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ALESSIA TAVELLA
Il viaggio transculturale della traduzione
 
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Trasposizione di un’opera da una lingua in un’altra. Questa è la definizione che il vocabolario dà della parola traduzione. Una definizione sorprendentemente chiara, perché tutto quello che si può teorizzare e mettere in pratica intorno alla traduzione non lo è affatto.
La teoria, o meglio, le teorie che cercano di supportare su basi scientifiche, filosofiche e addirittura psicologiche la traduzione, si formano più o meno velocemente nel corso degli anni, fondando scuole di pensiero che si trovano ad aprire continuamente porte che nascondono altre porte che a loro volta ne nascondono altre ed altre ancora. Riflessioni e metodologie applicate su basi scientifiche possono illuminare improvvisamente realtà filosofiche sottovalutate, non prese in considerazione o appartenenti a periodi storici più moderni che contemporanei. Speculazioni filosofiche possono involontariamente confermare approcci e metodologie scientifici tenuti da sempre a distanza. Studi, ricerche ed esperimenti psico - linguistici e culturali trovano sostegno teorico e pratico anche nella scienza e nella filosofia.
Una definizione sorprendentemente esauriente, perché racchiude in sé la problematica e inarrestabile evoluzione della materia.
Il problema della traduzione come operazione di trasposizione, i tentativi di elaborare una sua teoria e di stabilire i criteri per una sua pratica nascono insieme alla riflessione sulla comunicazione verbale stessa e, in effetti, ciò che riguarda quest’ultima, riguarda più o meno direttamente anche la traduzione. Parlare di traduzione vuol dire necessariamente parlare della sua storia, visto e considerato che conoscerla permette un maggiore dominio della materia in questione, poiché si viene a contatto con la sua crescita, la sua evoluzione, i suoi cambiamenti, i suoi diversi orientamenti, le sue scelte, i suoi problemi. Si può quindi in questo modo parlarne con maggiore coscienza.
L’interesse, l’avvicinamento e la riflessione nei confronti di questa materia hanno dato vita a differenti teorie che sono state applicate in modi totalmente diversi l’uno dall’altro.
Sin dai tempi più antichi la traduzione ha consentito i rapporti tra Stati e facilitato gli scambi commerciali, ha permesso la diffusione delle conoscenze scientifiche elaborate nei vari campi, ha contribuito alla nascita e al consolidamento di lingue nazionali, ha permesso la circolazione di opere letterarie, filosofiche, teatrali, cinematografiche.
La parola chiave in questo tipo di ricerca e di lavoro è passaggio.
Il passaggio indica uno spostamento e quindi un punto di partenza e forse uno di arrivo. Indica il movimento da una parte all’altra, la trasposizione di qualcosa in un’altra cosa, un orientamento, un punto di riferimento, un mezzo, una scelta e, nel caso specifico della traduzione, una sovrapposizione all’arrivo. Insomma, indica un viaggio.
La lingua stessa può essere considerata il viaggio della cognizione che si concretizza attraverso la fonetica, la morfologia, la sintassi, il lessico e più in generale la grammatica; il passaggio dall’asse paradigmatico all’asse sintagmatico, i movimenti del pensiero verso la sua condizione di esperibilità. La lingua e il linguaggio nascono sulla base di un’esigenza di comunicazione e quindi di scambio, di partecipazione e di condivisione. Ciò che usa la lingua e il linguaggio per potersi manifestare è una forma di comunicazione e quindi un passaggio, una trasposizione.
Anche la letteratura rientra nei termini di questo discorso e la traduzione individua nella letteratura in generale un punto di partenza per il suo costituirsi come disciplina oggetto di studio anche scientifico.
Il viaggio della traduzione implica lo spostamento a vari livelli di diversi fattori che influenzano la lingua e quindi la comunicazione e di conseguenza il passaggio stesso. Fattori questi che contemporaneamente vengono a loro volta, in un processo quasi sincronico, influenzati dalla lingua e dalla comunicazione. È anche il viaggio della cultura, della realtà extralinguistica, del testo di partenza verso il testo di arrivo, della creatività, dell’interpretazione, dell’equivalenza. Non è di certo senza ostacoli e superarli non significa necessariamente abbatterli, al contrario, la maggior parte delle volte il problema persiste anche se il passaggio è avvenuto adeguatamente.
Gruppi più o meno estesi di utenti esprimono una certa tradizione culturale attraverso una lingua che li caratterizza, li colloca geograficamente, socialmente, storicamente, nello spazio e nel tempo. Il passaggio da una lingua ad un’altra non è soltanto un’operazione linguistica, ma anche culturale. Tradurre implica la conoscenza della lingua e della cultura di partenza e quelle della cultura di arrivo. Implica la capacità di comprendere il testo di partenza in tutte le sue dimensioni, di interpretarlo sulla base delle proprie conoscenze, di riflettere sui problemi da risolvere e sulle decisioni da prendere. Non per altro l’attività del traduttore viene anche definita una “problem solving activity”, un’attività che consiste nel risolvere problemi. Si parla quindi delle scelte di fronte alle quali il traduttore non può non incappare e delle decisioni che lo stesso traduttore è quasi costretto a prendere durante la sua operazione mediatrice. “Decision making”, prendere decisioni, è infatti una delle definizioni che accompagnano l’atto del tradurre. In ultimo, ma forse si tratta di una qualità imprescindibile, la capacità di trasporre un testo di partenza in un testo di arrivo, adattandolo alle esigenze linguistiche e culturali della lingua di arrivo. Tradurre significa versare il prodotto di una lingua nel calco di un’altra, dare forma a una sostanza che non le è propria, ma che comunque, alla fine, a quella forma si adatterà e in quella forma verrà percepita.
L’appartenenza ad un gruppo linguistico, però, che sottintende tutta la realtà circostante alla lingua di quel determinato gruppo, interferisce, in modo più o meno evidente, a seconda dei casi, sulla costruzione del ponte fra due lingue. Questa è la fondamentale ragione di una traduzione che può o non può essere considerata adeguata. Questo giustifica l’eventuale presenza di errori.
La traduzione letteraria è un’opera di architettura funzionale. Si tratta comunque di farsi guidare da una sorta di creatività che, in questi casi, dovrebbe essere canalizzata ai fini di un adattamento che verrà in seguito sottoposto all’inappellabile verdetto del pubblico lettore della lingua di arrivo. Il pubblico lettore, il ricevente, colui che sente affettivamente il linguaggio, che non sottopone ad analisi estenuanti la comunicazione verbale, non mette a confronto. Colui che probabilmente è ignaro di tutto il faticoso lavoro del traduttore, ma che accetta come proprio o rifiuta come estraneo qualcosa che lo riguarda. Perché il traduttore spesso non lo ammette, in un alto compiacimento del suo atto creativo, unica vera soddisfazione, forse, del suo accanimento disperato verso quel passaggio che ama terribilmente, ma è a lui che dedica il suo lavoro, è a lui che chiede l’approvazione finale, quella che dà senso concreto al suo impegno di linguista.

Alessia Tavella

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