Nel 1940, Salvatore Quasimodo – aveva poco più di quarant’anni – traduce,
per i tipi delle Edizioni milanesi, i “Lirici Greci”.
Diciassette anni dopo, nel 1957 quindi, lavora per le Edizioni Guanda di
Parma al “Fiore dell’Antologia Palatina”.
E della fatica che Quasimodo fece come traduttore del lirismo greco,
Filippo Maria Pontormi ebbe a dire: “La genialità dell’intuizione lirica
balena […], pur con le inconsuete infedeltà, alla lettera e anche allo spirito
[…] dei testi, […] che fa giustizia degl’inveterati modi accademico-classicistici”.
Sembra dire il Pontormi: meglio un poeta, insomma, di tanti professori…
Quasimodo, impegnandosi a riproporre all’attenzione di noi contemporanei
la poesia lirica greca, compie un’opera meritoria: ridona alla parola antica
il sapore, la freschezza del nuovo.
E lo fa, a volte, colmando i vuoti del testo con la “sua” sensibilità, quella
del suo tempo. Con la sensibilità di un poeta che è stato in guerra, e che finalmente
sa riconoscere – come i greci antichi – il valore che hanno le cose
buone del tempo di pace.
E oggi questa nostra “lectio” intende porre in evidenza quanto la frequentazione
da parte di Quasimodo degli epigrammisti alessandrini abbia influenzato
la seconda “stagione” della sua poesia…
Ci piace ricordare, a questo proposito, le osservazioni svolte da uno dei più
attenti studiosi della sua poetica: Gilberto Finzi ha notato, infatti, che nei 245
epigrammi che egli tradusse “il poeta […] preferisce quelle iscrizioni mortuarie
che tracciano a rovescio, cioè dopo la sua conclusione, una insolita linea della
vita”.
Quasimodo, in effetti, risulta affascinato dalla “problematica della morte
immortale […] come pulsione opposta a quella della vita, rappresentata da
Eros, dall’amore”.
A Quasimodo è più vicino, in effetti, il tema della morte; a lui che aveva
patito i tempi della distruzione, della guerra.
È del 1958 la raccolta di poesie “La terra impareggiabile”; ed è in questa
raccolta che riecheggia questo tema, e più che in qualsiasi altra in quella che
si intitola “Thànathos Athànatos”.
La poesia greca riesce, quindi, a influenzare il nostro; e gli fa dire, al di là dell’opera
del traduttore, quelle stesse cose che un poeta riesce a dire in ogni tempo.
Poesia ermetica quella di Salvatore Quasimodo; ma anche poesia greca.
Ognuno sta solo sul cuore della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
Una poesia questa che ha meritato al nostro il Nobel della letteratura nel
1959; egli aveva, allora poco più di 58 anni, essendo nata a Modica nel 1901.
Ma la sua poesia non è solo lirica; riesce a toccare la tematica del mondo contemporaneo
e i mali che l’odio può generare.
E i tratti propri dell’ermetismo si addolciscono a contatto con la parola
greca che canta i sentimenti, che canta le opere.
Quasimodo avverte – come sapevano bene i poeti epici greci, i poeti lirici
greci – una esigenza che è connaturale a quel desiderio di immortalità di
cui ha detto così bene Kundera: l’esigenza e di (ri)avviare il dialogo dei poeti
con gli uomini.
A differenza di Ungaretti, a differenza di Montale, Quasimodo – a contatto
con la poesia greca – ricorre alla parola “giusta”, anche se ermetica,
con l’intento di interesse a un dialogo, che va (ri)fondato sugli stessi temi
cantati dai greci, dai latini poi. Temi che sono connaturali alla humanitas,
alla pietas.
E del 1953 il “Discorso sulla poesia”: «… il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario, più delle scienze e degli accordi tra le nazioni, che possono
essere traditi ».
Ed è tutta da meditare questa riflessione che il poeta Quasimodo fa: «[…],
il poeta modifica il mondo con la sua libertà e verità. La voce di Omero esiste
prima della Grecia, e Omero “forma” la civiltà della Grecia ».
E aggiunge: «Il poeta è un uomo che si aggiunge agli altri uomini nel
campo della cultura, ed è importante per il suo “contenuto” (ecco la grave
parola) oltre che per la sua voce, la sua cadenza di voce (subito riconoscibile
se imitata). Il poeta non “dice” ma riassume la propria anima e la propria
conoscenza, e fa “esistere” questi suoi segreti, costringendoli dall’anonimato
alla persona…».
Avendo ancora nella memoria e nel cuore la poesia epica greca,
Quasimodo si spinge ad affermare: «La posizione del poeta non può essere passiva
nella società: egli “modifica” il mondo, abbiamo detto. Le sue immagini
forti, quelle create, battono sul cuore dell’uomo più della filosofia e della storia.
La poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza: la sua
responsabilità è in diretto rapporto con la sua perfezione ».
D’altra parte, «scrivere versi significa subire un giudizio… Ma un poeta è
tale quando non rinuncia alla sua presenza in una data terra; in un tempo
esatto, definito politicamente. E poesia è libertà e verità di quel tempo e non
modulazioni astratte del sentimento ».
Un punto di vista, questo, degno della massima attenzione; sul quale, e
intorno al quale, si può avviare una discussione.
Ciò che più conta, oggi, è che come il greco Omero riesce ancora a parlare
agli uomini greci e non, così la poesia di Quasimodo riesce a parlare a
tutti gli uomini: «il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario, più delle
scienze e degli accordi tra le nazioni, che possono essere traditi».
La civiltà greca continua a vivere tra noi.