Checco Durante ha saputo meritarsi grande fama in veste di attore, ovvero
come artista della parola “parlata”, facendo passare in secondo piano le sue
doti di artista della parola scritta: scritta, per di più, in una lingua viva qual è
– o almeno qual è stata – quella della sua città.
Di quanto fosse legato a Roma e di quanto egli l’amasse sono testimonianza
le molte poesie dedicate a luoghi caratteristici, tra le quali spiccano “Isola Tiberina” e “Ponte Mollo”.
È un amore per la città e per la sua gente, che però mai scivola sulla china
del sentimentalismo o dell’oleografia o – peggio – del folclore, tipici della versificazione
manieristica, o bozzettistica o patetica, di quelli che Dell’Arco additava
come “poetastri”.
Checco Durante sa trovare la giusta misura per esprimere l’autenticità degli
stati d’animo e la capacità di stemperarne ogni possibile forzatura grazie alla
serenità del disincanto e della sapiente ironia.
Si tratta di elementi di rilievo che attraversano, senza sbavature, tutte le
composizioni e che di per sé danno cospicuo spessore alla sua poesia. È inoltre una poesia che, oltre agli accennati “topòi” romani, si arricchisce
di una gamma articolatissima di temi: da quelli che traggono origine dalla sua
attenta osservazione del mondo e della società (come nel caso de “La guera”)
a quelli introspettivi, in cui il poeta interroga con acume e bonomia, come fa
nella lirica “A lo specchio”.
Checco Durante, infine, sulla scia di Trilussa – ma senza esserne un semplice
epigono – sa coltivare il campo fertile della favolistica, facendo della
natura (ad esempio in “Er grano e la saggina”) e degli animali (in “Er cane e
la gallina”) fedeli interpreti delle debolezze umane.
È da ritenere, conclusivamente, doverosa una maggiore attenzione da
parte della critica alla letterarietà di Checco Durante poeta ed alle numerose
e significative tracce da lui lasciate nel ’900 italiano, da autentico
uomo del suo tempo, al pari di Trilussa: entrambi radicati nella quotidianità
viva e vera, evocandola ed assorbendone il lessico, così come
prima di loro lo erano stati il Belli fustigatore della teocrazia romana del
suo tempo e Pascarella cantore epico sull’onda carducciana ormai declinante.
Note biografiche
Checco Durante (Roma 1893-1976)
Checco Durante fin da giovanissimo si dedicò al teatro recitando in varie
compagnie. L’attività, interrottasi per la sua partecipazione alla prima guerra
mondiale, riprese al suo ritorno dal fronte nel 1918 in una formazione con un
repertorio di commedie dialettali ma durò solo per sei mesi perché, finita la
tournée, trovò un impiego fisso.
Poco tempo dopo ebbe luogo e fu decisivo l’incontro con Petrolini, che lo
convinse a lasciare il lavoro per dedicarsi al teatro da professionista. Dal 1920
entrò nella compagnia di Petrolini e ne divenne stretto collaboratore, anche
scrivendo con lui l’atto unico in romanesco Cento di questi giorni (1921).
Lasciato Petrolini nel 1928, cercò di fondare un teatro stabile romanesco,
ma le difficoltà incontrate dalla compagnia lo costrinsero dal 1930 ad accettare
interpretazioni nell’avanspettacolo, dove ottenne un grandissimo successo.
Dal 1933 mise in scena molte commedie soprattutto romanesche, ma anche
adattate da altri dialetti, convinto che il teatro dovesse offrire occasioni di
svago al pubblico, al quale negli intervalli degli spettacoli recitava sue poesie
che poi raccolse nel volume Acquarelli. Tra i suoi scritti teatrali si ricordano
alcuni monologhi e la commedia Bernardina, nun fà la scema... (1940).
Dal 1950 la sua compagnia ebbe una sede stabile in una saletta del Teatro
Rossini di Roma. Alternò al teatro numerose trasmissioni radiofoniche e produzioni
cinematografiche interpretando ruoli minori, comici e drammatici.
Fu molto amato dal pubblico, che lo apprezzò come attore dalla semplice
ed umana comicità riuscendo, grazie ad una recitazione sottile e ragionata, a
caratterizzare molto bene figure popolane e piccolo-borghesi.
Raimondo Venturiello