce estiva dei bagnanti
irriducibili, sparpagliati tra scomodi
basalti che sono stati di fuoco.
Poi, breve lampo inconfessabile,
come a squarciare il tempo instabile,
al primo brivido d’inizio sera,
mi sei tornata inutilmente in mente.
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Dario Sandrini
*
A volte non si sa più quello che si vuole
Perchè si conosce sempre
Con assoluta certezza
Ciò che si desidera.
*
L' essere certi dei propri obiettivi
è invidiabile
ma rende assolutamente noiosi.
Giuliana Sanvitale
Tesse Penelope parole
Si nutre di silenzi
il mio animo
e li tesse paziente
in parole.
Penelope mi sento
nelle notti silenti
intesa a tessere lettere.
Fa da spola il battito
del cuore che perde
a volte il ritmo,
si fa nave fuggente
e affronta la procella
per farsi incontro
al suo Ulisse.
S’innalzano marosi,
muraglia d’acqua salsa,
che mi scaglia indietro.
E mi ritrovo,
inutile Penelope,
a tessere carmi
d’amore.
Gianni Sassaroli
si tinge le labbra siciliane e insiste con il rossetto per evidenziarne il colore
il viso massaggia gli zigomi magrissimi alti sentendone della magrezza l’orgoglio
le unghie ocra seni minuti
dei tacchi equilibrio perfetto il piede
senza parole allo specchio piangendo per divenir modella
son bella son bella
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Maristella Schioppa
Nel miraggio dell’oasi
Il deserto canta
con voce di donna.
Calda si apre
e limpida.
Nell’aria rarefatta,
disseta ogni granello
di sabbia riarsa.
Più della pioggia
scioglie le radici
liberando foglie invisibili
nel miraggio dell’oasi.
Il vento la rapisce
improvviso
e torna il silenzio
nel rumore
di ogni giorno.
Anna Schirripa
Nostalgia di un Amore
Nostalgia di un amore passato,
di un amore voluto,
nostalgia di un amore immaturo,
sofferto.
Sofferenza di passate emozioni,
di emozioni mai più provate
che fanno parte di ieri.
Ora ripenso a quell’amore
a quell’esperienza delusa.
.
Le stesse emozioni di ieri
oggi le sto rivivendo con te.
Non deludermi
e alla vita non chiederò più niente.
Elvira Sciurba
Sonoro pianto
Nuvole nere
Velano la luna
Come un burka musulmano
Occhi spenti e speranzosi
si affacciano
Pianto di bimbi
senza suono e senza lacrime
Sordo, violento
Tonfo di fucili.
Dio,
dove sei?
Ernesta Seghetti
Balbettio di silenzi
Quando il gelo mi obbliga a tremare
mi nutro del re sole
che scurisce la pelle
ma rischiara il cuore.
Di questi tempi
feroce la vita traccia solchi sul mio corpo
ed io abile bugiarda giocoliera
posiziono birilli colorati.
Temo l’andirivieni di emozioni in controtempo
che trilla in me al risveglio,
quando lo specchio di Biancaneve
mi costringe a indossare occhiali da sole,
per non vedere il buio dei miei occhi
per non cercare il sorriso sbarazzino di un tempo.
Regalo abbracci a chi non ne dipende
le carezze le pretendo indietro
e se il mattino non ha più oro in bocca
le mie notti balbettano silenzi.
Jelka Serpieri
un vecchio castello
torno verso casa
su un autobus
e guardo fuori
e come d’incanto
mi appare
il vecchio castello
e con gli occhi socchiusi ricordo…
la pioggia
che picchia sui vetri rotti
nella stanza diroccata
il vento… che fischia tra le fessure
i gufi… che gridano dai rami
di una vecchia quercia millenaria
questo è ormai il mio castello
il castello della mia infanzia
quando favole brevi
mi facevano immaginare
streghe e fate bionde
e mi sentivo come una nube
portata dal vento
sulle montagne… fredde… gelide
il mio castello è rimasto lì
fermo… come nella favola
della bella addormentata
nulla si muoveva più
finché un principe azzurro
sul suo cavallo bianco
mi avrebbe svegliata
e con un bacio
avrebbe riportato la vita
e mi avrebbe portato via
per vivere insieme la nostra favola
ma è già tardi
l’autobus è ripartito
per la prossima fermata
si ferma… davanti ad una fontanella
allegra e spumeggiante che scorre
sin da quando adolescente
andai al mio primo appuntamento
con una speranza nel cuore
incontro ad una nuova realtà… poi delusa
ma ormai è tardi
l’autobus riprende la sua corsa
tra le macchine
incontro ad un futuro… già presente.
Mirko Servetti
Lo sciame ondulante
ci scuffiò gli sguardi
ci corruppero i cagli dell’età,
mentre il globo
d’un fondo tiziano
sovrastava le spoglie, pieno
e sovrano di pienezza somma
nel contendere i fuochi al mare.
*
Le viste,
svaporando distese d’ebano,
levano pareti come apogei.
Brezze friabili
per pochi minuti
camuffate da metà ottobre
abbozzano rughe
sulla scollatura
e le mosche, qui accasate,
si fanno più arzille dopo la fremuta
buriana di pioggia…
…e mai scorderemo l’aspetto
della contrada prima del sisma
le balte d’affreschi
nelle navate tardomanieriste
l’ansare che ruppe
la silenziosità
tra le screpole del peristilio.
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Elli Signani
VII
Oggi, come ieri,
la poesia civile è
veramente fuori moda.
Il nostro popolo
non è mai stato tanto
“civile”. Dopodiche,
anche le scuole hanno tagliato
con l’educazione civica
perchè troppo noiosa per i discenti
troppo faticosa per i docenti,
sostituita con l’educazione
sessuale, alimentare, o ambientale,
ma spoglia dell’aggettivo proprio.
Oggi, più di ieri, la poesia civile
è una lapide di nessuno: tutti
guardano, e passan oltre.
Livio Spinelli
Il ritorno di un Etrusco a casa sua
Che ci fai tu sulla mia terra,
che da tempo immemorabileapparteneva ai Rasna?
Perchè hai distrutto
la tomba dei miei genitori?
Come hai potuto ridurre
in quel modo
il tempio
dove io e i miei fratelli
pregavamo i nostri Dei?
Chi ha bruciato la mia biblioteca?
Non c’è più traccia dei poemi
del mio popolo,
perdute per sempre tutte le nostre commedie.
Neanche una poesia è rimasta.
Non odo più
il dolce suono
della lingua dei Rasna.
Scomparsa anche
quella.
E’ tanto tempo che aspetto.
Rendetemi giustizia
usurpatori!
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Gian Luca Stridi
Vento e rabbia
Tra le tue braccia ti chiedo di gridare più forte...
e della mia solitudine diventare la voce...
perchè mai dalla mia gola si leverebbe un grido altrettanto potente.
Te lo do con la ferocia più forte che ci sia dentro un'uomo..
quella dell'anima.
Attraversami lo spirito che di antica rabbia giace intriso... e con
essa per me alimenta il tuo soffio.
liberami da questa maledizione che non dà pace alla mia anima consumando questa vita...
...con un perchè senza risposta
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