Il contesto politico
Con la promulgazione della Bolla d’oro, nel 1356, veniva finalmente risolto il
problema politico più grave e la causa prima dei conflitti ormai secolari tra impero
e papato. Attribuendo ai quattro grandi elettori il diritto di voto per l’elezione
dell’imperatore, la convenzione riconosceva all’impero una costituzione di chiara
matrice tedesca ed abrogava il diritto esclusivo del clero all’investitura. Nonostante
il rigore della forma giuridica si tratta comunque di una soluzione moderata. Nel
1328 Luigi di Baviera aveva preso la città di Roma, si era fatto incoronare imperatore
dal Capitano del Popolo romano, Sciarra Colonna, aveva spodestato Papa
Giovanni XXII e nominato l’Antipapa Nicolò V. In questo modo, l’imperatore capovolgeva
il rapporto delle investiture medievali, e la sovranità civile determinava
anche il sacerdozio e lo stesso pontificato. Naturalmente l’idea di Luigi di Baviera
costituiva una riduzione ai limiti estremi del progetto politico ghibellino ed un vero
e proprio atto provocatorio e sacrilego. È vero che anche Dio deve essere sottoposto
all’umana legalità, come sostiene Zanetti nel proprio trattatello d’etica aristotelica,
ma l’affermazione di questo principio nel Defensor pacis rimaneva un aforismo,
la cui estensione era limitata alla soggezione dei chierici alla giurisdizione civile.
La reazione di parte guelfa non tardò nel 1329 con l’occupazione e la resistenza
di Monza, mentre Firenze estendeva i propri domini verso Pistoia, Cortona ed
Arezzo. Nel 1346 i francesi alleati al clero elessero Carlo IV Antimperatore. Il conflitto
si risolse con la scomparsa di Luigi di Baviera, durante i preparativi della battaglia
che probabilmente avrebbe determinato l’esito del conflitto e la resa dei francesi.
Naturalmente la vicenda aveva provocato forti ripercussioni anche sull’assetto
politico italiano, intanto con la conclusione della Repubblica di Bologna, costituita
nel XII secolo, e passata sotto il dominio dei Piepoli. Mentre a Firenze le ultime
scissioni della fazione guelfa preludevano alla signoria medicea.
Il pubblico delle Rime
Le Rime di Boccaccio sono un’opera autobiografica scritta in sonetti enigmatici.
Che si tratti di una lunga serie di enigmi è suscettibile di deduzione perché se la più gran parte rimane non risolta, il discorso è a tratti pienamente comprensibile,
quando il poeta riferisce di avvenimenti noti anche al pubblico.
L’opera allegorica boccaccesca narra la crisi esistenziale determinata dall’amore
non corrisposto oppure non completamente corrisposto da Madonna Fiammetta,
un personaggio misterioso e tuttora non identificato. Un’esistenza turbata dalle
vicende belliche della Firenze del trecento, dove Boccaccio trovava natali e relazioni
intellettuali. Petrarca e Dante Alighieri sono i principali interlocutori del
poeta ghibellino.
Pertanto, la lettura del testo è tutt’altro che semplice, al contrario di quanto è
ingannevole ed appare a prima vista. Boccaccio scrive diversi sonetti delle Rime
in forma baciata. Utilizza spesso la scrittura più semplice, il ripetersi ridondante
della stessa vocale conclusiva e questo studio fonetico crea un’atmosfera ludica,
divertente, sottigliezze, insinuazioni ed allusioni erotiche che affascinano principalmente
l’individuo viscido, meschino, abietto e cinico. Boccaccio sceglie e ricerca
attentamente il proprio lettore e studia i sonetti introduttivi allo scopo d’incuriosirlo,
e stimolarne la lettura. È ovvio si tratti di un elemento stilistico estremamente
originale che distingue quest’opera di Boccaccio non solo dallo stilnovismo
ma dall’intera letteratura europea trecentesca. Elementi circonventivi di questo
genere difettano, ad esempio, nelle opere teoriche contemporanee, sia nel
Defensor pacis sia nelle Octo questionae de potestate papae.
Alcuni concetti ironici e simili possono essere identificati nel De Monarchia di
Dante Alighieri, a cui lo stesso Boccaccio parrebbe essersi ispirato, vista la propria
relazione con l’autore. Comunque, l’interlocutore a cui Boccaccio rivolge le prime
strofe ed ogni successiva dove allude alle disillusioni procurategli da Fiammetta,
non è il guelfo bianco di marziale presenza. E forse è possibile anche l’intravvedersi
d’un’opposizione tra Firenze Campo di marte e i giardini di Boccaccio. Né si
tratta del modello cavalleresco ghibellino, del dantesco mastin vecchio malatestiano,
o del cavaliere teutonico in forza all’esercito di Luigi di Baviera. Ordunque,
al tipo del lettore delle Rime, Boccaccio espone in versi una sintesi dell’intera
opera ghibellina. L’intellezione delle Rime presuppone la cognizione di causa
completa e di parte. Della stessa con cui Boccaccio strinse coalizione politica nella
propria città di Firenze.
Le teorie ghibelline
La città non è intesa e vissuta in ragione dell’al di là, e della ragione divina
espressa dalla potestà temporale del clero. Boccaccio crea un ideale poetico della
pace e la tranquillità della civitas, quanto nel Defensor Pacis costituisce l’obiettivo
cui l’ordinamento giuridico è teso mediante una propria impostazione teleologica
nel conferire legittimità all’opera del legislatore umano in ragione della propria idoneità a creare queste condizioni della convivenza civile. Recitava i vangeli, l’allora
innominabile Marsilio da Padova: «Cristo venne e ritto si tenne in mezzo ai
suoi discepoli e disse loro: la pace sia con voi». «Giove altro non voglio» afferma
Boccaccio. Ed appare quindi alla lettura del tipo interlocutorio d’elezione boccaccesca
non il mite redentore cattolico, ma il Dio delle folgori, occulto, se non
mediante una comparsa accidentale e dionisiaca nel contesto dei versi ironici ed
erotici, quando i personaggi di Boccaccio sono inizialmente solo figure femminili
caratterizzate dall’aurea chioma mossa dal vento primaverile dei prati della campagna
toscana.
Perch’io “Angela forse, o ninfa, o dea”
canta con seco in questo luogo eletto
meco diceva, “degli antichi amori” (I IV 9-11)
La prima contraddizione nei concetti delle Rime è chiara nella contrapposizione
di amore e antico all’interno di una sola oggettivazione, e la successiva strofa
V della parte I dove in un contesto omerico compare la voce di un angioletto di
cui Boccaccio si innamora ed immagina arrivare come Ulisse ad Itaca la propria
Fiammetta seduta sulla poppa di una barca. E siccome la donna era bellissima,
Boccaccio temeva l’arrivare di altri, desiderosi di lei, quasi da “Nettuno mandati”.
Non tema, quindi il lettore, la folgore di Zeus, che tanto son problemi dell’autore
i propri confronti con i messi del Nettuno, insinua Boccaccio, abbandonato da
Giove.
uomo lodando o forse alcuno deo:
sarebbe scarso a commentar costei,
le cui bellezze assai più che mortali
e i costumi e le parole sono.
E io presumo in versi diseguali
di disegnarle in canto senza suono!
Vedete se son folli i pensieri miei! (I VIII 8-14)
Ciononostante, Boccaccio dedica diverse strofe a Fiammetta, e si dichiara irrimediabilmente
innamorato. Conclude i concetti del proprio cantico amoroso con
una dedica alla vittoria, alata, secondo la classica iconografia romana, etrusca, ellenica,
ma anche germanica. Basti la statua di Arminio, che ad oggi si trova a
Teutoburgo.
In quel risplende chiara la bellezza
che il ciel adorna e che n’impenna l’ali
a l’alto vol con penne di vertute (I XVI 12-14).
Ed oltre:
Borea soffia, e ogni creatura
sta chiusa per lo freddo ne’suoi ostelli.
e io dolente solo ardo e incendo
intanto foco, che quel di Vulcano
a rispetto non è una favilla
e giorno e notte chiero a giunta mano
alquanto d’acqua al mio signor piangendo
né ne posso impetrar solo una stilla. (I XXXVII 7-14)
In questo caso la scrittura enigmatica è perfettamente decifrabile. Boccaccio
canta la guerra di Luigi di Baviera. Rima geniale, anche dal punto di vista filologico,
mediante un’antinomia tra il vento di Borea e il fuoco. Di evidente ispirazione
boccaccesca anche il principio de L’Anticristo di Nietzsche, quando il filosofo
tedesco rinvia a Pindaro. Un riferimento alla leggendaria popolazione baltica
degli Iperborei si trova nelle Olimpiche, dove l’autore greco accenna anche a Pisa,
una città omonima di quella toscana che i teutonici di Luigi di Baviera elessero
come proprio quartier generale per muovere su Roma.
Boccaccio e Dante
Quanto Dante Alighieri, anche Boccaccio era convinto della necessità di sviluppare
la nostra cultura attraverso lo studio delle leggende e della tradizione
celtica, non solo dei classici latini. Entrambi non riuscivano comunque ad estendere
le proprie cognizioni in materia oltre la saga della tavola rotonda, citata
nelle Rime ai versi II 38 79 ss. e da parte di Dante al capoverso I, X, 2 del De
vulgari eloquentia. Ma a ridurre ancora il discorso all’ambito degli enigmi e ad
incrementare le difficoltà intellettive del proprio interlocutore è soprattutto la
contraddizione tra il vento dell’estremo nord ed il fuoco, che Boccaccio accende
e attizza più potente del Dio Vulcano. Il culto del fuoco era all’origine del
druidismo, e pertanto Boccaccio presenta all’interlocutore una scelta tra se stesso
nelle vesti del condottiero celtico e una metafora ben peggiore nel vento di
Borea, nella marzialità iperborea. Inoltre, tra i due concetti non esiste una vera
opposizione non suscettibile di risoluzione in una medietà. In questa reciprocità
intrinseca della ragione dialettica Boccaccio comprende la dialettica degli
opposti presocratica, anche meglio dello stesso Marsilio da Padova, che rimane
comunque il principale esponente del pensiero dialettico eraclideo durante l’umanesimo.
Boccaccio sviluppa il tema ghibellino della pace nella città e per la città ai limiti
dell’identificazione completa dell’individuo in questa condizione. Il poeta traduce
il tema nell’amore, ed il proprio esser cittadino è confuso nell’attrazione per
l’amorevole creatura Fiammetta. Nell’opera questa rimane solo un oggetto di contemplazione,
sembra dirsi a cagione dello stato della civitas della città guelfa. È
evidente come la circonvenzione del lettore si interrompa bruscamente nelle
diverse circostanze in cui Boccaccio canta delle vicende politiche trecentesche e
dei propri incontri con Petrarca e Dante Alighieri. Al rapporto con Fiammetta rimane
estraneo anche il lettore, senza interloquire direttamente con il personaggio, in
questo molto più simile a Petrarca che a Dante. Perché mentre la comparsa del
primo entra in scena mediante una lettera, inserita nel testo delle Rime, il secondo
si presenta in prima persona.
Dante Alighieri son, Minerva oscura
d’intelligenza e d’arte nel cui ingegno
l’eleganza materna aggiunse al segno
che si tien gran miracol di natura (II 32 1-4)
E così come pace sta ad amore e Firenze a Madonna Fiammetta, Boccaccio conclude
la prima parte dell’opera e prelude con una lenta progressione dei concetti
al sonetto fiorentino dove raggiunge il culmine della propria oratoria ed esaurisce
anche la seconda parte delle Rime. Riecheggiano in questi versi le tematiche ockhamiane
a proposito dell’ottimo principato e dello jus inobediens (Ockham cit. III 12).
Fuggit’è ogni virtù spent’è il valore
che fece Italia già donna del mondo
e le muse castalie sono in fondo
né cura quasi alcun del loro onore.
Del verde lauro più fronda né fiore
in pregio sono e ciascun sotto il pondo
dell’arricchir sottentra, e del profondo
surgono i vizi trionfando fore.
Per che se i maggiori nostri hanno lasciato
Il vago stil de’ versi e delle prose
Esser non de’ ti meraviglia alcuna.
Piangi dunque con meco il nostro stato,
l’uso moderno e l’opere viziose,
cui oggi favoreggia la fortuna. (I XCIII)
L’incedere continuo del proprio sconforto deduce a timor degl’inferi che questa
situazione ideale ed ottima resti incerta addirittura nell’oltretomba.
O crudel morte, perché non m’uccidi?
Tu sola puoi il mio dolor amaro
finire e pormi forse in lieta pace (I XLVI 12-14)
Quindi raggiunge la grande sonata di Firenze, successiva ad una lenta saga
delle gesta e della tradizione romana, di evidente ispirazione dantesca, e forse
volutamente ridondante e noiosa. Boccaccio si espone in uno sproloquio senza
limiti, nell’ingiuria dell’amministrazione guelfa della città.
mentre che fusti, Firenze, adornata
di buoni, antichi, cari cittadini,
i lontani e i vicini
adoravan Marzocco e i tuoi figliuoli
ora se’ meretrice pubblicata
in ogni parte infin tra i Saracini
Omè! che tu ruini
p’è tuoi peccati che in troppi eterni duoli (II 40-23 30).
A titolo ed in forma di preghiera per le sorti della città, il poeta dedica l’epilogo
delle Rime ad una propria Ave Maria, redatta in ragione della critica dell’immacolata
concezione, secondo quanto già esposto da Marsilio da Padova nel
Defensor pacis. Una tesi estremamente provocatoria e considerata un’impronunciabile
bestemmia che aveva già suscitato ripetute reazioni notevoli e violente da
parte del clero, quando Boccaccio risolse i propri intenti in questo senso.
Un’opera incompiuta
Lo stile della prima parte e della seconda dimostrano differenze notevoli. La
prima è compiuta e stesa correttamente, la seconda presenta qualche incertezza,
nei versi conclusivi, e soprattutto l’appendice sembra piuttosto una bozza che
necessita di successive revisioni. In realtà si tratta di uno scritto non degno di nota.
Consiste nel dialogo tra Boccaccio nei panni di Annibale e Scipione, il console
romano. Fondamentalmente privo di concetti, si conclude con la descrizione di
una prostituta al seguito di un esercito, non troppo convincente nemmeno dal
punto di vista stilistico. Dimostra comunque un’interruzione della stesura dell’opera,
il cui progetto potrebbe anche essere stato abbandonato, senza raggiungere
una forma definitiva.