Tradurre un testo, letterario o tecnico-scientifico che sia, si rivela quasi sempre un
compito difficile… se non impossibile, dal momento che, nel passaggio da un testo di partenza
(TP) a un testo di arrivo (TA), non si realizza mai una piena equivalenza semantica.
Mi viene in mente una frase di Gianni Vattimo secondo cui «nessuna traduzione […] è mai
definitiva»1, nel senso che quasi tutte le traduzioni si rivelano, con il passare degli anni,
imperfette, e alla fine, «anche nel caso delle più esemplari, finiscono per essere considerate
provvisorie».2
Questa idea è sottoscritta con forza da Susan Bassnett nel suo libro, Translation Studies (La
traduzione. Teorie e pratica, 1993):
Non può esserci una traduzione definitiva, come non possono esistere una poesia o un
romanzo definitivi; e ogni giudizio può essere dato solo dopo aver considerato sia il
processo di creazione di una traduzione sia la sua funzione in un contesto specifico.3
Infatti, l’esperienza dei Translation Studies sui «problemi derivanti dalla produzione e
dalla descrizione delle traduzioni»4 ci insegna che
tradurre consiste nel produrre nella lingua di arrivo il più vicino equivalente naturale del
messaggio nella lingua di partenza, in primo luogo nel significato e in secondo nello stile.
Questo tipo di definizione riconosce la mancanza di qualsiasi corrispondenza assoluta, ma
puntualizza l’importanza di trovare l’equivalenza più vicina. Con “naturale” intendiamo
che le forme equivalenti non dovrebbero suonare “straniere”, né nella forma […] né nel
significato. Vale a dire, una buona traduzione non dovrebbe rivelare la sua natura non
nativa.5
A mio parere, tuttavia, è Peter Newmark a dare una definizione esaustiva dell’idea di
traduzione…anche se forse è paradossale parlare di esaustività nella spiegazione di qualcosa che
esaustivo non è e non può essere. Ma, in effetti, Newmark non parla propriamente di definizioni,
ma di approcci (in un plurale quanto mai significativo) alla traduzione. In Approaches to
Translation (La traduzione: problemi e metodi, 1988) scrive:
Con traduzione si intende il tentativo di sostituire un messaggio e/o un enunciato scritto in
una lingua con lo stesso enunciato e/o messaggio in un’altra lingua. Ogni traduzione
comporta una certa perdita di significato, per una serie di fattori. Provoca infatti una
continua tensione, una dialettica, un contrasto basato sulle limitazioni imposte da ciascuna
lingua e la perdita fondamentale si ha in un continuo oscillare fra «ipertraduzione»
(overtranslation, aumento dei dettagli) e «ipotraduzione» (undertranslation, aumento della
generalizzazione).6
A ben vedere, tradurre vuol dire molte cose: «porre in circolazione, trasportare,
diffondere, spiegare, rendere (più) accessibile».7 Tradurre è, innanzitutto, comprendere, e non
semplicemente «riprodurre quanto è stato detto da altri».8 Si traduce l’altro, lo straniero, «per
poter meglio comprendere se stessi».9
La poetessa Antonella Anedda, nella sua esperienza di traduttrice dal francese, ci parla di
perdita e dispersione, a riprova del fatto che ogni traduzione comporta – per definizione – un
esaurimento della sostanza originale:
Lo svisceramento di un testo […] comporta anche la possibilità di una deviazione, di una
dispersione ma anche di un dono. Chi lascia un posto per un altro è quasi sempre costretto
a una perdita perché è costretto a una scelta, a una decisione.10
Così, il passaggio da una lingua di partenza (LP) ad una lingua di arrivo (LA) non è
un’operazione puramente linguistica, ma anche e soprattutto culturale. Quando si traduce
l’estraneità, si ha a che fare non tanto con la lingua in cui il testo è stato scritto, quanto con la
cultura che lo ospita. A tal proposito, Alessia Tavella ci fa notare che
tradurre implica la conoscenza della lingua e della cultura di partenza e quelle della cultura
di arrivo. Implica la capacità di comprendere il testo di partenza in tutte le sue dimensioni,
di interpretarlo sulla base delle proprie conoscenze, di riflettere sui problemi da risolvere e
sulle decisioni da prendere. Non per altro l’attività del traduttore viene anche definita una“problem solving activity”, un’attività che consiste nel risolvere problemi. Si parla quindi
delle scelte di fronte alle quali il traduttore non può non incappare e delle decisioni che lo
stesso traduttore è quasi costretto a prendere durante la sua operazione mediatrice.
“Decision Making”, prendere decisioni, è infatti una delle definizioni che accompagnano
l’atto del tradurre.11
Ed è ciò di cui parla anche Jiří Levý in Translation as a Decision Process (La traduzione
come processo decisionale, 1967):
[…] La traduzione è un processo di comunicazione: l’obiettivo del traduttore è quello di
comunicare la conoscenza dell’originale al lettore straniero. Dal punto di vista pratico del
traduttore, in ogni momento del suo lavoro (cioè dal punto di vista pragmatico), l’attività
del tradurre è un PROCESSO DECISIONALE: una serie di un certo numero di situazioni
consecutive – di mosse, come in un gioco – situazioni che impongono al traduttore la
necessità di scegliere tra un certo numero di alternative […].12
Indubbiamente giusta l’osservazione del formalista russo, ma sorge qui un altro
problema: quando ci si trova davanti ad un testo che presenta problemi di intraducibilità, come
bisogna agire? Per quanto fortemente istruttiva sia, la teoria della traduzione sembra non poter
dare risposte certe e definitive. In Volgarizzare e tradurre, Gianfranco Folena afferma che
la traduzione è una forma fondata sull’arbitrarietà e sulla bipolarità del segno linguistico,
cioè sulla tensione fra i due funtivi, nel senso che solo il significato è trasmissibile in
lingue e anche in certa misura in sistemi semiotici diversi mediante nuovi significati, in
base al principio della non equivalenza delle singole unità costitutive, e della equivalenza
complessiva dei messaggi […] nei codici diversi.13
Giunti a questo punto, credo sia lecito domandarsi: se è vero che in una traduzione l’unico
elemento trasmissibile sia il significato, che ne è allora di tutti quegli aspetti di cui, ad esempio, è
fatta una poesia (rima, suoni, onomatopee), e che rientrano a pieno titolo nella nozione di
significante?
Nell’ambito della teoria della traduzione si è molto dibattuto sul rapporto che nelle lingue
si instaura tra significato e significante e l’oggetto (prototesto). Tuttavia solo pochi studiosi sono
riusciti a darci delle risposte esaustive. Ci sono teorici (ma anche traduttori) che sostengono che
distruggere l’unità di significato e significante equivalga a cancellare tutte quelle immagini
acustiche e concettuali che fondano la cultura cui appartengono, per creare l’unità in un altro
contesto culturale fatto di altri significati e significanti. Ma c’è anche chi ritiene che per rimanere
in qualche modo fedeli al testo di partenza sia giusto dividere tutto ciò che risulta
indissolubilmente unito. In una poesia, ad esempio, credo sia giusto annullare la continuità di
significato e significante, dal momento che
traduzione poetica significa imitazione che investe necessariamente anche le strutture del
significante trasponendole per analogia oltre che in una lingua diversa in un diverso
sistema di forme e di generi letterari.14
Il traduttore, se vuole riuscire nel suo intento, deve «mirare ad una vera e propria imitatio dello
stile personale dell’autore tradotto».15 In altre parole, come suggerisce Hilaire Belloc,
il traduttore deve evitare di “arrancare” parola per parola o frase dopo frase, ma “procedere sempre per blocchi”; deve cioè considerare l’opera come un’unità integrale e
tradurla per sezioni, chiedendosi, “prima di ognuna”, quale sia il senso totale che deve
rendere.16
È questa la ragione per cui ritengo appropriato de-costruire il testo per poi ricostruirlo in
una nuova forma. Ciò, ovviamente, dicasi per la traduzione di un testo poetico, ma non per
quella di un romanzo, o di un saggio critico. In questi ultimi due casi bisogna cercare di
mantenersi il più vicino possibile alla struttura del testo di partenza, preservando intatta l’unità di
significato e significante. Se mai si tentasse di rompere questo stretto legame, si arriverebbe a
parlare non più di traduzione ma di ri-scrittura.
Quando si traduce, spesso, si incorre nel rischio di distorcere completamente il senso
della frase o, addirittura, di interi blocchi di frase. Questo perché si commette puntualmente
l’errore di non voler riconoscere quell’unità di significato e significante di cui ogni testo è
dotato. Ed ecco, allora, che compaiono aggiunte arbitrarie e ingiustificate, che compromettono
non tanto l’esito del lavoro del traduttore, quanto quello di colui che ha scritto e interpretato
prima di lui quello stesso testo.
Negli ultimi anni si è tanto parlato di etica e morale del traduttore, vale a dire
quell’«insieme di criteri, di valori, di nome, in base ai quali orientare il nostro agire».17 Ma come
si può oggi raggiungere una buona dose di consapevolezza dell’altro, o – ad essere più precisi –
dello straniero che si traduce?
Laura Salmon ci fa notare che
qualunque sia la posizione etica o morale di un traduttore, qualunque cosa sia il libero
arbitrio, da un punto di vista professionale il traduttore potrà essere “responsabile” solo se
sarà stato addestrato a esserlo.18
Fintanto che ciò non accade, il traduttore – e mi riferisco soprattutto ai traduttori in erba –
si arrogherà sempre il diritto di interferire abusivamente con il testo tradotto. Ed è la stessa
Salmon a ribadire che
da un punto di vista ermeneutico […] è del tutto illusoria l’idea che il traduttore possa non
interferire con il testo tradotto. L’io del traduttore non viene mai eliminato dal campo
d’azione, proprio perché il traduttore è umano […].19
Sorge qui un’altra questione importante, quella della visibilità o invisibilità del traduttore: è giusto annullare la propria personalità a tutto vantaggio dell’autore che si traduce?
In The Translator’s Invisibility (L’invisibilità del traduttore, 1991), Lawrence Venuti pare
voglia confutare questa tesi, precisando che l’effetto di trasparenza sia un desiderio (tanto del
traduttore, quanto dell’editore) del tutto illusorio:
Un testo tradotto, che sia prosa o poesia, di finzione o meno, viene giudicato accettabile
dalla maggior parte degli editori, dai recensori e dai lettori quando si legge
scorrevolmente, quando l’assenza di qualunque peculiarità linguistica e stilistica fa in
modo che sembri trasparente, che rifletta la personalità dello scrittore straniero o la sua
intenzione o il significato essenziale del testo straniero: in altre parole, quando abbia
l’apparenza di non essere, di fatto, una traduzione, bensì l’“originale”. L’illusione di
trasparenza è un effetto del discorso scorrevole, dello sforzo del traduttore di assicurare
una facile leggibilità aderendo all’uso corrente, mantenendo una sintassi continua,
fissando un significato preciso. È sorprendente notare come questo effetto illusorio celi le
numerose condizioni che determinano la traduzione, a partire dal cruciale intervento del
traduttore sul testo straniero. Più la traduzione è scorrevole più il traduttore è invisibile e,
presumibilmente, tanto più lo scrittore o il significato del testo straniero saranno visibili.20
Dello stesso parere sembra non essere, invece, Benvenuto Terracini, il quale, in Il
problema della traduzione (1983), ritiene che tradurre significhi lavorare necessariamente e
coscienziosamente all’ombra del proprio autore:
[…] Questo deve fare il perfetto traduttore: senza sviarsi né a destra né a sinistra deve
trovare la ragione espressiva della propria fatica; la sua personalità non si annulla perché
non può, ma si fa trasparente, si riduce come una parete di cristallo che lascia vedere
senza deformazioni ciò che sta dall’altra parte, ma che con il suo spessore mantiene
separati gli ambienti.21
Credo che, quella di estraniarsi completamente dal proprio lavoro di traduzione, sia una
prospettiva inaccettabile. Con questo non intendo affatto dire che il traduttore debba potersi
sentire in diritto di modificare, o aggiungere, o togliere a suo piacimento; dico soltanto che,
quando si traduce un testo, quella traduzione è il frutto di colui che ha faticato per rendere
accessibile a tutti quel testo, magari aggiungendo piccoli dettagli o abbellimenti non tanto per
smania di potere, quanto per «conformarsi all’idioma della propria lingua».22 Per questo sono
dell’idea che una traduzione vanti, in qualche modo, della stessa dignità del testo di partenza.
Fra le sei regole generali esposte da Belloc ce n’è una in particolare che condivido
pienamente, ed è quella che «consiglia al traduttore di “trasformare con coraggio” per arrivare
all’essenza della traduzione: “la resurrezione di un alieno in un nuovo corpo”».23
Personalmente ritengo che tradurre significhi mettersi completamente al servizio del testo, ma
non diventarne schiavo. A renderci tutti corpi schiavizzati24 ci pensa già il mondo editoriale. È
imbarazzante (se non umiliante) doverlo ammettere, ma, a tutt’oggi, la condizione del traduttore
resta cruciale e – se si vuole – misconosciuta. La diffidenza nei confronti dei giovani traduttori
cresce smisuratamente. Molte case editrici preferiscono lavorare con pochi traduttori escludendo
ogni eventuale nuova collaborazione. Tuttavia, anche questi pochi “privilegiati” sono costretti a
dover riconoscere la loro precarietà ma, più di ogni altra cosa, a denunciare il fatto che il salario
della loro attività sia enormemente basso (per non dire inaccettabile). Si potrebbe continuare
all’infinito, ma credo non sia questa la sede giusta per discorrere di tali problematiche.
Ritornando a quanto detto poco innanzi, l’atto del tradurre implica (quasi) sempre una
trasformazione del testo di partenza. Secondo Umberto Eco, ciò che conta in una traduzione è
solo il risultato che si realizza nel testo e nella lingua di arrivo – e per di più in un
momento storico determinato, in cui si tenti di attualizzare un testo concepito in altre
epoche.25
In Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione (1995), Eco dichiara apertamente che un
buon traduttore deve essere in grado di ritrovare non tanto l’intenzione dello scrittore quanto
l’intenzione dell’opera, «quello che il testo dice o suggerisce in rapporto alla lingua in cui è
espresso e al contesto culturale in cui è nato».26
A tutt’oggi, ci si continua a chiedere se una traduzione debba essere source-oriented, e
cioè orientata verso l’autore, o target-oriented, vale a dire, orientata verso colui che a pieno
titolo se ne servirà (lettore). La questione viene risolta da Eco nel modo seguente:
Di fronte alla domanda se una traduzione debba essere source o target oriented, ritengo
che non si possa elaborare una regola, ma usare i due criteri alternativamente, in modo
molto flessibile, a seconda dei problemi posti dal testo a cui ci si trova di fronte.27
Come Eco stesso ribadisce, il traduttore non deve tradurre alla lettera (o, come direbbe
Orazio, nec verbo verbum curabis reddere fidus interpres), ma trovare la così detta equivalenza
culturale; e semmai il testo dovesse presentare problemi di intraducibilità, allora il traduttore
non deve fare altro che ricrearne il senso, «l’impressione che il testo originale voleva produrre
sul lettore».28 In definitiva, una traduzione per risultare soddisfacente
deve rendere (e cioè conservare abbastanza immutato, ed eventualmente ampliare senza
contraddire) il senso del testo originale. [Ma] il senso che il traduttore deve trovare, e
tradurre […] è soltanto il risultato di una congettura interpretativa. [In altre parole] è il
risultato di una scommessa.29
Orbene, alle due locuzioni di source- e target-oriented se n’è aggiunta una terza, quella di
self-oriented (e cioè orientata verso il traduttore). L’espressione è stata coniata da Laura Salmon
nel 199830 e ampliamente argomentata nel suo libro, Teoria della traduzione (2003). Partendo
dal presupposto che il traduttore sia non solo il primo interprete dell’originale, ma anche il
principale critico della sua stessa creazione, Salmon giunge alla conclusione che
per quanto il traduttore creda di sapere quali siano le “intenzioni” del TP, del suo autore e
dei suoi destinatari, le sue sono solo ipotesi e lui, di fatto, “scommette sul risultato”.31
Ed è proprio in virtù di tale scommessa che
il traduttore non può che orientare la traduzione verso se stesso. Sulla base di questa
considerazione, l’annosa opposizione tra una traduzione orientata all’autore (sourceoriented)
e una orientata al lettore (target-oriented) – opposizione teorizzata da
Schleiermacher nel 1813 e assunta fino a Eco – viene meno. Sono convinta che la
traduzione sia sempre orientata verso chi l’ha creata, verso la mente di colui che deve “dare l’OK” quando si sente soddisfatto della forma raggiunta dal TA.32
Fortemente provocatoria la teoria di Salmon, ma anche discutibile – se si vuole. Senza
dubbio, ci troviamo di fronte ad un concetto, come dire, “rivoluzionario”, considerando che la
vecchia visione «postulava che la traduzione implicasse delle scelte»33, scelte del tutto
consapevoli.
Ad oggi, numerosi sono gli scritti che trattano di pratiche teoriche del tradurre, ma, in
realtà, nessuno di questi testi critici può fornire risposte concrete e definitive a problematiche
che, di fatto, continuano ad emergere durante il processo traduttivo.
Secondo Antonella Anedda, quando si traduce un testo ci si allontana inevitabilmente
dalla propria lingua d’origine:
Tradurre lo straniero è tradurre l’ospite fino alla propria casa, accoglierlo nello spazio
della propria quotidianità. Allora le parti si invertono il traduttore diventa […] un estraneo
che resta fuori da molte porte, un solitario, male alloggiato in terra lontana.34
E ancora:
[…] Ogni traduzione è un passaggio dal passato al presente: il tempo diventa spazio, si
stringe sulla pagina, ma schiude altri spazi.35
Chi traduce deve perciò misurarsi non solo con l’altro, con l’alterità che traduce, «con
quel ritmo di allora (è sempre allora anche quando si tratta di un vivo) ma anche con questo
ritmo [di] ora, ora che scrivo, ora che penso, ora che la pioggia batte sul vetro e il mio corpo
respira».36
Nella mia esigua esperienza di traduttore, ho compreso che quando si traduce un testo si
devono prendere in considerazioni molti aspetti: innanzitutto, bisogna tenere in mente qual è il
contesto culturale in cui il testo è stato scritto, e chi sarà inoltre il destinatario. Successivamente,
si deve scegliere se evocare o mantenere il registro di “allora” (ma non attraverso la lingua, bensì
con un’immagine che intenda attivare nel lettore il richiamo), o adattare il testo in una forma
altra, in un linguaggio più attuale, contemporaneo. La responsabilità etica di un traduttore
dipende, a mio avviso, sempre e soltanto da questi fattori.
C’è un brano di Paulo Coelho, tratto da Il manuale del guerriero della luce (1997), che
può riassumere sinteticamente quello che dico:
La radice latina della parola “responsabilità” ne svela il significato: capacità di rispondere,
di reagire. Un guerriero responsabile ha saputo osservare e istruirsi. Ma è stato capace di
essere anche “irresponsabile”: a volte si è lasciato trascinare dalla situazione, e non ha
risposto, né reagito. Ma ha imparto la lezione: ha assunto un nuovo atteggiamento, ha
ascoltato un consiglio, ha avuto l’umiltà di accettare aiuto. Un guerriero responsabile nonè quello che si prende sulle spalle il peso del mondo. È colui che ha imparato ad affrontare
le sfide del momento.37
NOTE
1 G. Vattimo, “Prefazione”, in Pareti di cristallo, B. Linati (a cura di), Besa, Nardò 2007, p. 13.
2 S. Sontag, Tradurre letteratura, Archinto, Milano 2004, p. 23.
3 S. Bassnett, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani, Milano 1993, p. 24.
4 Ivi, p. 13.
5 Cfr. E. Nida, “Principi di traduzione esemplificati dalla traduzione della Bibbia”, in Teorie contemporanee della
traduzione, S. Nergaard (a cura di), Bompiani, Milano 1995, p. 162.
6 P. Newmark, La traduzione: problemi e metodi, Garzanti, Milano 1988, p. 24.
7 S. Sontag, op. cit., p. 7.
8 B. Terracini, Il problema della traduzione, Serra e Riva Editori, Milano 1983, p. 14.
9 Cfr. A. Inglese, “La lingua provvisoria”, in La traduzione del testo poetico, F. Buffoni (a cura di), Marcos y
Marcos, Milano 2005, p. 534.
10 Cfr. A. Anedda, “Fazzoletti”, in F. Buffoni, op. cit., p. 405.
11 Cfr. A. Tavella, “Il viaggio transculturale della traduzione”, in Poeti e poesia. Mappe e percorsi, 10, aprile 2007,
p. 65.
12 Cfr. J. Levý, “La traduzione come processo decisionale”, in S. Nergaard, op. cit., p. 63.
13 G. Folena, Volgarizzare e tradurre, Einaudi, Torino 1991, p. 5.
14 Ivi, p. 25. Corsivo mio.
15 Ivi, p. 63.
16 S. Bassnett, op. cit., p. 144.
17 Prendo il riferimento e la citazione della definizione di A. Da Re da L. Salmon, Teoria della traduzione. Storia,
scienza, professione, Vallardi, Milano 2003, p. 166.
18 L. Salmon, op. cit., pp. 170-171.
20 L. Venuti, L’invisibilità del traduttore. Una storia della traduzione, Armando, Roma 1999, p. 21. Corsivo mio.
21 B. Terracini, op. cit., p. 23.
22 S. Bassnett, op. cit., p. 145.
23 Ivi, p. 145.
24 Mi riferisco in particolare ai traduttori.
25 Cfr. U. Eco, “Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione”, in S. Nergaard, op. cit., p. 123.
26 Ivi, p. 123.
27 Ivi, p. 125.
28 Ivi, p. 129.
29 Ivi, p. 138.
30 Cfr. L. Salmon, “Traduttologia e problemi epistemologici di approccio al testo religioso”, in Rivista Liturgica,
85/86, pp. 865-882.
19 Ivi, p. 170.
31 L. Salmon, Teoria della traduzione, op. cit., pp. 25-26.
32 Ivi, p. 26.
33 S. Sontag, op. cit., p. 11.
34 Cfr. A. Anedda, op. cit., p. 402.
35 Ivi. p. 403.
36 Ivi, p. 401.
37 P. Coelho, Il manuale del guerriero della luce, Bompiani, Milano 1997, p. 86.