Il viaggio e l'esilio conosco/gli interminati spazi e le catene/della memoria
se, attraverso il buio,/nella luce mi immergo dei tuoi occhi./All'improvviso,
talvolta, mi desto,/con il cuore impazzito, ché nel sogno/ti ho perduto, ma se
poi ti sfioro/col pensiero, la gioia rifiorisce./Ti immagino altre volte prigioniero/
quando, nel tuo esilio, ti aggiri/per nuove città, per nuove strade/e per cercarti
in ogni prigione irrompo/a liberarti o ad esserti compagna./ Sei ogni
uomo che attraversa le piazze,/che si ferma davanti alle vetrine,/che svolta
l'angolo e, poi, riappare./Nel tuo navigare io ti seguo/sull'onde d'un oceano
di suoni,/quando dall'anima derivi il canto/e ti contemplo, non so che guardarti,/
tacere poi che gli angeli soltanto/possono avere voce sul tuo ascolto./La
mia lingua è immobile e non posso/parlare - in me una tempesta impazza
-/e sono innanzi a te, l'innamorato/che impetra la mia mano/e l'ansia fa
muto, ma distinguo/fra gli amori del mondo il tuo amore./Tu mi conduci in
terre sconosciute/perché smarrendo te io mi perda/ma, poi, ti fai ala ed uccello/
e volteggi o rimani sospeso/ché il tuo amore è funambolo nel gioco/triste e
gioioso delle tue schermaglie./Quando mi avvolge il buio dell'assenza /sei
nostalgia di acqua che alla foce/rifugge il mare/e risale col cuore alla sorgente.
(Stefano Mangione)
La seconda moglie di Nazim Hikmet Ran, Münevver Anda, eccellente traduttrice
di francese e di polacco, alla quale sono dovuti la traduzione di gran
parte delle opere di Hikmet e il merito della loro divulgazione in tutto il mondo,
forse, se avesse avuto il dono della poesia, dopo una delle poche notti trascorse
col marito accanto a sé, che s'alternavano alle moltissime in solitudine, con
lo sposo lontano, in esilio o in prigione, avrebbe potuto scrivere, più o meno
verosimilmente, i versi che precedono e che, in parte, riflettono varie stagioni
della vita del grande poeta turco. Ma, di quante stagioni si è composta la vita
di Nazim Hikmet, di quante il suo impegno politico, di quante il suo - i suoi
amori, di quante la sua poesia, e come quest'ultima si pone in relazione a ciò
precede? - Se è lecito, tuttavia, dare un ordine diacronico alla sua esistenza e
alla sua attività complessiva, evidenziare l'evoluzione del suo pensiero, i diversi
luoghi della sua poetica, la conquista di un linguaggio e di un idioma, congeniali
alla sua natura, al suo talento; soffermarsi sul fine che si è posto, di dareluogo a un'opera, la più ampia possibile, al di là dei generi, e tale da rinnovare,
non come obiettivo cosciente, ma come prodotto naturale delle sue conquiste,
la letteratura e la poesia della giovane nazione turca, svincolandola dalla
particolare lingua ottomana, imposta e subìta e, in notevole parte composta di
lessemi, di forme idiomatiche, di regole, di espressioni, propri dell'arabo e del
persiano che, di fatto, la rendevano incomprensibile non soltanto per il popolo
turco, in generale, ma di difficile fruizione anche per i ceti colti (e, nella sua
infanzia, anche per lo stesso Hikmet che, in seguito, ne rifiuterà le forme metriche,
che si erano rivelate innaturali per l'espressione della sua poesia e introdurrà
e adopererà il verso libero), sarebbe operazione sconsiderata, scindere
dalla sua vita e dalla sua opera, l'amore, poiché l'una è l'altra vi coincidono. Ed
è ancora l'amore al centro del suo pensiero e della sua azione, quando il poeta
manifesta un'avversione feroce, contro ciò che combatte, che può apparire
come odio, ma non è che l'altro aspetto dell'amore, quando vi si attenta, quando
si afferma il suo contrario, quando si nega il diritto alla libertà. Significati che
abbiamo colto anche in Prévert, nel quale v'è meno autobiografia ed esperienza
personale e la poesia appare, almeno nell'amore fra l'uomo e la donna, più
aperta e più ampia (non si dimentichi, a tal proposito, l'influenza del surrealismo
sul poeta francese, che oltre ad allargare i confini dell'amore, sia nel significato
che nell'espressione, aveva riscattato la donna da molti tabù e le aveva
conferito una libertà senza precedenti) e rivolta alla generalità degli amanti e
con un gusto verso il proibito, il torbido, il peccaminoso, estraneo in Hikmet.
In Prévert però, la poesia scade, inficiata da retorica e da enfasi, quando il poeta
si avventura nei temi sociali, nella politica, e nell'ideologia, negli slanci umanitari.
La verità è che Hikmet ha tratto la poesia dalla sua esperienza diretta, che
l'ha vissuta sulla sua pelle e che la stessa libertà, la tolleranza, il rispetto dei diritti
dell'uomo ecc.ecc., non erano fatti scontati come nella Francia di Prévert (e,
soprattutto, negli ambienti artistici e della cinematografia, dove Prévert operava),
ma conquiste da ottenere attraverso l'impegno e la lotta: da qui, la differenza
fra i due poeti. Da questo punto di vista, più vicino al poeta turco si può
considerare Neruda, sul versante biografico - anche se i moduli stilistici risultano
differenti, anche se la poesia d'amore di Neruda, è carica di erotismo, molto
più che in Hikmet, anche se vi è nell'espressione del cileno, una marcata presenza
della natura, come teatro, come sfondo, come atmosfera, come sensi
(sensualità) che invade l'essere nella sua totalità - attraverso un simbolismo che
si trasforma in omologazione, quando assume la connotazione della metafora
(Cuerpo de mujer, blancas colinas, muslos blancos.; .Il corpo incendio vivo
che brucerà il tuo corpo) e la donna è vista piuttosto come corpo, tale da accendere
il desiderio e i sensi e anche quando suscita nostalgia, questa ha il tormento
dell'acceso erotismo e il timore della perdita è relativo allo stesso corpo,
come i dubbi e gli interrogativi sull'amore. In Hikmet, invece, la poesia raggiunge alti esiti (ove si escluda, forse, la Conga per Fidel, composta per celebrare
Fidel Castro e chiaramente d'occasione, che comunque è tale, da rigenerare
e attualizzare il genere) anche quando egli denuncia lo sfruttamento dell'uomo
sull'uomo, le aberrazioni delle società capitaliste, l'arroganza del potere
politico, del totalitarismo, dal quale nascono degradazione, schiavitù e bestialità.
Si potrebbe osservare che Hikmet, forse, non riuscì a cogliere (condizione
comune a tante intelligenze, anche illuminate, a tanti poeti, come Pablo Neruda,
come Rafael Alberti o a grandi artisti come Pablo Picasso, per i quali il socialismo
sovietico rappresentava il contrario di quanto di negativo ritenevano insito
nel capitalismo, il contrario della stupidità e della bestialità, della ferocia, di
stati nazionalisti e guerrafondai - i diversi fascismi e il nazismo, affermatisi in
Europa, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, in Italia, in Germania e in
Spagna) la degenerazione del comunismo sovietico, quello che seguì alla morte
di Vladimir Ilic Ulianov, Lenin (21 gennaio 1924), quello che si contraddistinse
come stalinismo, continuando a inseguire la realizzazione di ciò che pensava
stesse avvenendo nella storia e che si era rivelato come mera illusione. Il socialismo,
quale egli lo vedeva, infatti, non è stato mai costruito da nessuna parte,
perché non si sarebbe potuto realizzare. Ciò compresero Sergej Esenin (1895-
1925) e Vladimir Majakowskij (1893-1930) e da ciò forse ebbe origine il loro suicidio,
anche se per entrambi sorsero sospetti, mai completamente dissolti, di
omicidio, a causa del loro dissenso, seguìto alla delusione delle speranze che
avevano riposto nella rivoluzione. D'altra parte non sarebbe stato possibile per
chiunque assumere posizioni diverse, da chi, come Hikmet, aveva conosciuto
le miserrime condizioni di vita del popolo turco, dei contadini ridotti a servi
della gleba; da chi era rimasto deluso dall'azione di Mustafa Kemal Atatürk, che
aveva edificato, sì, uno stato turco moderno, ma non aveva garantito la pluralità
e lo aveva troppo legato al capitalismo occidentale; da chi aveva conosciuto
la tragica condizione del popolo russo, subito dopo l'abbattimento dell'impero
zarista, che stava lottando, per superare una miseria, uno squallore, cento
volte superiore a quelli del popolo turco, che si era consacrato a sacrifici e a
fatiche immani, per costruire un avvenire di libertà e di benessere, per di più,
secondo quanto percepito dal poeta, contro il mondo intero; da chi era stato
esiliato per la sua sete di giustizia e di libertà e, poi, aveva conosciuto lunghi
anni di carcere durissimo. D'altra parte, l'occidente offerto ad Hikmet era anche
quello della propaganda, che lo omologava, da una parte alle plutocrazie, al
vieto capitalismo, americano ed europeo, considerato sfruttatore della classe
operaia e dei lavoratori, in generale e dall'altra al fascismo e al nazismo, al falangismo.
Alcuni dei simboli di questa visione erano il sollevamento dell'esercito
spagnolo contro la repubblica, la guerra civile in Spagna, con il bombardamento
e la distruzione di Guernica, da parte dell'aviazione nazi-fascista (tragedia
immortalata nell'opera omonima da Pablo Picasso) e l'assassinio di FedericoGarcia Lorca. Questo, il panorama, che non avrebbe potuto consentire convinzione,
pensiero, azione, espressione dell'opera in generale, poetica in particolare,
diversi in Nazim Hikmet. Ora, il quadro delineato, secondo quanto noi
riteniamo, rientra nella maniera di sentire l'amore, che è la stessa natura di
Hikmet e che si esprime quale: amore per la giustizia e per la libertà, in generale;
amore per i popoli ridotti in stato di schiavitù, vittime del bisogno, vessati
dalla miseria, estenuati dalla fatica e dalle privazioni, vittime dell'ignoranza e
dell'analfabetismo; amore per i ceti sociali succubi delle classi dominanti, depositarie
del potere politico ed economico; amore per gli stati che lottano per la
libertà o per sottrarsi all'influenza nefasta ed oppressiva di altri stati; amore per
l'uomo e per l'umanità, in definitiva. Un amore di carattere universale, laico,
perché non inficiato da alcun credo religioso, da alcuna chiesa (a meno che non
si voglia ridurre a chiesa il comunismo sovietico, ma questo è un altro discorso),
che ha espansioni illimitate nello slancio, che però, ha il limite del punto
di vista, dello schieramento prescelto, in una forma di manicheismo politico.
Tale limite, però, è completamente eliminato nella poesia (che è essa stessa
amore) d'amore, dell'amore, in senso stretto, dell'amore relativo agli affetti familiari,
all'amicizia, alla fratellanza, della donna e per la donna amata. Cardine
della lirica d'amore di Hikmet è, infatti, la donna, che non è un semplice referente
dell'amore, non è soltanto l'altro polo del rapporto amato amante, anche
se può determinare una fusione di sensi e d'anima. Anche se lo stesso amore
che li agita si pone al centro della loro esistenza, non diviene mai invasivo,
come abbiamo visto in Prévert. Ed è anche ciò che abbiamo osservato - nelle
diverse maniere - oltre che in Nerùda, in Èluard (dove, comunque, prevale il
dolore), nello stesso Apollinaire, ma anche in Garcia Lorca o, più recentemente,
in Evtucenko o in Adonis, le cui età anagrafiche o sono prossime a quella
di Hikmet, o di poco precedenti o successive. Aggiungiamo, inoltre l'assoluta
diversità di Hikmet, che pure conobbe alcuni dei grandi poeti menzionati, derivando
da essi talune lievissime tracce (Vedi Prévert, in particolare: L'Addio del
1951 e Berlino-1961- Nelle mie braccia tutta nuda.), che non intaccano minimamente
l'originalità dell'opera, anzi ne esaltano la visione moderna, più avanzata
e vicina alla sensibilità del mondo contemporaneo, rispetto a ciascuno dei
poeti menzionati. Ciò perché nella sua poesia la donna amata riassume in sé
ogni cosa: il suo paese, la sua lotta, la passione per la libertà e la giustizia, la speranza,
la vita. Pur essendo profondamente sensuali, cariche di allusioni erotiche,
le poesie d'amore di Hikmet non si risolvono in un delirio morboso dei sensi,
in una ossessione romantica, in un appannamento del volere e della ragione, in
favore dell'esaltazione dei sentimenti; si realizza in quei versi una perfetta fusione
tra amore e impegno. È il punto - ha scritto Joyce Salvadori Lussu, la scrittrice
italiana cui si devono le traduzioni dal turco - di un altissimo equilibrio
raggiunto: l'amore è inserito nel contesto della vita e impegna tutta la sua umanità. La donna è una donna ma anche un essere umano completo, un amico e
un compagno di lotta oltre che un'amante, non solo immagine, stimolo e oggetto.
Le poesie d'amore sono le più note, forse; quelle che vengono in mente quando
si desidera parlare d'amore, quando si cercano parole che diano spessore e
profondità all'intensità che vibra, quando si sente il bisogno di prendere il proprio
amore e farne sentire all'altro tutto il peso, il calore, la consistenza, la rabbia
e il desiderio.* Qualcuno ha osservato per le poesie di Hikmet, la singolarità
del loro spazio. Si ha l'impressione che contengano più spazio di tutte le poesie
lette prima di esse. Non descrivono lo spazio, lo attraversano. Ed, in effetti,
appaiono sempre in movimento, valicano le montagne, seguono le correnti
dei fiumi, si espandono sui mari, riempiono deserti. Diventano cieli sereni e
nubi, nelle visioni esteriori e sconfinati paesaggi dell'anima. E parlano di azioni,
di esaltazioni, di ricerca e conquista della verità, ma anche di dubbi, di solitudine,
di lutti, di tristezza, ma tutti questi sentimenti seguono l'azione invece di
sostituirsi ad essa. Spazio e azione procedono talvolta di pari passo e spesso
avvicinandosi, procedendo da versi opposti, dopo che l'osservazione, sembrava
allontanarli. Ma, sempre, da e verso luoghi aperti, perché, forse, il loro contrario
è la prigione, ed è nelle carceri turche che Hikmet, prigioniero politico, ha
scritto metà delle sue opere. E si confermano la dinamica del viaggio, la tendenza,
riferita, a colmare indefinitamente lo spazio e si ha l'impressione che
questo con il tempo, insegua l'opera, in una sorta di gioco, dopo che questa
l'ha raggiunto, e colmato e sembra quasi che stenti a contenerla, quasi che la
caratura dell'infinito sia in essa e non nello spazio-tempo. In questa sfera, e
seguendo il rapporto tra espressione poetica e spazio, si enuclea la poesia d'amore,
ma in questa emergono, anche al di sopra dei sentimenti accennati, la
felicità dell'amore ritrovato, l'ebbrezza dei sensi e dell'esaltazione spirituale, il
corpo vicino e sentito, il calore della carne, la fisicità, che la lontananza e l'esilio
avevano negato e al di sopra ancora, la nostalgia, che non ha collocazione
temporale, perché è del presente, sempre provvisorio, del passato, come tempo
felice e perduto, del futuro, cui l'essere anela, tra speranza (e il senso pieno
della speranza, emerge chiaramente negli ultimi versi di Alla Vita: Prendila sul
serio (la vita, n.d.r.) / ma sul serio a tal punto/che a settant'anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi/ non perché restino ai tuoi figli/ ma perché non crederai alla
morte/pur temendola/e la vita peserà di più sulla bilancia) e sofferenza. In
Autobiografia, poesia scritta nel gennaio del 1962, possiamo leggere: Alcuni
conoscono bene le varie specie/delle piante altri quelle dei pesci/ io conosco le
separazioni/ alcuni enumerano a memoria i nomi/delle stelle io delle nostalgie,
come dire cioè, tutto ciò che il viaggio, quando diventa esilio ed espulsione
dalla patria, prigione e dispersione di sé e da sé, allontanamento doloroso, dal
mondo che più ama, centro dei suoi affetti e del suo equilibrio, dei quali l'amore
e la donna, amante o sposa, secondo quanto abbiamo già accennato, risiedono in una sola sfera, che ne è il fuoco centrale. Ma l'esilio e la prigione
sono anche osservatori privilegiati e ideali, per la riflessione sulla vita, per l'introspezione,
per il riemergere delle memorie (che si omologano alle nostalgie,
prendono la forma della malinconia, ma anche di certezza e coscienza della
vita, costruita attraverso il tempo e dall'azione costante, e quindi viatico verso
il futuro, base del complessivo ottimismo che informa il pensiero e la vita di
Hikmet). Qualcuno ha detto (Gabriel García Márques, forse) che la vita è ciò
che ricordiamo, per la proiezione del pensiero, per il rinvigorimento dei sentimenti
e delle passioni: in Hikmet, come già abbiamo accennato, è l'amore nelle
varie forme, soprattutto per la donna amata. Dal suo riferito osservatorio interiore,
Hikmet segue la propria donna, cerca di inserirsi nei suoi pensieri, ne
immagina azioni, movimenti, gesti, atteggiamenti, piccole preoccupazioni, difficoltà
da superare. E riemergono le notti d'amore quelle di veglia, inquiete perché,
teme, interrotte dall'incursione dei poliziotti, che lo arrestino, per una
nuova prigione e per un nuovo esilio. E si ritrova accanto alla moglie incinta,
al bambino atteso, ai suoi movimenti nel ventre materno, alla commozione
mentre osserva l'amata, assopita nella serenità del sonno, alla gioia mista al tremore.
Ri-vive la fuga, verso la libertà, pagata a caro prezzo e le lunghissime prigionie,
durante le quali solo il pensiero della donna amata e la coscienza della
giusta scelta di campo, lo aiutano a sopravvivere. Da questo stesso osservatorio,
che è mobile e in diversi luoghi (in molte città dell'intera Europa, dell'Asia,
dell'America del Sud), secondo i periodi della sua vita, pensa alla sposa e al
figlio lontano, per il quale scrive una lunga poesia (ove riscontriamo in alcuni
passaggi, la chiara influenza di Rabindranath Tagòre, specialmente in quanto di
gnomico e di esortativo è presente) che appare esemplare per giustificare ciò
che per la poesia d'amore di Hikmet è stato scritto, che è tante altre cose, che
assume tanti diversi significati, che i referenti sono molteplici, che in sostanza,
vanno ben oltre il discorso d'amore, in senso stretto. Qui i referenti sono la
moglie e, di più, il figlio, ma concluso il riferimento alla sposa, le parole che ne
esaltino la persona, nelle fattezze e nello spirito, la pazienza nell'attesa, la fedeltà
e il sacrificio, nel discorso diretto al figlio, s'insinuano e vi si sovrappongono,
tutti i princìpi informatori, che hanno caratterizzato l'opera e il pensiero di
Hikmet: la libertà, l'impegno, l'amor patrio (non nel senso del vieto nazionalismo,
ma dell'appartenenza, della tolleranza, del riscatto morale del popolo): La
nostra terra, la Turchia/è un bel paese/ tra gli altri paesi/e i suoi uomini/quelli
di buona lega/sono lavoratori/pensosi e coraggiosi/e atrocemente miserabili/si è
sofferto e si soffre ancora/ma la conclusione sarà splendida. /Mehmet /piccolo
mio/ti affido/ ai compagni turchi/me ne vado ma sono calmo/la vita che si disperde
in me/ si ritroverà in te/per lungo tempo/e nel mio popolo, per sempre. La
storia, poi, negli ultimi due decenni è andata in senso contrario, rispetto alle
speranze di Hikmet: non soltanto il socialismo non ha trasformato la società, ela nazione turca, marcatamente islamizzata e anticomunista, è diventata testa di
ponte per le potenze occidentali verso il versante asiatico, ma la stessa Unione
Sovietica si è smembrata in Stati Nazionali e si è organizzata su modelli occidentali,
gli stessi combattuti da Hikmet. Qui, però, nel nostro discorso sul poeta
turco, conta la sua vocazione per la libertà, per la edificazione di un mondo
migliore, nella ricerca di equilibrio fra le nazioni, basato sulla pace e sull'aiuto
reciproco, secondo le convinzioni, il credo politico, l'intuizione che ne hanno
informato l'azione e, poi, si sa, non sempre chi vince ha ragione, non sempre
la validità dei princìpi è sancita dalla vittoria o negata dalla sconfitta. Ed emergono
i valori universali e tutto ciò che ha come centro l'uomo, come prossimo
e come umanità, allontanandosi dal quale nulla avrebbe valore: lo stesso amore
verso la natura, che si esprime nella rivalutazione della fantasia creativa che la
interpreta, ma anche verso l'opera dell'uomo, verso il progresso. È l'amore per
l'uomo, insomma il motore di tutto: Ama la nuvola la macchina il libro/ ma
innanzitutto ama l'uomo./Senti la tristezza del ramo che si secca/del pianeta che
si spegne/dell'animale infermo/ma innanzi tutto la tristezza dell'uomo./ Che
tutti i beni terrestri/ti diano gioia/che l'ombra e il chiaro di luna ti diano
gioia/che le quattro stagioni/ti diano gioia/ma che soprattutto l'uomo/ti dia
gioia. Frasi precedute da uno stupendo e non retorico inno alla vita, dove l'apprezzamento
consapevole e la gioia del vivere, ma anche l'accettazione, di
quanto di contrario e di arduo, di sofferente è nell'esistenza, non annulla l'inesausta
sete della stessa, e neppure l'ombra della morte, anche se è questa che
ne esalta il valore: Non ho paura di morire, figlio mio/ però, malgrado tutto/a
volte quando lavoro/trasalisco di colpo/oppure nella solitudine del dormiveglia/
contare i giorni è difficile/non ci si può saziare del mondo/Mehmet/Non ci
si può saziare.
Un solo desiderio di Hikmet si è avverato, quello di poter morire nella terra
dei suoi sogni, nell'Unione Sovietica, a Mosca (ciò che avvenne, alle nove del
mattino del 3 giugno 1963): Mehmet,forse morirò/Lontano dalla mia lingua/lontano
dalle mie canzoni/ lontano dal mio sale e dal mio pane/con la nostalgia di
tua madre e di te/del mio popolo dei miei compagni/ma non in esilio/non in terra
straniera/morirò nel paese dei miei sogni/nella città dei miei sogni più belli.
Versi dai quali si può solo elidere la nostalgia per la seconda moglie,
Münevver Anda, sostituita nel suo cuore da un nuovo amore, la giovanissima
Vera Tuljakova, sposata nel 1960.
*Olivia Trioschi, Nazim Hikmet: Il vento e il leone nella poesia, Club degli
Autori, 2002.