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Fabrizio Ganugi
Per sempre
Ho bisogno di un eroe.
Disperatamente eroe.
Di quelli forti, brutti e grandi,
grandi quanto il dir mai detto.
Ho bisogno di spade
e tuoni di sapore
e paure acuminate,
di drammi mitologicamente patetici e furiosi,
ho bisogno di saper ch’ancor si sogna di morir per la
vera
classica
pura
scontata
perciò immensa
libertà.
Ho bisogno di milioni di buone rime
ed endecasillabi a fiumi
ai limiti di quel patriottismo che risiede nei polmoni.
Ho bisogno di essere fragile e vinto
e di fare l’amore funestamente con la mia più nera mestizia
in nome di uno stramaledettissimo principio
così azzurro
e così futile agl’occhi di qualsiasi uomo
che vive per lavorare.
So Amare,
è questo il tuono che mi mormora i sogni,
e non so tollerare,
non so mangiare educatamente,
non so inghiottire fiotti di plastica
per proteggere ad ogni costo il sacro
“ star tranquilli ”.
Odio tutti i comunisti fascisti cruenti anarchici
e non me ne frega un cazzo
se non posso dirlo perché si rispetta,
si aspetta,
pur se malignamente non retta,
l’idea di tutti!
Quei tre diversi nomi
dello stesso infetto putrido profumo
proclamano manganelli vibrati sui miei denti!
Ho bisogno di un eroe,
inconsultamente meraviglioso
e ricoperto di vere cicatrici;
voglio piangere forte come un frastuono agghiacciante,
voglio illudermi,
voglio dire:
sì
sono
fuori di testa
come quell’aeroplano,
solo per poter ricordare,
con un tuffo di nostalgia nelle viscere,
quest’anni
bambineschi,
erotici,
rubati all’Infinito della più maestosa opera lirica.
Voglio comprimermi a fuoco sul liscio petto
sei lettere:
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Elena Giacomin
Il sogno di un cammino
La terra silente dorme e respira,
mi prende per mano il buio della notte
e mi porta là
dove le anime ascoltano
le parole profonde che suscita
un cielo stellato d’inverno.
Lo sguardo spazia e rimira
cercando gli ultimi bagliori della sera
quali lampade guida
di un cammino nuovo
di risposte a domande
non ancora poste.
All’altra estremità della strada c’è il mare:
percepisco la sua onda infrangersi,
odoro il suo sale
che si confonde con il vento dell’est.
Questa fredda sera
scopre il pensiero di un viaggio sognato
percorso mille volte nel cuore
e tu sei un’altra anima
che vaga e cerca un compagno
per dividere questo tratto di strada.
Massimiliano Giddio
Vivendo gli sguardi
Camminerai,
vivendo gli sguardi,
mentre la pioggia cade lentamente.
In un punto dell’infinito,
una luna spenta sembra lacrimare.
Foglie autunnali,
malinconiche s’adagiano a terra,
tappeto d’una stagione,
quando la notte vince sul sole.
Camminerai,
vivendo gli sguardi,
nei tuoi occhi mille parole,
il riflesso di una perla,
un sogno che si vuole realizzare.
Dante Girardi
I grandi temi
Sono il frutto maturo degli eventi
che racchiude memorie e tempo eterno.
Miti e leggende cadono repenti,
ma la storia permane vero perno
del colosso di vita e insegnamenti.
Per la raccolta non s'aspetti il verno
di quanto accade in usi turbolenti:
è d'uopo il filo avere nell'interno
per dare vita a pagine future.
Febbre di conoscenza è dura prova
nel certame del giorno senza sale,
altrimente fuggono venture
delle tangenti e tasse in calda cova,
mentre l'orbe fomenta l'arte astrale.
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Stefano Golinelli
Soliera madre
Un dito sfuma ocra sul centro di Soliera ... lieve,
e nella gloria di morte che immola il petto di apollo
sull'orizzonte, a perpetuare il forte fiotto dell'essere,
ogni contorno si fa incerto come contaminato
da una smussata musica di miele, e nuove creature
traboccano rigate dai flussi di sangue di un parto
immenso. I tigli ovattano il mondo aperto di profumo.
Un'anima femminea promana e assimila ogni cosa
a sé come se ogni cosa dal ventre uscita sul ventre
almeno dovesse giacere, lontananza vicina.
E non è una fortezza il castello, no, ma una dolcezza
che abbraccia le lisce strade asfaltate cogli infiniti
punti di sospensione dall'addentellato emanati
ed una gonna arabescata di gerani sbocca iridi
ai davanzali e macchie di fanciulli blu, verdi e rosse
giocano tra i suoi vestiti perdendosi con la palla
fresca d'erba nel sonno della poppata, irretite
dal caldo seno che sciorina una favola ancestrale:
la sala d'armi è un lontano ricordo di biblioteca.
Questo fantasma solierese è solare e non si spegne 20
nel buio, ma vive di sé ed esala pertinace
dal vapore renoso dei lampioni come topazio
indelebile che ferma ogni cosa nel suo cristallo.
Non è rotto l'orologio che fermo sta sulla piazza:
in una medesima identità calamita a sé
ogni istante, spianando il tempo in un unica pianura,
il facile ubiquo paesaggio che ai figli viene a noia.
S'ama ogni madre, ma da lei poi ci si separa un giorno
o nel buco nero dell'utero schiaccia il proprio figlio
la troppa vicinanza, e vano il parto sarà stato
se per stringer più forte il nato, lo fonde al suo fusto.
A te vicino scrivere non so: io m'impallidisco.
La mia verace vita di scoperte sta nei canali,
nei fossi mistici che sciolgono i sogni degli anfibi
a vita nuova, nelle strade sassose che risalgono
il fiume Secchia, nei boschi parlanti e nelle fatate
montagne cavernose, nelle rapide rotte ariose
che guidano i gabbiani alla vasta vita del mare.
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Giuseppe Grillo
Eventualità
Cammino su di un letto di foglie ondeggianti
si dissolve alla vista l’orizzonte
il vento urla un canto disperato con tutte le sue voci
anche questa notte nessuno capirà le sue note atroci
lungo le pareti della città sanguinano i rampicanti
Ricordo d’una notte d’estate
un filo di bianco lino
rimasto appeso per sbaglio
alle spalle del cielo
Ma ora piove
e cade dal cielo anche il candido petalo
come un fiocco di neve o di cocco
cullato dalla propria leggerezza
indifferente alla gravità che ammorba il mondo
senza mai toccare il fiume di pensieri
che sotto scorre
Il difetto della cenere è non saper ardere ancora
come un fiore secco incapace di rinverdire
Vorrei fermarmi ad osservare la luce dei lampioni
attraverso le alte fronde di platani acerbi,
riuscire a fotografare l’inesistenza della vita;
invece mi ritrovo a immaginare stelle cadenti
povere di desideri
Il vento d’autunno ci travolse
come questo turbinio di foglie
sollevato a danza dall’asfalto
Il tempo brucia le eventuali dissolvenze…
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Giuseppe Guidolin
Decantazione
Nel silenzio
di felpata bellezza
hai posato un riflesso
su specchi che non ho
tra rime che non so
ostaggio circonflesso
in cateti di pensieri
mi perdo nell'incerta
stordita distrazione
di non poterti amare
consumando
tra un sogno e una parola
residue attese d'infinito
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