Alcune note su:
Via degli Ulivi (Ausonia, Siena, 1950) – La rosa nel bicchiere (Canesi, Roma, 1961) –
Il canto dei nuovi emigranti (pubblicazione postuma su L’Europa Letteraria, 1965)
“Con questo cuore troppo cantastorie”
dicevi ponendo una rosa nel bicchiere
e la rosa s’è spenta a poco a poco
come il tuo cuore, si è spenta per cantare
una storia tragica di sempre.
(Giuseppe Ungaretti)*
Se la vita influisce in qualche maniera sull’opera letteraria, se il tempo pregresso
può riemergere e improntare di sé, non soltanto la poetica, ma addirittura lo stile
e il linguaggio dello scrittore, in genere, del poeta, nello specifico, l’incidenza e la
qualità sono determinate dalla condizione del momento dell’autore, dalle modificazioni
interiori e strutturali, dalla capacità di somatizzare gli elementi culturali e
dalla coscienza critica, da una sorta di distacco, dalle situazioni e dagli eventi, che
lungi dal disperderne il senso e il valore, impongono un punto di vista (di osservazione
e di riflessione) ampio e non vincolato (ove, naturalmente, non intervenga
l’attitudine alla mitizzazione), che attribuisce alla riflessione e alla valutazione un
sufficiente grado di oggettività.
L’esilio del poeta Franco Costabile nella Capitale, assume in effetti, tale conformazione,
che nell’opera poetica rileviamo sporadicamente, ma significativamente,
riguardo alla prima silloge, Via degli Ulivi e, in maniera rilevante, in La rosa nel bicchiere
e nelle poesie pubblicate, successivamente su varie riviste e, postume, su
L’Europa Letteraria. Sarebbe un marchiano errore operare un’analisi critica sull’opera
poetica di Franco Costabile considerando separatamente Via degli ulivi, La
rosa nel bicchiere e Il canto dei nuovi emigrati. Se è vero, infatti, che la prima risente
di tutti quei limiti che, in genere, sono legati alle cosiddette opere prime e giovanili,
con i pochi elementi di novità, che vanno ricercati in un tessuto che per stile
e linguaggio, rimandano all’esperienza, in specie ungarettiana, è anche vero che
tali limiti non inficiano né la resa formale né quella sul piano strettamente poetico.
Il poeta, in un contesto nel quale facili sarebbero i riflussi sentimentali, le nostalgie
non sopite, non consente a questi alcuna possibilità di incidere e di deformarei dati della memoria e le relative immagini, poiché nella rappresentazione e nella
valutazione di eventi e di sensazioni, traslati dal tempo pregresso fino a quello presente,
vieta l’immissione dell’elemento mitico. E questa resistenza al mito è, in
sostanza, uno degli stigmi più importanti e qualificanti dell’intera opera del poeta,
al di là dei luoghi attraversati dalla sua poesia, delle modificazioni formali e stilistiche,
dei cambiamenti, che talvolta sono ribaltamenti di prospettive. C’è da aggiungere,
piuttosto, che con l’insistere sul valore civile della poesia di Costabile, sulla
maniera disincantata di porsi di fronte agli eventi, sulla lucidità estrema nella descrizione
degli uomini, sull’espressione spesso rastremata e scarnificata, sull’ironia che è caratura non indifferente del suo stile, si rischia di incorrere in un vistoso abbaglio,
che consiste nel non considerare la natura lirica del poeta. Leopardi, d’altronde,
a più riprese afferma, che tutta la poesia finisce col non avere generi, perché
tutto si risolve nella sostanza lirica e perché, in ogni caso, è sempre il poeta, che
riceve, decodifica ed esprime, i messaggi che provengono dal mondo e li plasma
secondo la propria intelligenza e sensibilità. In Costabile il tessuto lirico si risolve,
poi, in partecipazione ed adesione profonde, senza le quali il canto o il grido sarebbero
informi ed atoni e non avrebbero proiezioni oltre il limite del segno grafico,
come accade in certe poesie civili e patriottiche del Manzoni, che si fanno ammirare
per l’equilibrio della composizione e la perfezione formale, per la capacità di
spiegare, anche ciò che non è spiegabile – soprattutto in materia di fede (Vedi gli
Inni Sacri) – ma che raramente conducono l’animo del lettore a picchi emotivi. La
misura del tono lirico emenda la poesia di Costabile dal retorico e dall’enfatico ed
elimina la sterilità del descrittivo e dell’oleografico, anche nei quadri nei bozzetti,
frequenti nella sua opera poetica.
Proponiamo, traendoli da Ricostruzione di un poeta, di Gianpiero Nisticò –
Edizioni FRAMA SUD di Chiaravalle Centrale – I Edizione, 1979 – saggio dedicato
alla vita e all’opera di Costabile, con il commento dello stesso Nisticò (che pone
l’accento sulla continua interferenza fra le liriche della prima raccolta e quelle della
seconda e di Il canto dei nuovi emigrati, a confermare una continuità di poetica,
che talvolta sembra far presagire la soluzione finale della propria esistenza e, spesso,
sconfessa l’immagine stereotipa della Calabria fatta di suono di chitarre e di
passi stanchi che risuonano, in cui il sogno si contrappone ad una realtà esistenziale
che, invece di spegnerlo, lo alimenta continuamente) lacerti del suo lavoro critico
e frammenti di liriche: “Non v’è solo un senso di profonda malinconia (a mio
avviso – di Nisticò – una delle costanti della poesia del Sambiasino): la sera che
guarda dai tetti di Cicale era già stata vista, sine titulo, così: Dai campanili / dipinti
di silenzi casalinghi / voce in paese non discende ormai / Rimane nel cielo di
lilla / che si vuota di rondini ogni sera. / Non basta al cuore / il fumo dei comignoli
/ il passo di chi torna / dalla via degli ulivi (da Via degli ulivi). Anche le rondini
che via via scemano di numero nel cielo di lilla, iscrivono la loro ombra veloce sui
muri, come quei ragazzi / andati al Venezuela… (da La rosa nel bicchiere – La loro ombra); fumano i comignoli in un’atmosfera di malinconia virgiliana; un suono di
passi non basta al cuore, non può bastare, perché pur esso si avvia a divenire un
passo d’ombre.” Ma chi non avverte il senso della sua terra, vero e proprio motivo
conduttore, ma sempre inquadrato in una sensibilità lirica, la cui chiave resta il discorso
di Noi dobbiamo deciderci? C’è, infatti, fin dalla prima opera, una coscienza
lirica che fa giustizia delle immagini volte al descrittivo, caratteristica fra le più deteriori
nella letteratura meridionale, e le rende essenziali per l’estrinsecazione del
concetto di base. In rapida successione proponiamo frammenti di Via degli ulivi, che anticipando tòpoi di La rosa nel bicchiere, confermano le notazioni che li precedono:
Ma, non udremo più nell’alba chiara / i colpi di fucile nella valle / né passare
nel cielo rivedremo / la rondine che ha voglia di balcone. / I nostri giorni sono
fulminati (versi che nell’incipit rimandano a Pavese)...
Forse morrò sopra questa chitarra / che conosce il tumulto del mio sangue / E se
bisogna attraversare il cielo / l’appenderò sul corno della luna…
Questo breve canale di sogni / lentamente si spegne / nel risucchio / della grande
riviera.
Si è accennato nelle pagine che precedono all’esilio del poeta nella Capitale, ma
ora dobbiamo aggiungere come tale condizione gli abbia consentito il necessario
distacco per una valutazione critica e quanto possibile oggettiva dei luoghi e della
gente, che costituivano la sua Calabria, forse il più grande problema della sua vita,
il suo più grande amore. La crescita dell’uomo, anche in virtù del distacco, comporta
l’eliminazione di ogni complice indulgenza, di quella sorta di vittimismo che
denota le lamentazioni di molti uomini comuni, ma anche di gran parte del mondo
intellettuale, di scrittori e poeti (Presa di coscienza, che caratterizzerà importanti liriche
come Noi dobbiamo deciderci e che, pur nella naturale rivelazione del malessere
e della percezione dell’ingiustizia, tempererà il linguaggio e darà misura ad
altre liriche come Calabria Infame, Sud, Ce n’è di paesani, Mio Sud ecc. ecc.) Quanti
scrittori e quanta letteratura, hanno insistito sul Sud derelitto e diseredato, perché
vittima della politica economica dei governi, che si sono succeduti negli oltre centoquaranta
anni decorsi dall’Unità d’Italia! – E se, talvolta, la rampogna e la protesta
sono e furono motivate, pressanti e attuali (si veda ad esempio, l’opera in dialetto
di Mastro Bruno Pelaggi – poeta dialettale calabrese dell’Ottocento – intensa
ed efficace per motivazioni, per analisi puntuali, ancorché espressa talvolta con
enfasi e con la commistione di motivazioni oggettive e reali con quelle presunte,
nate dalla mente dell’uomo del popolo che giudica il potere, partendo da una sua
condizione particolare di disagio, ma che non conosce i meccanismi e gli equilibri
necessari per l’edificazione di uno Stato, tutto ancora da costruire) più spesso la
condizione del Sud è (fu) dovuta al lassismo, alla insufficienza di coscienza civica
e critica dei propri politici ed amministratori. In tale errore di valutazione non incorre
Costabile (anche se in “1861”, vengono evidenziati i misfatti e i soprusi subiti
dal Sud dall’Unità d’Italia in poi; ma è il solo momento, è l’unico luogo della sua opera, nel quale egli cede alla tentazione di considerarsi vittima, ove alla lamentazione,
non fa equilibrio la coscienza critica, ma dove il discorso è, in parte, riscattato
dall’uso dell’ironia). Il tempo e la distanza, la crescita culturale, la vita in una
società evoluta, ove confluisce il meglio delle realtà provinciali, che è sede del
Parlamento, nel quale si prendono le decisioni più importanti, politiche, economiche,
amministrative e in sostanza dove si crea il presupposto per lo sviluppo di
intere regioni, forniscono a Costabile gli elementi per un’analisi, talvolta rigorosa e
illuminata sulle condizioni e prospettive del Sud e della Calabria, in particolare. La
critica alle decisioni del Parlamento di Roma, non impedisce al poeta di denunziare
la corruzione, l’opportunismo, l’incapacità della classe politica e amministrativa
calabrese: dai personaggi di poco conto e nel ristretto ambito locale, a quelli di rilevanza
nazionale (deputati e senatori, sottosegretari e ministri), colpevoli di dissipare
le risorse messe a disposizione del Sud, male impiegate o addirittura sottratte per
il vantaggio personale o della propria fazione e l’inutilità di taluni istituti, per i quali
furono investite enormi quantità di denaro, come la Cassa Per Il Mezzogiorno, che
si rivelarono come carrozzoni politici e clientelari. Si è detto da taluni osservatori
dell’opera e della vita di Costabile, che il poeta di Sambiase non fu legato a una
particolare ideologia, né che fu militante; non si può negare, però, la sua simpatiaadesione
verso la Sinistra – Comunista o Socialista – (Collaborò con L’Unità e sue
poesie furono pubblicate su Botteghe Oscure). D’altra parte sotto accusa, nel discorso
del poeta, finisce la Democrazia Cristiana, e gli uomini che egli indica come
responsabili dei mali della Calabria appartengono tutti a questo Partito: Cassiani,
Foderaro, Galati, Antoniozzi; e sostegno di essa, e ulteriore inganno per la gente
umile e senza cultura, le donne in specie, il clero (La croce / sulla croce / diceva
l’arciprete / E una croce / sulla croce / segnavano le donne…quelle stesse che venivano
abusate nei campi dal padrone, che nel migliore dei casi, venivano date in
moglie a un giovane del luogo, con la ricompensa di un lavoro, duro e da bracciante,
e di una casupola. Ed era frequente, nelle sere d’estate, ascoltare le cantilene
di ragazze con un bimbo al seno, il figlio del padrone…).
Dei governi (e del partito egemone), degli amministratori locali, del sottobosco
politico è, poi, la responsabilità degli altri mali: il dissesto del territorio, la crisi dell’agricoltura,
con l’abbandono delle campagne, la disoccupazione, soprattutto, e l’emigrazione,
che assume il rilievo della diaspora biblica. Un’epopea tragica del
popolo calabrese, nella quale il poeta nulla trascura: lo sfruttamento da parte delle
grandi industrie, la vita miserrima e umiliante nelle città del Nord e dei paesi industrializzati
dell’Europa; le file presso le questure e i consolati e le lunghe teorie di
treni (i più lunghi d’Europa), stipati di contadini e diseredati, strappati alla loro casa
e agli affetti e provenienti, soprattutto, dai paesi interni e della costa, poveri e meno
poveri (Cropani / Longobucco / Cerchiara Polistena / Diamante / Nao / Ionadi
Cessaniti / Mammola / Filandari…) ma tutti con un solo miraggio: il riscatto dalla
miseria, il tentativo di sopravvivere e che spesso, in compenso, si vedono attribuiti gli stigmi della violenza, dell’inciviltà…Emigrazione e diaspora, che comunque,
sono già tentativi di cambiamento, scosse, un voler prendere le distanze da condizioni
di neghittosità e di inerzia, di accettazione supina di ciò che ristagna e degrada:
(Troppo tempo / siamo stati nei monti / con un trombone fra le gambe / Adesso
ce ne scendiamo / muti per le scorciatoie / Dai Conflenti / dalle Pietre Nere di
Ardore. / Dal sole di Cutro / pazzo sulla pianura… / Troppo tempo / a gridarci nella
bettola / il sette di spade / a buttare il re e l’asso / Troppo tempo / a raccontarci storie
/ chiamando onore una coltellata / e disgrazia non avere padrone…(da Il canto
dei nuovi emigrati). Nella stessa poesia, Costabile enumera altri sfruttatori, le baronie
latifondiste (I Lucifero, I Conti Capialbi, I Solima, Gli Spada, I Ruffo, I
Gallucci…). Qualsiasi tentativo, però, sembra destinato a fallire (Ci sono raffiche /
su vecchie facciate / che nessuno leva: l’occhio del Mitra / è più preciso / del filo a
piombo della Rinascita (riferimento all’altro male che è la mafia, con le sue infiltrazioni
nelle istituzioni, freno allo sviluppo e all’evoluzione di questa parte di
Meridione) anche perché, forse, il poeta che aveva sperato nel cambiamento e nel
riscatto, già prepara la fuga da sé e dalla vita. La poesia, nella parte finale, assume
il carattere dell’invettiva, talvolta violenta, che non lascia margine per quel senso
ironico, che in altri luoghi aveva aperto varchi alla speranza ed eluso il riflusso
depressivo. Il grido e la lamentazione sono però nobilitati dalla partecipazione sofferta,
da quel serpeggiare dell’elemento lirico, che rende più affilate le lame della
critica e della condanna, che rende più incisivo il bisturi che recide, come per un
tentativo di riscrivere la storia mentre la verifica e disperatamente vorrebbe cancellarla,
come si vorrebbero cancellare gli amori infelici, ma non può concludere
che con un saluto che è un addio, dalla sua terra e, forse, dalla vita:
Addio
terra./
Salutiamoci,/
è ora.
* Il 14 aprile 1965, in Roma, Franco Costabile, che era nato a Sambiase nell’agosto del
1924, ormai stanco e depresso, si toglie la vita. Giuseppe Ungaretti, che era molto legato al
poeta, anche perché il calabrese gli ricordava Antonetto, il proprio figlioletto morto nel
1939, all’età di nove anni, scrive dei versi (che abbiamo riportato nell’esergo che precede il
nostro articolo), che vennero pubblicati, a cura dello stesso Ungaretti e di altri amici, e successivamente
incisi come epitaffio sulla lapide di Costabile nel cimitero di Sambiase.